Macondo

Relativamente simile si rivelò l’esperienza di Macondo[61], sorta per iniziativa di Mauro Rostagno, allora ex militante di Lotta Continua in seguito ucciso in un agguato mafioso in Sicilia nel settembre 1988. Situato in via Castefidardo 7, Macondo (nome esplicitamente tratto dal romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez) era sorto nell’ottobre 1977 come un locale che si proponeva di essere un «luogo di incontro, aggregazione, comunicazione del movimento», e dove per questo scopo si trovavano «un ristorante, un bar, negozi di artigianato, un cinema, una biblioteca e poi una scuola di danza, collettivi fotografici, grafici, audiovisivi»; era, per usare le stesse parole di Rostagno, «frequentato da tutti a Milano, dai giovani, dai freaks, dalla ex nuova sinistra, da molti intellettuali, da molti democratici»[62]; a Macondo infatti potevi incontrare:

gli intellettuali, i sottoproletari della cintura, i ragazzini scappati di casa a 15 anni, i radical-chic, i poveri e i ricchi, quelli delle classi alte e quelli delle classi basse e quelli che non avevano classe, c’erano donne e maschi, c’era gente che non sapeva se era maschio o femmina, gente che pensava di essere maschio essendo donna e viceversa, gente che non pensava nulla, i pazzi, gli emarginati, gli sfigati, i curiosi, chi veniva lì per parlare bene, chi per parlare male[63].

Vi si erano tenuti incontri con il filosofo André Glucksmann e lo psichiatra David Cooper, una mostra del disegnatore Moebius, un convegno di Magistratura democratica. Macondo fu anche casa editrice d’arte avendo prodotto una serie di cartelle litografiche fatte appositamente da artisti del calibro di Valerio Adami, Enrico Baj, Jean Michel Folon, Renato Guttuso, Giacomo Manzù, Luciano Minguzzi, Henry Moore e altri ancora. Va inoltre ricordato come Macondo non ebbe buoni rapporti con partiti e movimenti della sinistra milanese: il PCI, l’MLS (Movimento Lavoratori per il Socialismo), la stessa Autonomia operaia accusavano i frequentatori di Macondo di disimpegno politico[64]. In seguito ad intervento della polizia, in cerca di prove su una presunta attività di spaccio di droga nei suoi locali, Macondo venne chiuso il 22 febbraio 1978[65]. La causa scatenante l’operazione della polizia e la chiusura del locale fa data dalla distribuzione al Macondo del facsimile di un biglietto del tram con scritte che invitavano all’utilizzo dello stesso biglietto come filtro per spinelli; arrestati e rinviati a giudizio anche i protagonisti della breve esperienza di Macondo, così come quelli della sede di “Re Nudo”, furono poi prosciolti in sede processuale.

Nicola Del Corno

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

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Il barone folle

Si chiamava così una trasmissione di Radio Alto Ferrarese (probabilmente per una citazione da Hugo Pratt), ma il personaggio è realmente esistito:

