Il ’48

Il Lombardo-Veneto?   “E’ stato  il primo paese italiano a prender sul  serio la questione ferroviaria”, scriveva il Cavour. E mica per la linea Milano-Monza che funzionava dal 1838. No, il governo asburgico ha deciso da tempo la ferrovia Milano-Venezia, progetto che tarda a realizzarsi “per la deplorevole apatia,  che  potrebbe anche definirsi colpevole, de capitalisti milanesi”. Solo l’intervento “potente  e generoso”    dell’amministrazione absburgica  sta permettendo di superare  le difficoltà. “Bisogna ammettere che  in questo frangente il governo di Vienna ha dato prova, nei  confronti dei sudditi italiani, di sentimenti tanto illuminati quanto  benevoli”.

Maria Teresa voleva  il 4 per cento. Soltanto.

Sorprendente no? Milano-Monza,   la ferrovia è di una trentina di chilometri; Vienna lancia  un progetto di quasi 300 chilometri di strada ferrata – dimensione grandiosa per l’epoca  – e i “capitalisti milanesi”  reagiscono con “apatia che potrebbe definirsi colpevole”.  Che tipo di capitalisti erano?

Recenti, anzitutto.   Li aveva –  letteralmente  – creati Maria Teresa.  Decisa a ricavare dalla Lombardia più  del milione di ducati l’anno che essa aveva reso alla Spagna  (che vi aveva lasciato crescere cose come il brigantaggio e il latifondo incolto) l’imperatrice  aveva disposto la creazione del catasto.  Si trattava di stabilire chi fossero i proprietari dei terreni  “nel labirinto di manomorte, ipoteche, eredità contestate, diritti feudali e diritti demaniali”, e quanto valessero: ne fu incaricato Pompeo Neri, economista fiorentino, che ci mise  dieci anni per venirne a capo.  Quando il catasto entrò in vigore nel 1760, l’imperatrice stabilì: i proprietari devono pagare sul loro patrimonio terriero il 4 per cento del valore accertato.  Gli  aristocratici lombardi, che prima non s’erano occupati troppo di far rendere i loro beni terrieri,  si trovarono di colpo obbligati o a subire una tassazione sproporzionata al reddito, o a darsi da fare per far rendere i loro campi più  quel 4 per cento.  Quel che avessero guadagnato in più, si noti, non sarebbe stato tassato.  Guadagno puro.

Precedenti di semi-industrializzazione agricola  non erano mai mancati in Lombardia. Basti pensare alle marcite dei cistercensi che permettevano   nella valle padana tre raccolti  di fieno l’anno, il che consentiva di alimentare grandi quantità di bestiame e quindi sviluppare l’industria casearia.  O al  baco da seta,  che impiegava le famiglie contadine non solo nella coltivazione  del gelso, ma poi nelle filande e ai telai.  Incitati dalla modesta tassazione, i capitalisti lombardi trovarono conveniente reinvestire –  il surplus lucrato ed esente da imposte – in attrezzature agricole moderne, sistemi d’irrigazione, stalle, granai, essiccatoi e venne naturale lo sbocco “industriale” del sovrappiù   agricolo: filature e tessiture di lana, seta  e “tela d’India”, caseifici,  concerie, mulini,  poi  ferriere… Aiutati non poco dai dazi protettivi che l’impero aveva steso sulle loro produzioni:  nessuna industria si  sviluppa senza protezionismo.

Che questi capitalisti non guardassero col  dovuto, dinamico entusiasmo l’idea di unire  Milano a  Venezia, si spiega col fatto che ciò esponeva la fiorente industria lombarda nata dalla terra alla concorrenza intra-imperiale.  La prospera regione sarebbe stata collegata troppo da vicino all’Est dell’impero, più  sviluppato.   I neo-imprenditori cominciarono a lamentare che le lane del Tirolo facevano concorrenza ai loro lanifici. La Milano degli affari cominciò a rendersi  conto che nell’impero era solo una delle molte città industriali in concorrenza  fra loro  – e a quel tempo era Praga all’avanguardia dell’industria metalmeccanica – e  che le sarebbe convenuto essere la prima in una paese  come l’Italia futura, industrialmente arretrato e protetto dai dazi.

