La didattica delle competenze

Se è vero, come notava Gramsci, che ogni questione della lingua pone un più ampio problema politico, ovvero un problema di egemonia e dominio sociale, dobbiamo comprendere fino in fondo perché e come il termine ‘competenze’ non sia affatto neutro e non ideologico, da quali ambiti disciplinari extrascolastici giunga, da chi e perché sia stato importato nel mondo della scuola e imposto con una tenacia, un’insistenza e, oserei dire, con una violenza pari, nella nostra storia, solo alle imposizioni culturali e politiche, alle leggi messe in atto nella società e nella scuola dal regime fascista nel ventennio tra le due guerre.

Arrivando, e qui mi spingo ancora oltre nella mia provocazione, a intaccare gli anticorpi democratici della nostra Costituzione, che, non a caso, dichiara con forza all’articolo 33 che ‘l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento’. Sottolineo, ‘l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento’.

Ma è ancora così? Siamo ancora liberi di insegnare quelli che Franco Fortini, in una straordinaria antologia per il biennio degli istituti tecnici del 1969, chiamava ‘gli argomenti umani’?

Siamo ancora liberi di procedere, lentamente e gradualmente, con i necessari tempi lunghi, insieme ai nostri studenti, in percorsi di conoscenza condivisi, significativi, formativi sul piano della riflessione, del ragionamento e dell’analisi di noi stessi e del mondo? Siamo ancora liberi di pensare in modo ‘disinteressato’, senza il giogo dell’utilitarismo, della spendibilità, della trasferibilità, del ricatto di un mercato del lavoro che inganna i nostri studenti due volte: quando impone a scuola una formazione al lavoro che spesso è fasulla e che però sempre li depriva del diritto allo studio, e quando nasconde che la repentinità dei suoi cambiamenti richiederebbe, esattamente al contrario di quanto accade, una formazione assai più astratta e speculativa, assai più tarata su quei saperi logici e filosofico-critici che proprio la dimensione teorica delle discipline – letterarie, artistiche e scientifiche – permette di attivare e stimolare.

Conoscenze ampie, non competenze minimalistiche. Dimensione simbolica, non concretismo. Percorsi di astrazione, non compiti di realtà, dove poi la realtà nel cui recinto si pretende di chiudere i nostri studenti è sempre quella economica, produttivistica e consumistica: è quella che ci vuole tutti ‘soggetti di prestazione’, attraverso le forme di un disciplinamento in cui ciascuno di noi sfrutta sé stesso perché chiamato ad essere imprenditore di sé stesso, trasformandosi in soggetto d’obbedienza.

Siamo ancora liberi di immaginare una scuola umanistica, nel senso etimologico del termine e quindi senza distinzione tra le due culture, in cui il profitto, in termini culturali e economici, non abbia diritto di cittadinanza, in cui non ci siano contabilità di debiti e crediti, in cui gli studenti prima ancora che come lavoratori, prima ancora che come cittadini, siano considerati persone, una scuola in cui si possa insegnare e imparare a vivere, come diceva Spinoza, “una vita propriamente umana”?

Perché dico questo? Perché, a mio avviso, lo spostamento forzoso del baricentro delle attività didattiche verso il concetto di ‘competenza’ sta mettendo profondamente in discussione una certa idea di scuola, una buona idea di scuola, ancorché antica o forse proprio perché antica, cancellandola per sempre. E con conseguenze, a mio avviso, devastanti, per ciascuno di noi. Perché la scuola non è un’agenzia educativa, non è un servizio messo a disposizione dalla comunità, è un’istituzione dello Stato e tutti noi, 60 milioni di italiani, ne siamo, ma non come si intende oggi nella neolingua economicistica che domina il discorso pubblico, portatori d’interesse