15 Settembre 1921. A Novonikolaievsk (oggi Novosibirsk, in Siberia) un plotone d’esecuzione fucila il barone Roman Feodorovitch von Ungern-Sternberg; ha 36 anni. Lui stesso dà l’ordine di sparare.
Era nato a Graz (in Austria) ma aveva vissuto a Reval (oggi Tallin, Estonia), in una delle famiglie dell’antica nobiltà tedesca del Baltico. Tra i suoi antenati: cavalieri crociati, nobili baltici membri dell’Ordine Teutonico, ma anche alchimisti e corsari. La sorella era sposata con il filosofo Hermann Keyserling.
A 18 anni era entrato nel Corpo dei Cadetti dello Zar a San Pietroburgo.
Durante la Guerra russo-giapponese chiese inutilmente di poter andare a combattere ma ai cadetti non era concesso e fece in modo di essere espulso dalla Scuola per raggiungere la Manciuria ma quando si mise in viaggio il conflitto era già finito.
Partì quindi verso Est, a cavallo e con la sola compagnia di un cane, viaggiò per un anno, lungo i percorsi dei nomadi, giungendo fino a Urga (oggi Ulan-Bator), capitale della Mongolia.
Entrato nell’Accademia militare ne uscì finalmente con il grado di ufficiale nel 1909. Fu assegnato ad un reparto di Cosacchi e inviato in Siberia.
Particolarmente predisposto all’apprendimento delle lingue, giunse a parlare correttamente il russo, il tedesco, l’estone, l’inglese, il francese e vari dialetti asiatici.
A 26 anni, con la cacciata dei Cinesi dalla Mongolia, ricevette dal Buddha Vivente il comando della cavalleria mongola. Seguì un periodo di viaggi nell’Europa occidentale: in Austria, in Germania, in Francia. Niente però lo interessava veramente, niente per lui era più affascinante delle terre siberiane.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale si trovava a Parigi e rientrò immediatamente in Russia per riprende il suo posto militare.
Al comando di uno squadrone di Cosacchi, nel giugno 1915 combatté contro gli Austro-ungarici sui Carpazi.
Nel corso dei combattimenti in Galizia e in Volinia fu ferito quattro volte; per l’eroico comportamento fu decorato con la Croce dell’Ordine di San Giorgio, con la croce dell’Ordine di San Vladimiro e con quella dell’Ordine di San Stanislao.
I suoi combattimenti proseguìrono sul fronte armeno contro i turchi nel 1916 al fianco dell’atamano Grigorij Semenov.
All’inizio della rivoluzione bolscevica, a Reval, Roman von Ungern-Sternberg organizzò reparti di Buriati per affrontare i bolscevichi, poi raggiunse il suo amico, l’atamano Semenov nei pressi del lago Baikal, e formò un Reggimento contro-rivoluzionario, formato da mongoli, cosacchi, serbi, giapponesi, coreani e cinesi iniziando gli attacchi contro l’Armata Rossa in Manciuria e Siberia.
Nel 1918 formò un governo provvisorio contro-rivoluzionario in Transbajkalia, lanciando l’idea (un sogno al quale puntò concretamente) della realizzazione di una Grande Mongolia reazionaria dal lago Baikal al Tibet e dalla Manciuria al Turkestan.
Strumento di guerra dei suoi progetti geopolitici era l’esercito che aveva formato e che aveva chiamato Divisione Asiatica di Cavalleria.
Nel gennaio 1919 a Cita organizzò una Conferenza pan-mongola, con buriati, mongoli e altre minoranze.
In quella occasione sostenne l’idea della restaurazione di una teocrazia lamista, evocando Gengis Khan e la restaurazione dell’ordine tradizionale dell’Eurasia.
Inviò anche un suo rappresentante alla conferenza di pace a Versailles ma i suoi progetti furono silurati da uno dei comandanti delle Armate Bianche, l’ammiraglio Koltchak,
I sovietici lo temevano più di tutti gli altri avversari, considerandolo il più formidabile nemico, da annientare. “Vive circondato da lama e da sciamani… Si proclama buddista per il gusto dello scandalo e dell’insolito. Ma sembra piuttosto far parte di una setta anticristiana e antisemita baltica. I suoi nemici lo chiamano “il Barone folle”… E’ soprattutto il più duro e coraggioso dei suoi cavalieri”, dicevano di lui i Rossi.
Scriverà di sé: “Mi piace essere chiamato Barone folle. In un mondo capovolto come il nostro dalla Rivoluzione, le menzogne sono divenute verità e la saggezza derisione. Per Trotzski, fermo nel suo sogno messianico, io sono dunque un pazzo. Quale omaggio alla mia lucidità! Quando l’universo crolla, tutto diviene possibile. Mille cavalieri possono ancora sollevare l’Asia. E’ sufficiente un capo dal pugno di ferro”.

