Ars longa, vita brevis

Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile è una locuzione in lingua latina il cui significato letterale è “la vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile”.

La frase non appartiene alla letteratura latina, ma è una traduzione successiva di un aforisma di Ippocrate di Coo (Aforismi, 1, 1), il cui originale è:

«Ὁ βίος βραχύς, ἡ δὲ τέχνη μακρή, ὁ δὲ καιρὸς ὀξύς, ἡ δὲ πεῖρα σφαλερή, ἡ δὲ κρίσις χαλεπή»
(Ho bíos brachýs, he de téchne makré, ho de kairós oxýs, he de peîra sphaleré, he de krísis chalepé).

L’aforisma è spesso citato in forma abbreviata Ars longa, vita brevis, con evidente richiamo a Seneca (De brevitate vitae 1, 1): “Inde illa maximi medicorum exclamatio est: «vitam brevem esse, longam artem»” (“Da ciò deriva quella celebre esclamazione del più grande dei medici: «la vita è breve, lunga l’arte»”), anche se il filosofo latino, traducendo, opera il chiasmo, dando rilievo maggiore al contrasto degli aggettivi.

Si tratta, in ogni caso, di una sintesi di saggezza morale che riunisce in un breve testo alcuni concetti cardine sia della filosofia che della metodologia ippocratea (sempre attenta a ribadire l’importanza dello studio e la difficoltà dell’analisi diagnostica) sia, più in generale, dell’antichità (la brevità della vita e la fugacità del tempo).

Nella sostanza, il messaggio è questo: in tutte le arti, la vita di un uomo è insufficiente per raggiungere la perfezione, che suppone l’esercizio progressivo di più generazioni.

Seneca, invece, nel riprendere l’aforisma, afferma polemicamente che la brevità non è connaturata in maniera ineluttabile alla vita, ma discende dall’insensatezza dell’uomo che disperde il suo tempo nei mille rivoli di inutili occupazioni.

Contributori di Wikipedia, ‘Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile’, Wikipedia, L’enciclopedia libera, 10 marzo 2017, 21:40 UTC, <//it.wikipedia.org/w/index.php?title=Vita_brevis,_ars_longa,_occasio_praeceps,_experimentum_periculosum,_iudicium_difficile&oldid=86446431> [in data

21 luglio 2017

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Discorso sopra un’insalata

Del resto improvvisazione e pressapochismo di quella che orgogliosamente si definisce imprenditoria, sono anche le stigmate dei clienti che il pensiero unico tende a far diventare dilettanti della vita, persone che si devono arrangiare nella precarietà, in mansioni via via sempre più semplici e che sono funzionali nella misura in cui rimangono subalterni e ignari di ogni rivendicazione di diritti.

Il simplicissimus

scolapasta_618Metà luglio, un caldo impastato al brusio incessante dei turisti, i ventilatori che cominciano a buttare nuvole di acqua spray per fare Vietnam, pozze d’ombra di strade famose che guardano a Trinità dei Monti quasi fosse un trompe l’oeil nella sua essenza di immagine che pervicacemente rifiuta di incarnarsi anche sotto la fatica dei gradini. E’ in questo luogo, nel dedalo attorno a via Condotti, che lunedì scorso si inaugura l’ennesima mangiatoia che esprime i diritti tracotanti del presente e dei suoi tavolini: un furgone scarica cassette di verdure fresche o già grigliate in qualche misterioso luogo dove per le ultime generazioni nasce il cibo e vengono invitati per primi proprio i commercianti della zona.

Uno tra questi decide di farsi un insalata con ortaggi e verdure a larghe falde che sceglie in proprio e che vengono depositati in un ciotola solennemente consegnata all’affamato al termine della composizione. Ecco adesso…

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Curzio Malaparte

Curzio Malaparte interpretato da Marcello Mastroianni nel film "La pelle"

Curzio Malaparte interpretato da Marcello Mastroianni nel film “La pelle”

Presentiamo un brano tratto da ‘Donna come’ di Curzio Malaparte, opera del 1940, ristampata da Arnaldo Mondadori sino al 1959 e poi dimenticata (fino al 2002 quando ci fu una ristampa per Vallecchi). Quest’opera oggi meriterebbe un’analisi nuova al fine di riascoltare una voce essenziale ed elegante; una voce storica che creò una scrittura unica, vera, coinvolgente.

