La presa del potere

Un giovane filosofo e geopolitico, Parag Khanna, ha scritto un saggio intitolato, parafrasando Tocqueville, La tecnocrazia in America, nel quale, superando lo stesso Zuckerberg, conclude che in America “c’è troppa democrazia” (???). Ciò di cui c’è bisogno è “più tecnocrazia”. Khanna ha una convinzione precisa, quella che “un governo tecnocratico è costruito attorno alle analisi di esperti e sulla pianificazione di lungo periodo, piuttosto che sulla chiusura mentale e la visione di breve periodo dei capricci populisti”. Al di là del tocco finale contro i populisti, ossia contro i sostenitori della sovranità popolare, ciò che sgomenta è il tono chiliastico, millenarista del nuovo potere tecnoscientifico, nonché il disprezzo assoluto per il popolo. Decidono “gli esperti”, poiché essi “sanno”, conoscono le procedure, antivedono gli esiti, conoscono i risvolti di tutto. A noi spetta unicamente l’obbedienza, la bovina acquiescenza al verbo.

Roberto Pecchioli in http://www.maurizioblondet.it/la-repubblica-delle-procedure/

Empatia

In “La conversazione necessaria- La forza del dialogo nell’era digitale (Einaudi 2016) ” Sherry Turkle, a suon di ricerche qualitative e interviste vis a vis, racconta di come uno dei caratteri fondamentali dell’uomo, l’empatia, si stia estinguendo a causa del deficit d’attenzione dovuto all’iperconnessione, all’eccesso informativo, all’impossibilità di sentirsi qui e ora, ma sempre altrove. «Negli ultimi 20 anni, tra gli studenti universitari, si è rilevato un calo del 40% negli indicatori dell’empatia – un decremento avvenuto per la maggior parte nell’ultimo decennio. Si tratta di una tendenza che i ricercatori attribuiscono direttamente alla presenza dei nuovi mezzi di comunicazione digitali». Come si possono capire le sfumature di uno sguardo, di un gesto, se non riusciamo a concentrarci su chi ci sta di fronte, se siamo in continua attesa di uno stimolo esterno, di una notifica dello smartphone? Come possiamo comprendere il prossimo se siamo sommersi dal rumore del comunicare? Come costruire la nostra identità se non conosciamo pause, se non abbiamo il tempo per elaborare e maturare?

Giulio Sangiorgio in Film TV #29 del 18-7-2017

A quanto evidenziato sopra, noi che seguiamo da sempre i libri della sociologa americana, non possiamo non rilevare come la stessa funzione sia stata inserita fin dal 1975 nei film trasmessi in TV,  in cui la pubblicità non serve per vendere improbabili (e inutili) oggetti, ma semplicemente per impedirti di riflettere sul carattere dei personaggi e su te stesso.

Per cui la frittura dei cervelli dei giovani data da molto prima dell’epoca digitale e, purtroppo, le generazioni che ne sono esenti sono in estinzione.

NOTA: Più o meno negli stessi anni si sono moltiplicati i film di azione, dove un montaggio veloce ha espletato la stessa funzione della pubblicità anche nelle sale cinematografiche (e non entriamo qui nella logica dei videogiochi e dei loro stretti rapporti col cinema).

Urbicidio

Palmyra

Palmyra

Il paesaggio urbano sembra inanimato ed inerte durante i bombardamenti, sventrato dalle linee nemiche e da quelle alleate, calpestato e deturpato. I monumenti e gli edifici raccolgono storie, memorie, racconti, identità, modi di dire, tradizioni, stili, abitudini, etiche professionali ed esistenziali. Gli ingredienti necessari per il dispiegarsi della vita, nella dimensione sociale, civile, culturale ed anche religiosa. Il paesaggio, nel corso di una guerra, sembra il terzo incomodo, un ostaggio ferito per dimostrare che la posta in gioco è alta, una vittima involontaria della gara per ottenere l’egemonia, un’egemonia sottile, messa in pratica dalle dimostrazioni ai danni del simbolo di una nazione, ruolo perfettamente incarnato dal paesaggio urbano nelle sue diverse forme. Ne sanno qualcosa i quartieri di Milano nel corso della seconda guerra mondiale, contesi e sospesi tra i fuochi delle bombe incendiarie. Non è però l’unico episodio di violenza contro le città ed il paesaggio urbano e culturale che le abita. Diversi sono infatti gli episodi che rientrano nella categoria semantica di Urbicidio, assemblata da un filo rosso, perverso e intricato. Un filo rosso, rosso sangue. Un lungo filo rosso che lega il sacco di Roma per mano dei Lanzichenecchi del 1527, che ha depredato la città eterna di secoli di influenze cosmopolite, il bombardamento di Dresda nel 1945 fino ad arrivare a periodi più recenti come la sorte di Mostar durante la guerra di Bosnia, l’attacco alle Twin Towers oppure la presa di Palmira da parte del Isis nel 2015.

