Facilitatori

E dagli anni Novanta in avanti attraverso provvedimenti legislativi successivi che hanno introdotto le logiche – necessarie ma complementari – dell’inclusione, dell’integrazione, del dialogo scuola-famiglia – una strana eterogenesi dei fini ha come consentito al sistema scolastico di puntare più su questi nuovi obiettivi che su quelli tradizionali della formazione e della crescita culturale. La scuola italiana ha finito per aggiungere esperienze e progettualità, anche extra-scolastiche, tese a radicarsi nel territorio, a proporre la relazione scuola-lavoro e così via. Ma per una serie di fattori, anche contraddittori, la figura del docente si è progressivamente trasformata, soprattutto nella percezione collettiva e nelle famiglie, in quella di una sorta di sorvegliante e tutore dei giovani, in cui spesso le competenze richieste sembravano più quelle di un assistente sociale, infermiere, psicologo e animatore di comunità che in quella di educatore e formatore. Aggiungendo a ciò la perdita costante di prestigio sociale dell’insegnante e del professore, soprattutto a causa degli stipendi sempre più appiattiti in basso tanto che oggi il docente italiano guadagna meno di un operaio e con una remunerazione mensile che è la metà di un suo collega tedesco o francese. E non si può tacere in questo processo il ruolo del sindacato che per anni ha preferito impegnarsi sul facilitare l’ingresso in cattedra dei precari piuttosto che puntare sull’aumento degli stipendi. Nel complesso, il risultato è stato quello di abbassare l’attrattiva per la professione docente da parte di giovani laureati di qualità che hanno preferito professioni oggettivamente più remunerative.
Dati tutti questi fattori, il risultato, come sottolinea Sini, è stato quello di arrivare a una sistema scolastico in cui – tranne gli sforzi individuali dei singoli insegnanti – ha finito per eclissarsi il primato della formazione culturale dei ragazzi. Per dirla con una sola parola, al ruolo educativo e formativo dell’insegnante è andata sostituendosi la logica del “facilitatore”: “bestemmia pedagogica – a dire di Sini – che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura”. Ovviamente, c’è professore e professore. E grazie a molti singoli la scuola italiana riesce ancora ad avere dei risultati. Ma nell’insieme è scomparsa la percezione pubblica e nell’immaginario del ruolo pedagogico e formativo dell’istituzione scolastica. Da cui il fatto che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà che non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, addirittura nei licei e ormai anche nelle università. Perché quello che si è soprattutto appannato è il percepire la scuola come il principale canale di accesso alla cultura e alla grande cultura. Si è invece puntato a pretese “competenze” introdotte recependo troppo velocemente linee guida e indicazioni europee oppure modelli anglosassoni senza un contesto adeguato e una metabolizzazione approfondita, tendendo a tralasciare o a porre in secondo piano quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire.

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Il prezzo come valore

Di Helen Buyniski, giornalista e commentatrice politica statunitense

“Il sistema scolastico pubblico americano potrebbe essere nei guai, tranne le sue migliori università”, afferma un articolo di Stacker, che paragona le dotazioni multimiliardarie di 50 college americani alla “ricchezza totale” delle nazioni del mondo, come stimato dal Credit Suisse.
L’elenco ha visto cinque università – tra cui Princeton, Stanford, Yale e l’Università del Texas System – battere oltre la metà delle 195 economie mondiali. In cima alla lista con la sua enorme dotazione di 38,3 miliardi di dollari è posizionata Harvard.
Forse più degli altri college della Ivy League, Harvard vende più di una laurea. Un’istruzione ad Harvard fornisce l’ingresso in ambienti esclusivi popolati da persone molto ricche e molto influenti, e la scuola si impegna molto per coltivare questa reputazione. La qualità dell’istruzione di Harvard è in qualche modo diminuita negli ultimi dieci anni, occupando ora il sesto posto secondo le classifiche del The Times Higher Education World University, ma la stessa azienda ha invariabilmente classificato la reputazione dell’istituzione come incontaminata, segnando un perfetto 100 sia per la ricerca che per insegnamento.
Mentre gli insegnanti di tutto il Paese organizzavano scioperi per i bassi salari ed i costi sanitari, le tasse universitarie sono aumentate quando Wall Street iniziava ad impacchettare i debiti dei prestiti agli studenti come prima impacchettava i debiti derivanti da mutui. Da quando sono stati introdotti gli “SLABS” (titoli garantiti da attività di prestito studentesco), l’ammontare totale del debito studentesco detenuto dagli studenti americani è raddoppiato.
Le scuole della Ivy League sono rimaste al sicuro dalla svalutazione dei diplomi accademici perché gli ex-alunni che occupano le posizioni di potere hanno concordato che le lauree devono rimanere preziose, un bene a prova di recessione per le persone benestanti comprensibilmente schizzinose in un’economia incerta. Proprio come il valore dell’arte moderna si basa sulle case d’aste che le vendono per milioni di dollari, le lauree della Ivy League hanno valore a causa del puro potere finanziario a sostegno delle istituzioni che le conferiscono. Leggi il resto dell’articolo

