Falso, ma non troppo

aguzza la vista

Martina Carletti I commenti a questo screenshot esemplificano in modo cristallino la situazione drammatica che stiamo vivendo.
Non si riesce a:
– leggere un mittente correttamente;
– leggere correttamente ciò che scrive;
– interpretare il messaggio che contiene una evidente parodia del Di Maio;
– schiavi del proprio analfabetismo, i fans addirittura iniziano a lanciare insulti.
Intanto, però, mi pare chiaro che in molti dovranno ripartire dalle elementari.. Ciò è preoccupante, ed è un problema molto più grave di ogni altra questione politica.

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I non luoghi

La perdita di senso, l’assenza di identità personale e collettiva è perfettamente simboleggiata dal concetto di non-luogo. Il termine fu introdotto nel 1992 dall’antropologo e pensatore francese Marc Augé per designare gli spazi e i siti anonimi, privi di storia, staccati da qualunque tradizione, dovunque uguali a se stessi, stazioni, aeroporti, centri commerciali, autogrill, svincoli stradali, accomunati da uno schiacciante anonimato sino alla disumanizzazione, una soffocante riproduzione in serie disegnata da un architetto collettivo all’unico scopo di essere utilizzati, attraversati, fruiti e consumati da folle anonime eterodirette.

La sensazione è di essere circondati dai non-luoghi, e che essi stiano avanzando in maniera travolgente, trasformandosi nel principale elemento del panorama. Crescono in maniera informe, metastasi, rizomi che si gonfiano e tracimano da ogni lato. Nuovi non-luoghi sono i chilometri di strade che circondano quasi tutti i centri urbani. Sino a qualche decennio fa, c’erano campi, orti, case rurali, ville e rare attività industriali, oggi è un continuum di centri commerciali e capannoni industriali, non di rado svuotati dalla crisi industriale, intervallati da zone di abitazione che non ci sentiamo di definire residenziali, non quartieri o contrade, ma macchie, dormitori senz’anima. Le costruzioni sono prive di qualsiasi bellezza o ornamento, portando alle estreme conseguenze la pessima lezione viennese di Adolf Loos, secondo cui l’architettura è diretta espressione della cultura dei popoli, pervasa dal bisogno morale di eliminare ogni ornamento di stile, che rappresenta la mancanza del passato, la rottura definitiva con “prima”.

Ognuno edifica come gli aggrada: di qui la prevalenza del parallelepipedo e del cubo, ma anche trapezi, rombi, losanghe, il grigio del cemento a unificare, intristendolo, il paesaggio cromatico. Per contrasto, spiccano i colori abbaglianti e la grafica aggressiva di insegne e luci, destinate all’attenzione dell’ex viandante, ora consumatore e turista, con prevalenza di denominazioni in un inglese elementare, omaggio alla globalizzazione che impone l’identico, spacciato per internazionalità, cosmopolitismo avanzato contrapposto al vecchio che scompare. In realtà, più che sparire, le vestigia del passato, testimoni sgraditi dell’odiernità trionfante, vengono inghiottite, fuse per incorporazione forzata, oppure lasciate morire lentamente.

Roberto Pecchioli

estratto da https://www.maurizioblondet.it/lirresistibile-avanzata-dei-nonluoghi/

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Lettera di una maestra

Molti genitori parcheggiano a scuola i bambini mandandoli con la febbre a quaranta o dopo una notte passata in Pronto Soccorso, li scarozzano da un’attività all’altra perché i piccoli hanno bisogno di socialità e sport, organizzano feste con cento invitati in agriturismo per l’ottavo compleanno ma di loro si curano pochissimo. Quando tornano a casa i bambini si attaccano alle televisioni o alle console oppure ai telefoni e non danno più fastidio ai genitori che a volte rincasano alle nove o le dieci e i pargoli, per stare con loro, vanno a nanna alle undici o mezzanotte, magari guardano insieme un film horror di quelli che io non potrei mai digerire. Frequentano chat o videogiochi pieni di simboli occulti. Certi vanno nelle loro camere e si addormentano solo con la loro televisione accesa, altri ancora dormono nel letto con la mamma “single”. Molti genitori fanno tenerezza e a volte ci parlano come a psicologi o confessori delle loro vite sottosopra, raccontandoci compagni o compagne che girano, della assoluta difficoltà di educare i propri figli da soli e con un lavoro da sostenere e i bimbi da mantenere. Spesso sono persino più persi dei nostri alunni.