Il neologismo “urbicidio”

Tecnicamente, nel linguaggio delle scienze sociali e della geografia politica si tratta di Urbicidio. Urbicidio, un termine di conio recente, diffuso e implementato da un gruppo di architetti bosniaci in seguito alle violenze contro il patrimonio artistico delle città.  Borgdan Bogdanovic, sindaco di Belgrado e docente di architettura si è trovato a spaziare tra i meandri concettuali e filosofici che fanno da impalcatura all’urbicidio. Bogdanovic è un intellettuale poliedrico: fondatore dell’approccio antropologico legato all’architettura, si è sempre trovato in posizioni perennemente conflittuali con il partito di Slobodan Miloseviç. Diventa presto il portavoce del gruppo di architetti che, in opposizione alle violenze delle milizie bosniache “serbizzate”, tenta di porre resistenza soprattutto dal punto di vista culturale per poi puntare ad una resistenza sul piano giuridico che trasferisse i casi di urbicidio nel novero di veri e propri crimini di guerra. Da altre latitudini gli fa eco Martin Shaw, studioso di sociologia della guerra, che delinea una definizione più diretta del paradigma. L’urbicidio rappresenta una sotto-categoria di genocidio e come tale deve essere considerato. Urbicidio, ovvero delitto contro la città ed il suo patrimonio culturale. Una città, con il patrimonio culturale che essa ospita al proprio interno, diviene dunque un obiettivo strategico, non più “vittima” di effetti secondari di strategie belliche ma sensibile bersaglio da ferire per poi assoggettare il nemico.  Abbattere la città significa cancellare i monumenti, gli edifici, i palazzi del potere, privare di memoria il paesaggio politico. Nelle logiche di guerra, oltre ai civili, anche alle città ed al patrimonio culturale nel complesso, è riservato il doloroso destino di ritrovarsi sotto tiro.

Ci si trova in una duplice sfera di significati. La prima, di ordine strategico, consiste nello sferrare un attacco al centro nevralgico dell’economia o del potere (la sorte che ad esempio è toccata a Londra durante la seconda guerra mondiale). Il secondo significato riguarda invece l’aspetto culturale che intrinsecamente appartiene alla città, figure non solo storiche ma spesso mitiche. Le grandi capitali, a scanso di equivoci retorici, producono situazioni culturali, avanguardie, movimenti, resistenze e reazioni. Attaccare la città significa attaccare, quasi per un’assurda proprietà transitiva, lo Stato, di cui essa ne diventa gioco-forza il simbolo, soprattutto in una logica di guerra, in cui la profanazione del simbolo stesso, obbliga in qualche modo l’avversario ad un indebolimento psicologico che lo induce inevitabilmente alla resa. Il valore semantico del patrimonio culturale assume dunque un aspetto peculiare e specifico per qualsiasi entità politica raggiunga la dimensione statale, diventando il simbolo delle varie forme che l’evoluzione di quel determinato stato ha raggiunto nel corso del tempo. Il valore identitario dei monumenti è, per certi versi, innegabile, così come la sua distruzione per motivi politici volta ad  attaccare lo Stato nelle proprie viscere politico-culturali., sono episodi di attacco al simbolo politico e culturale incarnato dai monumenti, rappresentativi del patrimonio culturale di un’intera nazione.

Guerra simmetrica e asimmetrica

La categoria dell’Urbicidio trasporta il dibattito dal piano della guerra simmetrica a quello della guerra asimmetrica, proiettando lo scontro non solo tra eserciti regolari ma tra milizie i cui obiettivi diventano i luoghi del vivere sociale e civile. Il contesto urbano, o meglio, il paesaggio, si personifica ed entra a pieno titolo nel conflitto, mandando in crisi l’apparato di regole del diritto internazionale ma rimanendo nell’ambito dei crimini di guerra. Il passaggio da guerra nelle città a guerra alle città sembra aver acquisito una rapidità sconcertante. Sono diversi gli esempi che dimostrano la pervasività di tale azione che dimostrano come il distruggere architetture e oggetti d’arte diventi una pratica per annientare un popolo nel simbolo e nei simboli che rappresentano maggiormente i punti di contatto tra diverse etnie (come nel caso della Bosnia Erzegovina) o diverse religioni (come nel caso del Mali).

Il confine del crimine di guerra

La violazione dell’area urbana (e dei simboli ad essa connessi) nel corso del conflitto, trasporta la pratica dell’Urbicidio nella sezione dei crimini di guerra, dato il coinvolgimento dei civili in prima persona. La definizione del crimine di guerra non è cosa facile, non soltanto perché in determinati casi si tratta di atti consentiti dalla legislazione dello stato di chi li mette in pratica ma anche perchè la definizione stessa di crimine di guerra dipende da convenzioni che non sempre tutti gli Stati in questione hanno firmato ed inoltre non vi è una codificazione specifica data da una normativa comunemente accettata, anche se la decisione della Corte Penale Internazionale del 2016 si muove in questa direzione. Del resto, come può un attacco feroce e deliberato contro monumenti e città non essere considerato un crimine di guerra? L’unica definizione di crimine di guerra (in cui la violenza contro la città sembra collocarsi perfettamente) comunemente accettata sembra essere una definizione che fa leva sul senso comune secondo cui sono crimini di guerra tutte le atrocità commesse nei confronti delle popolazioni civili. Il compiere violenze contro una città e contro il suo patrimonio artistico è un attacco all’identità stessa della popolazione (o delle popolazioni) che abitano la città stessa e il territorio e il fatto di colpirla nei simboli che ne caratterizzano la storia, la tradizione e la cultura equivale a sferrare un colpo di immane ferocia al carattere del popolo stesso.

http://www.barbadillo.it/62088-focus-urbicidio-ovvero-le-citta-sotto-tiro-dal-sacco-di-roma-a-dresda-1945-e-palmira/