Formazione

Prima gli ultimi. No, prima i nostri. No, prima loro, i migranti. No, prima i giovani, le donne, le quote rosa o delle altre categorie discriminate. La battaglia delle priority prosegue senza sosta e senza punto d’incontro. E se, più semplicemente, dicessimo “Prima i primi” ovvero chi ne ha diritto, perché è arrivato primo o per primo, cioè i capaci e i meritevoli, i migliori, chi ha i titoli, l’anzianità e le competenze? E se il problema italiano non fossero le élite ma la loro assenza e il loro mancato ricambio? Andiamo con ordine.

Prima gli ultimi, dice Papa Francesco, e sul piano pastorale nulla da dire. Giusto soccorrere chi sta male, aiutare prima chi sta peggio; un cristiano non può eludere la carità. Ma adottare la priorità degli ultimi come criterio sociale di vita pubblica è una catastrofe. In verità il Vangelo di Matteo dice: “Beati i poveri in spirito perché di loro sarà il regno dei cieli”; non promette ai poveri il regno della terra e l’accoglienza ovunque. Tuttavia sul piano religioso la carità come dedizione personale e comunitaria è un grande valore. Ma se diventa criterio distributivo nella vita pubblica e metodo di selezione pubblica, allora le società si deteriorano, degradano verso il peggio. La stessa cosa vale se gli ultimi che diventano i primi sono i migranti e i profughi. Si può apprezzare l’intenzione morale, la tensione etica di questa apertura ma in questo modo una società deperisce, subordina le esigenze reali e prioritarie di tutti cittadini a soddisfare i bisogni di chi viene da lontano.

Nefasta è pure la logica delle quote riservate, pur se animata dalle migliori intenzioni: prima le donne, prima i giovani, prima le categorie deboli e protette. Ma la priorità di genere, d’anagrafe o di categoria contrasta con la meritocrazia, mortifica i titoli, le qualità, l’esperienza, il talento; considera solo i disagi, i fattori momentanei o le fragilità vere o presunte; non si pone dal punto di vista della comunità, delle ricadute sociali, ma solo dal punto di vista dei soggetti deboli da aiutare. Risarcisce le disparità passate, creando disparità presenti e future. Così pure fu la rottamazione dei seniores da parte di Renzi. Non basta essere giovani o non avere precedenti (penali e non solo), per essere preferibili; si può essere giovani e inetti, incensurati e incapaci, innocui e imbecilli. Gli esempi sono innumerevoli…

Prima i nostri, o Prima gli italiani, come dice Salvini (o America First di Trump), garantisce coesione sociale e solidarietà comunitaria, riconosce le identità e le appartenenze, dà valore alla cittadinanza. Ma può valere in alcuni ambiti primari, nelle modalità d’accesso all’assistenza, all’assegnazione delle case popolari, alle graduatorie per lavori generici o per necessità elementari. Ma è un metodo inadeguato di scelta nelle attività ad alta specializzazione o ad alta responsabilità o per selezionare competenze professionali, ruoli direttivi, ceti dirigenti. Non si può preferire “uno dei nostri” a “uno bravo”.

Del resto, il degrado della nostra società, la discesa progressiva, inarrestabile, dei suoi livelli di qualità, la fuga all’estero delle energie più dinamiche e delle intelligenze più brillanti, confermano la decadenza delle classi dirigenti come una vera e propria catastrofe nazionale.

E allora sorge l’indecente, scorrettissima, proposta: e se la priorità del nostro paese fosse individuare, formare, selezionare, una vera aristocrazia in tutti i campi del sapere e del lavoro? Da anni siamo infognati nella diatriba tra la Casta e la Massa. E se il problema non fosse contrapporre il popolo alle élite, o peggio le plebi alle oligarchie, ma riconoscere ciascuno secondo il suo rango, cioè le sue capacità, i suoi meriti e i gradi di responsabilità? Il problema non è abbattere le classi dirigenti, identificandole gramscianamente con le classi dominanti, o peggio con le classi sovrastanti, che vivono sopra le masse senza neanche guidarle; ma riattivare l’ascensore sociale, rigenerare la circolazione delle élite, come diceva Pareto; riaprire i ponti in entrata e in uscita, in modo che si proceda per selezione sul campo e non per cooptazione. Circolazione delle classi dirigenti, non circuiti chiusi.