Vorrei innanzi tutto sgombrare il campo da una serie di equivoci con cui, volutamente, i fautori delle competenze e della neopedagogia cui alludevo all’inizio del mio ragionamento (e cioè, burocrati, legislatori, pedagogisti, accademici, intellettuali, esperti e varia umanità, addetti istituzionali nazionali e sovranazionali) legittimano le loro posizioni innovative: a scuola si fa una didattica trasmissiva, tutta incentrata sul docente e non sul discente, basata su presupposti superati, quali l’ora di lezione, la lezione frontale, la classe, l’aula. A questo, considerato vecchiume da rottamare (e teniamo presente che la migliore tradizione della rottamazione viene, in Italia, da sinistra ma si sovrappone perfettamente alle finalità anticulturali della destra) contrappongono una serie di misure moderne, spacciate come più efficaci (badate bene, spacciate come più efficaci, altra mistificazione culturale e basterebbe leggere l’ultimo libro di Susan Greenfield Cambiamento mentale. Come le nuove tecnologie digitali stanno lasciando un’impronta sui nostri cervelli per assumere un altro punto di vista, questo sì scientificamente fondato): la flipped classroom, il CLIL, la scomposizione del gruppo classe, il DADA, la Lim, lo smartphone e in generale le nuove tecnologie informatiche, il libro digitale autoprodotto, la didattica laboratoriale, il debate, l’insegnante come mediatore, accompagnatore, animatore digitale, attivatore di competenze attraverso appunto esperienze e compiti di realtà che nulla abbiano a che fare con la tradizione culturale, con la memoria storica e col libro.

E’ qui che si incardina, a mio avviso, l’operazione di mistificazione lessicale, concettuale, culturale e politica che sta minando la scuola italiana fin dalle fondamenta. A dispetto di un mondo che sempre più privilegia istintività, immediatezza, disintermediazione, spontaneità acritica, superficialità (e che ha trovato nei social network la perfetta espressione di questa nuova, pervasiva, dimensione dell’esistenza) la scuola italiana ha mantenuto nel tempo e con tenacia il valore della conoscenza, della cultura, del pensiero, della ricerca, dell’indagine, della speculazione e dell’esplorazione della complessità. Ma in un mondo sempre più piegato alle logiche del mercato e del profitto, di un capitalismo ferocemente estrattivo che dopo aver depredato la natura e le sue risorse attraverso lo sfruttamento della forza lavoro dei corpi umani oggi trova nelle nostre menti, nei nostri sentimenti, nelle nostre attitudini trasformate in big data nuovi pascoli da desertificare, ecco in un mondo così configurato oggi anche la scuola deve piegarsi alle logiche economiche che permeano scelte politiche scellerate. Non è, a onor del vero, una novità assoluta: la scuola ha sempre anche riprodotto l’ordine sociale vigente (basta leggere Bourdieu e Passeron o, in Italia, le ricerche degli anni Settanta sulle vestali della classe media) ma con un margine fondamentale che oggi sembra essere scomparso dall’orizzonte del nostro sguardo: l’accesso ai saperi implicava anche la critica dei saperi, la messa in discussione dell’esistente, la possibilità della scelta ideologica, che è sempre una scelta di campo, per i docenti e per gli studenti. E’ancora praticabile oggi questa scelta di campo? E’ ancora possibile oggi scegliere un proprio metodo tra i tanti? Quali sono i nostri margini?  E quali le condizioni, le implicazioni, le limitazioni? Quali spazi di autonomia ci lascia a scuola il giogo delle competenze, impostoci in questi termini e con tale, diffusa, penetrante, insistenza?

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Anna Angelucci

Intervento al convegno nazionale “A scuola di competenze: verso un nuovo modello didattico. Quale?” organizzato da Gilda degli insegnanti di Vicenza e Associazione docenti Articolo 33 (Vicenza, 18 marzo 2019)

fonte: www.roars.it

 

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Misteri

Uno dei ministeri fondamentali, perché riguarda il futuro immateriale della nazione, quello della Pubblica Istruzione, sembra essere il refugium paccatorum dei demagoghi, degli incompetenti, dei conformisti, dei confusionari. Si pensava che la rossa Fedeli, che gabellò un diploma inesistente, fosse il peggio del peggio, ma ci eravamo illusi. Infatti la Lega non ha trovato di meglio da insediare al suo posto nel palazzone umbertino di Viale Trastevere che un personaggio non molto migliore. Un ministro che avesse voluto segnare una “discontinuità” con il passato, come amano dire i gialloverdi, non solo avrebbe dovuto neutralizzare le direttive generali  demagogiche e ideologiche della suddetta signora, ma procedere controcorrente e ripristinare disciplina, rispetto, ordine in un ambiente, come quello scolastico, che ornai sembra oscillare tra l’anarchia e il western, come dimostrano innumerevoli episodi di cronaca quasi nera che tutti conoscono.

Alla poltrona della Fedeli vi  è stato invece insediato un certo Marco Bussetti di anni 57, già insegnante di ginnastica, già allenatore e dirigente di una squadra di pallavolo, già dipendente del Provveditorato di Milano, il quale a quanto pare intende procedere lungo la via della cretinizzazione dei ragazzi, come dimostra la questione dei cellulari in classe.