Fu in quegli anni che i Federico Confalonieri, i Melzi d’Eril, i Serbelloni, i Trivulzio,  i  Casati e i Clerici  , i  Porro Lambertenghi (miliardari, i primi ad impiantare a Milano una filanda a vapore)  presero a nutrire sentimenti anti-austriaci, patriottici e filo-inglesi.  Alcuni “cospirarono”  da carbonari  nel 1821 con Silvio Pellico (istitutore dei Porro Lambertenghi)  e Maroncelli,  come il  conte  Federico Confalonieri  (il primo milanese ad avere i caloriferi nel palazzo) che fu una specie di Giangiacomo Feltrinelli dell’epoca   e fu incastrato dalla  confessione alle polizia austriaca del  co-cospiratore marchese Pallavicino-Trivulzio.   I rivoluzionari si  chiamavano in correo con tanta facilità, che lo stesso inquisitore , il trentino Antonio Salvotti (“il perfido Salvotti”  nella propaganda patria) si affrettò a chiedere l’indagine sennò avrebbe  dovuto chiudere allo Spielberg l’intera nobiltà-imprenditoria  milanese.

Sicché quando nel 1848, sedate  le Cinque Giornate, il popolino  rivide entrare a cavallo l’ottantenne  Maresciallo Radetzky , gli fece ala gridando: “Radèschi, in stà i sciuri” –  i ricchi  –   a  fare il Quarantotto, espresse  una analisi politica notevole nella sua brevitas.

In realtà  alle Cinque Giornate il popolino aveva  partecipato con una violenza estrema, strada per strada. Ma poi aveva visto arrivare i piemontesi, le truppe savoiarde di Carlo Alberto, e…  La Pellicciari dà la parola a Gramsci: “La Lombardia non voleva essere annessa come una provincia al Piemonte: era più progredita intellettualmente,  politicamente, economicamente”.

Diciamo che se c’è una cosa che unì il  Lombardo Veneto alle due Sicilie, fu – come chiamarlo: delusione? Malcontento?  Rabbia per la spoliazione?   – davanti al  metodo savoiardo del patriottismo.

I capitalisti senza capitale

Se vi pare che stia parlando di cose storiche e passate, guardate meglio. Di ferrovie la Pellicciari torna a parlare  a  proposito della concessione “dell’intera rete ferroviaria del regno delle Due Sicilie” a due patrioti, il banchiere livornese Pietro A. Adami e il gran maestro della Massoneria Adriano Lemmi , e di quel che ne disse, il 6 ottobre 1860, il deputato Carlo Poerio, napoletano. Poerio segnala che quel contratto, stipulato dal “governo rivoluzionario  della Sicilia” (ossia da  Garibaldi), vincola per lunghi anni l’avvenire delle provincie [meridionali], le sottopone all’onere immenso de 650 milioni di lire […]  ed assicura inoltre  alla concessionaria l’utile netto del 7 per cento senza sborsare un obolo del proprio”.

Adriano Lemmi . Livornese. Come Carlo Azeglio Ciampi di venerata memoria. Concessionario.

Erano nati –  particolarità italiana – i “capitalisti senza capitale”,   e senza bisogno di averne uno loro perché glielo regala lo Stato.  La  tradizione continua infatti con i Benetton a cui il D’Alema   diede in concessione le Autostrade IRI consentendo  loro i lucri che sappiamo  – e gli effetti che abbiamo visto a Genova.

 

L’articolo DI FERROVIE PATRIE E CONCESSIONI (AI PATRIOTI) proviene da Blondet & Friends.

Un centenario scomodo

Il 23 marzo 1919, a Milano, in una sala concessa in affitto dall’industriale massone ed ebreo Cesare Goldmann, nascevano i “Fasci di Combattimento”. Oggi ricorre il centenario di quell’evento destinato a cambiare profondamente la struttura sociale dell’Italia e la storia del mondo intero.