La finestra di Overton

Joseph P. Overton (1960-2003) ha elaborato un modello di rappresentazione delle possibilità di cambiamenti nell’opinione pubblica, descrivendo come delle idee, totalmente respinte al loro apparire, possano essere poi accettate pienamente dalla società, per diventare infine legge. La cosa più inquietante è che queste idee nascono spesso da un piccolo gruppo e a vantaggio solo di pochi, con danni per tutti gli altri

Secondo Overton, qualsiasi idea, anche la più incredibile, per potersi sviluppare nella società ha una finestra di opportunità. In questa finestra l’idea può essere ampiamente discussa, e si può apertamente tentare di modificare la legge in suo favore. L’apparire di questa idea, in quel che potremmo chiamare la “finestra di Overton”, permette il passaggio dallo stadio di “impensabile” a quello di un pubblico dibattito, prima dalla sua adozione da parte della coscienza di massa e il suo inserimento nella legge.

Non si tratta di lavaggio del cervello puro e semplice, ma di tecniche più sottili, efficaci e coerenti, si tratta di portare il dibattito fino al cuore della società, per fare sì che il cittadino comune si appropri di una certa idea e la faccia sua. All’inizio è talvolta sufficiente che un personaggio pubblico o politico la promuova in modo caricaturale ed estremo, e che poi il resto della classe pubblica e politica smentisca con grande foga. Ecco, l’idea è nata, e la danza dei furbetti può cominciare. Il soggetto è lanciato, e si può discuterne per il bene di tutti e sgombrare il campo dagli equivoci!

Secondo questa teoria, una finestra è l’intervallo di idee che possono essere accettate dalla società in un determinato momento e che vengono apertamente manifestate dai politici senza che questi ultimi passino per estremisti. Le idee evolvono secondo i seguenti stadi:

1/ inconcepibile (inaccettabile, vietato)
2/ radicale (vietato, ma con delle riserve)
3/ accettabile (l’opinione pubblica sta cambiando)
4/ utile (ragionevole, razionale)
5/ popolare (socialmente accettabile)
6/ legalizzazione (nella politica dello Stato)

L’uso della finestra Overton è il fondamento della tecnologia di manipolazione della coscienza pubblica finalizzata all’accettazione da parte della società di idee che le erano precedentemente estranee e consente l’eliminazione dei tabù. L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo. Ciò comporta uno spostamento della stessa finestra, ed un dibattito polemico ben governato permette di raggiungere la fase ulteriore all’interno della finestra.

Dei gruppi di riflessione
producono e diffondono opinioni all’esterno della Finestra Overton, per rendere la società più ricettiva verso l’idea in corso. Quando un gruppo di riflessione vuole imporre una idea considerata inaccettabile dall’opinione pubblica, utilizza la Finestra per tappe. Prendiamo ad esempio l’idea del “ritorno alla schiavitù”. Lo spostamento della Finestra Overton in direzione di un cambiamento dell’atteggiamento verso la schiavitù può passare per i seguenti stadi:

Stadio 0 : in questo stadio il problema è inaccettabile, non è discusso nella stampa e non è ammesso dalla gente,

Stadio 1 : il tema evolve da “assolutamente inaccettabile” a “vietato ma con delle riserve”. Si afferma che non bisogna avere alcun tabù, il tema comincia ad essere discusso in piccole conferenze durante le quali degli stimati economisti fanno delle dichiarazioni di carattere “scientifico”. Il soggetto cessa di essere tabù e viene introdotto nello spazio mediatico. Risultato: il soggetto inaccettabile è messo in circolo, il tabù è desacralizzato, il problema non suscita più la medesima reazione, che comincia ad articolarsi in diversi gradi.

Stadio 2 : il tema della schiavitù passa dallo stadio del radicale (vietato, ma con delle riserve) allo stadio di accettabile. Continuano ad essere citati economisti e sociologi e vengono create espressioni eleganti (1) : non si parla più di schiavitù propriamente detta ma, diciamo, di una realtà obiettiva nella quale sempre più gente ha difficoltà a sopravvivere e che bisogna tentarle tutte pur di salvarla. L’obiettivo è di disconnettere il significato della parola dal suo contenuto nella coscienza sociale.  Nel frattempo, reportage televisivi cominciano a mostrare che le “crudeltà” della schiavitù non sono mai state realmente dimostrate.

Stadio 3 : La Finestra Overton si sposta, trasferendo il tema dall’ambito dell’accettabile a quello del ragionevole/razionale, ciò che deriva dalla “necessità economica”. Si afferma che la sottomissione all’altro è geneticamente predeterminata. Inoltre, in caso di carestia (“situazione non risolvibile”), deve essere riconosciuto all’uomo il diritto ad una scelta. Non bisogna nascondere l’informazione che ognuno può scegliere tra il morire e il servire un padrone che gli darà da mangiare. Occorre anche considerare che uno schiavo è liberato da ogni preoccupazione di ordine materiale.

Stadio 4 : da utile a popolare (socialmente accettabile). La discussione non verte solo sull’esempio di personaggi storici o mitici, ma anche ponendo l’accento sulla durezza dei tempi nei quali la schiavitù era la sola possibilità di sopravvivenza. La schiavitù comincia a essere ampiamente discussa nei programmi di informazione, nei dibattiti televisivi, nei film, nelle canzoni e nei clip. Per rendere il tema popolare, si cita spesso ad esempio un personaggio storico celebre che a suo tempo era stato schiavo, prima di diventare una persona importante.