Leggi tutto su:

https://www.maurizioblondet.it/lettera-maestra-vedo-la-dissoluzione-nei-bambini/

Il declino e i gattini di Baudelaire

Ma quando si vive in un eterno presente nel quale ci si dice che si è raggiunto il massimo e tale massimo si concreta in una gerla piena di cose inutili che diventano il massimo obiettivo, tutto appassisce.

Il simplicissimus

a11Comincio con una domanda vietata ai minori di 50 anni: rifletteteci un  attimo: negli ultimi trent”anni di produzione letteraria, artistica, culturale, narrativa  avete letto, visto, ascoltato qualcosa di memorabile? Non dico buono, gradevole, divertente, curioso e via correndo lungo viale degli aggettivi, dico qualcosa capace di influenzare la vita, di rendere diversi, di costituire un’educazione emotiva, di liberare orizzonti, di diventare insomma linfa vitale? Non credo proprio a parte forse qualche concrezione di eccezionale cattivo gusto,  perché l’arte e la letteratura, la capacità espressiva, la comunicazione al loro più alto livello sono sempre alimentate da una tensione verso un cambiamento e un rinnovamento, sostenute da una visione del mondo, da aspirazioni verso  modelli ideali, qualunque essi siano, da una appercezione tridimensionale del tempo che è anche tempo della storia. Ma quando si vive in un eterno presente nel quale ci si dice che si è raggiunto il massimo e tale…

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Psicanalisi del voto

A sei giorni dal voto si è presentato in studio l’italiano medio, responsabile e vittima del verdetto elettorale insolubile, e si è steso sul lettino chiedendo un referto medico sulle molle psicologiche che lo hanno spinto a votare così, complice la legge elettorale.

Gli è stato subito riscontrato un prima affezione cerebrale: l’elettore italiano vota contro, la molla che lo spinge a votare è più di contrasto che di sostegno.

Tra i moderati e i conservatori la molla che prevale è la paura – dei comunisti, dei delinquenti, degli immigrati, delle rivoluzioni. Tra i progressisti e i radicali la molla prevalente è l’odio –verso i nemici, per definizione fascisti, razzisti, sessisti, omofobi, reazionari, corrotti – e odio verso la realtà, le sue limitazioni, i suoi confini. Ma il dato che li accomuna è il voto contro.

Anche il voto grillino è un voto contro, però non nel segno della paura e dell’odio ad hoc; ma dello schifo generale, del disprezzo, un voto contro ogni potere. Voto per lui è contrazione di vomito. Vomito ergo sum.

Il voto contro ha una matrice nell’indole cristiana dell’italiano: il voto è un esorcismo all’insegna del “Vade retro”. Come il sesso così il voto non va espresso per piacere, ma solo per procreare un governo; il resto è dominio di Satana.

Il voto “a favore” però un tempo esisteva e aveva due molle primarie: la convinzione e la convenienza, ovvero la molla ideale e ideologica, nel nome di una storia, un’appartenenza anche ereditata e un’aspettativa pubblica; e una clientelare e privata, nel nome di un posto o un vantaggio personale.

Ma la politica scarseggia di ideali e di favori. Di conseguenza si vota in prevalenza contro qualcuno o contro tutti. Il voto antifascista o anticomunista non tira più, invece tira il voto anticasta, il voto come ribellione, il voto-pernacchia, il voto del “tutti a casa i potenti”. Un voto che è la variante attiva dell’astensione: il passaggio dal non voto al voto non.

È un voto che premia chi è più lontano dal potere. Chi si schiera semplicemente per il No.