Una proposta di legge presentata da due deputati, uno della Lega e uno di Forza Italia, vorrebbe proibirli a scuola e in classe. Secondo il signor ministro invece cellulari & affini sono “strumenti didattici”. Il poverino  pensa infatti che i giovani si possano autocontrollare e usarli soltanto quando servono di ausilio per certe lezioni e tenerli poi spenti in tasca quando non servono. Beato lui! Evidentemente non legge le cronache, non ha figli che vanno a suola, non è entrato mai in una classe durante una lezione, non ha mai parlato con docenti e presidi. E evidentemente nemmeno sa che in  Francia per legge i telefonini, gli smartphone e i tablet soprattutto, sono vietati alle elementari e alla medie, regolamentati alle superiori. E nemmeno sa di quella scuola di cui è stato anche scritto su queste pagine, che li ha vietati e alla cui regole gli allievi si sono adattati senza avere quei traumi che moti paventano. Mentre il caso vuole che negli stessi giorni di queste sue banali dichiarazioni il famoso istituto Massimo di Roma, retto dai gesuiti, ha intrapreso questa via; gli aggeggi elettronici si consegnano all’ingresso della scuola e si restituiscono all’uscita, a meno che non servano effettivamente di ausilio durante una lezione…

Se la legge non passa o verrà insabbiata continueremo ad avere ragazzini e ragazzine distratti e ignoranti che usano lo strumento che hanno in tasca anche per filmare quel che avviene in classe e sbatterlo in rete, ricattare i loro compagni e fare altre sciocchezze del genere che hanno portato anche a veri drammi, con grande soddisfazione del ministro Bussetti che certe cose non le conosce perché a quanto pare  non  legge i giornali e non quarda la televisione, oppure nessuno dei suoi sottoposti gli redige un “mattinale” che gli illustri quel che succede nelle scuole italiane che da lui dipendono

Se per caso passasse, il ministro dovrebbe avallarla e non boicottarla, e presidi e docenti dovrebbero applicarla con convinzione senza far finta di nulla, e i genitori farsene una ragione, senza comportarsi come quei sindaci che, quasi fossero uno Stato nello Stato, non vogliono applicare il Decreto Sicurezza e fanno come meglio piace a loro. Di certo si dovrebbe far fronte alle levate di scusi dei fanciulli e dei devoti mediatici. Una prospettiva non da poco con l’aria che tira e che a quanto pare il ministro Bussetti non ha il coraggio e la convinzione di affrontar. Assai meglio vivere tranquilli, seguire la corrente limacciosa del conformismo più che della storia. Ma ecco perché la scuola italiana è agli ultimo posti delle graduatorie europee…

http://www.barbadillo.it/80970-il-caso-il-marziano-bussetti-se-litalia-ha-il-ministero-della-pubblica-ignoranza/

Non scholae sed vitae

Forse aveva ragione Dario Fo quando sosteneva che “il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento. Per questo è il padrone”. La migliore rappresentazione del concetto la offrì Paolo Villaggio con il personaggio di Fantozzi. Il mite ragioniere, già soldatino fedele all’azienda si trasforma in contestatore sulle piste del collega Folagra. Convocato dal “mega direttore galattico”, Fantozzi è messo nel sacco dal vecchio volpone che ribalta facilmente il suo lessico. Fantozzi grida contro i padroni, attacca gli sfruttatori in nome dei morti di fame. Calmissimo e quasi benevolo, il rappresentante del potere rovescia i termini: le giuste definizioni sono datori di lavoro, benestanti e classe meno abbiente. Il ragionier Ugo osserva rapito l’acquario degli impiegati, una sorta di paradiso aziendale riservato ai dipendenti più fedeli e ubbidienti. Ammaliato, rinuncia alle sue idee deciso a conquistare un posto nell’acquario.

Siamo testimoni passivi di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli lontano da noi e contro di noi. Persino un curriculum serve per sviare il dissenso, ricondurlo alla grammatica – ovvero agli interessi – delle oligarchie dominanti. Da tempo ci hanno persuaso che l’accorpamento e la chiusura di fabbriche e uffici, con conseguenti licenziamenti massicci, è una benefica ristrutturazione. Recenti libri di testo tentano di convincere i ragazzini delle medie che la delocalizzazione industriale è cosa buona e giusta, mentre la precarietà di vita è un’opportunità, positiva mobilità, la spinta a diventare imprenditori di se stessi. Altri chierici del sistema stabiliscono, contro ogni evidenza naturale, che i generi non sono due, ma un numero mobile e imprecisato. Al fine di rendere più credibile l’assunto, decidono la sostituzione dei significanti: genere al posto di sesso, il gioco è fatto. Strutturalismo al potere.

