I misteri del Caos

“I vincitori sono quelli che scrivono la storia. Questo è quello che viene scritto nei nostri libri di scuola, non la vera storia come si è svolta, ma una storia favorevole al campo dei vincitori.  La storia ha cessato da tempo di essere una sintesi di tutta l’umanità, oggi appartiene solo ad una manciata di individui “.

Maxime Chattam, The mysteries of chaos (I misteri del caos)

L’unica cosa era andare a vedere i documenti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cercare di capire cosa fosse davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. È nato così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro uscito in questi giorni col titolo I prigionieri dei Savoia: che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino ad ora. Come previsto, si è subito scatenata sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, vengo graziosamente paragonato al dottor Goebbels.

Però stavolta c’è anche qualcos’altro: sul sito compaiono, e sono sempre di più, interventi di persone che esprimono sgomento davanti all’intolleranza di certe reazioni, che sollecitano un confronto sui fatti, che vogliono capire. Col mestiere che faccio, dovrei aver imparato a non farmi illusioni; e invece finisco sempre per farmene. Forse, dopo tutto, sta tramontando la stagione in cui in Italia si poteva impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese, senza che questo provocasse reazioni pubbliche e senza doverne pagare le conseguenze in termini di credibilità e di onore.

 

fonte: “La Stampa”, 21.10.2012

Leggi tutto su http://appelloalpopolo.it/?p=28091

Annunci

Un consiglio rivoluzionario!

Personalmente suggerirei di astenersi anche dal gioco: salute e portafoglio ne guadagnerebbero…

“Il primo gennaio 1848 i cittadini milanesi proclamarono lo sciopero del fumo. Chi lo aveva promosso sapeva che lo sciopero avrebbe danneggiato, pacificamente ma sensibilmente, le entrate fiscali austriache. Era giorno di festa; al passeggio, eleganti borghesi, noti aristocratici con signore, in carrozza o a piedi, saluti, inchini, scambi di auguri per il nuovo anno, frettolosi e animati incontri tra i giovanotti, operai con l’abito buono. Scene abituali; ma questa volta vi è qualcosa di strano, una particolare ostentazione: gli uomini non fumavano.

I primi a notarlo e a guardarsi intorno sconcertati furono gli ufficiali e i soldati austriaci in libera uscita, mescolati alla folla della festa. Si era furtivamente e capillarmente diffusa la parola d’ordine di non fumare. Dai tanti milanesi insofferenti del governo austriaco era stata accolta con entusiasmo perché era una forma di resistenza con l’arma della non-violenza, provocando solo danno economico alle finanze dell’imperial-regio governo, al monopolio (o “regia”) dei tabacchi. Danno considerevole perché a quel tempo quasi tutti gli uomini e moltissime signore fumavano accanitamente. Quei pochi cittadini male informati che passeggiavano a Capodanno fumando si videro perciò strappare senza complimenti ma patriotticamente il sigaro dalle labbra. E così, nel precoce imbrunire, finì questa strana giornata.

Il 2 gennaio la scena si ripete. La polizia e i compassati militari decisero di reagire con la stessa muta leggerezza dei provocatori: ostentando il fumo. Al passeggio, baffuti soldati austriaci (ma anche croati, ungheresi, sloveni) si presentarono fumando anche due sigari contemporaneamente e soffiando poderose boccate in faccia ai milanesi che con aria di sfida esercitavano il boicottaggio. E cominciarono i primi diverbi tra spintoni e insulti, finché il maresciallo Radetzky decise di intervenire ordinando ai militari di rientrare in caserma. Ai patrioti milanesi parve una vittoria, ma si sbagliavano.

3 gennaio 1848, 4 del pomeriggio: le strade di Milano sono invase da centinaia di soldati della guarnigione. Nelle caserme erano stati distribuiti 30000 sigari, contravvenendo anche a un’ordinanza di Radetzky che da tempo vietava ai militari di fumare per strada. Ma non era più il caso di salvare la forma. Secondo il racconto che farà Carlo Cattaneo, quel giorno lo Stato maggiore aveva dato ai soldati non soltanto sigari in abbondanza, ma “quanto denaro bastasse ad ubriacarli, mandandoli ad attaccar briga in città”. E i soldati, fumando e provocando i cittadini, non si fecero pregare.

Ecco il rapporto di un funzionario del Comune che fu testimone oculare degli incidenti: “Poco dopo le 4,30, si videro molti soldati d’ogni arma radunati sulla nuova piazza del tempio di S. Carlo, ed altri all’imboccatura della contrada del Durino. Ad un tratto due sergenti staccatisi dai due gruppi rispettivi si fecero un segnale, ed i militari sguainata chi la sciabola, chi lo squadrone, chi la baionetta, si posero a far man bassa sull’inerme popolazione colta alla sprovvista”. Per accentuare la violenza, i soldati, dirà Cattaneo, “evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e fanciulli”. Infatti, tra i sei morti vi furono un bimbo di quattro anni e un vecchio di settantaquattro. Moltissimi gli arrestati”.

[da Lucio Villari,  Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, ed. Laterza 2011]