Stadio 5 : da socialmente accettabile alla legalizzazione. Il soggetto è oramai lanciato, viene automaticamente riprodotto nei media e negli show-biz, e raccoglie consensi politici. Giunti a questa tappa, “l’umanizzazione” dei fautori della schiavitù viene utilizzata per giustificarne la legalizzazione. Possiamo davvero noi giudicare ciò che è bene per ciascun individuo? Uno schiavo ha sempre un tetto per dormire ed è interesse del suo padrone che si mantenga in buona salute. Fortunatamente vi sono delle persone ricche che possono prendersi cura di altri, mentre altre persone sono incapaci di gestirsi da soli e occorre dunque guidarli. Anche se tutto questo può sembrare a qualcuno “amorale”, è necessario, perché una società funzioni, che ognuno trovi il posto che più gli è congeniale.

Stadio 6 : da tema popolare, la schiavitù diventa legale. Si crea una base normativa, compaiono delle lobbie, vengono pubblicati degli studi che sostengono il tema della legalizzazione. Un nuovo dogma appare: “per superare le crisi, la schiavitù è spesso la sola soluzione per i più poveri”. La legge è approvata, la schiavitù diventa luogo comune nelle scuole e nei giardini di infanzia e la nuova generazione non riesce a capacitarsi di come si sia potuto pensarla in modo diverso: per salvare i più deboli e per garantire ad essi la sussistenza, la schiavitù è una buona soluzione!

Molte idee contemporanee sembravano assolutamente inconcepibili solo qualche decina di anni fa e sono poi diventate accettabili per la legge e agli occhi della società. Pensioni, sicurezza sociale, salari, il lavoro domenicale o i sistemi di video sorveglianza generalizzati. Non credete che questa evoluzione abbia seguito lo scenario sopra descritto? Credete davvero che queste riforme si siano ispirate al bene comune o non piuttosto che siano state adottate nell’interesse di qualcuno?

http://www.ossin.org/uno-sguardo-al-mondo/analisi/1696-come-sono-riusciti-a-farci-accettare-la-liberta-di-licenziamento-e-molto-altro

Individualismo

“L’individualismo come fenomeno di massa non è un fatto psicologico congiunturale,  che renderebbe i nostri contemporanei eccezionalmente egoisti o portati a ripiegarsi in sé stessi.  E’ un fatto di struttura  che mette l’attore individuale,  coi suoi diritti ma anche i suoi interessi, in primo piano, con l’esclusione  del resto – il politico specialmente, che non ha più altro ruolo se non al servizio dei diritti e degli interessi individuali.  Ne risulta un programma che si può riassumere così:  la  libertà totale di ciascuno e l’impotenza completa di tutti”.

La citazione, forse un po’ difficile, è di Marcel Gauchet. Storico e filosofo della storia, una  delle poche grandi menti rimaste in un’Europa dove il pensiero non serve più, 70 anni,  Gauchet mi pare colga bene il  “capolinea” in cui si  è ficcata la civiltà europea, e che angoscia e paralizza nel profondo – il senso di aver perso la strada. “ La dinamica  dei diritti individuali –  dice –  diventa la macchina per dissolvere la capacità collettiva di governarsi,  detto altrimenti, della democrazia”.

Il trionfo dei “diritti individuali”  è vissuto ovviamente dai più come  una grande liberazione, invece che una crisi – e crisi terminale; soprattutto, ci sembra un fenomeno di liberazione  spontaneo. Invece, spiega Gauchet, esso è indotto;  è il risultato di una “ipertrofia”  della dimensione del diritto; in concreto, dei diritto degli individui a spese delle altre dimensioni della vita collettiva.

E   questa ipertrofia ha degli autori: le oligarchie che  hanno  formato “la costruzione europea: essa è animata da una volontà post-politica, quella di ridurre la democrazia all’esercizio più largo possibile delle libertà individuali; che sono sì un elemento; ma la democrazia consiste essenzialmente e  prima di tutto nella capacità di fare scelte collettive. La filosofia delle istituzioni europee, ossessionate dal  superamento delle nazioni, consiste a suggerire ai cittadini: sfuggite all’autorità dei vostri stati. Il loro messaggio subliminale è che esse non hanno a che fare se non con individui, sui quali nessuno stato deve esercitare un’autorità indebita”.

E non è un caso che questa ipertrofia dei diritti individuali coincida con la globalizzazione: “La quale dà a chi se lo può permettere di giocare il ‘fuori’ contro il ‘dentro’.  Per esempio di trarre il massimo profitto dall’organizzazione di origini – per esempio un’alta istruzione gratuita – riducendo al minimo le obbligazioni  –  per esempio le imposte pagate”.

Ben  sappiamo, abbiamo degli esempi grandiosi di multinazionali specialiste  in questo gioco.  “Ciò non accresce il sentimento di un destino comune da  cui accettare le costrizioni in vista di un meglio collettivo”.