Nessuna società sopravvive alla morte o alla stagnazione delle élite. Nessuna società si autogoverna, il popolo ha bisogno di classi dirigenti, non caste chiuse e autoreferenziali ma aperte al ricambio e organiche al popolo. Riammettiamo la parola proibita: aristocrazie, non di sangue o di censo, né per trasmissione ereditaria di poteri e di possedimenti, ma premiando i migliori, riconoscendo le eccellenze in ogni settore. A formare le élite oggi non ci pensa lo Stato né la Scuola, l’Università, la Chiesa, i Partiti. A proposito, vi dice nulla che i quattro principali leader politici – Salvini, Di Maio, Zingaretti e Meloni – non siano nemmeno laureati? Certo, la laurea non è una garanzia di nulla, ma è una spia indicativa che i quattro principali leader non abbiano una laurea e una professione alle spalle. E infatti nessuno si batte per la meritocrazia né la pratica.

All’Italia oggi mancano molte cose: la vitalità, la natalità, il coraggio di rischiare. Però manca una cosa che le precede: un’avanguardia di esempi, mille persone ai vertici degli ambiti decisivi, che siano da guida e da modello per tutti gli altri. I Mille. Non ci sono laboratori di formazione delle élite né in politica né in società, nella pubblica amministrazione o nelle imprese. E invece è necessario ripartire da lì, dalla rivoluzione delle élite. Dalle aristocrazie e dai luoghi di formazione. Prima i più bravi, vincano i migliori.

Marcello Veneziani

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Nota: sottolineature nostre

Ecologia dei media

Nel 1979 usciva negli Stati Uniti un saggio del sociologo Neil Postman(1931-2003), destinato a diventare celebre: Teaching as a Conserving Activity. Potremmo tradurre quel titolo con qualcosa come «L’insegnamento come attività di conservazione». Il libro di Postman fu pubblicato due anni dopo anche in Italia, da Armando Editore, con un titolo diverso: Ecologia dei media. La scuola come contropotere (ora in una nuova edizione a cura di Giampiero Gamaleri, Armando, pagine. 126, euro 12).

Quell’idea di “conservazione” veniva lì veicolata dal sottotitolo (in cui si parla di “contropotere”), mentre il titolo principale (Ecologia dei media) alludeva a una delle tematiche centrali del volume, vale a direl’invadenza dei moderni mass media nel mondo occidentale (allora si trattava soprattutto della televisione, essendo ancora di là da venire i cosiddetti new media e gli odierni social). Al punto che fin dal 1971 lo studioso aveva istituito alla New York University (dove insegnava), una cattedra così chiamata, che terrà per tutto il resto della sua vita. «L’istruzione cerca di conservare la tradizione mentre l’ambiente esterno è innovatore», scriveva Postman. È questo un male? Non necessariamente. Perché “conservare” ciò che è stato tramandato significa anche “resistere” alle attrattive, effimere e superficiali, di quella che sempre Postman chiamava la «società adescante», tutta appiattita sull’hic et nunc di una sorta di eterno presente privo di spessore e di profondità.

Da qui l’idea che, resistendo, la scuola possa configurarsi, appunto, come un “contropotere”, recuperando le radici etiche e cognitive su cui basare il futuro dei giovani: aiutandoli così a orientarsi in un mon do globalizzato e sempre più interconnesso. Ma oggi in Italia è possibile concepire la scuola in questi termini? La domanda è legittima, e la risposta, purtroppo, sembra virare più verso il negativo che verso il positivo. Questo perché tutte le riforme e riformine più recenti vanno in una direzione che lascia poco spazio alla discussione in merito ai paradigmi pedagogici assunti in questi ultimi anni. Scelte programmatiche e metodologiche fondamentali (che cosa insegnare e come insegnarlo) sono state spesso imposte in maniera autoritaria, attraverso leggi votate frettolosamente (magari ricorrendo alla fiducia per evitare ogni dibattito parlamentare, come è accaduto al Senato con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”) o addirittura con semplici circolari ministeriali che, sotto l’apparenza di fornire indicazione pratiche su specifiche questioni, hanno l’effetto di scalzare e sovvertire modelli didattici consolidati. A vantaggio di un “nuovo che avanza”, senza però la minima disamina critica e, soprattutto, senza alcuna forma di coinvolgimento degli addetti ai lavori, vale a dire gli insegnanti, il cui ruolo viene così svilito al rango di quello di semplici esecutori di decisioni calate dall’alto.