Di recente abbiamo segnalato le vicende dell’archivio Malaparte. Domenica 16 giugno, il Corriere della Sera riferisce che, dall’archivio, è venuto fuori un testo in lingua francese dedicato Gino Bartali, atleta amato dallo scrittore toscano. Il testo non è firmato ma, secondo lo storico Matteo Noja, è da attribuire alla penna di Curzio. Anche per questo, rinnovare l’interesse sull’opera  malapartiana, che esprime ancora esperienze ed estetiche da codificare.

Indichiamo anche la pubblicazione di Giuseppe Panella, ‘L’estetica dello choc’ (2014), da poco ristampata dall’ editore Clinamen di Firenze. Il lavoro critico di Panella inquadra il tema della letteratura malapartiana e del suo ‘effetto choc’, un effetto  che costringe il lettore a confrontarsi con un’estetica letteraria intensa e con la bellezza distrutta dagli eventi del secolo breve. 

Da ‘ Donna come me’ – Capitolo ‘Città come me’

“Gli uomini li vorrei d’alta statura, e magri, dal viso  bruno, dai capelli neri e lisci. Intelligenti e furbi, lavoratori e sobri, cui piacesse il vino, ma con misura e, direi, con arte, perché l’allegria non voltasse mai in tristezza o in furore. Amanti di svaghi onesti e avidi più di pace che di ricchezza. Ma una certa segreta inquietudine mi piacerebbe metterla negli spiriti, ché gli uomini troppo soddisfatti, troppo sicuri di sé e degli altri, si rilevano incapaci di grandi cose.  Li farei inquieti e incerti del futuro, senza, tuttavia, rammarichi  o nostalgia del passato. Il rispetto delle tradizioni non dovrebbe mai giungere  al punto di farli nemici del nuovo. Gelosi, ma di donne, di cavalli, di cani, non di ricchezze , di potenza o di fortuna. Una gelosia non fosse né politica né sociale, bensì solo morale, e si volgesse  contro i più  intelligenti e i più audaci. Come si conviene in ogni città onesta, dove nessuno è profeta.

Le donne le sceglierei d’alto seno, di fianchi generosi, di belle spalle rotonde: e di bocca larga, segno di natura franca, aperta, cordiale, le labbra tagliate al riso e al canto. Gli occhi un po’ a mandorla. La fronte libera  e nobile, i capelli scuri, con qualche riflesso di rame intorno alle tempie. La gloria di una città sono le donne, la forza dei popoli nasce tutta dal loro grembo. Così le vorrei  generose forti: ché se un uomo, partendo per la guerra , lascia a casa una donna gretta, arida e vana, si mostrerà cattivo soldato. Ma se lascia a casa una donna una donna forte e coraggiosa , affronterà il nemico con furore, sembrandogli quasi di dover difendere la sua casa, il suo letto, i suoi bambini.

Di bambini vorrei che la città fosse piena , intenti a giochi, ai ruzzi, alle incruente battaglie. Che l’aria suonasse da mattina a sera delle loro risa, dei loro gridi, delle loro voci serene.  Una città che piacesse ai bambini. E vorrei che tutto vi fosse ingenuo e infantile: che la gioia libera e pura dell’infanzia, che l’innocenza di quell’età meravigliosa e segreta si vedesse nelle pietre, nelle foglie, nel colore del vento, nel lastrico delle strade, nelle facciate delle case, s’udisse nel cinguettio degli uccelli, nello stormire delle fronde, nel mormorio delle fontane, fine nelle voci degli uomini e nel canto delle campane.