Leggi tutto su http://www.maurizioblondet.it/europei-vi-siete-ridotti/

Mass-media

Così il sociologo tedesco Herbert Marcuse, nel suo libro “L’uomo unidimensionale” (1964), spiegava che “la funzione basica dei media è quella di sviluppare dei pseudo bisogni di beni e di servizi fabbricati dalle grandi corporations, legando gli individui al carro del consumismo e della passività politica”, sistemi politici che che saranno il brodo di coltivazione del virus patogeno conosciuto come “autos-kratos” o autocrazia, una forma di Governo esercitata da una sola persona con un potere assoluto e illimitato, una specie di parassita endogeno di altri sistemi di Governo (inclusa la denominata democrazia formale), che, partendo dalla crisalide di una proposta di partiti eletti mediante libere elezioni, arrivato al potere subisce una metamorfosi in leader presidenzialista con chiare tinte totalitarie (inflessibile, centralista e autoritario), cosa che conferma l’aforisma di Lord Acton “Il Potere tende a corrompere e il Potere Assoluto, corrompe assolutamente”.

estratto da http://www.controinformazione.info/la-manipolazione-della-masse-nelle-democrazie-occidentali/

Questo paese

di Roberto Pecchioli

A primavera, tornano le rondini e torna la pubblicazione annuale dell’Istat , intitolata ottimisticamente “100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”. Ottimisticamente, perché i dati raccolti dall’istituto non sembrano interessare nessuno, a parte il primo giorno , con gli articoli dei quotidiani ed  i servizi delle televisioni generaliste . Soprattutto, non destano un dibattito culturale vero, né tantomeno, vengono analizzati da chi dirige il Paese. Lo chiamiamo così’ anche noi, oggi, poiché Patria è troppo impegnativo .

La fotografia dell’Istat è impietosa: diminuiscono le nascite, meno di mezzo milione nel 2015, ed è il dato più basso dall’unità nazionale, 155 anni fa: 1,37 figli per donna in età fertile ( solo l’indice tedesco è più basso) e ci vuole una media di 2,1 per garantire il ricambio generazionale. Ci si sposa pochissimo, solo 3, 2 matrimoni ogni mille abitanti. I giovani sono ampiamente superati , in numero, dagli anziani , 100 contro 157, ed è un dato impressionante. Si campa abbastanza a lungo, 80 anni gli uomini, 85 le donne, ma c’è una certa diminuzione della speranza di vita rispetto agli anni scorsi. Gli stranieri, che contribuiscono alle nascite con percentuali ormai a due cifre quasi dappertutto, sono cinque milioni, tanti quasi i disoccupati. Il loro numero è aumentato anche nel 2015, pur se l’aumento è il più contenuto da molti anni ( 55.000).

Un dato raccapricciante è costituito dal numero- 2,3 milioni- e dalla percentuale (25,7 %) dei giovani che non studiano e non lavorano, oggi classificati con l’acronimo NEET  ( non impegnati nel lavoro, nello studio e che non ricevono formazione) .  Una generazione perduta, afferma pensoso Mario Draghi, che, essendo banchiere, farebbe meglio a chiedersi quali siano le responsabilità della classe dirigente di cui egli è simbolo, che precarizza, flessibilizza, non fa credito, e fornisce un’istruzione da terzo mondo, con l’inflazione delle lauree brevi  e dell’ignoranza lunga. Non a caso, si leggono  pochissimi quotidiani ed ancor meno libri che non siano , così spesso, i cosiddetti “libroidi” scritti, o almeno firmati, dai personaggi dello sport o dello spettacolo.

In compenso si divorzia molto, 8,6 divorzi ogni diecimila abitanti e si è vittime di tanti furti e rapine che spesso non si fa neppure più denuncia. Il Prodotto Interno Lordo pro capite segnala un divario Nord Sud che aumenta e che si avvicina al 50%.

Questa è la fotografia, e del resto un istituto di statistica ha l’unica funzione di fornire dati, cifre, percentuali. Per valutare , progettare rimedi, imprimere svolte, dovrebbero scendere in campo altri. E questo è, purtroppo, il punto. Il livello delle nostre classi dirigenti è sotto gli occhi di chi riesce ancora a vedere, non solo guardare: i ministri sono in lotta tra loro, ciascuno rappresenta una lobby o un comitato d’affari, nessuno ha la sguardo rivolto al futuro, o possiede un’ idea di bene comune.

L’ultima che ha dovuto dimettersi, la dottoressa Guidi, titolare dello Sviluppo Economico, ceto dirigente dalla nascita, in quanto figlia dei titolari dell’industria Ducati, la quale, tanto per contribuire alla ricchezza nazionale, è una di quelle che ha delocalizzato produzioni in Romania. La bella signora avrebbe fornito informazioni d’ufficio riservate al suo “compagno”, un imprenditore di quelli che alcuni anni fa vennero definiti “furbetti del quartierino”. Messa alle strette, ha affermato che costui è “solo” il padre di suo figlio. C’è tutta l’Italia di oggi, nella signora ministra ( si deve dire così….) . Brigano sin dall’adolescenza per incarichi dirigenziali , si laureano magna cum laude con l’aiutino, vivono nell’arroganza, la loro vita sentimentale è variabile come il tempo d’aprile, e poi, quello è solo il padre di mio figlio……..

Un maestro della mia generazione politica, Beppe Niccolai, ci ammoniva a non guardare alla realtà con le categorie della sociologia, ma con quelle della storia e della filosofia.  Invece, la lezione vincente resta quella di Max Weber, grande sociologo inventore dell’avalutatività come criterio di quella conoscenza , oltreché teorico del “politeismo dei valori” nelle società moderne.