E poi tra le promesse non mantenute di chi è stato al potere e il reddito di cittadinanza dei grillini che non hanno precedenti di governo, milioni d’italiani hanno preferito scommettere sui nuovi.

La molla “positiva” del voto ai grillini è la loro verginità. Ancora una volta un mito religioso morto nella sfera sessuale e risorto in politica. I grillini non hanno precedenti, non hanno curriculum, non hanno storia, non hanno scheletri nell’armadio anche perché non hanno armadio; dunque meglio loro.

L’ignoranza diventa una virtù, l’incompetenza è vista come purezza, l’inesperienza è candore. Il voto ai grillini è un voto selfie, dato a uno di noi, uno qualunque, a caso. Una forma d’autogoverno, contro ogni mediazione e ogni classe dirigente.

Un delirio d’impotenza che si capovolge in delirio di autosufficienza.

Nonostante il pressing dei media e dei potentati che paventano l’intesa tra grillini e salvini per spingere all’intesa tra grillini e pidini, gli elettorati come gli schieramenti sono inconciliabili: possono al più condividere qualche ostilità.

Per esempio grillini e leghisti possono ritrovarsi sull’antieuropa, berlusconiani e 5Stelle possono ritrovarsi sull’antipolitica, grillini e sinistra radicale si possono ritrovare nell’antidiseguaglianze, grillini e pidini nell’antidestra e nell’antiberlusconismo, centro-destra e centro-sinistra possono convergere sull’antigrillismo che destabilizza.

Ma sulle convergenze allergiche, sugli anti, non si costruisce nulla di duraturo e di positivo.

Le forze populiste non sono componibili, perché rappresentano opposti populismi: meno tasse e meno negri per i leghisti, più redditi di cittadinanza e meno redditi alti per i grillini. Populismo identitario il primo, populismo web il secondo. Gli uni a trazione padana, gli altri a trazione terrona.

Siamo al caos perfetto, alla somma impossibile, ai vasi incomunicanti. Con un solo elemento mobile, la volatilità dei consensi, il tratto psicolabile di elettori ed eletti che rende il paesaggio fluttuante e interessante sul piano psicanalitico.

Alla fine, l’unica speranza in cui confidare è l’infedeltà degli elettori mutevoli o il trasformismo degli eletti, interessati a salvarsi il seggio, e quindi a tradire producendo confluenze e maggioranze. Dottore, dottore sarà grave? Ma no, è un miracolo che in quelle condizioni lei non sia già morto.

Del resto, qualunque scelta abbia fatto, non aveva alternative migliori

Marcello Veneziani

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60286

Maurice Hauriou

Il giurista francese non credeva che l’umanità vada in una sola direzione (del progresso) ma che periodi di progresso e di decadenza si alternino – e indicava come fattori di crisi il denaro e lo spirito critico; e come fattori di trasformazione (cioè di crisi, ma anche di rifondazione comunitaria e istituzionale) la migrazione dei popoli e il rinnovamento religioso. Prevedeva anche che lo spirito economicista finisce per distruggere perfino le proprie creature (come la speculazione finanziaria fa con l’economia reale).

Quanto allo spirito critico – che oggi si direbbe relativismo – la demistificava in una linea di pensiero che va da Vico ai pensatori controrivoluzionari come Maistre e Bonald, l’idea che il relativismo possa legittimare autorità e istituzioni. Non foss’altro perché, queste esistono per dare certezze. Senza certezze, senza fede, una comunità umana non può (alla lunga) avere un’esistenza. Può anche credere in un assoluto non trascendente, ma deve necessariamente avere un ubi consistam. Ogni popolo trova il suo: quel che è impossibile è non averlo. O averne uno incompatibile con la tradizione, lo “spirito” e i valori della comunità.
Nel concludere il libro Socci ricorda come il Risorgimento italiano fu viziato da un errore “l’idea  di unificare l’Italia non per via pacifica e federale come prospettava il papa, ma per via militare e sotto una sola dinastia fu devastante anche per il meridione d’Italia, dove da secoli governava una monarchia legittima quanto quella sabauda” Il nuovo regno nacque così (più per caso che per volontà del genio di Cavour) da una guerra civile e da una frattura col cattolicesimo (il non expedit), una cesura tra la tradizione nazionale e la novità istituzionale. Indebolendo così l’istituzione-Stato nazionale fin dalla nascita. Questa gracilità, aumentata dall’esito della seconda guerra mondiale, ci ha dato istituzioni, in particolare quelle della Repubblica, poco idonee a superare i momenti di crisi e a proteggere così la comunità nazionale, come successo in questi ultimi trent’anni.