Anche vorrei che la sera, in qualche stradina dietro le carceri, le ragazze  di una casa dalle persiane accostate uscissero sulla soglia a godersi il fresco, e spandessero intorno, nell’aria tiepida, un oscuro odore di crema e di rose sfatte. Le ragazze mezze nude, vestiste di camicie corte, trasparenti, o di vestaglie di trine e di galloni di raso. Tristi e sboccate, di quelle da pochi soldi, che ti sorridono grattandosi la schiena.

Una casa come questa ci vuole, in una città per bene: come ci vuole il Municipio, il Tribunale, le carceri, l’ospedale, il camposanto e il Monte di Pietà. Ma quel che proprio ci vorrebbe, e non se ne può fare a meno, è una macchia scura sul lastrico di qualche vicolo o meglio ancora in mezzo alla Piazza del Comune. Una goccia di sangue, e nessuno sapesse com’è piovuta, chi c’è morto, e perché. Una goccia rossa, appena sbiadita: e ne il sole, né il vento la potessero asciugare, né tutta l’acqua d’autunno riuscisse a lavarla. Che fosse come una macchia sulla coscienza della città: poiché una ragione di rimorso e di paura ci dev’essere, in una città, se si vuole che sia perfetta”.

http://www.barbadillo.it/67543-cultura-la-bellezza-delle-donne-e-il-sangue-della-citta-perfetta-secondo-malaparte/

Tu per chi tieni?

Ricordo perfettamente la prima volta che mi fecero questa domanda: ero davanti alle scuole elementari in attesa di entrare in classe, probabilmente era un lunedì, e le discussioni vertevano tutte sul calcio; la domanda mi colse alla sprovvista, visto che io non mi ero mai interessato alla cosa, e così dissi la prima squadra che mi venne in mente.

Da allora però, per non farmi trovare impreparato, mi premurai di seguirne i risultati e, per abitudine, lo feci fino al 1970, quando le vicende calcistiche smisero definitivamente di interessarmi.

Questo per dire che l’atteggiamento degli italiani verso la politica è analogo: in questi giorni seguono le cronache del loro partito preferito con lo stesso spirito di parte senza neppure la giustificazione di una partita che ne fissi inequivocabilmente il punteggio.

La contraddizione è che ormai nessuno va più allo stadio (lo dimostra la crescente astensione alle elezioni) ma non rinuncia a sprecare i suggerimenti su come condurrebbe lui la squadra.

Intanto chi gestisce il campionato aspetta l’esito, tanto, chiunque vinca, non cambia nulla.

Parità di genere: equità o ingiustizia?

di Emanuele Franz – 08/07/2017Parità di genere: equità o ingiustizia?

Fonte: Ereticamente

C’è un principio buono che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre e la donna.”

Pitagora, VI sec. A.C

Come mai tradizioni e scuole di pensiero fra loro distanti nel tempo e nello spazio sono pervenute alle stesse conclusioni? Per il pensiero indù la donna è ammessa sono ai misteri iniziatici inferiori, ma non a quelli superiori; per la metempsicosi greca, sostiene il Filosofo Platone, l’anima si incarna nel corpo della donna per espiazione di colpe commesse nella vita precedente. La misoginia fu ampiamente radicata nelle civiltà più nobili che l’umanità abbia conosciuto. Perché? Sosteneva Aristotele che:

“La femmina è femmina in virtù di un’assenza di qualità.”

Le principali scuole spirituali, esoteriche ed alchimistiche, da sempre hanno attribuito alla donna il simbolo della terra e dell’acqua, della luna, e all’uomo il simbolo del fuoco, del sole, dell’aria. Perché?

Intuitivo nel simbolo è che l’acqua va in basso, il fuoco va in alto. Il fuoco, come il sole, produce la luce mentre la luna non fa che rifletterla incapace di produrla. La donna da sempre è rilegata agli aspetti più bassi della terra, della materia, di contro all’uomo che da immemore tempo è legato allo spirito e alla luce. La stessa parola “Madre”, “Mater” significa materia, terra, opposta allo spirito. E non è forse vero che l’acqua spegne il fuoco? Per gli antichi la donna non genera veramente ma conserva, come la luna non è capace di produrre luce ma solo di rifletterla. Perfino i miti acclamano il male ingenito al ventre materno. Eva porta ogni male nella tradizione ebraica, Pandora porta il vaso contenente ogni male per l’uomo ingannando il titano.

