Mode-rnità

Abbiamo fatto appello all’intelligenza, alla ragione: si poteva essere più scemi?  Ci ha ingannato l’antica definizione di Aristotile:  l’uomo è un animale pensante. Che esista vita intelligente sulla Terra, è una illusione difficile da vincere, perché ci auto-celebra.  Come disse Mark Twain dopo aver letto il proprio necrologio sui giornali, “la notizia è grandemente esagerata”.

In genere, l’uomo – inteso come specie – non pensa affatto. A meno che non ci venga forzato. Considera ‘pensiero’ quello funzionale, utile al lavoro, meccanico; non a caso simulabile da un computer.  Le idee generali gli sono estranee, capirle gli richiede troppo studio, applicazione – una perdita di tempo. La sua incapacità di vedere i nessi causali fra  fenomeni apparentemente distanti è impressionante; in specie, delle piaghe sociali presenti gli sfuggono le cause che sono nel passato.  Anzi, come scoprì a sue spese già Socrate, chi gli  pone “le grandi domande” lo irrita, tanto da voler chiamare la forza pubblica perché faccia  tacere il disturbatore con la cicuta; oggi, invocando la psico-polizia.

La faccio breve: l’uomo  in genere, vive di credenze. Oggi come nel sesto secolo avanti Cristo, o  come ai tempi di Tommaso d’Aquino.  Ricordo la distinzione di Ortega y Gasset: “Per le idee ci si batte, si discute per affermarle, magari si puo’ perfino morire  per le idee – nelle credenze, semplicemente, si sta”.  Vuol dire: nelle credenze, l’uomo ci abita. Sono il paesaggio mentale che trova attorno a sé  dalla nascita, e in  ogni dato tempo gli paiono la realtà stessa. Non si rende conto di quanto siano cambiate dai tempi di Socrate; gli sembra che siano sempre esistite  quelle di oggi. E quelle d’oggi gli paiono indiscutibili, solide come l’acciaio. O come le montagne del suo paese natìo.

Meglio la repressione…

Come   dicevo, oggi l’uomo  posto moderno vive di credenze esattamente come l’uomo medievale. Solo, le sue credenze sono cambiate: oggi, per esempio, crede nell’evoluzionismo, come ieri credeva in Dio, e prima ancora negli  dei dell’Olimpo.    Crede nella scienza  (di cui non sa quasi nulla) con fede superstiziosa. Crede   al “pluralismo delle opinioni”, anche se non ne ha che di quelle permesse dal conformismo vigente.  Sicché, oggi devo ammettere: fece bene la Chiesa, che per secoli, invece di fare appello all’intelligenza dell’uomo, gli ha imposto  sì, anche imposto con le brutte, se occorreva – le credenze.  Ha fatto bene perché doveva  salvare l’uomo dalla dannazione eterna;e quanti più uomini possibile;  non c’era spazio per il dubbio, il dubbio che è “sempre” implicito nel dibattito delle idee, e che l’uomo-massa non sa tollerare e maneggiare, anzi non sopporta, da  cui viene devastato.

Dominavano allora credenze che miravano al bene dell’individuo e della società, imponendo l’onestà, i dieci comandamenti, il diritto romano, la cura del debole  e del povero e la vergogna per l’egoismo edonista. Credenze per le quali valeva la pena di mantenerle ed imporle  esercitando anche la giusta “repressione”, anche accendendo qualche rogo ogni tanto.  Le credenze che si fanno dominare oggi, sono al contrario rovinose per l’individuo e la società:  il darwinismo, il capitalismo come sistema “oggettivo” al  quale “non ci sono alternative”, il libertarismo, l’illusione della felicità nel sesso.  Non solo queste credenze procurano la dannazione eterna (a cui potete permettervi di non credere), ma fanno degli esseri umani delle amebe vili e crudeli, insensibili al prossimo e al povero, e delle società delle poltiglie incapaci di sopravvivere e di battersi  contro la propria dissoluzione.

estratto da http://www.maurizioblondet.it/confessione-un-intellettuale-del-inutile/

 

