Miti scientifici

Il primo mito ridimensionato è quello secondo cui gli screening medici permettono di salvare vite per qualsiasi tipo di tumore. Esemplare è il caso coreano riguardante lo screening per il tumore alla tiroide: dopo l’introduzione di una nuova tecnica di rilevazione a fine anni novanta si è avuto un incremento dell’individuazione di tumori alla tiroide e dei successivi interventi. L’anomalia è che la percentuale di morti è rimasta uguale. Coloro che hanno notato il problema e suggerito di evitare o sostituire lo screening sono stati attaccati da varie associazioni mediche che hanno ripetuto l’indispensabilità degli screening e la necessità delle terapie. In origine, all’inizio del XX secolo, molti dottori arrivarono a concludere che i risultati migliori nel trattamento dei tumori si ottenevano quando erano diagnosticati precocemente, ne conseguiva l’idea che “prima un tumore è diagnosticato, più alte sono le possibilità di sopravvivere”. Questo concetto è stato alla base della formazione di generazioni di medici. Oggi resta valido, ma la sua universalità è messa in discussione.

Ricerche recenti hanno mostrato che in alcuni casi un rilevamento precoce non garantisce la salvezza attesa. Una recensione di cinque trials medici che hanno coinvolto 341342 persone ha messo in luce come gli screening non contribuiscano ad abbassare il numero di morti per tumore alla prostata. Si può inferire che alcuni tumori conducano alla morte indipendentemente da quando siano rilevati e curati. È da sottolineare che il problema sta nella generalizzazione “ogni tipo di tumore”, infatti non viene messa in questione l’utilità dello screening per molte tipologie di tumore, laddove vi siano risultati positivi corroborati, per esempio per il tumore alla cervice o al colon, ma in altri non si trovano effetti positivi soddisfacenti. Va poi considerato che il rilevamento di un tumore può avere effetti negativi sulla salute delle persone che vengono sottoposte ad interventi e cure debilitanti, anche nei casi in cui si è affetti da un tumore a crescita lenta con pochi danni diretti immediati.

A rinsaldare il mito contribuiscono coloro ai quali è stato diagnosticato un tumore proprio grazie a uno screening e che sono guariti dopo un intervento. Non tenendo conto della specificità di ogni situazione e delle differenze complesse che riguardano ogni tumore, propagandano gli effetti salvifici degli screening in modo acritico, contribuendo a diffondere idee scorrette e talvolta false speranze. I medici continuano a organizzare meeting per discutere a quale età e su quali fattori di rischio concentrare gli screening, perdendo di vista il centro del problema (le cause di insorgenza) e non soffermandosi a ponderare l’efficacia oggettiva della pratica nei vari casi. È anche un problema di modelli comportamentali: le persone preferiscono fare un test saltuario di pochi minuti piuttosto che cambiare radicalmente le proprie abitudini quotidiane, per esempio aumentando l’attività fisica,(1) smettendo di fumare o migliorando la propria alimentazione per prevenire il rischio di insorgenza.

estratto da http://gabriellagiudici.it/olmo-viola-miti-scientifici-resistenti/

  1. Considerata tutta la pubblicità che le istituzioni fanno a questo proposito, viene spontaneo domandarsi se non sia un mito anche questo 😉

 

 

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