Impunità

Citazione

L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz’altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l’interesse d’una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch’eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de’ più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa.
L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità.

Manzoni, “I Promessi Sposi”, cap. I

Agenzie educative

È proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati».

Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

http://appelloalpopolo.it/?p=39065

Antifa

(Lettera di Pasolini indirizzata a Moravia del 1973)

“Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista -e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili…”

“Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo”

(In “Scritti Corsari”, 1974)

Compagni

In principio la sinistra difendeva i lavoratori e la destra il capitale. Poi la sinistra, sedotta dalle utilità procurategli dal capitale (fondi privati per finanziare campagne elettorali, giornali di partito, scalate bancarie, elevato tenore di vita), ha tradito i lavoratori assumendo scelta contrarie all’interesse dei salariati. Per pulirsi la coscienza e perpetuare il suo presunto autodichiarato primato morale, ha sostituito i lavoratori con gli immigrati e gli omosessuali, gruppi che non identificano categorie sociali rappresentabili in un conflitto di classe. Meritevoli di attenzione dovrebbero essere i più deboli e non è poi così automatica e diretta la relazione tra forza di scontro e appartenenza alle suddette categorie. Cioè non si è “forti” o “deboli” perché omosessuali o immigrati, ma perché ricchi e politicamente sovrarappresentati o in alternativa poveri e politicamente sottorappresentati.
Così è accaduto che l’operaio, il lavoratore precario, i disoccupati e le persone più deboli nel conflitto tra interessi sociali hanno virato a destra. La destra ha fatto proprie le battaglie di sinistra e la sinistra si è scagliata contro il “populismo”, perché il “popolino ignorante” non capisce che dobbiamo salvare l’Africa accogliendo un continente intero nel nostro territorio o che oggi sono indispensabili norme che disciplinino l’affitto dell’utero o l’adozione di una coppia gay.
Se gli 8,5 milioni di italiani che sperimentano condizioni di povertà relativa (fonte ISTAT, 4,7 milioni in povertà assoluta) votano a destra è perché sono ignoranti, chiaramente. Questo scrivono su Facebook i miei amici “compagni” con l’iPhone di ultima generazione mentre sorseggiano un Mojito sotto l’ombrellone a Copacabana l’ultimo dell’anno. Cari amici, siete voi i responsabili di tutto, della “race to the bottom”, delle guerre tra poveri che stanno sfociando nella violenza e nel razzismo. È la sinistra che ha reso forte la destra, rinunciando a difendere i deboli di casa. Filosofeggiare sulla necessità di salvare il mondo mentre casa tua va a fuoco ha prodotto il risultato che aveta sotto gli occhi. Il razzismo lo state producendo voi, sostenitori dello ius soli, amici di sinistra che accettano il tradimento della classe lavoratrice e si puliscono la coscienza con l’accoglientismo scriteriato o il pink washing. Poi, magari, quando Mamadou passa per chiedervi due spicci, lo scansate via anche infastiditi, perché è insistente. Se ci scambierete due parole, col Mamadou che scansate, scoprirete che insiste perché ha fame e anche lui la pensa come me. “Siamo troppi, non c’è abbastanza per tutti”. Capito, “compagni” di Copacabana?

Gianluca Baldini

da LE STORIE DEL SIGNOR G una canzone proposta in ANNI AFFOLLATI (1972)