Ciò viene lucidamente raccontato nel saggio dello storico Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, pagine 152, euro 14), in cui si mostrano le radici di certi concetti sempre più presenti nell’innovazione didattica stabilita per legge: la misurabilità, le competenze, il capitale umano, la meritocrazia. Tutte idee transitate dal mondo dell’economia e dell’azienda a quello dell’educazione e della scuola. Soffermiamoci, per esempio, sulla “didattica per competenze”, promossa, sempre più, dall’Unione Europea a partire dall’inizio degli anni Novanta, fino alla promulgazione, nel 2006, del Quadro delle “competenze chiave”. Questo e altri documenti sono chiaramente accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Una di queste competenze è definita “imparare a imparare”. Ora, nessuno nega che sia essere buona cosa trasmettere ai giovani l’idea che l’apprendimento è un processo che non si esaurisce con la scuola ma che dovrà continuare lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia si capisce anche che ciò è funzionale a un mercato del lavoro che richiede dosi sempre maggiori di flessibilità: anziché portare nella scuola un dibattito sui modelli economici e produttivi esistenti, magari per criticarli nelle loro storture e per pensare di migliorarli in relazione ai diritti delle persone, si preferisce spingere gli individui ad adattarvisi fin dalla più giovane età, cioè sin dagli anni della scuola. Scrive Boarelli: «Non si tratta di “imparare a imparare” come occasione di sviluppo culturale, senza immediati fini utilitaristici, ma di apprendere una forma specifica di comportanto: l’adattamento alle esigenze dell’impresa e alle forme specifiche della “flessibilità” di cui essa ha bisogno ». E aggiunge: «Le competenze giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali».

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La didattica delle competenze

Se è vero, come notava Gramsci, che ogni questione della lingua pone un più ampio problema politico, ovvero un problema di egemonia e dominio sociale, dobbiamo comprendere fino in fondo perché e come il termine ‘competenze’ non sia affatto neutro e non ideologico, da quali ambiti disciplinari extrascolastici giunga, da chi e perché sia stato importato nel mondo della scuola e imposto con una tenacia, un’insistenza e, oserei dire, con una violenza pari, nella nostra storia, solo alle imposizioni culturali e politiche, alle leggi messe in atto nella società e nella scuola dal regime fascista nel ventennio tra le due guerre.

Arrivando, e qui mi spingo ancora oltre nella mia provocazione, a intaccare gli anticorpi democratici della nostra Costituzione, che, non a caso, dichiara con forza all’articolo 33 che ‘l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento’. Sottolineo, ‘l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento’.

Ma è ancora così? Siamo ancora liberi di insegnare quelli che Franco Fortini, in una straordinaria antologia per il biennio degli istituti tecnici del 1969, chiamava ‘gli argomenti umani’?

Siamo ancora liberi di procedere, lentamente e gradualmente, con i necessari tempi lunghi, insieme ai nostri studenti, in percorsi di conoscenza condivisi, significativi, formativi sul piano della riflessione, del ragionamento e dell’analisi di noi stessi e del mondo? Siamo ancora liberi di pensare in modo ‘disinteressato’, senza il giogo dell’utilitarismo, della spendibilità, della trasferibilità, del ricatto di un mercato del lavoro che inganna i nostri studenti due volte: quando impone a scuola una formazione al lavoro che spesso è fasulla e che però sempre li depriva del diritto allo studio, e quando nasconde che la repentinità dei suoi cambiamenti richiederebbe, esattamente al contrario di quanto accade, una formazione assai più astratta e speculativa, assai più tarata su quei saperi logici e filosofico-critici che proprio la dimensione teorica delle discipline – letterarie, artistiche e scientifiche – permette di attivare e stimolare.

Conoscenze ampie, non competenze minimalistiche. Dimensione simbolica, non concretismo. Percorsi di astrazione, non compiti di realtà, dove poi la realtà nel cui recinto si pretende di chiudere i nostri studenti è sempre quella economica, produttivistica e consumistica: è quella che ci vuole tutti ‘soggetti di prestazione’, attraverso le forme di un disciplinamento in cui ciascuno di noi sfrutta sé stesso perché chiamato ad essere imprenditore di sé stesso, trasformandosi in soggetto d’obbedienza.

Siamo ancora liberi di immaginare una scuola umanistica, nel senso etimologico del termine e quindi senza distinzione tra le due culture, in cui il profitto, in termini culturali e economici, non abbia diritto di cittadinanza, in cui non ci siano contabilità di debiti e crediti, in cui gli studenti prima ancora che come lavoratori, prima ancora che come cittadini, siano considerati persone, una scuola in cui si possa insegnare e imparare a vivere, come diceva Spinoza, “una vita propriamente umana”?

Perché dico questo? Perché, a mio avviso, lo spostamento forzoso del baricentro delle attività didattiche verso il concetto di ‘competenza’ sta mettendo profondamente in discussione una certa idea di scuola, una buona idea di scuola, ancorché antica o forse proprio perché antica, cancellandola per sempre. E con conseguenze, a mio avviso, devastanti, per ciascuno di noi. Perché la scuola non è un’agenzia educativa, non è un servizio messo a disposizione dalla comunità, è un’istituzione dello Stato e tutti noi, 60 milioni di italiani, ne siamo, ma non come si intende oggi nella neolingua economicistica che domina il discorso pubblico, portatori d’interesse