In quella sala milanese cento anni fa si riunirono sindacalisti rivoluzionari, mazziniani, nazionalisti, anarchici, futuristi, socialisti massimalisti, interventisti di destra e di sinistra, sindacalisti corridoniani e altre componenti della sinistra eterodossa polemica verso il dottrinarismo del socialismo ufficiale. Dal quel congresso, di poche decine di uomini, che la stampa all’epoca quasi ignorò, nacque il cosiddetto “Programma di San Sepolcro”, dal nome della piazza del convegno, alla cui stesura collaborò il sindacalista rivoluzionario mazziniano Alceste De Ambris (che finì esule antifascista a Parigi). Era il manifesto politico del primo fascismo, quello di sinistra, socialista ma anche nazionalista democratico, con forti pulsioni anarchiche ed anticlericali. Basta leggere quel manifesto per toccare con mano l’essenza rivoluzionaria, nient’affatto conservatrice, del documento. In esso si parla di gestione operaia dei servizi pubblici, di espropriazione parziale delle ricchezze, di minimi salariali, di partecipazione dei lavoratori agli utili, di otto ore giornaliere di lavoro e di istituzione di consigli nazionali di tecnici del lavoro con poteri legislativi. Tutti temi che ritroveremo nell’ultimo documento promulgato dal fascismo morente e del quale diremo. Il lettore trova il Programma sansepolcrista nella sezione di “documentazione storica”

I Fasci di Combattimento non ebbero successo elettorale. Fu così che Mussolini, mentre imperversava il cosiddetto “biennio rosso”, iniziò una virata verso destra. La Rivoluzione russa aveva dato motivo al partito socialista – di lì a poco a Livorno nel 1921 sarebbe nato da una sua costola il PCI (tra i fondatori quel Nicolino Bombacci che sarebbe morto a Salò in nome del socialismo fascista) – di mobilitare le masse nel generale malcontento del primo dopoguerra.

Leggi tutto https://www.maurizioblondet.it/23-marzo-1919-23-marzo-2019-un-centenario-scomodo-di-luigi-copertino/

 

Chi sono gli Esseni

Chiamati anche nazareni, e’ il popolo da cui discende Gesu’ Cristo. Gli esseni erano contadini, frutticoltori e profondi conoscitori delle proprieta’ delle erbe, precursori della moderna medicina, con le quali curavano tutti coloro che richiedevano il loro aiuto.

Detenevano quindi un’antica conoscenza, tramandata da Atlantide, portata in Palestina da Mose’ e dal suo popolo (gli esseni) e divulgata successivamente dagli egizi. Medici e guaritori, con leggi e tradizioni, imponevano a chi desiderava entrare nella loro comunita’ delle iniziazioni che duravano fino a sette anni.

La loro era una stirpe reale, proveniente da una razza e cultura diversa da quella dei rabbini e farisei del Tempio di Gerusalemme. Essi dedicavano molto del proprio tempo a ringraziare Dio, attraverso le preghiere che rivolgevano agli Angeli, a cui erano particolarmente devoti.

Si dice che si alzassero all’alba e andassero nei boschi a chiamare le energie, con le quali si intrattenevano in modo molto naturale. Abbandonate le vanita’ del mondo, si erano ritirati ad una vita semplice che consentiva di avvicinarsi allo spirito per viverlo nella materia come successivamente Gesu’ il Cristo (cristhos = “sapere”) ci ha ampiamente raccomandato.

Si dice che il loro nome, esseni, derivi dall’aramaico asya (“medico”). Cio’ che di “ufficiale” si sa di loro ci viene tramandato dagli scritti di Plinio il Vecchio, Flavio Giuseppe, Filone Alessandrino e dai Rotoli di Qumran ritrovati a Qumran, vicino al mar Morto, intorno al 1947. Questi antichi rotoli, decodificati dall’ebraico antico e dall’aramaico, sono stati solo parzialmente divulgati. Perche’ non lo sono stati interamente? Cosa contenevano di cosi’ pericoloso?

LA SPIRITUALITA’ ESSENA
Molti dei loro insegnanti spirituali sono presenti in numerose religioni. In particolare, l’aspetto esoterico dell’insegnamento esseno era rappresentato dall’albero della vita e dagli angeli che vengono chiamati energie elettromagnetiche della luce, dell’aria, della terra, dell’acqua e del se’, non a caso essi, con l’acqua, quindi nei numerosi bagni termali di Qumran toglievano il peccato (malattia).

L’esperienza essena si ritrova nello Zend Avesta di Zarathustra, negli insegnamenti dei Veda e nel buddismo, dove il “sacro albero dell’illuminazione” non e’ altro che l’albero della vita. In Occidente contribuirono alla ricerca spirituale dello gnosticismo, della Cabala e del Cristianesimo.