Il mago Houdini non avrebbe fatto di meglio. Nel nostro caso, agli occhi del popolo credulone e disattento, curriculum è diventato sinonimo di titoli di studio. Il ministro dell’istruzione signora Fedeli millantò ben altro nel silenzio generale, ma milita nella parte giusta: per lei indulgenza plenaria unita all’irritazione contro chi adombrò l’inadeguatezza al ruolo della matura sindacalista toscana. Il rapporto tra masse e potere cambia nelle forme, non nella sostanza. Padrone è chi possiede il significato delle parole.

Roberto Pecchioli in

https://www.maurizioblondet.it/lacquario-di-fantozzi/

Repetita iuvant

Di

Alvaro Belardinelli

È proprio vero che responsabili e tifosi dell’invalsizzazione coatta della Scuola italiana non ne comprendano le implicazioni, le ricadute, le conseguenze? È vero probabilmente per i “tecnici” dell’Invalsi, il cui stipendio dipende proprio dal loro non comprenderle. Un po’ meno vero, probabilmente, è per i mandanti del progetto che vede la Scuola sottomessa all’Invalsi e l’Università assoggettata all’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).

La progressiva sottomissione del sistema scolastico italiano all’Invalsi, infatti, otterrà sicuramente alcuni risultati:

  1. l’espropriazione graduale della valutazione dalle mani degli insegnanti (visto che la valutazione degli insegnanti non è più considerata “oggettivamente misurabile”);
  2. il successivo trasferimento della valutazione stessa dagli insegnanti al “Ministero della Verità” costituito dall’Invalsi, ente esterno finanziato dal Governo e “vigilato” dal MIUR (dunque dall’esecutivo, cioè dai partiti di Governo e dai loro mandanti esterni);
  3. l’avanzante subordinazione della didattica al superamento dei quiz da parte degli studenti;
  4. il crescente peso dell’ideologia didattica e formativa dominante (indirizzata dai potentati economici attraverso il potere politico ed attraverso l’Invalsi);
  5. il progressivo superamento della figura del Docente e della sua libertà di insegnamento, ormai subordinati a criteri falsamente “oggettivi” imposti dai poteri che dominano la società;
  6. il graduale annullamento della capacità della Scuola di preparare per il domani una società diversa, più umana, ossia non organizzata soltanto secondo criteri aziendalistici, produttivistici, economicistici, mercatistici.

Chi vuole risultati simili? Quali sono gli stakeholder (“portatori di interessi”, per usare un termine caro agli usurai che dominano il pianeta) cui sta tanto a cuore l’involuzione antropologica alla quale la Scuola italiana sta velocemente cedendo le armi?

In mezzo alla notizia

Ignorantizzazione” di massa

È un dato di fatto che i risultati che noi docenti riusciamo a raggiungere con i nostri alunni si sono progressivamente ridotti negli ultimi trent’anni. Complice di questo disastro è sicuramente l’involuzione che l’intera società italiana ha subito a seguito dell’ideologia consumista: del cui trionfo già cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini ci avvertiva. Trionfo acuito dal progressivo (ed eterodiretto) allontanamento delle masse dalla politica attiva mediante la strategia della tensione; dalla parabola discendente della credibilità dei Sindacatoni “maggiormente rappresentativi” e dei loro partitoni di riferimento; dalla nascita e dall’affermazione delle televisioni berlusconiane (i vari Canile 5) e di quelle “berluscomorfe“; dal venticinquennio di predominio neoliberista che abbiamo appena vissuto, con l’alternarsi di governi identici sul piano dei programmi e delle politiche, pervicacemente e costantemente basate su tre pilastri: privatizzazione, riduzione della spesa pubblica e smantellamento dello stato sociale.

Per contrastare tutto ciò, la Scuola avrebbe dovuto semplicemente non adeguarvisi: ossia mantenere fermi quei capisaldi culturali che avevano sempre fatto del sistema scolastico italiano uno dei migliori del mondo. Il che non vuol dire rimanere fermi: la Scuola deve esser sempre alla ricerca del progresso e del miglioramento.

Perché portare gli alunni non meritevoli alle classi successive?