Nel tribunale che gli Dei istituiscono per giudicare Oreste colpevole o meno dell’uccisione di sua madre Clitennestra, ci racconta Eschilo nell’Orestea, egli viene assolto a pieno titolo dopo l’intervento di Apollo che adduce che il vero genitore è il padre non la madre, che è questa solo una guaina e che il solo che ha il dono del generare è il padre. D’altra parte perfino le etimologie delle parole arguiscono queste considerazioni. Il seme, attributo fondamentalmente maschile, è il latino Se-Mens, portatore di Spirito, attraverso il quale, secondo la paideia greca (παιδεία), si trasmetteva la Conoscenza da Maestro a Discepolo, conoscenza dalla quale la donna era apoditticamente esclusa per natura. Al Simposio greco non partecipa né moglie né figlia e per Aristotele l’inferiorità della donna è sistematica su tutti i piani, anatomica, fisiologica e spirituale, corollario di una passività metafisica dove estrinseca il suo difetto, la sua mutilazione. Tinteggiate il più delle volte come sanguinarie, malefiche e dedite all’arrivismo, sono eclatanti le figure di Medea, Circe ma anche la citata Clitennestra, che uccide il marito Agamennone con l’inganno. Nell’Odissea di Omero Agamennone, ormai nel regno dei morti, mette chiaramente in guardia Odisseo dal non rivelare i suoi progetti nemmeno alla donna che ama, Penelope. Ippocrate sosteneva che ogni organismo porti seco un seme identico e androgino, tuttavia egli affermava che la parte femminile di questo seme era, per sua qualità congenita, inferiore della parte maschile.

Perché pensatori, sacerdoti, culture e civiltà diversissime fra loro hanno affermato che la donna non è che terra dal quale poi diparte poi il fiore maschile della vita e dell’intelletto. È evidente, a una analisi più approfondita della filosofia antica, che quand’essa si riferisce alla donna si sta riferendo ad un Principio femminile e non alla donna comunemente detta, bensì a tutto un principio cosmico che è quello lunare e ctonio. Evidentemente si tratta del fatto che gli antichi hanno visto una profonda verità dietro al simbolismo del maschile e del femminile, simboli che tutt’altro che esaurirsi nell’identità biologica di uomo e donna, tradivano un ordine metafisico più alto, una diade fra il principio di espansione e il principio di contrazione, fra il principio dell’emissione e della ricezione. E questa tensione perpetua, questa Polemos, a detta di Eraclito, generava tutto il mondo visibile e invisibile.

Sembra, di primo acchito, che leggendo così superficialmente le teorie degli antichi sulla donna se ne possa dedurre, anacronisticamente, che essi odiassero le donne e le disprezzassero, ma non è così. Ad una analisi più approfondita scopriamo infatti che le donne avevano un largo ascolto e venivano elevate a Divinità. Grandi sono le donne che hanno avuto licenza poetica, le figure di sacerdotesse, consigliere, maghe e ancelle che sono assurte dai miti come centrali, pur mai avendo diritti di espressione politica. Si pensi solo al Mito delle Amazzoni, le donne guerriere. Le vestali, le ancelle della Dea Vesta, oppure le Pizie del Tempio di Apollo di Delphi, avevano un Sacerdozio al quale perfino gli uomini si sottomettevano. A Sparta i discepoli della Dea Artemide si sottomettevano a Lei e si facevano frustrare a sangue. I Coribanti della Dea Cibele si umiliavano per la Dea al punto da fustigarsi i genitali per obbedirLe. In India da una parte si sosteneva che l’oscurità del mondo era interamente da attribuirsi alla Dea Kalì, dall’altra però la si venerava in modo viscerale. Kalì, come il ventre materno, ci tiene all’oscurità nella sua placenta, al buio, relegandoci nella menzogna, lontani dal mondo delle Idee di Siva. Eppure proprio per questo è esaltata a massima potenza dell’universo. E perché?