Uno tra i principali argomenti di studio della comunita’ essena riguardava il tema della resurrezione del corpo che trovava il suo fondamento nella convinzione che ci sarebbe stato un tempo (il nostro) in cui il corpo sarebbe risorto a nuova vita; un tempo in cui l’uomo avrebbe sconfitto la morte e i “figli della luce” (come gli esseni si definivano) avrebbero vissuto nella Luce.

Il pensiero esseno sosteneva anche che l’essere umano, in accordo con il proprio Dio interiore, custodisce un “progetto dell’anima” e che, aiutato dai propri angeli custodi, dalle guide e dai maestri, arriva sulla Terra per imparare cio’ che si e’ prefisso, acquisendo integrita’ ed esperienza per crescere nella consapevolezza di essere di luce.

L’uomo ha quindi il suo destino di predestinazione e poco puo’ fare per cambiarlo; puo’ agevolarlo o ritardarlo, ma e’ solo una questione di tempo. Concetti quali “la vita dell’anima” e “la coscienza dopo la morte fisica” erano ampiamente insegnati nelle loro scuole di saggezza e nello studio dei simboli come l’albero della vita.

Per meglio conoscere la grande esperienza spirituale tramandata dagli esseni, occorre risalire al tempo del faraone egizio Amhenotep IV o Akhenaton della XVIII dinastia, che impose il culto monoteistico del disco solare Aton, con il preciso compito di divulgare alcune conoscenze sull’unico dio Aton, Akenathon si dedico’ alla preparazione di un popolo che successivamente avrebbe per primo prodotto un cambiamento nella coscienza, iscritto nel DNA delle generazioni successive e che si sarebbe risvegliato a tempo debito. Il popolo in questione erano gli esseni, portati successivamente in Palestina da Mose’, che alcuni sostengono essere stato Akenaton stesso.

L’EREDITA’ SPIRITUALE DEGLI ESSENI
Un bellissimo colloquio fra Carlos Castaneda e Don Juan suo maestro dice: “Un improvviso colpo di vento mi colpi’, facendomi bruciare gli occhi.” Guardai il punto in questione e vidi che tutto era normale. “Non riesco a vedere niente” dissi. “L’hai appena sentito” – rispose lui – “Cosa? Il vento?”. “Non solo il vento”, disse lui, “Ti puo’ sembrare il vento, perche’ il vento e’ la sola cosa che conosci”.

Essi utilizzavano una loro tecnologia di verbo e di pensiero, che implica un cambiamento nelle emozioni per il raggiungimento della serenità e della quiete; L’uomo crea infatti la propria realtà attraverso i pensieri e le emozioni; intervenire su pensieri ed emozioni può quindi cambiare il mondo intero.

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Maria Rita Moi

Thomas Sankara

Quando si guarda all’operato dell’elité mondialista che gestisce le sorti del pianeta, facendo si che l’uno per cento della popolazione globale goda di una quantità di ricchezze pari a quelle a disposizione del restante 99%, non si può prescindere dall’andare con la mente al pensiero di Thomas Sankara, un uomo eccezionale che 40 anni fa aveva già intuito la maggior parte delle dinamiche che hanno mosso e muovono il processo di alienazione dell’uomo moderno, volto a renderlo schiavo e succube di un pugno d’individui che di fatto governano l’intera specie umana…
Partendo dalla sua Africa, dove nel 1983 divenne presidente dell’Ato Volta, da lui trasformato in Burkina Faso, Sankara intuì con estrema lucidità la potenza dirompente della grande finanza internazionale, più devastante di quanto mai avrebbe potuto esserlo qualsiasi esercito di occupazione. Mise a nudo i meccanismi attraverso i quali organismi sovranazionali come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale costringono (dopo averli deprivati della propria sovranità monetaria) gli Stati ad indebitarsi per cifre enormi che mai saranno in grado di ripianare, se non cedendo progressivamente parti sempre più cospicue della propria sovranità.
Un’operazione che in Africa così come in quasi tutti i paesi definiti “in via di sviluppo” è stata resa possibile stravolgendo in profondità le economie locali in larga parte autosufficienti, basate sull’autoproduzione e su un’industria manufatturiera di piccola scala e trasformandoli in produttori di monocolture intensive destinate all’esportazione, nella sede degli allevamenti intensivi e in terminali per la predazione delle risorse di cui erano ricchi, salvo poi abbandonarli al proprio destino nel momento dell’esaurimento delle risorse stesse.