Però miglioramento e progresso non possono ottenersi con la rinuncia al rigore epistemologico, alla serietà, alla verità. In parole povere, non si può fingere che la Scuola possa diventare più democratica col 6 politico. La Scuola è un’istituzione che deve garantire ai cittadini l’istruzione, ossia la possibilità di elevarsi culturalmente e socialmente, con benefici effetti per la società tutta. Non si può rendere obbligatoria de facto per i docenti l’ammissione degli alunni non meritevoli alle classi successive.

Si sarebbe dovuto eliminare gli ostacoli, economici e culturali, che impediscono a tutti lo stesso livello di partenza nell’acquisizione della cultura. Non si sarebbe dovuto rendere più elementari i programmi per rendere più facile la promozione generalizzata.

Non si sarebbe dovuto eliminare dalle Scuole Medie l’insegnamento del latino (come si fece nel 1979 per una singolare convergenza tra PCICGIL e Confindustria, tutti tanto preoccupati per i poveri figli degli operai!). Lo si fece per non sottoporre gli studenti “alla tortura del latino”: ed è stato un errore gravissimo, perché sono proprio le classi più deprivate ad aver bisogno di studiare le discipline più formative! Anche Antonio Gramsci la pensava così (e lo scrisse nei Quaderni dal carcere). Eppure oggi questa idea, così ovvia e di buon senso, suona talmente eretica da esser sostenuta unicamente dall’eretico Sindacato Unicobas Scuola & Università!

Tornare alle lingue classiche

Idea eretica, ma condivisa anche dal professor Alessandro Barbero (storico insigne e ordinario di Storia medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”); il quale, durante il XIII Festival Internazionale della Storia, svoltosi a Gorizia dal 25 al 28 maggio 2017, ha pronunciato queste parole: «Un tempo si sapeva di dover uscire dalla Scuola dopo aver appreso a grandi linee tutte le cose più importanti della cultura. Per molto tempo a scuola ci andavano in pochi: per le classi dirigenti ciò era normale, però si dava per scontato che andare alle Scuole Superiori e al Liceo era indispensabile per avere un ruolo dirigenziale nella vita”.

“L’esercito italiano nella Grande Guerra aveva un disperato bisogno di ufficiali; tanto che alla fine mandò a comandare plotoni e compagnie i diciannovenni, purché avessero finito le Scuole Superiori! Si accettavano anche i diplomati di Istituto Tecnico, purché diplomati, perché i diplomati scarseggiavano, ma si preferivano i diplomati dei Licei. Forse perché il latino e il greco serve in trincea? Sì, evidentemente! Questa era la loro risposta! In Inghilterra, per fare il pastore anglicano, bisognava laurearsi a Oxford o Cambridge. Poi si è giustamente stabilito che la cultura comune non deve appartenere solo a poche élite, e che tutti devono possederla. E che tutti i giovani devono studiare negli anni della vita in cui i loro padri e nonni erano costretti a lavorare.

Dalla scuola di massa all’alternanza scuola-lavoro

A quel punto sono spuntati fuori quanti dicono: “A che cosa serve che i figli degli operai studino il latino?”. E subito dopo: “Ma il libro di testo è proprio necessario? Oggi si fa tutto online!”. Quando a scuola ci andavano solo i figli dei padroni, tutti sapevano che i contenuti appresi a scuola fanno di te una persona più forte e con più possibilità.

Quando anche i figli degli operai sono andati al Liceo, si è cominciato a dire che il Liceo non serve. E così siamo arrivati al punto che la grande conquista della scuola di massa (ossia l’aver permesso a tutti i giovani di studiare contenuti elevati senza chiedersi a cosa servano nell’immediato lavorativo) viene demolita nel comune sentire, perché “poco spendibile sul mercato del lavoro”. Con la legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”) si è tornati a dire ai ragazzi di sedici anni (come ai loro nonni sessant’anni fa) che “un po’ di lavoro lo dovete fare”: ed ecco l’alternanza scuola-lavoro!»

Il professor Barbero è costretto purtroppo a condividere con tutti gli altri suoi colleghi Docenti universitari un’esperienza comune: quella del progressivo scivolamento dei corsi universitari verso la “licealizzazione“, ovverosia la discesa degli standard formativi universitari verso i livelli che prima erano propri dei Licei.

In parole povere, chi oggi consegue una laurea triennale ottiene una preparazione culturale pari a quella che trent’anni fa si poteva ottenere con un diploma di Scuola Superiore. Ciò accade perché, a loro volta, le Scuole Superiori portano oggi i propri studenti a livelli culturali di poco superiori a quelli un tempo conseguiti con la licenza media inferioree la Scuola Media Inferiore, a sua volta elementarizzata, si accontenta ormai di erogare conoscenze e competenze un tempo raggiunte alla Scuola Elementare (la prima del pianeta fino al 1990).