Vorrei innanzi tutto sgombrare il campo da una serie di equivoci con cui, volutamente, i fautori delle competenze e della neopedagogia cui alludevo all’inizio del mio ragionamento (e cioè, burocrati, legislatori, pedagogisti, accademici, intellettuali, esperti e varia umanità, addetti istituzionali nazionali e sovranazionali) legittimano le loro posizioni innovative: a scuola si fa una didattica trasmissiva, tutta incentrata sul docente e non sul discente, basata su presupposti superati, quali l’ora di lezione, la lezione frontale, la classe, l’aula. A questo, considerato vecchiume da rottamare (e teniamo presente che la migliore tradizione della rottamazione viene, in Italia, da sinistra ma si sovrappone perfettamente alle finalità anticulturali della destra) contrappongono una serie di misure moderne, spacciate come più efficaci (badate bene, spacciate come più efficaci, altra mistificazione culturale e basterebbe leggere l’ultimo libro di Susan Greenfield Cambiamento mentale. Come le nuove tecnologie digitali stanno lasciando un’impronta sui nostri cervelli per assumere un altro punto di vista, questo sì scientificamente fondato): la flipped classroom, il CLIL, la scomposizione del gruppo classe, il DADA, la Lim, lo smartphone e in generale le nuove tecnologie informatiche, il libro digitale autoprodotto, la didattica laboratoriale, il debate, l’insegnante come mediatore, accompagnatore, animatore digitale, attivatore di competenze attraverso appunto esperienze e compiti di realtà che nulla abbiano a che fare con la tradizione culturale, con la memoria storica e col libro.

E’ qui che si incardina, a mio avviso, l’operazione di mistificazione lessicale, concettuale, culturale e politica che sta minando la scuola italiana fin dalle fondamenta. A dispetto di un mondo che sempre più privilegia istintività, immediatezza, disintermediazione, spontaneità acritica, superficialità (e che ha trovato nei social network la perfetta espressione di questa nuova, pervasiva, dimensione dell’esistenza) la scuola italiana ha mantenuto nel tempo e con tenacia il valore della conoscenza, della cultura, del pensiero, della ricerca, dell’indagine, della speculazione e dell’esplorazione della complessità. Ma in un mondo sempre più piegato alle logiche del mercato e del profitto, di un capitalismo ferocemente estrattivo che dopo aver depredato la natura e le sue risorse attraverso lo sfruttamento della forza lavoro dei corpi umani oggi trova nelle nostre menti, nei nostri sentimenti, nelle nostre attitudini trasformate in big data nuovi pascoli da desertificare, ecco in un mondo così configurato oggi anche la scuola deve piegarsi alle logiche economiche che permeano scelte politiche scellerate. Non è, a onor del vero, una novità assoluta: la scuola ha sempre anche riprodotto l’ordine sociale vigente (basta leggere Bourdieu e Passeron o, in Italia, le ricerche degli anni Settanta sulle vestali della classe media) ma con un margine fondamentale che oggi sembra essere scomparso dall’orizzonte del nostro sguardo: l’accesso ai saperi implicava anche la critica dei saperi, la messa in discussione dell’esistente, la possibilità della scelta ideologica, che è sempre una scelta di campo, per i docenti e per gli studenti. E’ancora praticabile oggi questa scelta di campo? E’ ancora possibile oggi scegliere un proprio metodo tra i tanti? Quali sono i nostri margini?  E quali le condizioni, le implicazioni, le limitazioni? Quali spazi di autonomia ci lascia a scuola il giogo delle competenze, impostoci in questi termini e con tale, diffusa, penetrante, insistenza?

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Anna Angelucci

Intervento al convegno nazionale “A scuola di competenze: verso un nuovo modello didattico. Quale?” organizzato da Gilda degli insegnanti di Vicenza e Associazione docenti Articolo 33 (Vicenza, 18 marzo 2019)

fonte: www.roars.it

 

Misteri

Uno dei ministeri fondamentali, perché riguarda il futuro immateriale della nazione, quello della Pubblica Istruzione, sembra essere il refugium paccatorum dei demagoghi, degli incompetenti, dei conformisti, dei confusionari. Si pensava che la rossa Fedeli, che gabellò un diploma inesistente, fosse il peggio del peggio, ma ci eravamo illusi. Infatti la Lega non ha trovato di meglio da insediare al suo posto nel palazzone umbertino di Viale Trastevere che un personaggio non molto migliore. Un ministro che avesse voluto segnare una “discontinuità” con il passato, come amano dire i gialloverdi, non solo avrebbe dovuto neutralizzare le direttive generali  demagogiche e ideologiche della suddetta signora, ma procedere controcorrente e ripristinare disciplina, rispetto, ordine in un ambiente, come quello scolastico, che ornai sembra oscillare tra l’anarchia e il western, come dimostrano innumerevoli episodi di cronaca quasi nera che tutti conoscono.