In Occidente invece, nel solco di uno sviluppo declinato attraverso il miraggio della crescita infinita, l’uomo moderno è stato progressivamente spogliato della propria umanità, immolato sull’altare di quella sfrenata competitività che proprio Sankara per tutta la vita aveva osteggiato, in favore della cooperazione e collaborazione fra le persone.
La grande finanza, attraverso il proprio immenso potere è ormai diventata l’unica vera proprietaria delle nazioni e delle vite dei cittadini. La truffa del debito pubblico ha ristretto sempre più il margine di manovra della politica, fino a renderne l’operato in tutto e per tutto funzionale agli interessi finanziari. Le guerre finanziarie mietono ormai più vittime di quanto non facciano i conflitti armati, mentre gli Stati non sono più altro che linee prive di costrutto tracciate sulle cartine geografiche.
Lo “schiavo moderno” è privo di qualsiasi identità, sempre più solo all’interno della moltitudine, perennemente alla ricerca di un posto di lavoro che gli consenta di percepire un reddito sufficiente a sopravvivere, educato esclusivamente a competere anziché a collaborare e assolutamente incapace di autoprodurre qualsiasi cosa. Individuo atomizzato, sradicato o sradicabile dal proprio paese di origine, attore non protagonista di una vita ad interim, con affetti ad interim, facilmente collocabile nel Paese globale laddove ci sia bisogno del suo operato ed altrettanto facilmente ricollocabile altrove ogni qualvolta sia necessario farlo.
Thomas Sankara immaginava una “rivoluzione” che potesse portare gli uomini a vivere agiatamente nella felicità, un agio ed una felicità che potessero essere patrimonio di tutti e non solo di una ristretta cerchia di persone.
A 30 anni dal suo assassinio purtroppo bisogna prendere atto del fatto che con la sua morte è morto anche il suo sogno. L’agio e la felicità continuano ad essere appannaggio di pochi e alla stragrande maggioranza dell’umanità è impedito di goderne. Il potere della grande finanza è ancora cresciuto nel tempo e la predazione delle risorse si è fatta se possibile perfino più sistematica e feroce.
Gli spazi per una “rivoluzione” come quella auspicata da Sankara si sono fatti ancora più esigui, ma se c’è una cosa che lui ci ha insegnato è a non arrendersi mai, a non diventare schiavi dell’ineluttabile, a non perdere il coraggio di denunciare lo scempio che la grande finanza sta facendo dell’umanità. Solo così ci sarà possibile ricordarne ogni giorno la memoria con l’onore che merita.
Marco Cedolin

Macondo

Relativamente simile si rivelò l’esperienza di Macondo[61], sorta per iniziativa di Mauro Rostagno, allora ex militante di Lotta Continua in seguito ucciso in un agguato mafioso in Sicilia nel settembre 1988. Situato in via Castefidardo 7, Macondo (nome esplicitamente tratto dal romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez) era sorto nell’ottobre 1977 come un locale che si proponeva di essere un «luogo di incontro, aggregazione, comunicazione del movimento», e dove per questo scopo si trovavano «un ristorante, un bar, negozi di artigianato, un cinema, una biblioteca e poi una scuola di danza, collettivi fotografici, grafici, audiovisivi»; era, per usare le stesse parole di Rostagno, «frequentato da tutti a Milano, dai giovani, dai freaks, dalla ex nuova sinistra, da molti intellettuali, da molti democratici»[62]; a Macondo infatti potevi incontrare:

gli intellettuali, i sottoproletari della cintura, i ragazzini scappati di casa a 15 anni, i radical-chic, i poveri e i ricchi, quelli delle classi alte e quelli delle classi basse e quelli che non avevano classe, c’erano donne e maschi, c’era gente che non sapeva se era maschio o femmina, gente che pensava di essere maschio essendo donna e viceversa, gente che non pensava nulla, i pazzi, gli emarginati, gli sfigati, i curiosi, chi veniva lì per parlare bene, chi per parlare male[63].