Ma perché il principio femminile è necessario in quanto emanazione della stessa unità Divina che ha generato il maschile. La ricezione e l’umiliazione sono tanto necessarie quanto la creazione e la gloria. Tutte le vette sorgono dagli abissi, declamava Nietzsche. In ultima analisi per gli Indo-Ellenici tutto ciò che esiste è femminile, tutto il mondo dell’apparenza sensibile è naturato di femminilità, poiché ha avuto la ricezione della rivelazione. E per questo va adorato. La Dea va adorata proprio perché principio sottrattivo e non additivo. L’universo intero è un utero, o, per dirla con Platone, una caverna che proietta sullo sfondo l’ombra delle idee. Siamo tutti dei feti che ancora devono nascere e siamo cinti da una placenta divina.

Il Principio maschile è superiore al Principio femminile?

Per la filosofia antica la risposta è “Sì”; il maschile è superiore al femminile. Ma spieghiamo il senso di questa risposta affermativa. Abbiamo già detto che le donne erano considerate portatrici di un principio oscuro ed infero, a differenza di quello solare, maschile, portatore di luce e ragione. Come accennato sopra l’alchimia ha associato il fuoco al maschile, e l’acqua al femminile, e il fuoco va in alto e l’acqua va in basso come tutti sappiamo. Inoltre, nel mito greco Urano (Οὐρανός, Ouranós) il Cielo stellato viene evirato da Crono, uscito dal ventre della Dea Gaia, la terra.

Il cielo sta in alto e sovrasta la terra che è in basso, basta guardare fuori dalla finestra per constatarlo: il cielo, principio celeste e solare, sta sopra al principio terrestre e femminile. Questa è l’evidenza più chiara e naturale che abbiamo, nessuno ha mai visto il cielo stare sotto la terra! Ebbene, queste differenze geometriche, sono appunto differenze di valore. Se si parla di alto e di basso, di sopra e di sotto, allora si sta parlando di superiore e inferiore, ovvero di superiorità e inferiorità. “Inferiore” significa appunto –inferus-, basso, infero, che sta sotto, ovvero terrestre.

Ma ancora, si pensi al simbolo della croce celtica, che è l’unione di maschile e femminile, ovvero l’unione del simbolo del salnitro, (│), con il simbolo alchemico del sale (─) che porta alla croce appunto (┼), il sale sta nella terra, in basso, il salnitro è principio creatore che va in alto, e anche nel simbolo grafico è evidente di una differenza sull’alto e sul basso. Principi complementari certo, da porre in equilibrio, ma complementarietà ed equilibrio non tolgono ancora il diritto di considerarli uno superiore e uno inferiore. Considerare inferiore un Principio, e la sua manifestazione fisica, nella fattispecie nella donna, non significa per questo non rispettarlo, negarlo, eliminarlo od oltraggiarlo, tanto che abbiamo già detto che anzi, Esso è frutto di adorazione. Parimenti va considerato senza mai confonderlo. Al cielo ciò che compete al cielo e alla terra ciò che compete alla terra. Rendere paritari questi due principi, ovvero eguagliarli, disconoscerli in quanto tali, significa rovesciare l’intero equilibrio del mondo, attentando a una sovrastante armonia universale.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59131

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Il brodo primordiale

E’ una pubblicazione che potete leggere e scaricare qui:

altre notizie al link http://anni60.terzapagina.info/paolog/cronache.htm

Di nuovo, rispetto a un precedente articolo su apoforeti, il metodo di pagamento semplificato su Pay Pal

L’importo di 5 euro è precompilato, basta solo specificare il numero richiesto e la vostra mail

Saggezza antica

“Alla fine del primo settenario i denti da latte vengono sostituiti dai denti veri, alla fine del secondo si raggiunge la maturità sessuale, al terzo all’uomo spunta la barba (corrisponde cioè all’inizio della sua identità psicologica), il quarto è l’apogeo dell’esistenza umana, il quinto il momento del matrimonio, il sesto porta la maturazione della ragione, il settimo al compimento della comprensione e della ragione, l’ottavo è il momento della contemplazione, il nono il dominio delle passioni e quindi la giustizia e l’indulgenza. Tuttavia” ci dice Filone con un espressione che si è conservata nel tempo ” è meglio morire nel decimo, poiché quanto resta ancora da vivere all’uomo non è che fragile ed inutile vecchiaia”.