Alla poltrona della Fedeli vi  è stato invece insediato un certo Marco Bussetti di anni 57, già insegnante di ginnastica, già allenatore e dirigente di una squadra di pallavolo, già dipendente del Provveditorato di Milano, il quale a quanto pare intende procedere lungo la via della cretinizzazione dei ragazzi, come dimostra la questione dei cellulari in classe.

Una proposta di legge presentata da due deputati, uno della Lega e uno di Forza Italia, vorrebbe proibirli a scuola e in classe. Secondo il signor ministro invece cellulari & affini sono “strumenti didattici”. Il poverino  pensa infatti che i giovani si possano autocontrollare e usarli soltanto quando servono di ausilio per certe lezioni e tenerli poi spenti in tasca quando non servono. Beato lui! Evidentemente non legge le cronache, non ha figli che vanno a suola, non è entrato mai in una classe durante una lezione, non ha mai parlato con docenti e presidi. E evidentemente nemmeno sa che in  Francia per legge i telefonini, gli smartphone e i tablet soprattutto, sono vietati alle elementari e alla medie, regolamentati alle superiori. E nemmeno sa di quella scuola di cui è stato anche scritto su queste pagine, che li ha vietati e alla cui regole gli allievi si sono adattati senza avere quei traumi che moti paventano. Mentre il caso vuole che negli stessi giorni di queste sue banali dichiarazioni il famoso istituto Massimo di Roma, retto dai gesuiti, ha intrapreso questa via; gli aggeggi elettronici si consegnano all’ingresso della scuola e si restituiscono all’uscita, a meno che non servano effettivamente di ausilio durante una lezione…

Se la legge non passa o verrà insabbiata continueremo ad avere ragazzini e ragazzine distratti e ignoranti che usano lo strumento che hanno in tasca anche per filmare quel che avviene in classe e sbatterlo in rete, ricattare i loro compagni e fare altre sciocchezze del genere che hanno portato anche a veri drammi, con grande soddisfazione del ministro Bussetti che certe cose non le conosce perché a quanto pare  non  legge i giornali e non quarda la televisione, oppure nessuno dei suoi sottoposti gli redige un “mattinale” che gli illustri quel che succede nelle scuole italiane che da lui dipendono

Se per caso passasse, il ministro dovrebbe avallarla e non boicottarla, e presidi e docenti dovrebbero applicarla con convinzione senza far finta di nulla, e i genitori farsene una ragione, senza comportarsi come quei sindaci che, quasi fossero uno Stato nello Stato, non vogliono applicare il Decreto Sicurezza e fanno come meglio piace a loro. Di certo si dovrebbe far fronte alle levate di scusi dei fanciulli e dei devoti mediatici. Una prospettiva non da poco con l’aria che tira e che a quanto pare il ministro Bussetti non ha il coraggio e la convinzione di affrontar. Assai meglio vivere tranquilli, seguire la corrente limacciosa del conformismo più che della storia. Ma ecco perché la scuola italiana è agli ultimo posti delle graduatorie europee…

http://www.barbadillo.it/80970-il-caso-il-marziano-bussetti-se-litalia-ha-il-ministero-della-pubblica-ignoranza/

Non scholae sed vitae

Forse aveva ragione Dario Fo quando sosteneva che “il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento. Per questo è il padrone”. La migliore rappresentazione del concetto la offrì Paolo Villaggio con il personaggio di Fantozzi. Il mite ragioniere, già soldatino fedele all’azienda si trasforma in contestatore sulle piste del collega Folagra. Convocato dal “mega direttore galattico”, Fantozzi è messo nel sacco dal vecchio volpone che ribalta facilmente il suo lessico. Fantozzi grida contro i padroni, attacca gli sfruttatori in nome dei morti di fame. Calmissimo e quasi benevolo, il rappresentante del potere rovescia i termini: le giuste definizioni sono datori di lavoro, benestanti e classe meno abbiente. Il ragionier Ugo osserva rapito l’acquario degli impiegati, una sorta di paradiso aziendale riservato ai dipendenti più fedeli e ubbidienti. Ammaliato, rinuncia alle sue idee deciso a conquistare un posto nell’acquario.

Siamo testimoni passivi di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli lontano da noi e contro di noi. Persino un curriculum serve per sviare il dissenso, ricondurlo alla grammatica – ovvero agli interessi – delle oligarchie dominanti. Da tempo ci hanno persuaso che l’accorpamento e la chiusura di fabbriche e uffici, con conseguenti licenziamenti massicci, è una benefica ristrutturazione. Recenti libri di testo tentano di convincere i ragazzini delle medie che la delocalizzazione industriale è cosa buona e giusta, mentre la precarietà di vita è un’opportunità, positiva mobilità, la spinta a diventare imprenditori di se stessi. Altri chierici del sistema stabiliscono, contro ogni evidenza naturale, che i generi non sono due, ma un numero mobile e imprecisato. Al fine di rendere più credibile l’assunto, decidono la sostituzione dei significanti: genere al posto di sesso, il gioco è fatto. Strutturalismo al potere.