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Il brodo primordiale

E’ una pubblicazione che potete leggere e scaricare qui:

altre notizie al link http://anni60.terzapagina.info/paolog/cronache.htm

Di nuovo, rispetto a un precedente articolo su apoforeti, il metodo di pagamento semplificato su Pay Pal

L’importo di 5 euro è precompilato, basta solo specificare il numero richiesto e la vostra mail

Liberazione

Enrico Tartagni non so…mio zio Ugo nel 1944 ritornato vivo dalla Russia coi resti dell’Armir andò poi nel 1945 su in collina in Romagna con Boldrini e prima di partire a fare il partigiano (per chi?) era in famiglia col mio nonno la mia nonna e alcuni suoi fratelli (erano 4 fratelli non c’era lo zio Renato che era in Sardegna a metter bombe nei cingoli dei panzer), c’erano lo zio Renzo e mio babbo Nino e mentre lo zio Renzo (che lo aveva salvato allo zio Ugo alla stazione di Verona dove lo ritrovò in tradotto congelato ai piedi) che era del ’07 aveva una Famiglia da badare il mio babbo era solo del 10 ed allora Ugo domandò, in romagnolo, a Nino: “vieni anche te con me?” il mio babbo rispose: “no, non vengo a sparare di nascosto alle spalle a dei soldati e in inoltre, chi resta in casa col babbo e con la mamma?” ecco, non so, il mio babbo non era mica fascista, no, era repubblicano di quelli del vecchio patriota Giuseppe, e tentava di costruire un futuro per viverci decentemente e forse adesso, ed anche prima avevo, io ho da imparare dal suo passato e dalla sua storia di uomo e di padre

 

I misteri del Caos

“I vincitori sono quelli che scrivono la storia. Questo è quello che viene scritto nei nostri libri di scuola, non la vera storia come si è svolta, ma una storia favorevole al campo dei vincitori.  La storia ha cessato da tempo di essere una sintesi di tutta l’umanità, oggi appartiene solo ad una manciata di individui “.

Maxime Chattam, The mysteries of chaos (I misteri del caos)

L’unica cosa era andare a vedere i documenti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cercare di capire cosa fosse davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. È nato così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro uscito in questi giorni col titolo I prigionieri dei Savoia: che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino ad ora. Come previsto, si è subito scatenata sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, vengo graziosamente paragonato al dottor Goebbels.

Però stavolta c’è anche qualcos’altro: sul sito compaiono, e sono sempre di più, interventi di persone che esprimono sgomento davanti all’intolleranza di certe reazioni, che sollecitano un confronto sui fatti, che vogliono capire. Col mestiere che faccio, dovrei aver imparato a non farmi illusioni; e invece finisco sempre per farmene. Forse, dopo tutto, sta tramontando la stagione in cui in Italia si poteva impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese, senza che questo provocasse reazioni pubbliche e senza doverne pagare le conseguenze in termini di credibilità e di onore.

 

fonte: “La Stampa”, 21.10.2012

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Ritorno a Keynes

di PIER PAOLO DAL MONTE (chirurgo e saggista)

«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe dei ricchi che ha scatenato questa guerra, e la stiamo vincendo» così affermava Warren Buffet al New York Times nel 2006. Questa dichiarazione di vittoria dovrebbe far riflettere. Dovremmo domandarci che cosa sia successo, negli ultimi decenni, per farci apparire questa vittoria talmente ovvia da non provocare reazione alcuna. Certo, sarebbe superficiale e inesatto parlare, come fanno gli aedi sempliciotti à la Francis Fukuyama, di “fine della storia”, versione lievemente più elaborata del thatcheriano T.I.N.A. (“there is no alternative” – non c’è alternativa); tuttavia, appare evidente che in questo determinato periodo storico si sia affermata una versione particolarmente aggressiva e totalitaria di un capitalismo” (termine peraltro piuttosto sfuggente alle definizioni) che, in altre epoche, era dovuto venire a patti con istanze politiche che ne attenuavano il dominio sulla società.