Filone di Alessandria

George Sorel

Ecco!  Vi mostro l’ultimo uomo (Zarathustra).

Macron-Soros-Hamon, sono un trio vincente?

Niente di meglio che un buon classico per consolarci di vivere nel 2017.
Nel Le illusioni del progresso Georges Sorel descrive dei  tempi che andavano più lentamente. Florilegio:

“La democrazia, da quando crede di essersi assicurata un lungo avvenire,  e con i partiti conservatori scoraggiati, non prova più la stessa necessità del passato di giustificare il suo diritto ad esercitare il potere con la filosofia della storia.”

Politica? Finanza?

“Lo spettacolo scoraggiante dato al mondo dai pirati della finanza e della politica spiega il successo che gli scrittori anarchici hanno ottenuto per lungo tempo.”

La delusione della democrazia parlamentare è stata rapida. Bakunin osservava che non aveva impiegato più di 5 anni ad annientare l’Italia.

Bakunin (Opere, 1911 Tomo V) sulla povera Italia:

“Uscita da una rivoluzione nazionale, vittoriosa, ringiovanita, trionfante, avendo anche la fortuna così rara di possedere un eroe, Garibaldi,  ed un grande uomo, Mazzini, l’Italia, questa patria dell’intelligenza e della bellezza,sembrava che dovesse sorpassare in pochi anni tutte le altre nazioni per prosperità e grandezza. E invece le ha passate tutte in quanto a miseria. Meno di 5 anni di indipendenza erano stati sufficienti per rovinare le sue finanze, e affondare  tutto il paese in una situazione economica senza uscita, per uccidere la sua industria, il suo commercio e ciò che più conta, per distruggere nella gioventù borghese quello spirito di dedizione eroica sul quale per più di trent’anni aveva fatto con forza leva Mazzini.”

Sorel  vede che il declino della spiritualità è compensato da una crescita parallela della tartuferia borghese mista alla religione. Lo sfondo resta lo stesso: de-cristianizzazione, relativismo, cinismo della gente.

Religione sbiadita?  Papa Francesco?

“Un clero più o meno incredulo, che lavora di concerto con le amministrazioni pubbliche, per migliorare la sorte degli uomini; ecco ciò di cui si accontenta moltissimo la mediocrità.”

Ma la sorgente del sublime si inaridisce:

“Le persone religiose vivono di un’ombra. Noi viviamo dell’ombra di un’ombra. Di che cosa vivranno i nostri successori?”

E Sorel evidenzia uno sviluppo di tartuferia religiosa tra gli scienziati, che poi ha conquistato tutti i credenti ingenui:

“Assistiamo ad uno spettacolo che sembra, al primo approccio, paradossale: degli scienziati che hanno rifiutato tutto ciò che la Chiesa considera come fondamento della fede, adesso pretendono di restare dentro la Chiesa. “

La Chiesa è già una Organizzazione Non Governativa (ONG) incaricata del controllo sociale:

“Al giorno d’oggi i cattolici sociali vorrebbero che il clero organizzasse delle associazioni contemporaneamente educative ed economiche, adatte a condurre tutte le classi sociali a comprendere i loro doveri nella società. Secondo il loro piccolo giudizio, si potrebbe ristabilire l’ordine che viene gravemente turbato dalle temerarie avventure del capitalismo .

In definitiva, tutta questa religione sociale mancava di valore religioso; i cattolici sociali pensano a fare regredire il Cristianesimo verso questa mediocrità.

Come dice  Huysmans, Sorel sottolinea la nullità dell’arte cristiana (Huysmans  la chiama  voglia di volgarità):

“L’estrema bassezza dell’estetica cattolica attuale ostacolerà molto qualunque tentativo di rinascita religiosa.”