Vi si erano tenuti incontri con il filosofo André Glucksmann e lo psichiatra David Cooper, una mostra del disegnatore Moebius, un convegno di Magistratura democratica. Macondo fu anche casa editrice d’arte avendo prodotto una serie di cartelle litografiche fatte appositamente da artisti del calibro di Valerio Adami, Enrico Baj, Jean Michel Folon, Renato Guttuso, Giacomo Manzù, Luciano Minguzzi, Henry Moore e altri ancora. Va inoltre ricordato come Macondo non ebbe buoni rapporti con partiti e movimenti della sinistra milanese: il PCI, l’MLS (Movimento Lavoratori per il Socialismo), la stessa Autonomia operaia accusavano i frequentatori di Macondo di disimpegno politico[64]. In seguito ad intervento della polizia, in cerca di prove su una presunta attività di spaccio di droga nei suoi locali, Macondo venne chiuso il 22 febbraio 1978[65]. La causa scatenante l’operazione della polizia e la chiusura del locale fa data dalla distribuzione al Macondo del facsimile di un biglietto del tram con scritte che invitavano all’utilizzo dello stesso biglietto come filtro per spinelli; arrestati e rinviati a giudizio anche i protagonisti della breve esperienza di Macondo, così come quelli della sede di “Re Nudo”, furono poi prosciolti in sede processuale.

Nicola Del Corno

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

Il barone folle

Si chiamava così una trasmissione di Radio Alto Ferrarese (probabilmente per una citazione da Hugo Pratt), ma il personaggio è realmente esistito:

15 Settembre 1921. A Novonikolaievsk (oggi Novosibirsk, in Siberia) un plotone d’esecuzione fucila il barone Roman Feodorovitch von Ungern-Sternberg; ha 36 anni. Lui stesso dà l’ordine di sparare.
Era nato a Graz (in Austria) ma aveva vissuto a Reval (oggi Tallin, Estonia), in una delle famiglie dell’antica nobiltà tedesca del Baltico. Tra i suoi antenati: cavalieri crociati, nobili baltici membri dell’Ordine Teutonico, ma anche alchimisti e corsari. La sorella era sposata con il filosofo Hermann Keyserling.
A 18 anni era entrato nel Corpo dei Cadetti dello Zar a San Pietroburgo.
Durante la Guerra russo-giapponese chiese inutilmente di poter andare a combattere ma ai cadetti non era concesso e fece in modo di essere espulso dalla Scuola per raggiungere la Manciuria ma quando si mise in viaggio il conflitto era già finito.
Partì quindi verso Est, a cavallo e con la sola compagnia di un cane, viaggiò per un anno, lungo i percorsi dei nomadi, giungendo fino a Urga (oggi Ulan-Bator), capitale della Mongolia.
Entrato nell’Accademia militare ne uscì finalmente con il grado di ufficiale nel 1909. Fu assegnato ad un reparto di Cosacchi e inviato in Siberia.
Particolarmente predisposto all’apprendimento delle lingue, giunse a parlare correttamente il russo, il tedesco, l’estone, l’inglese, il francese e vari dialetti asiatici.
A 26 anni, con la cacciata dei Cinesi dalla Mongolia, ricevette dal Buddha Vivente il comando della cavalleria mongola. Seguì un periodo di viaggi nell’Europa occidentale: in Austria, in Germania, in Francia. Niente però lo interessava veramente, niente per lui era più affascinante delle terre siberiane.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale si trovava a Parigi e rientrò immediatamente in Russia per riprende il suo posto militare.
Al comando di uno squadrone di Cosacchi, nel giugno 1915 combatté contro gli Austro-ungarici sui Carpazi.
Nel corso dei combattimenti in Galizia e in Volinia fu ferito quattro volte; per l’eroico comportamento fu decorato con la Croce dell’Ordine di San Giorgio, con la croce dell’Ordine di San Vladimiro e con quella dell’Ordine di San Stanislao.
I suoi combattimenti proseguìrono sul fronte armeno contro i turchi nel 1916 al fianco dell’atamano Grigorij Semenov.
All’inizio della rivoluzione bolscevica, a Reval, Roman von Ungern-Sternberg organizzò reparti di Buriati per affrontare i bolscevichi, poi raggiunse il suo amico, l’atamano Semenov nei pressi del lago Baikal, e formò un Reggimento contro-rivoluzionario, formato da mongoli, cosacchi, serbi, giapponesi, coreani e cinesi iniziando gli attacchi contro l’Armata Rossa in Manciuria e Siberia.
Nel 1918 formò un governo provvisorio contro-rivoluzionario in Transbajkalia, lanciando l’idea (un sogno al quale puntò concretamente) della realizzazione di una Grande Mongolia reazionaria dal lago Baikal al Tibet e dalla Manciuria al Turkestan.
Strumento di guerra dei suoi progetti geopolitici era l’esercito che aveva formato e che aveva chiamato Divisione Asiatica di Cavalleria.
Nel gennaio 1919 a Cita organizzò una Conferenza pan-mongola, con buriati, mongoli e altre minoranze.
In quella occasione sostenne l’idea della restaurazione di una teocrazia lamista, evocando Gengis Khan e la restaurazione dell’ordine tradizionale dell’Eurasia.
Inviò anche un suo rappresentante alla conferenza di pace a Versailles ma i suoi progetti furono silurati da uno dei comandanti delle Armate Bianche, l’ammiraglio Koltchak,
I sovietici lo temevano più di tutti gli altri avversari, considerandolo il più formidabile nemico, da annientare. “Vive circondato da lama e da sciamani… Si proclama buddista per il gusto dello scandalo e dell’insolito. Ma sembra piuttosto far parte di una setta anticristiana e antisemita baltica. I suoi nemici lo chiamano “il Barone folle”… E’ soprattutto il più duro e coraggioso dei suoi cavalieri”, dicevano di lui i Rossi.
Scriverà di sé: “Mi piace essere chiamato Barone folle. In un mondo capovolto come il nostro dalla Rivoluzione, le menzogne sono divenute verità e la saggezza derisione. Per Trotzski, fermo nel suo sogno messianico, io sono dunque un pazzo. Quale omaggio alla mia lucidità! Quando l’universo crolla, tutto diviene possibile. Mille cavalieri possono ancora sollevare l’Asia. E’ sufficiente un capo dal pugno di ferro”.