Scheda-radicals.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698Il dopoguerra, nelle varie nazioni europee, (“in certe parti più, e meno altrove”) è stato caratterizzato da una sorta dinuovo patto sociale” che, per brevità, e quindi con una certa imprecisione, potremmo definire  “modello BeveridgeKeynes”. Un modello caratterizzato da una ripartizione più equa del rapporto salari/profitti (e quindi un benessere sociale diffuso) e da una serie di tutele sociali dei cittadini da parte dello Stato, ossia quello che, con un inutile anglicismo è definito Welfare State: sanità e istruzione pubbliche, sistema pensionistico, contrattazione collettiva, ecc. Queste “patto sociale” è stato oggetto, negli ultimi decenni, di un attacco senza quartiere da parte di quello che un tempo si chiamava “padronato”, reminiscenza quasi ottocentesca per definire i poteri economici dominanti.

Questi ultimi si sono avvalsi di efficienti fantaccini reclutati all’uopo: i principali partiti politici dei paesi occidentali, le istituzioni internazionali (Imf, Wto, ecc.),  gli organi di gestione autocratici (parlare di “governo” ci pare un po’ esagerato) di quell’entità ibrida chiamata Unione Europea, nonché di vari corifei di regime come gli intellettuali organici, il “clero universitario regolare” (definizione di Costanzo Preve) e i vari mezzi di comunicazione  (media whores o presstitutes, per usare un anglicismo che, in questo caso, non è inutile). Non v’è quindi da stupirsi se, almeno temporaneamente, questa guerra sia stata vinta dalla classe alla quale appartiene il miliardario summenzionato. Questa vittoria è andata di pari passo con una mutazione che non è stata solo politica e ideologica ma, soprattutto, antropologica.

Tant’è che oggi, soprattutto per coloro che si ritengono appartenenti alla confusa area sinistreggiante, le “ideologie” sono state sostituite con l’idolatria per una forma totemica di mercato”, considerata il summum bonum, il termine di riferimento di ogni azione politica e il fine ultimo della società. Il vitello d’oro al quale si devono sacrificare gli esseri umani, le comunità, la storia e la natura.

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Attualità di Catilina

di Massimo Fini

“Ora che il governo della Repubblica è caduto nel pieno arbitrio di pochi prepotenti, re e tetrarchi sono divenuti vassalli loro, a loro popoli e nazioni pagano tributi: noi altri tutti, valorosi, valenti, nobili e plebei, non fummo che volgo, senza considerazione, senza autorità, schiavi di coloro cui faremmo paura sol che la Repubblica esistesse davvero. Ma chi, chi se è un uomo, può ammettere che essi sprofondino nelle ricchezze e che sperperino nel costruire sul mare e nel livellare i monti, e che a noi manchi il necessario per vivere? Che essi si vadan costruendo case e case l’una appresso all’altra e che noi non si abbia in nessun angolo un tetto per la nostra famiglia? Per quanto comprino dipinti, statue, vasellame cesellato, per quanto abbattano edifici appena costruiti per ricostruirne altri, insomma per quanto dilapidino e maltrattino il denaro pubblico in tutti i modi pure non riescono a esaurire la loro ricchezza con i loro infiniti capricci. Per noi la miseria in casa, i debiti fuori, triste l’oggi, spaventoso il domani. Che abbiamo, insomma, se non l’infelicità del vivere?”.