E sia, la sociologia, che si serve della statistica, ha il diritto di essere imparziale, secondo la prescrizione weberiana, e di classificare con cura tassonomica i dati, scomporli e ricomporli secondo modelli matematici stabiliti. Ma la scienza politica no, deve conoscere, ragionare, giudicare, progettare, organizzare. Soprattutto, deve fornire, con l’aiuto della storia , della filosofia e del comune buon senso, un giudizio di valore, a partire dal quale realizzare i correttivi per cambiare rotta. Aveva ragione Massimo Fini a definire questo tempo e le generazioni al comando come un treno che corre senza un macchinista ( c’è il mercato…) su di un binario che si interromperà, prima o poi.

A me viene in mente la celebre scena finale di “Thelma e Louise”, quando le due donne lanciano l’automobile a gran velocità e, consapevolmente , precipitano se stesse nel burrone, dopo l’avventura “on the road” con cui hanno creduto di dare un senso alle loro vite.

Corriamo ridendo verso precipizi, ma nessuno si chiede se sia un bene o un male che non nascono bambini, che i matrimoni non si celebrino o durino pochissimo, che i giovani non lavorino né studino, se gli stranieri siano qui per motivi economici o per distruggere progressivamente , insieme con il mercato del lavoro, il tessuto comunitario delle nostre regioni.  Non ci chiediamo più neppure perché si abortisca, o perché si viva un po’ meno a lungo, o perché la criminalità faccia così paura. Celebriamo ogni giorno, senza saperlo un pezzetto del nostro stesso funerale, intanto abbiamo rimosso la morte e siamo indifferenti al futuro. Se non ho figli, che mi importa del dopo ? Fulminante fu la battuta di Woody Allen , ebreo, americano, progressista, cittadino della Grande Mela, dunque interprete perfetto della cosmopoli odierna: “Perché mi devo preoccupare dei posteri ? Che cosa hanno fatto i posteri per me ? “

Comunque, pretendiamo diritti, e se conviviamo, respingiamo i doveri del matrimonio, ma rivendichiamo la reversibilità, diritti di successione ed assegni familiari. A questo si riducono, infine, le unioni civili.  I figli sono un ingombro, vanno accuditi, mantenuti, persino educati , ah no , a quello pensi lo Stato, con le tasse che paghiamo ! I vecchi sono troppi, apriamo ospizi e, soprattutto, chiamiamo eutanasia (buona morte) il diritto di toglierceli dai piedi da malati.  Poi magari spargeremo in mare le ceneri, o le terremo sul comodino in un’urna, così il funerale costerà meno e non pagheremo sepolture.

Tante cose ci dicono, a volerle ascoltare, le nude cifre dell’Istat . Ugo Foscolo ci aveva avvertito che la civiltà nacque “dal dì che nozze e tribunali ed are /dier alle umane belve esser pietose / di sé stesse e d’altrui”. Le nozze non si celebrano più, solo unioni effimere , per dividere le spese, andare in vacanza ed avere comodità nei rapporti intimi, dei tribunali non ci si fida, con molte buone ragioni, e non si denunciano più furti, rapine, malversazioni , soprattutto non si percepiscono neppure più come ingiustizia, inciviltà o degrado le mille condotte negative di ogni genere di cui siamo testimoni .  Quanto agli altari, aboliti in nome della ragione umana che tutto può, tutt’al più derubricati ad agenzia assistenziale .

Torniamo alla denatalità ed alla crisi drammatica dell’unione matrimoniale. Ascoltiamo distratti dati pesantissimi, e subito passiamo oltre, ci inseguono altre notizie, altre “ultima ora”. Il problema è che uguale comportamento hanno i governi e le élite culturali. L’Istat  dice bene , nel suo titolo “il paese in cui viviamo”. Niente di più: è un paese, un luogo qualsiasi, non la nostra casa , la nostra terra, la nostra civiltà. Ci viviamo e basta, trasciniamo le nostre vite qui , ma se fossimo a Oslo, Timbuctù o Giacarta sarebbe lo stesso. Uno è il mondo, questo paese ( lo chiamano proprio così, nelle loro pensose intemerate, quelli “de sinistra” ,questo paese) è solo uno dei tanti: ci viviamo, ma solo per caso o per necessità, domani magari saremo a Los Angeles, beninteso dopo una vacanza a Sharm elSheyk, terroristi permettendo.

Come possiamo integrare , o almeno accogliere con la nostra dignità gli stranieri, se non vogliamo offrire un valore che ci distingua, un principio morale qualsiasi, un modello di vita che non sia quello di mangiare, bere e farsi i fatti propri ? Non ci chiediamo se sia bene o male che non nascano più figli di “questo Paese”, oggi è così, domani chissà, ci penserà qualcun altro.

Se la gente non si sposa e non vuole eredi, non è solo perché la vita non è semplice: nel passato le cose andavano assai peggio, certamente leggi a favore della famiglia aiuterebbero molto, ma ciò che l’Istat non può fotografare, e la sociologia non sa indagare è che un immenso sistema di potere, la cui catena di comando è nelle solite mani sporche di finanzieri, azionisti di multinazionali e persuasori al loro servizio, è sfavorevole alla vita, alla famiglia, all’amore di sé, della Patria, delle proprie tradizioni e cose.

