Le colline

  • La Storia (con la esse maiuscola): la gente (io, perlomeno) non vuole venire in un determinato posto a sposarsi perché ci sono le colline. Si potrà iniziare sempre con “Nell’incantevole sfondo delle famose colline ***…”!? Le colline (parliamo dell’Italia Centrale) non sono famose per essere delle colline. A casa mia ho i Colli Euganei, a casa dell’Orso c’è l’Irpinia, gli Appennini attraversano l’Italia, lo vuoi capire che il tuo selling point non è “le colline”? Cosa mi rappresenta una vacanza in collina? Le persone (almeno così credo io, che confido nell’intelligenza e nella cultura della massa molto più degli albergatori, a quanto pare) non viene in Toscana per vedere delle colline verdi. Viene perché in quel preciso paesaggio è passata la storia, perché tra quelle colline è stato possibile immaginare una città ideale e un uomo ideale, perché in quel clima e circondati da quella natura si sono formate città-stato che hanno speso i loro fondi per attirare quelli che all’epoca erano i migliori ricercatori, musicisti, artisti. Che hanno valutato l’arte come mezzo per darsi lustro e vantarsi con i vicini. In quel preciso paesaggio collinare hanno dovuto difendersi dagli attacchi degli altri costruendo mura, torri e rocche. Chi ci viene, non viene a vedere una collina verde. L’avrebbe vista a casa sua. Viene per sentirsi immerso nella storia, in una storia precisa, quella del periodo che va dal 1200 al Rinascimento, che ha posto le basi per i valori e il vivere civile come lo conosciamo oggi. Di paesaggi belli il Mondo è pieno. E pure di colline. Ma perché non vi sforzate di capire che le vostre sono uniche? Qualche riferimento a casaccio a Leonardo (è passato di qui) o a Michelangelo (è nato qui, un giorno si è seduto su questa pietra), non vi salverà. Chi se ne frega di attirare masse di gente che prende esattamente quello che si aspetta (il posto famoso, perché l’ha visto in un film)? Perché a quelle masse non  si può dare qualcosa di più? Insegnare magari, qualcosa? E invece no, le uniche lezioni che vengono pubblicizzate sono quelle di cucina italiana.
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Il canto degli Italiani

Essendo il suo autore notoriamente mazziniano, il brano venne proibito dalla polizia sabauda fino al marzo 1848: la sua esecuzione venne vietata anche dalla polizia austriaca, che perseguì pure la sua interpretazione canora – considerata reato politico – sino alla fine della prima guerra mondiale[30].

Stiamo parlando dell’Inno di Mameli (quello che dice:”noi siamo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi“); il che ci porta al problema (più volte trattato in questo blog) del carattere degli italiani:

  • Individualismo;
  • Improvvisazione;
  • Incostanza;
  • Superficialità;
  • Passionalità;
  • Influenzabilità;
  • Narcisismo;
  • Opportunismo.

Sono solo alcuni dei difetti e l’elenco potrebbe allungarsi all’infinito, perché, in questi 150 anni non abbiamo fatto nulla per rimediare, accusando sempre gli altri per la nostra pigrizia e fatalismo.

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Tradimenti

mio stemma FB

mio stemma FB

Quello che vedete sopra è il mio stemma utilizzato per Facebook, il motto è l’anagramma del mio nome e cognome che ritengo una qualità significativa e del tutto assente nel carattere degli italiani.

In molti articoli del blog ne abbiamo parlato e, sicuramente ciascuno di voi potrà trovarne esperienza nelle proprie vicende personali, nella letteratura e nel cinema.

Oggi ridanno per TV “C’eravamo tanto amati”, un film del 1974 di Ettore Scola, sui compromessi, malafede e tradimenti auto-inflitti dopo le speranze partigiane (ma probabilmente qui Scola pensava a quelle del ’68).