 

Le parole che Lucio Sergio Catilina pronunciò il primo giugno del 64 a.C., che Sallustio gabella come un’arringa ai congiurati ma che in realtà erano semplicemente un discorso preelettorale perché di lì a poco si sarebbero tenute le consultazioni per il consolato (in cui Catilina fu sconfitto con i consueti brogli come era già accaduto due volte in precedenza, e solo dopo questa ennesima violenza si decise a prendere le armi) suonano oggi di una straordinaria attualità. E non per questo o quel Paese, questo o quel regime sociale e di governo, ma per l’intero mondo sviluppato e globalizzato. Sembra quasi che Catilina abbia letto i Panama Papers pubblicati nei giorni scorsi. In questi papers ci sono tutti i personaggi cui Catilina allude: i governanti di tutti i regimi, dittatoriali, autoritari, semiautoritari, democratici, i loro famigliari, i loro vassalli e l’inesausta fauna dei predatori economici e finanziari, internazionali e nazionali, quasi sempre legati ai primi, a loro volta circondati da corti, posseduti, pur già ricchissimi, dall’eterna smania di arricchirsi ancora di più ai danni di coloro che Catilina chiama ‘volgo’, cioè noi, i ‘cittadini comuni’ (e in questa definizione sprezzante c’è già tutto). E se in questi papers ci sono solo alcuni dei governanti, dei predatori e dei loro clientes a vario titolo è unicamente perché l’inchiesta del Consorzio dei giornalisti investigativi si è concentrata sullo studio legale Mossack Fonseca, uno dei tanti organismi paralegali che agiscono nei vari paradisi fiscali del mondo, in questo caso Panama. Ma si può star certi che è solo la punta di un iceberg molto più profondo ed esteso. Ma nel discorso di Catilina ci sono affinità col presente ancor più strabilianti. Ci sono le guerre (come quella all’Iraq) fatte per distruggere e poter poi organizzare il business della ricostruzione (“per quanto abbattano edifici appena costruiti per costruirne altri”) e c’è l’orgia delle opere inutili per poter grassare altro pubblico denaro (“ma chi, se è un uomo, può ammettere che…sperperino ricchezze nel costruire sul mare e nel livellare i monti?”) e naturalmente c’è in parallelo la spaventosa miseria provocata proprio da queste ricchezze. Ma il generoso tentativo di Catilina (“nato da illustre famiglia” come scrive Sallustio) di riscattare il volgo (“Mi sono assunto, com’è mio costume, la causa generale dei disgraziati”) fallì e si concluse con la sua esaltante morte nella battaglia di Pistoia del 5 gennaio del 62 a.C.  E, in Roma, fallirono anche i tentativi, dello stesso senso, di Caligola e quello, più articolato e strutturato, di Nerone. E tutti e tre, Catilina, Caligola e Nerone, saranno infamati in saecula saeculorum.

 

Ma anche quando il popolo, nel corso della storia, ha provato a riscattarsi da solo le cose non sono andate meglio. In Russia le grandi rivolte contadine del ‘600 e ‘700 guidate da Stenka Razin e da Pugacev furono soffocate nel sangue dagli Zar e, nell’800, nel civile Occidente, soffocate nel sangue furono le rivolte dei luddisti, i quali avevano intuito che le macchine avrebbero tolto loro il lavoro e, soprattutto, la dignità del lavoro. La Rivoluzione d’Ottobre fu invece opera di un’élite, Plechanov, Lenin e Trotsky (il vero protagonista dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Lenin se ne stava nascosto sotto una parrucca bionda alla stazione di Finlandia) che aveva alle sue spalle una solida base teorica, quella fornita da Marx, ma il risultato, alla fine, fu che a un’oligarchia se ne sostituì un’altra più feroce e sanguinaria di quella degli Zar. Però c’è la Democrazia che, secondo lettera, è ‘il governo del popolo’. Ma ogni volta che il popolo cerca di prendersi direttamente ciò che gli spetta i movimenti che lo appoggiano vengono bollati come ‘populisti’, come accade attualmente in Europa e anche in Italia. Sudditi siamo e tali dobbiamo restare. E allora se nel discorso di Catilina sostituiamo il termine Repubblica con quello di Democrazia il finale suona così: “Noi altri tutti, valorosi, valenti, nobili e plebei, non siamo che volgo, senza considerazione, senza autorità, schiavi di coloro cui faremmo paura sol che la Democrazia esistesse davvero”.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=53825

 

 

Un consiglio rivoluzionario!