È favorevole tutto ciò alle magnifiche sorti e progressive del Paese?

 

https://www.tecnicadellascuola.it/addio-al-latino-6-politico-largo-allinvalsi-la-scuola-vicina-al-punto-non-ritorno

Quantità o qualità?

La scuola italiana è a larghissima maggioranza statale: sono iscritti alle scuole dello Stato il 94% degli alunni delle primarie e oltre il 96% degli studenti delle secondarie. Un sistema unico di regole consente di far funzionare questa grande macchina, secondo un rituale che si ripete ogni anno: a partire dalle iscrizioni effettuate dalle famiglie – tra gennaio e febbraio, salvo riconferma alla luce di scrutini ed esami estivi – vengono formate le classi. Pur influenzate da fattori diversi – presenza di alunni con disabilità, scuole di montagna ecc. – le dimensioni delle classi (numero di studenti) risultano alquanto uniformi, sia sul territorio, sia per gradi di scuola. La diminuzione di un milione di studenti prevista dall’Istat sulla scala nazionale può essere scomposta nella variazione regionale nel numero di sezioni/classi (tab. 1).

Sulla scena nazionale la tendenza alla contrazione è chiara: nel prossimo decennio solamente le scuole superiori di alcune regioni del Centro-Nord vedranno ancora aumentare il numero delle classi.

A loro volta, le classi formate determineranno in modo alquanto meccanico gli organici, sulla base dei quadri orari delle diverse tipologie di scuole e degli orari contrattuali dei docenti. Ad esempio, a regole vigenti, nella scuola media si creerà una cattedra di “italiano, storia e geografia” ogni 2 classi (9 ore per 2= 18 ore contrattuali alla settimana); una di matematica ogni 3 classi (6+6+6=18); una di inglese ogni 6 classi (3 per 6=18). Le variazioni della popolazione scolastica e delle classi possono dunque essere ulteriormente tradotte in variazioni dei posti e delle cattedre, nell’ipotesi di costanza delle regole vigenti (Tab. 2).

La riduzione della popolazione scolastica comporterà dunque una contrazione degli organici dei docenti, a partire dai gradi inferiori, per un totale di oltre 55.000 posti/cattedre persi. A differenza del passato, il declino investirà progressivamente tutte le regioni, comprese quelle del Nord. Di conseguenza possiamo prevedere un raffreddamento della mobilità territoriale dei docenti, poiché diminuiranno le opportunità di trasferirsi dal Sud al Centro-Nord per entrare in ruolo. A regole vigenti si assisterà anche a un rallentamento nel turnover dei docenti: i nuovi insegnanti immessi in ruolo saranno meno degli insegnanti che usciranno (per pensionamenti, ecc.). A soffrirne sarà il rinnovamento del corpo docente e probabilmente anche l’innovazione didattica.

http://www.neodemos.info/articoli/scuola-orizzonte-2028-anticipare-il-cambiamento/

Fonte: Fondazione Agnelli  “Scuola. Orizzonte 2028: evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche.

Lettera di una maestra

Molti genitori parcheggiano a scuola i bambini mandandoli con la febbre a quaranta o dopo una notte passata in Pronto Soccorso, li scarozzano da un’attività all’altra perché i piccoli hanno bisogno di socialità e sport, organizzano feste con cento invitati in agriturismo per l’ottavo compleanno ma di loro si curano pochissimo. Quando tornano a casa i bambini si attaccano alle televisioni o alle console oppure ai telefoni e non danno più fastidio ai genitori che a volte rincasano alle nove o le dieci e i pargoli, per stare con loro, vanno a nanna alle undici o mezzanotte, magari guardano insieme un film horror di quelli che io non potrei mai digerire. Frequentano chat o videogiochi pieni di simboli occulti. Certi vanno nelle loro camere e si addormentano solo con la loro televisione accesa, altri ancora dormono nel letto con la mamma “single”. Molti genitori fanno tenerezza e a volte ci parlano come a psicologi o confessori delle loro vite sottosopra, raccontandoci compagni o compagne che girano, della assoluta difficoltà di educare i propri figli da soli e con un lavoro da sostenere e i bimbi da mantenere. Spesso sono persino più persi dei nostri alunni.

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https://www.maurizioblondet.it/lettera-maestra-vedo-la-dissoluzione-nei-bambini/

Agenzie educative

È proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati».

Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

http://appelloalpopolo.it/?p=39065

La classifica Censis delle università italiane

Roma, 3 luglio 2017 – La nuova edizione della Classifica Censis delle Università italiane. Anche quest’anno sono disponibili le classifiche delle università italiane elaborate dal Censis e divenute ormai un appuntamento annuale a supporto dell’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria. Si tratta di un’articolata analisi del sistema universitario italiano attraverso la valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensione) relativamente alle strutture disponibili, ai servizi erogati, al livello di internazionalizzazione e alla capacità di comunicazione 2.0. A questa classifica si aggiunge il ranking dei raggruppamenti di classi di laurea triennali e dei corsi a ciclo unico rispetto alle dimensioni della progressione in carriera e del grado di internazionalizzazione. Complessivamente si tratta di 40 classifiche, che possono aiutare i giovani e le loro famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione migliore.

Tornano a crescere le immatricolazioni. Il picco di immatricolati alle università italiane si era registrato nell’anno accademico 2003/04 (337mila nuovi iscritti). Dopo di allora si è verificato un calo che si è protratto fino al 2013/14, con una riduzione complessiva nel periodo del 20%. Nell’a.a. 2015/16 (276mila immatricolati) si ha, per il secondo anno consecutivo, una lieve crescita (+1,9%, circa 6mila immatricolati in più, dopo il +0,8% registrato nell’anno precedente, in cui si era invertito il trend).

I mega atenei statali. Tra i mega atenei statali (quelli con oltre 40.000 iscritti) mantiene la prima posizione in graduatoria l’Università di Bologna, con un punteggio complessivo di 92,0. Segue l’Università di Firenze (88,2) che guadagna una posizione rispetto all’anno precedente, acquisendo, tra l’altro, 6 punti nella comunicazione e nei servizi digitali. Terza e quarta posizione per l’Università di Padova e l’Università di Roma La Sapienza, che oltre a migliorare il loro punteggio nella comunicazione e nei servizi digitali guadagnano rispettivamente 4 e 1 punti nel livello di internazionalizzazione. Ultima in classifica tra i mega atenei è, come lo scorso anno, l’Università di Napoli Federico II. Penultima l’Università di Catania, che guadagna una posizione. L’Università Statale di Milano, infine, si conferma terz’ultima.

Più in dettaglio. Questi sono i principali risultati dell’edizione 2017/2018 della Classifica Censis delle Università italiane. Le graduatorie possono essere esaminate nel dettaglio nella sezione del sito del Censis (www.censis.it), dove si possono interrogare in funzione dei personali obiettivi e percorsi di studio. Sul sito sono consultabili anche le classifiche della didattica delle lauree triennali e magistrali a ciclo unico (raggruppate rispettivamente in 15 e 6 aree disciplinari) ed è disponibile la metodologia utilizzata per la classificazione.

 

Lavorare per quattro soldi

Un’amica laureata in scienze dell’educazione con 110 e lode ha ricevuto da un operatore che eroga servizi per l’infaniza un’offerta di lavoro da colf/baby-sitter, orario 13-22 dal lunedì al sabato, 54 ore complessive per 500 euro mensili. Dovrebbe far svolgere i compiti a due bambini che frequentano la scuola primaria, cucinare per loro e per i genitori e rassettare casa. Prendere o lasciare. Umilante? C’è di peggio. Mi ha detto che una sua conoscente lavora per un noto studio professionale come contabile, laureata anche lei con 110 e lode in economia e commercio, anche lei 9 ore al giorno per 6 giorni la settimana, retribuzione netta 400 euro al mese.
Quando parliamo di deflazione salariale deve essere chiaro che stiamo indicando anche questi fenomeni diffusi. Oggi la sottocupazione al limite dello sfruttamento è lo standard e le persone che svolgono questi lavori per percepire retribuzioni da fame vengono conteggiate tra gli occupati dall’ISTAT. Nel mercato del lavoro con la crisi che c’è, si troveranno sempre ragazzi laureati disposti ad accettare queste condizioni, e se non si trovano c’è un serbatoio infinito di lavoratori e lavoratrici che provengono dalle aree disagiate, disposti a lavorare quasi gratis. Quando si dice che i ragazzi italiani non vogliono lavorare, o non vogliono abbassarsi a fare lavori umili, penso sempre a tutti i miei amici iperqualificati che fanno di tutto pur di campare e mi domando se sia poi così assurdo pretendere di fare il lavoro per cui si è studiato. Che diavolo si studia a fare se poi ci si deve comunque abbassare di livello per svolgere mansioni che non richiedono qualifiche di alcun tipo?