Oggi voltar gabbana è diventato addirittura motivo di vanto (basti pensare alle numerose dichiarazioni di voto pre-referendum); tempi tristi ci attendono… 😦

 

Arrangiarsi

No, la risposta degli italiani è che “se rubano loro, e così tanto, posso rubare anch’io, nel mio piccolo, s’intende”: nelle piccole aziende c’è quasi il gusto di “fottere” Monti. Si torna all’antico: cosa vuoi? Ecco i due prezzi, con o senza ricevuta. Ovvio che…

Nei luoghi di lavoro si sviluppa una sorta di piccola corruzione molto simile a quella che c’era in URSS: ho rubato questo, t’interessa? Anzi, te lo regalo: sarai tu a sdebitarti come preferirai.

Così inizia una catena di baratti – che è anche curiosa e provvida di significati antichi – che partono da un paio di gomme per auto e terminano con una cassetta d’uva, passando per una cestina di funghi, due sacchi di concime organico, una mola, una cesta di limoni, due contenitori in acciaio inox, tre sacchetti di melanzane congelate…

E’ incredibile come, in queste catene di S. Antonio, ciascuno si libera di qualcosa che ha prodotto o rubato – non fa differenza – nei confronti d’altri che assegnano, invece, un elevato valore d’uso all’oggetto: se hai due gomme di una Cinquecento (dimenticate, fottute, rubate, scambiate…) e non  hai l’automobile, meglio ricevere in cambio una mola cinese (dimenticata, fottuta, rubata, scambiata…)  che può tornare utile.

La morale è oramai un optional: di questo dobbiamo ringraziare Monti, e la sua insipienza nel dimenticare il ceto politico. Basta che votino, del resto non mi fotte un accidente, io metto a posto dei numeri, loro ne rubano altri…embè?

E’ curioso come, da un anno a questa parte, si siano moltiplicati questi comportamenti: dal professionista che non sgarrava una fattura ed oggi evade contento al commerciante che, se non fa parte di una catena, ti fa lo scontrino solo se non ti conosce.

I lavoratori dipendenti sono l’ultimo anello della catena – sarebbe stupido non riconoscerlo – però s’arrangiano anch’essi: devi imbiancare la casa? Quanto vuole l’imbianchino “ufficiale”? Ma sei matto!?! Vieni qui, senti a me…

– See more at: http://www.bondeno.com/2012/10/12/scialuppe-a-mare/#sthash.Z689szzj.dpuf

Il dolore di essere italiani

genioNaturalmente, sono le vie mediane le più battute. Si può, per esempio, in alcune occasioni, omettere una ricevuta fiscale o accettarne la mancanza; si può cercare, in casi particolari, una raccomandazione; si può, talvolta, compiere un abuso edilizio, certi di poterlo prima o poi sanare; si può non mettere in regola la colf se lei stessa lo richiede – così come un politico può, entro certi limiti, peraltro indefiniti, patteggiare favori e attenzioni in cambio di voti, un industriale può dare in via riservata cifre consistenti a dei partiti con lo stesso atteggiamento con cui investe somme analoghe in pubblicità, e i commissari di un concorso possono accordarsi fra loro per far vincere un certo candidato, magari per molte ottime ragioni, a scapito di altri più meritevoli. Nessuno di questi comportamenti viene in assoluto considerato condannabile, sebbene, più o meno, si convenga sul fatto che in teoria lo sarebbe.

La zona grigia fra il rispetto delle regole e la loro violazione è di vastità immane e indecifrata, variabile, spesso enigmatica per gli stessi italiani. L’etica italiana è molteplice come le cucine regionali, con tutte le loro infinite varianti locali e familiari contraddistinte da una normatività che, sebbene accompagnata dalla ferma adesione della comunità di cui sono espressione, è sempre suscettibile di dibattito.
In questi ultimi anni, con tutto ciò, la tensione fra le diverse dis-appartenenze si è accentuata, senza che si intravedano gli enzimi capaci di metabolizzare il pesante groviglio morale, politico e infine culturale che blocca l’Italia.