Personalmente suggerirei di astenersi anche dal gioco: salute e portafoglio ne guadagnerebbero…

“Il primo gennaio 1848 i cittadini milanesi proclamarono lo sciopero del fumo. Chi lo aveva promosso sapeva che lo sciopero avrebbe danneggiato, pacificamente ma sensibilmente, le entrate fiscali austriache. Era giorno di festa; al passeggio, eleganti borghesi, noti aristocratici con signore, in carrozza o a piedi, saluti, inchini, scambi di auguri per il nuovo anno, frettolosi e animati incontri tra i giovanotti, operai con l’abito buono. Scene abituali; ma questa volta vi è qualcosa di strano, una particolare ostentazione: gli uomini non fumavano.

I primi a notarlo e a guardarsi intorno sconcertati furono gli ufficiali e i soldati austriaci in libera uscita, mescolati alla folla della festa. Si era furtivamente e capillarmente diffusa la parola d’ordine di non fumare. Dai tanti milanesi insofferenti del governo austriaco era stata accolta con entusiasmo perché era una forma di resistenza con l’arma della non-violenza, provocando solo danno economico alle finanze dell’imperial-regio governo, al monopolio (o “regia”) dei tabacchi. Danno considerevole perché a quel tempo quasi tutti gli uomini e moltissime signore fumavano accanitamente. Quei pochi cittadini male informati che passeggiavano a Capodanno fumando si videro perciò strappare senza complimenti ma patriotticamente il sigaro dalle labbra. E così, nel precoce imbrunire, finì questa strana giornata.

Il 2 gennaio la scena si ripete. La polizia e i compassati militari decisero di reagire con la stessa muta leggerezza dei provocatori: ostentando il fumo. Al passeggio, baffuti soldati austriaci (ma anche croati, ungheresi, sloveni) si presentarono fumando anche due sigari contemporaneamente e soffiando poderose boccate in faccia ai milanesi che con aria di sfida esercitavano il boicottaggio. E cominciarono i primi diverbi tra spintoni e insulti, finché il maresciallo Radetzky decise di intervenire ordinando ai militari di rientrare in caserma. Ai patrioti milanesi parve una vittoria, ma si sbagliavano.

3 gennaio 1848, 4 del pomeriggio: le strade di Milano sono invase da centinaia di soldati della guarnigione. Nelle caserme erano stati distribuiti 30000 sigari, contravvenendo anche a un’ordinanza di Radetzky che da tempo vietava ai militari di fumare per strada. Ma non era più il caso di salvare la forma. Secondo il racconto che farà Carlo Cattaneo, quel giorno lo Stato maggiore aveva dato ai soldati non soltanto sigari in abbondanza, ma “quanto denaro bastasse ad ubriacarli, mandandoli ad attaccar briga in città”. E i soldati, fumando e provocando i cittadini, non si fecero pregare.

Ecco il rapporto di un funzionario del Comune che fu testimone oculare degli incidenti: “Poco dopo le 4,30, si videro molti soldati d’ogni arma radunati sulla nuova piazza del tempio di S. Carlo, ed altri all’imboccatura della contrada del Durino. Ad un tratto due sergenti staccatisi dai due gruppi rispettivi si fecero un segnale, ed i militari sguainata chi la sciabola, chi lo squadrone, chi la baionetta, si posero a far man bassa sull’inerme popolazione colta alla sprovvista”. Per accentuare la violenza, i soldati, dirà Cattaneo, “evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e fanciulli”. Infatti, tra i sei morti vi furono un bimbo di quattro anni e un vecchio di settantaquattro. Moltissimi gli arrestati”.