Il mago Houdini non avrebbe fatto di meglio. Nel nostro caso, agli occhi del popolo credulone e disattento, curriculum è diventato sinonimo di titoli di studio. Il ministro dell’istruzione signora Fedeli millantò ben altro nel silenzio generale, ma milita nella parte giusta: per lei indulgenza plenaria unita all’irritazione contro chi adombrò l’inadeguatezza al ruolo della matura sindacalista toscana. Il rapporto tra masse e potere cambia nelle forme, non nella sostanza. Padrone è chi possiede il significato delle parole.

Roberto Pecchioli in

https://www.maurizioblondet.it/lacquario-di-fantozzi/

Repetita iuvant

Di

Alvaro Belardinelli

È proprio vero che responsabili e tifosi dell’invalsizzazione coatta della Scuola italiana non ne comprendano le implicazioni, le ricadute, le conseguenze? È vero probabilmente per i “tecnici” dell’Invalsi, il cui stipendio dipende proprio dal loro non comprenderle. Un po’ meno vero, probabilmente, è per i mandanti del progetto che vede la Scuola sottomessa all’Invalsi e l’Università assoggettata all’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).

La progressiva sottomissione del sistema scolastico italiano all’Invalsi, infatti, otterrà sicuramente alcuni risultati:

  1. l’espropriazione graduale della valutazione dalle mani degli insegnanti (visto che la valutazione degli insegnanti non è più considerata “oggettivamente misurabile”);
  2. il successivo trasferimento della valutazione stessa dagli insegnanti al “Ministero della Verità” costituito dall’Invalsi, ente esterno finanziato dal Governo e “vigilato” dal MIUR (dunque dall’esecutivo, cioè dai partiti di Governo e dai loro mandanti esterni);
  3. l’avanzante subordinazione della didattica al superamento dei quiz da parte degli studenti;
  4. il crescente peso dell’ideologia didattica e formativa dominante (indirizzata dai potentati economici attraverso il potere politico ed attraverso l’Invalsi);
  5. il progressivo superamento della figura del Docente e della sua libertà di insegnamento, ormai subordinati a criteri falsamente “oggettivi” imposti dai poteri che dominano la società;
  6. il graduale annullamento della capacità della Scuola di preparare per il domani una società diversa, più umana, ossia non organizzata soltanto secondo criteri aziendalistici, produttivistici, economicistici, mercatistici.

Chi vuole risultati simili? Quali sono gli stakeholder (“portatori di interessi”, per usare un termine caro agli usurai che dominano il pianeta) cui sta tanto a cuore l’involuzione antropologica alla quale la Scuola italiana sta velocemente cedendo le armi?

Ignorantizzazione” di massa

È un dato di fatto che i risultati che noi docenti riusciamo a raggiungere con i nostri alunni si sono progressivamente ridotti negli ultimi trent’anni. Complice di questo disastro è sicuramente l’involuzione che l’intera società italiana ha subito a seguito dell’ideologia consumista: del cui trionfo già cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini ci avvertiva. Trionfo acuito dal progressivo (ed eterodiretto) allontanamento delle masse dalla politica attiva mediante la strategia della tensione; dalla parabola discendente della credibilità dei Sindacatoni “maggiormente rappresentativi” e dei loro partitoni di riferimento; dalla nascita e dall’affermazione delle televisioni berlusconiane (i vari Canile 5) e di quelle “berluscomorfe“; dal venticinquennio di predominio neoliberista che abbiamo appena vissuto, con l’alternarsi di governi identici sul piano dei programmi e delle politiche, pervicacemente e costantemente basate su tre pilastri: privatizzazione, riduzione della spesa pubblica e smantellamento dello stato sociale.

Per contrastare tutto ciò, la Scuola avrebbe dovuto semplicemente non adeguarvisi: ossia mantenere fermi quei capisaldi culturali che avevano sempre fatto del sistema scolastico italiano uno dei migliori del mondo. Il che non vuol dire rimanere fermi: la Scuola deve esser sempre alla ricerca del progresso e del miglioramento.

Perché portare gli alunni non meritevoli alle classi successive?

Però miglioramento e progresso non possono ottenersi con la rinuncia al rigore epistemologico, alla serietà, alla verità. In parole povere, non si può fingere che la Scuola possa diventare più democratica col 6 politico. La Scuola è un’istituzione che deve garantire ai cittadini l’istruzione, ossia la possibilità di elevarsi culturalmente e socialmente, con benefici effetti per la società tutta. Non si può rendere obbligatoria de facto per i docenti l’ammissione degli alunni non meritevoli alle classi successive.

Si sarebbe dovuto eliminare gli ostacoli, economici e culturali, che impediscono a tutti lo stesso livello di partenza nell’acquisizione della cultura. Non si sarebbe dovuto rendere più elementari i programmi per rendere più facile la promozione generalizzata.