Il mito dell’equità naturale

di Ugo Foscolo

Adunque, veduti i mortali nella storia d’ogni epoca e ne’ costumi di qualunque comunità, appare che ogni loro azione deriva dalla inimicizia reciproca, e ogni loro pace dalla stanchezza. Invano la religione, e la santissima fra le altre, esortava il genere umano a lasciarsi giudicare nelle sue liti dalla paterna giustizia d’ Iddio. Gli astuti e i potenti hanno abusato di questo divino compenso, ed affilate armi a più feroci discordie; e ne hanno agguerrito l’infinita moltitudine de’ violenti e bestiali, gridandole: — Ti sbramerai santamente di sangue! —.

Adorai l’arcana sapienza del Cielo. Invano i giurisprudenti celebrarono il diritto delle genti: lo trovai potentissimo nel timore di due nazioni che non ardivano di affrontarsi, o si collegavano contro un’altra più forte; ma, cessata la causa, cessava il vigor del diritto. Non essendovi tribunali, nè profossi, nè patiboli tra’ due principi, la forza inframmetteva inappellabilmente la sua sentenza, e la scrivea con la spada, finchè il terrore delle altre nazioni, e il fremito del genere umano contro l’usurpazione non suscitasse nuove forze per abbattere il vincitore.

Frattanto i vinti obbedivano; i popoli vittoriosi onoravano il principe che li facea ricchi e temuti, i vicini lo rispettavano, e i lontani e i posteri lo ammiravano.

Conchiusi che la natura opera per mezzo della discordia di tutti i mortali onde agitare, trasformare e far sempre rivivere con moto perpetuo di distruzione e di rigenerazione a certi ricorsi di tempi le cose tutte, [e] gli uomini; che se la concordia fosse legge della natura, sarebbe infrangibile; i giurisprudenti non esorterebbero i principi a mantenerla, e i popoli non si guerreggerebbero mai.

[Della servitù dell’Italia, Discorso primo, 1815]

estratto da http://www.appelloalpopolo.it/?p=15511

Citazione

“ Le democrazie hanno grandi risorse di intelligenza e di immaginazione. Ma sono anche esposte ad alcuni seri rischi: scarsa capacità di ragionamento, provincialismo, fretta, inerzia, egoismo e povertà di spirito. L’istruzione volta esclusivamente al tornaconto sul mercato globale esalta queste carenze, producendo un’ottusa grettezza e una docilità –in tecnici obbedienti e ammaestrai – che minacciano la vita stessa della democrazia, e che di sicuro impediscono la creazione di una degna cultura mondiale.
Se non insistiamo sul valore fondamentale delle lettere e delle arti, queste saranno accantonate, perché non producono denaro. Ma esse servono a qualcosa di ben più prezioso, servono cioè a costruire un mondo degno di essere vissuto…”
“Non per profitto –Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” di Martha C. Nussbaum

fabbrilibri

Sarà per questo che la Fabbri ha fatto uscire in questi giorni una collana dedicata ai classici latini e greci?

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La fantascienza umanista di Ray Bradbury

Pian piano – è una legge naturale ma poco accettabile – la generazione che ha fatto grande la fantascienza se ne va. Sono gli autori che abbiamo letto e amato negli anni Sessanta e Settanta dell’ormai secolo scorso e che ci hanno appassionato e formato ad un genere di science fiction, fantasy ed heroic fantasy che non si scrive più (e non si tratta della nostalgia di un diversamente giovane, ma un fatto oggettivo). L’elenco è lunghissimo: da Simak a Williamson, da van Vogt a Heinlein, da Asimov a Clarke, da Dick a Sturgeon, da Anderson a del Rey, da Farmer a de Camp e così via. Ultimo e, credo più anziano di tutti, Jack Vance, morto a 96 anni il 26 maggio scorso. Vero creatore di mondi fantastici, specialista di personaggi e invenzioni paradossali, dotato di un suo speciale umorismo. Resta, credo, ormai soltanto Frederick Pohl, classe 1919. Vance se n’è andato a quasi un anno dalla scomparsa di un altro grande, anzi grandissimo, Ray Bradbury.