Giulio Savelli, Il dolore di essere italiani, Narcissus 2014
estratto da http://www.uncommons.it/village/il-dolore-di-essere-italiani-572

Essere italiano

La sua filosofia di vita è vivere cercando di porsi meno problemi possibili e unicamente quelli che  riguardano prima di tutto  la sua persona e  in second’ordine (ma molto in second’ordine)  quelle delle persone a lui care. Tutto quello che esula da questa sfera, è tempo perso,  perché la gente non si cambia e tanto meno il mondo che, nella sua visione, è come un fiume che scorre e scorrerà sempre nel suo letto.  Nella peggiore delle ipotesi ,  potrebbe anche straripare e portare devastazione,  ma a quel punto bisogna  solo sperare  di essere sulla sponda giusta  per non venire travolti.  Chi crede di poter contare qualcosa nella società o è un ingenuo o è qualcuno che ha un qualche interesse a farlo, vedasi i politici di tutti i tipi. (Io faccio parte degli ingenui ovviamente!)  Inutile e dannoso alla propria salute è anche dare le perle ai porci,  perché oltre al danno avrai anche la beffa. La vita  di per sé è difficile,  per cui quando hai fatto il tuo dovere, non hai rotto le scatole a nessuno, non hai rubato, né ucciso, saggezza vuole che tu faccia il possibile per pensare prima di tutto a te stesso,  lavorando  lo stretto necessario per vivere dignitosamente,  divertirti  come più ti aggrada, tenere lontani gli imbroglioni, gli  invidiosi, i calunniatori, gli stupidi, i litigiosi e chi vuole indottrinarti sia politicamente, sia religiosamente. Altra regola fondamentale è non crearti problemi, preoccupazioni o ansie prima del tempo. Se un problema esiste si affronta, se il problema è irrisolvibile si accetta quello che viene e si va avanti. Concentrare la propria vita sulle cose negative già successe o che potrebbero succedere (tipo la morte)è da stupidi. Essere catastrofisti, negativi, pessimisti oltre misura vuol dire essere semplicemente dei masochisti e non aver capito che ” la vita è bella per chi la sa goder”.

Testimonianza autentica di un cittadino, non condivisa dall’autore di questo blog

Tomba di Ferruccio Parri al cimitero di Staglieno

Felicità

Periodicamente qualche organo di informazione pubblica classifiche di paesi o città per qualità della vita; come sa chiunque lavora con le statistiche tutto dipende dal campione intervistato e dai parametri scelti. Quella dell’ OECD permette, in qualche modo, di personalizzarla, ma (come fa notare il lettore di cui riportiamo il commento) intervengono poi altri fattori di soggettività:

“Sto commentando, per così dire, a braccio, non avendo il tempo di approfondire con la dovuta attenzione il metodo adottato dall’OCSE per determinare il livello di felicità delle 36 Nazioni prese in esame.

Ma, se come mi sembra di capire, sono stati i 65.000 Cittadini intervistati a stabilire il livello della loro felicità, allora è necessario osservare che, più che di una valutazione oggettiva da parte dell’OCSE, si tratta, invece, di una percezione soggettiva da parte dei Cittadini intervistati. E si sa che questi rispondono ai parametri culturali a cui appartengono.

Per un Cittadino di cultura Anglosassone, per esempio, è motivo di soddisfazione di vita il loro connaturato rispetto ed osservanza delle leggi, mentre un Cittadino – si fa per dire – Italiano trae grande soddisfazione di vita dal loro oltraggio ed elusione, al punto da commiserare il raro povero fesso che le rispetta. La stessa cosa dicasi – per fare un altro esempio – del rapporto con le varie mafie: culturalmente spontanea – e fonte anche di soddisfazione di appartenenza – la sottomissione degli Italiani specialmente del Sud, mentre sarebbe una gravissima sofferenza, al punto della non accettazione, per una popolazione di cultura Anglosassone, ipoteticamente posta la loro esistenza nel contesto di questa cultura.

