I padri

1978/79: l’ultimo spettacolo di Teatro Canzone degli anni Settanta di Gaber, “Polli di allevamento”, è il più feroce di tutti. Il più contestato, il più (all’apparenza) disilluso. 181 repliche concluse a volte anche tra fischi e lanci di monete. Per prese di posizione che spesso risultano violente ed inappellabili. Dopo aver fatto un parallelo a molti indigesto tra “I padri miei” di un passato dove !a dirittura morale delle persone aveva ancora senso ed “I padri tuoi” specchio di un presente fatto di lassismo. Dopo aver indagato sui meccanismi dell’amare oltre gli stereotipi romantici. Dopo aver denunciato l’escalation della violenza in una società già immersa nei cosiddetti “anni di piombo”. Dopo aver inveito contro coloro che non si accorgevano di come il Paese si era ridotto. Dopo aver cantato di una gioventù vuota, “polli di allevamento” sempre più uniformati al consumo. Dopo aver gridato la finale, violenta, definitiva “Quando è moda è moda”.
Gli anni Settanta di Gaber andavano insomma chiudendosi fra le polemiche. In uno spettacolo che però – riascoltato ora – smaschera limiti e disvalori anche della nostra società.
E forse anche oggi, come diceva Gaber allora, basterebbe una parola per cambiare le cose. Un segno, per un percorso nuovo: che egli si sarebbe ostinato a cercare nel suo teatro degli anni a venire.

Giorgio Gaber muore a 63 anni l’1 gennaio 2003

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E noi qui

Quella che nel 1970 era solo una trasmissione estiva (l’ultima di Gaber, prima di passare definitivamente al teatro) oggi, leggendo il testo che confluì poi nello spettacolo “Dialogo tra un impegnato e un non so”, diventa un testo profetico della situazione dell’Italia odierna.

Il mare è fermo e grigio
il cielo è fermo e grigio
strani uccelli neri gridano…
Il secondo uomo parla adagio, con calma indaga, spiega, deduce, conclude
Il terzo uomo parla adagio, con calma
Il quarto uomo parla adagio, con calma indaga, spiega, deduce, conclude indaga, spiega, deduce, conclude dài, dài, dài…

Eccola
ritenta cammina ha vinto, ha vinto è salva, viva, grandiosa
ancora un metro, ancora un metro…
Un ultimo sforzo la testa si gonfia la bocca si allarga viscida, umida, acquosa
ancora un metro, ancora un metro

Dal ventre esce un rantolo di rabbia, un urlo di morte e di dolore poi basta…
più niente…
Si muore, si muore, si muore…

Appartenenza

In altri tempi vi era un senso superiore di appartenenza alla comunità, nel quale l’individuo si identificava non tanto rivendicando diritti ma soprattutto adempiendo a doveri, e cioè seguendo scrupolosamente delle regole collettive di comportamento.

Il processo del progetto cosmopolitico al quale siamo stati e siamo sottoposti ha l’effetto implicito di investire le civiltà e le culture, cioè i popoli e gli Stati, privandoli della loro identità e della loro dignità. Confutare questo, semplicemente vedendo lo stato attuale delle cose, è impossibile. Una società, una collettività privata dello spirito comune è semplicemente una massa di individualità che non si sente legata a nulla se non a ogni proprio particolare. Estranei uno all’altro. Sperare che possano unirsi per una causa comune che necessita di mettere in campo tutto se stessi (non si penserà mica che ci lascino fare una rivoluzione pacata e democratica, vero?) è una speranza vana se prima non ci si riprenderà – o rifonderà – lo spirito della collettività.

estratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10498