Dobbiamo quindi ritornare senza paura a dare giudizi, ad additare colpevoli, a indicare soluzioni. E’ un male l’agonia dell’Italia, è un male terribile che si disfino le famiglie, e si ricompongano a caso, per poco tempo. E’ un male considerare l’aborto un diritto: semmai è una triste necessità in casi particolari e definiti, è un male l’orrore invincibile del nostro tempo per la sofferenza , da nascondere in appositi lazzaretti ed interrompere a richiesta, con domanda online, previa acquisizione del pin per comunicare con l’ufficio competente.

E’ una terribile perdita allontanare da sé l’esperienza concreta della morte : conosco persone che non hanno neppure il coraggio di andare all’obitorio per visitare un parente od un amico morto.Proprio Massimo Fini , che pure si dichiara ateo, ha pronunciato parole semplici e concretissime, al riguardo :  morire è facile, prima o poi ci riescono tutti.  Ed è una carenza di sentimento, dunque di vita, rinunciare volontariamente all’esperienza della paternità e della maternità, che adesso chiamano, con un neologismo orribile e burocratico, “genitorialità”.

Ma un potere possente ed immenso come forse mai nella storia ( ecco un altro giudizio di valore ) ci vuole così. Hanno allentato la catena di trasmissione: quella tra le generazioni, quella della civiltà, della cultura, dell’amore di sé. A spezzarla definitivamente , però, ci abbiamo pensato noi , come provano le cento statistiche diramate dall’ISTAT. Spettatori annoiati, obbligati a porre sempre più in alto l’asticella delle emozioni di un attimo, senza padri, nubili, celibi, di stato libero, membri provvisori e rigorosamente part –time di legami  arcobaleno , indifferenti all’idea stessa di un Dio qualunque, senza figli, tanto al mondo alcuni miliardi di soldatini premono per essere i nostri successori a basso costo, imbottiti di medicinali e di ritrovati spesso inutili perché occorre essere, anche dopo gli ottanta , più sani e più belli. Altrimenti, non vale la pena vivere, e tutto si può risolvere con una punturina asettica, tra i camici bianchi edi sorrisi artefatti dei psicologi di sostegno. Goethe, morendo, sembra abbia detto “Più luce” .

Noi, lo certifica l’Istat nell’indifferenza dei superiori , indaffarati a fare denaro, cambiare partner che, magari, saranno solo genitori del figlio in comune , desideriamo evidentemente spegnerla la luce di questa Patria rugosa, vizza e cialtrona . Abbiamo voluto , ci hanno dato, la libertà di vivere a nostro gusto, spezzare una catena .

Ma l’animo nobile aspira ad un ordine e ad una legge. Il resto è plebe: “questo paese”.

Roberto Pecchioli

L’articolo L’Italia dell’ISTAT. Si è spezzata la catena di trasmissione. è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

Essere italiano

La sua filosofia di vita è vivere cercando di porsi meno problemi possibili e unicamente quelli che  riguardano prima di tutto  la sua persona e  in second’ordine (ma molto in second’ordine)  quelle delle persone a lui care. Tutto quello che esula da questa sfera, è tempo perso,  perché la gente non si cambia e tanto meno il mondo che, nella sua visione, è come un fiume che scorre e scorrerà sempre nel suo letto.  Nella peggiore delle ipotesi ,  potrebbe anche straripare e portare devastazione,  ma a quel punto bisogna  solo sperare  di essere sulla sponda giusta  per non venire travolti.  Chi crede di poter contare qualcosa nella società o è un ingenuo o è qualcuno che ha un qualche interesse a farlo, vedasi i politici di tutti i tipi. (Io faccio parte degli ingenui ovviamente!)  Inutile e dannoso alla propria salute è anche dare le perle ai porci,  perché oltre al danno avrai anche la beffa. La vita  di per sé è difficile,  per cui quando hai fatto il tuo dovere, non hai rotto le scatole a nessuno, non hai rubato, né ucciso, saggezza vuole che tu faccia il possibile per pensare prima di tutto a te stesso,  lavorando  lo stretto necessario per vivere dignitosamente,  divertirti  come più ti aggrada, tenere lontani gli imbroglioni, gli  invidiosi, i calunniatori, gli stupidi, i litigiosi e chi vuole indottrinarti sia politicamente, sia religiosamente. Altra regola fondamentale è non crearti problemi, preoccupazioni o ansie prima del tempo. Se un problema esiste si affronta, se il problema è irrisolvibile si accetta quello che viene e si va avanti. Concentrare la propria vita sulle cose negative già successe o che potrebbero succedere (tipo la morte)è da stupidi. Essere catastrofisti, negativi, pessimisti oltre misura vuol dire essere semplicemente dei masochisti e non aver capito che ” la vita è bella per chi la sa goder”.