[da Lucio Villari,  Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, ed. Laterza 2011]

Non fu colpa di Garibaldi

Giorgio Ruffolo (1926) è stato segretario generale della Programmazione economica negli anni Sessanta e ministro dell’Ambiente dal 1987 al 1992. Il brano che segue è tratto dal libro Quando l’Italia era una superpotenza, edito da Einaudi nel 2004.

All’inizio del Millennio il Mezzogiorno d’Italia, dal punto di vista della prosperità economica, stava nettamente in testa. Sarebbe stato del tutto naturale che fossero le regioni italiane più vicine all’Oriente e alle sponde dell’Africa settentrionale a trasmettere al resto della penisola che si risvegliava demograficamente ed economicamente gli impulsi del mondo sviluppato, arabo e bizantino. La Sicilia, poi, faceva parte integrante di quel mondo. Palermo era diventata la metropoli dell’islamismo mediterraneo, la più ricca, la più fiorente, la più colta. Invece quello slancio si spense presto. Già alle soglie del Duecento i rapporti tra le Repubbliche del Nord e il Regno del Sud si erano rovesciati.

Di chi la colpa? Potremmo dire, con Amleto, “il re ne ha colpa”. I re normanni non hanno soltanto stroncato la potenza di Amalfi, ma hanno soffocato le nascenti autonomie delle città, costruito le maglie di un rigido ordine feudale, ribadito la preminenza assoluta dell’agricoltura e della pastorizia sulle manifatture e sui commerci. E’ vero che, specie nella parte longobarda, interna, del paese preesisteva al dominio dei cavalieri feudali normanni un’aristocrazia terriera dominante. Non ci fu, dunque, nel Sud, a differenza del Nord, una vera e propria sostituzione di classe dirigente. Ma i Normanni, e poi i loro successori Svevi e Angioini, diedero a quella aristocrazia l’armatura di una solida Monarchia guerriera, bloccando ogni possibilità di sviluppo delle timide borghesie cittadine nascenti.

In un certo senso i Normanni cancellarono nel Sud l’anomalia italiana delle Repubbliche libere, riadeguando l’Italia all’Europa del nord. Ma in questo esagerarono, scegliendo decisamente la via di un’economia estensiva, agricola e pastorale, che faceva del Sud il grande fornitore di grano del Nord, da cui importava i manufatti. Ne traevano grandi vantaggi l’aristocrazia e la monarchia: le rendite fondiarie la prima, le entrate fiscali provenienti da quella e dai dazi sull’esportazione la seconda. Rendite e imposte affluivano copiose alla capitale, a Napoli, dove si concentrava un’aristocrazia oziosa e un proletariato turbolento e parassitario.

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Senza storia

DIstrazione

In questa epoca, immersa in un eterno presente, le cose tuttavia scorrono veloci e alcuni si domandano quanto tempo passerà prima che la gente se ne accorga e se ne occupi.

Oggi bisogna essere idealisti privi di contatto con la realtà per vedere emergere dai processi di deterioramento del sistema forze che in positivo prefigurino la società futura. Marx aveva visto nel proletariato quella forza. Chi oggi ripetesse che gli operai delle grandi fabbriche, un tipo umano in via di estinzione, costituiscono la classe che creerà il mondo nuovo, non rischierebbe il manicomio solo perché Basaglia li ha fatti chiudere.

Quello che si delinea è un passaggio drammatico che assomiglia più alla dissoluzione dell’Impero Romano che allo sbocciare del capitalismo dalla matrice del feudalesimo.

Nell’inciviltà dilagante, nel disastro delle relazioni, nel degrado ambientale, nella rovina economica che seguirà a quelli che sono soltanto suoi preavvisi, è scritto un destino tragico incombente su generazioni che pagheranno la nostra incoscienza. A meno che il corso inesorabile delle cose non sia affrettato e deviato da qualcosa di ancora più tragico, una guerra di dimensioni mai viste nella storia.

Luciano Fuschini  fonte “Il ribelle”

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