Leggi tutto su http://www.barbadillo.it/69133-effemeridi-ungern-khan-il-barone-folle-amato-da-hugo-pratt/

Il brodo primordiale

E’ una pubblicazione che potete leggere e scaricare qui:

altre notizie al link http://anni60.terzapagina.info/paolog/cronache.htm

Di nuovo, rispetto a un precedente articolo su apoforeti, il metodo di pagamento semplificato su Pay Pal

L’importo di 5 euro è precompilato, basta solo specificare il numero richiesto e la vostra mail

Liberazione

Enrico Tartagni non so…mio zio Ugo nel 1944 ritornato vivo dalla Russia coi resti dell’Armir andò poi nel 1945 su in collina in Romagna con Boldrini e prima di partire a fare il partigiano (per chi?) era in famiglia col mio nonno la mia nonna e alcuni suoi fratelli (erano 4 fratelli non c’era lo zio Renato che era in Sardegna a metter bombe nei cingoli dei panzer), c’erano lo zio Renzo e mio babbo Nino e mentre lo zio Renzo (che lo aveva salvato allo zio Ugo alla stazione di Verona dove lo ritrovò in tradotto congelato ai piedi) che era del ’07 aveva una Famiglia da badare il mio babbo era solo del 10 ed allora Ugo domandò, in romagnolo, a Nino: “vieni anche te con me?” il mio babbo rispose: “no, non vengo a sparare di nascosto alle spalle a dei soldati e in inoltre, chi resta in casa col babbo e con la mamma?” ecco, non so, il mio babbo non era mica fascista, no, era repubblicano di quelli del vecchio patriota Giuseppe, e tentava di costruire un futuro per viverci decentemente e forse adesso, ed anche prima avevo, io ho da imparare dal suo passato e dalla sua storia di uomo e di padre

 

I misteri del Caos

“I vincitori sono quelli che scrivono la storia. Questo è quello che viene scritto nei nostri libri di scuola, non la vera storia come si è svolta, ma una storia favorevole al campo dei vincitori.  La storia ha cessato da tempo di essere una sintesi di tutta l’umanità, oggi appartiene solo ad una manciata di individui “.