Se gli Italiani potessero tornare alle condizioni lavorative-economiche degli anni 70, 80 e forse anche 90, sono certo che – a dispetto di essere la più corrotta Nazione Europea, a dispetto di vivere sotto una dittatura partitica e mediatica, ed essere una vera e propria porcilaia al posto di Società Umana – sarebbero la Nazione numero UNO in termini di soggettivamente percepita felicità.

Ma se poi dovessimo poi chiedere all’OCSE di fare la sua brava obiettiva valutazione, allora le cose si capovolgerebbero, e pure di brutto. Perché al di sopra di ogni soggettivismo c’è l’oggettivismo di valutare civile o barbara una cultura.

E la nostra risulterebbe appartenere – a nostra completa insaputa – alla barbarie del profondo medioevo!”

estratto da http://www.libero-pensiero.net/quanto-siamo-felici-ecco-la-nuova-classifica-sulla-qualita-della-vita-su-36-nazioni-siamo-al-28esimo-posto/

Italiani in Brasile

I risultati mostrano l’importanza della durata della residenza in Brasile per comprendere le condizioni di vita degli immigrati. Anche se l’uso dei dati censuari non consente di approfondire tutti gli aspetti di interesse, si nota comunque che che i principali flussi migratori avvengono in periodi di crisi o instabilità economica in patria. La prima significativa migrazione di Italiani verso il Brasile risale alla metà del secolo XIX, in cerca di migliori condizioni di vita. Nel XX, l’immigrazione si riduce nella prima metà del secolo, a causa del peggioramento delle condizioni di vita in Brasile, mentre s’intensifica nell’immediato secondo dopoguerra. Già nel secolo XXI, il flusso cresce nuovamente, a causa della crisi economica recente. Tuttavia emigrare non protegge del tutto dalla crisi: i dati mostrano che le condizioni di vita degli Italiani in Brasile sono peggiorate tra il 2000 e il 2010.

Per saperne di più

Pier Francesco De Maria, Chi sono e come vivono gli immigrati Italiani in Brasile? Risultati dei Censimenti del 2000 e del 2010, Relazione presentata al “Population Days 2015”, AISP, Palermo, 4-6 Febbraio 2015.

foto di famiglia di Cappi Elvino, emigrato ai primi del '900 a San Paolo

foto di famiglia di Cappi Elvino, emigrato ai primi del ‘900 a San Paolo


Per info leggi commento

Cent’anni dopo

Cent’anni dopo il 1848, con la carta costituzionale Italiana e la nascita della Repubblica si può dire si sia compiuta la vicenda risorgimentale con una vittoria delle idee liberali e mazziniane; ma sappiamo tutti che qualcosa poi non ha funzionato.

Se leggete la biografia di Parri, primo presidente del consiglio, capite subito perché:

avevamo perso la guerra;

come al solito, continuammo a litigare tra di noi;

le nostre scelte politiche erano pesantemente condizionate dalle forze occupanti

l’idea di nazione fu subito accantonata dai globalizzatori

Il risultato lo vediamo chiaramente adesso:

essere un vaso di coccio tra vasi di ferro
  • • Essere indifesi in mezzo a persone o avvenimenti pericolosi; essere costretti a trattare con un prepotente, o con una persona più forte o più abile, senza essere in grado di contrastarla. Quindi, in senso lato, rischiare di rimetterci fortemente.
  • Il detto riprende una favola di Esopo (Favole,354) in cui si narra che un giorno un Vaso di coccio si trovò trascinato dalla corrente di un fiume che aveva travolto il carico in cui si trovava. Quando vide che vicino a lui navigava un Vaso di metallo si spaventò, e lo pregò di tenersi alla larga per non rischiare uno scontro dal quale sarebbe uscito in pezzi. La favola è ripresa da La Fontaine (Fables,V,2) e da Flavio Aviano (Favole,11) ed è ricordata da Alessandro Manzoni nel primo capitolo dei Promessi Sposi a proposito di Don Abbondio.

http://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/V/vaso.shtml

Don Abbondio