La grande bellezza

Basta farsi un giro per Roma. Il centro della città (a partire da Termini) è interamente occupato da una fauna dickensiana: orientali (cinesi, pakistani e indiani), mediorientali, nordafricani, sub sahariani, nuovi poveri. A parte i rari casi di quartieri di pregio (preda di politici, mestatori e cravattari) gli Italiani tendono ad allontanarsi dalle zone centrali della città; schiantati dalla disoccupazione, dalle tasse, dal malgoverno cittadino, essi rifluiscono lentamente verso le periferie o nei paeselli della cintura prossima alla metropoli (Ostia, Guidonia, Bracciano et cetera). Alcuni migrano in provincia.
Trastevere, e numerose zone centrali sino agli anni Settanta potevano ancora definirsi popolari: ora sono connubi atroci fra nuovi ricchi, ospitati negli aviti edifici patrizi, ed economia migrante, da mordi e fuggi (fast food improvvisati, ciarpame cinese all’ingrosso, folle bigiotteria, orribili bancarelle di stupidaggini turistiche). Negozi e rivendite italiane sono state fatte a pezzi. A Piazza Vittorio e dintorni sono semplicemente scomparse. Le mafie d’importazione controllano larghe fette di territorio e la forza lavoro: sono loro a stabilire chi lavora e chi no; in alcuni esercizi commerciali, pure di notevoli dimensioni, gli italiani si sono volatilizzati. Le polizie nazionali sembrano adagiarsi in una sorveglianza a distanza: vi vedo e so, basta che non fate casino. Le auto della polizia locale, invece, per dirla con Gadda, “stazzioneno”, a distanza: basta che non fate casino, sembrano avvertire pure loro.
Solo quando si tratta di italici i poliziotti locali prendono d’acido: recentemente sono entrati nel mio condominio perché chiamati da un inquilino che si lamentava dei fumi d’una caldaia a condensazione. Sono entrati placidi, hanno contemplato oziosamente le caldaie dei balconi prospicienti; quindi, preso atto dell’inutilità delle proteste del tizio, hanno elevato tre o quattro multe: le caldaie contemplate, infatti, non erano a norma. In base alla legge xyz dell’anno zyx. La prima volta che li si vedeva in zona in trent’anni; e anche l’ultima, si spera: trecentocinquanta euri di multa! L’ordine è stato ristabilito. Io mi son salvato: il mio balcone era prospetticamente fuori dalla loro vista da falchi.
Il ceto medio scappa a gambe levate. Alcuni di loro hanno risparmi e risorse e se la caveranno; agli altri non resta che predisporre una (quanto più possibile) dolce discesa nelle classi inferiori, in abitazioni più piccole, con ambizioni più modeste, nella fascia più lontana dal cuore pulsante della città, una sorta di Bisanzio putrescente, una Roma senza papa, svuotata di senso e tradizione, che Guido Morselli per primo intuì con spirito profetico e sincero dolore.
Il fenomeno è lento per l’occhio, ma un buon fenomenologo (stavo per dire: un flâneur, un passeggiatore, un osservatore attento della propria città) lo avverte con forza subitanea.
Il migrante sale la scala sociale, l’Italiano la discende; al migrante va bene tutto, sopporta l’insopportabile (ciò che noi, oggi, non riusciamo più a sopportare), se ne frega della capitale d’Italia e del mondo. Fosse per lui il Colosseo potrebbe sprofondare: chiese, affreschi, antichi laterizi, angoli ottocenteschi a lui dicono nulla; un migrante si sciacqua presso fontane secolari, imbratta targhe settecentesche, caca negli angoli, non timbra biglietti, abbandona i resti del pranzo all’angolo delle sedi vescovili: questa non è la sua patria, sente che non la diventerà mai; è solo un’opportunità per fare soldi, opportunità che, peraltro, la Stato italiano, incredibilmente, gli allunga con incomprensibile (per lui) munificenza, sotto forma di norme e sgravi fiscali vantaggiosissimi (mentre il bottegaio italianuzzo si districa fra bollette, multe e studi di settore omicidiali).
Il tessuto umano si deteriora, la sicurezza, non più garantita da uno strato sociale omogeneo e coeso, si sfilaccia; ognuno campa alla giornata; si forma un proletariato inaudito e menefreghista (migranti, nuovi poveri italiani, disoccupati, piccoli criminali, studenti perdigiorno, laureati specializzati a trecentocinquanta al mese) facilmente addomesticabile (una retata ogni tanto, senza calcare la mano).
L’Italiano medio cerca di resistere. Pensioni e stipendi di genitori e nonni consentono ancora di scavare trincee (grassetto nostro), ma fra qualche anno? Per ora l’italianuzzo, come detto, si limita ad allontanarsi dai centri vitali delle città, ripiegando sulla periferia, sul suburbio o sull’hinterland; i più astuti fuggono verso la campagna e la provincia degli antenati ripercorrendo a ritroso, come in una rotta  catastrofica, i cammini sociali dei propri ascendenti – cammini che, cinquant’anni fa, erano chiari e ricchi di laboriosa speranza.
Dall’inurbazione alla disurbanizzazione.

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Familismo amorale

di Gabriella Giudici

Quello che una volta era considerato “Familismo Amorale” – secondo la definizione coniata dall’antropologo americano Edward Banfield per descrivere il comportamento degli abitanti del Borgo di Chiaromonte in Basilicata, nel quale si massimizzavano “unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo” – è stato talmente tollerato da diventare una sorta di autodifesa legittimata, che portava naturalmente l’individuo a perseguire solo l’interesse della propria famiglia e mai quello della comunità.

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“Il primo centro di potere è la famiglia”, scriveva Barzini, corollario del “tengo famiglia” di Longanesi. “L’organizzazione legittima o illegittima della quale la famiglia fa parte, è il gruppo, il clan, il partito politico, la camarilla, la combriccola, la consorteria, la setta, l’associazione, l’alleanza aperta o segreta, ma per quanto potenti possano essere altrove queste consorterie, di rado esse hanno l’importanza che hanno sempre avuto e hanno tutt’ora in Italia”. E Gramsci: “al partito politico e al sindacato moderni si preferiscono le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari sia legate a classi alte”.

estratto da http://gabriellagiudici.it/il-familismo-amorale/