Maxime Chattam, The mysteries of chaos (I misteri del caos)

L’unica cosa era andare a vedere i documenti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cercare di capire cosa fosse davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. È nato così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro uscito in questi giorni col titolo I prigionieri dei Savoia: che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino ad ora. Come previsto, si è subito scatenata sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, vengo graziosamente paragonato al dottor Goebbels.

Però stavolta c’è anche qualcos’altro: sul sito compaiono, e sono sempre di più, interventi di persone che esprimono sgomento davanti all’intolleranza di certe reazioni, che sollecitano un confronto sui fatti, che vogliono capire. Col mestiere che faccio, dovrei aver imparato a non farmi illusioni; e invece finisco sempre per farmene. Forse, dopo tutto, sta tramontando la stagione in cui in Italia si poteva impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese, senza che questo provocasse reazioni pubbliche e senza doverne pagare le conseguenze in termini di credibilità e di onore.

 

fonte: “La Stampa”, 21.10.2012

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Ritorno a Keynes

di PIER PAOLO DAL MONTE (chirurgo e saggista)

«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe dei ricchi che ha scatenato questa guerra, e la stiamo vincendo» così affermava Warren Buffet al New York Times nel 2006. Questa dichiarazione di vittoria dovrebbe far riflettere. Dovremmo domandarci che cosa sia successo, negli ultimi decenni, per farci apparire questa vittoria talmente ovvia da non provocare reazione alcuna. Certo, sarebbe superficiale e inesatto parlare, come fanno gli aedi sempliciotti à la Francis Fukuyama, di “fine della storia”, versione lievemente più elaborata del thatcheriano T.I.N.A. (“there is no alternative” – non c’è alternativa); tuttavia, appare evidente che in questo determinato periodo storico si sia affermata una versione particolarmente aggressiva e totalitaria di un capitalismo” (termine peraltro piuttosto sfuggente alle definizioni) che, in altre epoche, era dovuto venire a patti con istanze politiche che ne attenuavano il dominio sulla società.

Scheda-radicals.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698Il dopoguerra, nelle varie nazioni europee, (“in certe parti più, e meno altrove”) è stato caratterizzato da una sorta dinuovo patto sociale” che, per brevità, e quindi con una certa imprecisione, potremmo definire  “modello BeveridgeKeynes”. Un modello caratterizzato da una ripartizione più equa del rapporto salari/profitti (e quindi un benessere sociale diffuso) e da una serie di tutele sociali dei cittadini da parte dello Stato, ossia quello che, con un inutile anglicismo è definito Welfare State: sanità e istruzione pubbliche, sistema pensionistico, contrattazione collettiva, ecc. Queste “patto sociale” è stato oggetto, negli ultimi decenni, di un attacco senza quartiere da parte di quello che un tempo si chiamava “padronato”, reminiscenza quasi ottocentesca per definire i poteri economici dominanti.

Questi ultimi si sono avvalsi di efficienti fantaccini reclutati all’uopo: i principali partiti politici dei paesi occidentali, le istituzioni internazionali (Imf, Wto, ecc.),  gli organi di gestione autocratici (parlare di “governo” ci pare un po’ esagerato) di quell’entità ibrida chiamata Unione Europea, nonché di vari corifei di regime come gli intellettuali organici, il “clero universitario regolare” (definizione di Costanzo Preve) e i vari mezzi di comunicazione  (media whores o presstitutes, per usare un anglicismo che, in questo caso, non è inutile). Non v’è quindi da stupirsi se, almeno temporaneamente, questa guerra sia stata vinta dalla classe alla quale appartiene il miliardario summenzionato. Questa vittoria è andata di pari passo con una mutazione che non è stata solo politica e ideologica ma, soprattutto, antropologica.

Tant’è che oggi, soprattutto per coloro che si ritengono appartenenti alla confusa area sinistreggiante, le “ideologie” sono state sostituite con l’idolatria per una forma totemica di mercato”, considerata il summum bonum, il termine di riferimento di ogni azione politica e il fine ultimo della società. Il vitello d’oro al quale si devono sacrificare gli esseri umani, le comunità, la storia e la natura.

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