L’Italia agli italiani

Al solo udire tali parole (custodia, responsabilità) la schiacciante maggioranza scoppierebbe a ridere. O si limiterebbe a un sogghigno cinico. Ciò accade perché ognuno di noi è stato reso tale. Scettico sul proprio ruolo, e di uno scetticismo che non prelude al fatalismo stoico, ma alla sterilità ridanciana. Ma va bene così. A chi ha una responsabilità da coribante o vestale conviene l’esser in pochi. I felici pochi. A costituirsi quale gruppo elitario, addirittura prossimo all’entità minima. Per questo io ho sempre accennato ai Diecimila rifacendomi all’Anabasi di Senofonte. Diecimila italiani affini per tradizione e sangue … difficile, ora, trovarne più di venti, ma non dispero. Essere italiani, in tempi di fuliggine culturale, artatamente dispersa nei cieli di un mondo che si avvia a raggrumarsi in un’entità amorale unica, la Monarchia, equivale davvero a passare per la porta stretta. Il canapo nella cruna dell’ago. Essere italiani, italiani forti, intendo, significa provare brividi in luoghi precisi della Patria in cui il genius loci ci assale improvviso sino a rivelarsi nella sua squassante interezza. E tale rivelazione non è per tutti. Ci si deve preparare. La preparazione consiste in una liturgia lustrale che, a volte, in assenza di maestri, occupa l’intera esistenza. Riconosciamolo: si può morire senza essere mai stati Italiani. Comprendo: la parola Italia è pervertita da mille usi. Non so trovarne altre, però. Italia. L’Italia. Ho già accennato alla mistica italiana: una cura, una cerimonia; in vista della guarigione. L’Italia risiede nei libri, nei volti, nelle pietre, nei paesaggi; soprattutto in una trama invisibile agli occhi profani che diviene chiarissima a chi si è lavato ogni fuliggine dal corpo. La fonte del Sorga di Petrarca? Egli sapeva. Gli studi notturni di Machiavelli. Le acque rosse degli Etruschi. Il tempio della Fortuna di Palestrina. Rocce erratiche. Iscrizioni rupestri. Alberi. Ogni affioramento parla. Così come parla un rifiuto. Una sconfitta. O vivere una doppia vita che sorride di giorno e disprezza nell’intimo: tecniche di sopravvivenza in tempi di Rivoluzione Amorale. Dire un no che è un no: non per commentare un post: per vivere quel no. La fuliggine dell’Usura e dell’Amoralità ha ricoperto i nostri rifugi naturali. Ciascuno di noi rifulge su di essi come una falena indifesa. Vi siete mai chiesti perché il potere non affonda il coltello sino all’impugnatura? Perché ci tengono in vita? Perché, tutto sommato, serviamo. Servire è il  nostro destino. Servire, contenti della nostra condizione, mutato il gene da bianchi a carbonarii. L’alternativa è quella di resistere, come ha resistito la falena bianca, in attesa di una nuova mutazione epocale. Per quasi due secoli.

estratto da https://alcesteilblog.blogspot.com/2018/10/farfalle-e-piccioni.html

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