Gianluca Baldini

L’Erasmus , nuova naia

di Diego Fusaro

Ed ecco che ora il ministro – ministro, mi perdonerà la neolingua boldriniana! – dell’Istruzione Valeria Fedeli asserisce trionfale che occorre rendere obbligatorio l’Erasmus per tutti e anticiparlo già alle scuole superiori. Quod erat demonstrandum! Abbiamo rimosso la leva obbligatoria e abbiamo messo come nuova naia l’Erasmus, per rieducare i giovani al globalismo post nazionale.

VERSO UNA COSCIENZA INFELICE. L’obiettivo è che essi abbandonino ogni radicamento nazionale e ogni residua identità culturale e si consegnino senza coscienza infelice all’erranza planetaria, all’espatrio permanente, al moto diasporico globalizzato e alla centrifugazione post moderna delle identità. I pedagoghi del mondialismo possono così, con profitto, imporre ai giovani italiani la nuova postura cosmopolita no border.

L’Erasmus impone alle giovani generazioni lo spaesamento generalizzato, ossia l’assenza di radicamento territoriale, storico e culturale

 

La figura dell’Erasmus (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, “schema d’azione delle regioni europee per la mobilità degli studenti universitari”) svolge, in questo contesto, una sua specifica funzione ideologica. Tenuto a battesimo fin nel 1987, l’Erasmus è, di fatto, un progetto di educazione che impone alle generazioni più giovani la mobilità internazionalistica, l’espatrio permanente, l’erramento gaudente e lo spaesamento generalizzato (ossia l’assenza di radicamento territoriale, storico, culturale) come valori di riferimento.

STUDIO DEL TUTTO SECONDARIO. Forgia e modella l’immaginario dei giovani in senso liberal-libertario, educandoli all’abbandono di ogni radicamento e di ogni appartenenza nazionale, al divertimento senza frontiere (rispetto al quale lo studio svolge una funzione del tutto secondaria), alla narrativa no border del mondialismo e all’integrazione cosmopolita. Da una diversa prospettiva, il programma di rieducazione dell’Erasmus inocula nelle nuove generazioni l’etica del tempo della deeticizzazione, centrata sulle figure dell’erranza e dello sconfinamento, dell’espatrio e della delocalizzazione.

COME FLUSSI FINANZIARI GLOBALI. Senza esagerazioni, l’Erasmus si presenta come la riproposizione, sul versante culturale degli stili di vita delle nuove generazioni a capitalismo integrale, della nuova struttura dei flussi finanziari globali in permanente mobilità, deterritorializzati e sempre in cerca di migliori opportunità di profitto. Esso è, a rigore, un programma di rieducazione coatta alla mobilità e al mondialismo che la genera a propria immagine e somiglianza.

Lo studio all’estero promuove quella mobilità delle persone che è il derivato necessario della mobilità dei mercati del lavoro e delle pratiche della delocalizzazione

 

Al di là delle narrazioni edulcoranti per anime belle, l’Erasmus promuove quella mobilità delle nuove generazioni che è il derivato necessario della mobilità dei mercati del lavoro e delle pratiche della delocalizzazione. La libera circolazione delle merci produce a propria immagine e somiglianza la libera circolazione delle persone, esse stesse ridotte al rango di merci che si spostano sul piano liscio del mercato globale sul fondamento della legge fattasi planetaria della domanda e dell’offerta: con annessa possibilità, per gli architetti del globalismo, di massimizzare i processi della valorizzazione del valore, sempre a detrimento dei lavoratori e dell’ambiente, dei diritti e delle sicurezze.

ATTRATTI DALLA MOVIDA PERMANENTE. In una simile prospettiva, l’Erasmus non è altro che il volto trendy e accattivante della delocalizzazione permanente e dell’espatrio forzato a cui il Capitale condanna i popoli del pianeta. La gioventù coattivamente addestrata ai valori dell’anarco-capitalismo e all’idiosincrasia verso ogni forma di maturità e di stabilizzazione identifica la libertà ora con il diritto alla movida permanente, ora con il diritto alla mobilità e al nomadismo, ora con il diritto dei popoli ad accedere alla mondializzazione dei mercati, con l’appoggio ausiliario della Nato e con l’abbattimento imperialistico dei “tiranni” locali, ossia di tutti i governanti non piegati al Washington consensus.

Fonte: Lettera 43