Sulla democrazia ancora Sorel  aggiunge:

“Basta guardare intorno a noi per riconoscere che la democrazia è una scuola di servilismo, di delazione e di demoralizzazione.
Ci siamo abbassati agli imbonimenti elettorali che permettono ai demagoghi di comandare come dei sovrani le loro truppe e di assicurare a se stessi una vita felice; qualche volta degli onesti  repubblicani cercano di dissimulare l’orrore di questa politica sotto una maschera filosofica, ma è sempre facile strappare il  velo”.

La plutocrazia è più pericolosa dell’aristocrazia. E per una buona ragione:

“L’ esperienza sembra dimostrare che gli abusi commessi a vantaggio di un’aristocrazia ereditaria sono, in generale, meno pericolosi per la coscienza giuridica di un popolo, degli abusi provocati da un regime plutocratico; è assolutamente certo che niente è più adatto a mandare in rovina il rispetto della legge che lo spettacolo delle malefatte perpetrate con la complicità dei tribunali, da avventurieri che sono diventati così ricchi da poter comprare gli uomini di Stato.”

La ricchezza è finanziaria, artificiale, già slegata dall’economia reale.
Sorel constata prima di Gramsci:

“Nella formazione delle grandi fortune attuali, le speculazioni finanziarie hanno avuto un ruolo ben più importante che le fortunate innovazioni introdotte nella produzione da abili capitani di industria. E così la ricchezza tende sempre più ad apparire come indipendente dall’economia e dalla crescita produttiva e perde anche ogni contatto con i principi del diritto civile.”

Anche Wagner e la sua arte decadente non gli piacciono ( Sorel pensa qui come il conte Tolstoi di  “Che cosa è l’arte?” ):

“Wagner ha probabilmente ragione quando dice che l’opera costituisce la forma più avanzata dell’arte drammatica; l’opera costituisce, in effetti, una rinascita degli splendori delle feste barbare e delle feste della decadenza romana.
Wagner ha dovuto essere un grande ingenuo per immaginare che il suo teatro potesse essere educativo;  le persone che vanno a Bayreuth non si sognano proprio di diventare degli eroi germanici! – Nessuno segue una commedia con l’idea che sia adatta a correggere i costumi o una tragedia per allenarsi alla virtù.”

Sorel  definisce allora una psicologia della mediocrità moderna (non c’è bisogno di Juppé né di Lady Gaga ):

“ Dunque,  via via  che noi abbiamo preso in esame degli ambiti nei quali si manifesta più liberamente la nostra intelligenza, abbiamo riconosciuto che la mediocrità esercita il suo predominio nel  modo più completo.
Ciò che in questo studio è stato chiamato con il nome peggiorativo di mediocrità, è ciò che gli scrittori politici chiamano democrazia; dunque è dimostrato che la storia rivendica l’introduzione della democrazia. “

Ai giorni nostri non sono più i socialisti  recuperati dal sistema parlamentare che mugugnano, ma gli anarchici:

“Questa apologia della democrazia non è priva di seri pericoli; ha portato all’anarchia molti giovani negli ultimi vent’anni… ha mostrato che  in Francia gli animi erano desiderosi di trovare una via verso la grandezza; non bisogna stupirsi se molti anarchici si sono gettati nel sindacalismo rivoluzionario che a loro è parso adatto a realizzare qualcosa di grande.”

Per terminare,  un piccolo rimprovero a Karl Marx.

“Il grande errore di Marx è stato di non rendersi conto del potere enorme che nella storia appartiene alla mediocrità; né gli è venuto il sospetto che il sentimento socialista (così come lui lo concepiva) sia estremamente artificiale;  oggigiorno assistiamo a una crisi che minaccia di mandare in rovina tutti i movimenti che si possono ideologicamente fare risalire al marxismo.”

Sorridete, non è ancora finito.

http://www.ereticamente.net/2017/06/george-sorel-e-la-crescita-della-mediocrita-moderna-nicolas-bonnal.html

Le colline

  • La Storia (con la esse maiuscola): la gente (io, perlomeno) non vuole venire in un determinato posto a sposarsi perché ci sono le colline. Si potrà iniziare sempre con “Nell’incantevole sfondo delle famose colline ***…”!? Le colline (parliamo dell’Italia Centrale) non sono famose per essere delle colline. A casa mia ho i Colli Euganei, a casa dell’Orso c’è l’Irpinia, gli Appennini attraversano l’Italia, lo vuoi capire che il tuo selling point non è “le colline”? Cosa mi rappresenta una vacanza in collina? Le persone (almeno così credo io, che confido nell’intelligenza e nella cultura della massa molto più degli albergatori, a quanto pare) non viene in Toscana per vedere delle colline verdi. Viene perché in quel preciso paesaggio è passata la storia, perché tra quelle colline è stato possibile immaginare una città ideale e un uomo ideale, perché in quel clima e circondati da quella natura si sono formate città-stato che hanno speso i loro fondi per attirare quelli che all’epoca erano i migliori ricercatori, musicisti, artisti. Che hanno valutato l’arte come mezzo per darsi lustro e vantarsi con i vicini. In quel preciso paesaggio collinare hanno dovuto difendersi dagli attacchi degli altri costruendo mura, torri e rocche. Chi ci viene, non viene a vedere una collina verde. L’avrebbe vista a casa sua. Viene per sentirsi immerso nella storia, in una storia precisa, quella del periodo che va dal 1200 al Rinascimento, che ha posto le basi per i valori e il vivere civile come lo conosciamo oggi. Di paesaggi belli il Mondo è pieno. E pure di colline. Ma perché non vi sforzate di capire che le vostre sono uniche? Qualche riferimento a casaccio a Leonardo (è passato di qui) o a Michelangelo (è nato qui, un giorno si è seduto su questa pietra), non vi salverà. Chi se ne frega di attirare masse di gente che prende esattamente quello che si aspetta (il posto famoso, perché l’ha visto in un film)? Perché a quelle masse non  si può dare qualcosa di più? Insegnare magari, qualcosa? E invece no, le uniche lezioni che vengono pubblicizzate sono quelle di cucina italiana.

Popolo bue

La irresistibile tendenza ad agglutinarsi davanti a qualunque  maxi schermo e a  cantante pop  o sagra,   è  condivisa dalle masse in tutto l’Occidente, specie (ma non solo) giovanili.  Può esser dovuta  nei giovani, ma anche nei trentenni o quarantenni millennials, alla sensazione (ahimé fondata)  di vuoto ontologico. Alla  oscura angosciosa consapevolezza di  non  ”essere”, che si cerca  di placare con un surrogato, l’”esserci”:  essere là dove sono tutti i coetanei  poco essenti, fare le loro stesse cose nello stesso  momento.  Nell’agglomerarsi degli italiani mi sembra però di vedere un sovrappiù, molto più antico. Quello  di cui già parlò Leopardi: “Tutta vestita a festa, la gioventù del loco…per le vie si spande – e mira ed è mirata e in cor s’allegra”.

L’italiano d’oggi fa tanta fatica ad  essere un uomo all’altezza del moderno e della sua complessità, che quando può  cerca di affondare il suo quasi inesistente Io nell’antico rito paesano-cafonesco,  meridionale  e  contadino dello “struscio”.  Allora è beato, e in cor s’allegra: oggi come nell’800. Il punto è che in una grande città, uno struscio di 30 mila sopravvenuti diventa qualcosa d’altro, e comporta dei rischi che il villan rifatto non è in grado di valutare.

So quel che dico. Ormai da una vita  vedo rigurgitare nell’italiano collettivo questo riflusso rurale, anzi bracciantile, e mi domando: dopo un  secolo di sviluppo industriale, dopo essere stati la quinta potenza economica, come mai questi sembra che abbiano appena lasciato la vanga, abbiano ancora le scarpe nella zolla  e si siano ripuliti i calli dal  terriccio? E’ un  mistero. E’ un sedimento di  contadineria, che bisogna riconoscere  ineliminabile, dopo tanto sviluppo.

http://www.maurizioblondet.it/si-dice-popolo-bue/