Non si sarebbe dovuto eliminare dalle Scuole Medie l’insegnamento del latino (come si fece nel 1979 per una singolare convergenza tra PCICGIL e Confindustria, tutti tanto preoccupati per i poveri figli degli operai!). Lo si fece per non sottoporre gli studenti “alla tortura del latino”: ed è stato un errore gravissimo, perché sono proprio le classi più deprivate ad aver bisogno di studiare le discipline più formative! Anche Antonio Gramsci la pensava così (e lo scrisse nei Quaderni dal carcere). Eppure oggi questa idea, così ovvia e di buon senso, suona talmente eretica da esser sostenuta unicamente dall’eretico Sindacato Unicobas Scuola & Università!

Tornare alle lingue classiche

Idea eretica, ma condivisa anche dal professor Alessandro Barbero (storico insigne e ordinario di Storia medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”); il quale, durante il XIII Festival Internazionale della Storia, svoltosi a Gorizia dal 25 al 28 maggio 2017, ha pronunciato queste parole: «Un tempo si sapeva di dover uscire dalla Scuola dopo aver appreso a grandi linee tutte le cose più importanti della cultura. Per molto tempo a scuola ci andavano in pochi: per le classi dirigenti ciò era normale, però si dava per scontato che andare alle Scuole Superiori e al Liceo era indispensabile per avere un ruolo dirigenziale nella vita”.

“L’esercito italiano nella Grande Guerra aveva un disperato bisogno di ufficiali; tanto che alla fine mandò a comandare plotoni e compagnie i diciannovenni, purché avessero finito le Scuole Superiori! Si accettavano anche i diplomati di Istituto Tecnico, purché diplomati, perché i diplomati scarseggiavano, ma si preferivano i diplomati dei Licei. Forse perché il latino e il greco serve in trincea? Sì, evidentemente! Questa era la loro risposta! In Inghilterra, per fare il pastore anglicano, bisognava laurearsi a Oxford o Cambridge. Poi si è giustamente stabilito che la cultura comune non deve appartenere solo a poche élite, e che tutti devono possederla. E che tutti i giovani devono studiare negli anni della vita in cui i loro padri e nonni erano costretti a lavorare.

Dalla scuola di massa all’alternanza scuola-lavoro

A quel punto sono spuntati fuori quanti dicono: “A che cosa serve che i figli degli operai studino il latino?”. E subito dopo: “Ma il libro di testo è proprio necessario? Oggi si fa tutto online!”. Quando a scuola ci andavano solo i figli dei padroni, tutti sapevano che i contenuti appresi a scuola fanno di te una persona più forte e con più possibilità.

Quando anche i figli degli operai sono andati al Liceo, si è cominciato a dire che il Liceo non serve. E così siamo arrivati al punto che la grande conquista della scuola di massa (ossia l’aver permesso a tutti i giovani di studiare contenuti elevati senza chiedersi a cosa servano nell’immediato lavorativo) viene demolita nel comune sentire, perché “poco spendibile sul mercato del lavoro”. Con la legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”) si è tornati a dire ai ragazzi di sedici anni (come ai loro nonni sessant’anni fa) che “un po’ di lavoro lo dovete fare”: ed ecco l’alternanza scuola-lavoro!»

Il professor Barbero è costretto purtroppo a condividere con tutti gli altri suoi colleghi Docenti universitari un’esperienza comune: quella del progressivo scivolamento dei corsi universitari verso la “licealizzazione“, ovverosia la discesa degli standard formativi universitari verso i livelli che prima erano propri dei Licei.

In parole povere, chi oggi consegue una laurea triennale ottiene una preparazione culturale pari a quella che trent’anni fa si poteva ottenere con un diploma di Scuola Superiore. Ciò accade perché, a loro volta, le Scuole Superiori portano oggi i propri studenti a livelli culturali di poco superiori a quelli un tempo conseguiti con la licenza media inferioree la Scuola Media Inferiore, a sua volta elementarizzata, si accontenta ormai di erogare conoscenze e competenze un tempo raggiunte alla Scuola Elementare (la prima del pianeta fino al 1990).

È favorevole tutto ciò alle magnifiche sorti e progressive del Paese?

 

https://www.tecnicadellascuola.it/addio-al-latino-6-politico-largo-allinvalsi-la-scuola-vicina-al-punto-non-ritorno

Quantità o qualità?

La scuola italiana è a larghissima maggioranza statale: sono iscritti alle scuole dello Stato il 94% degli alunni delle primarie e oltre il 96% degli studenti delle secondarie. Un sistema unico di regole consente di far funzionare questa grande macchina, secondo un rituale che si ripete ogni anno: a partire dalle iscrizioni effettuate dalle famiglie – tra gennaio e febbraio, salvo riconferma alla luce di scrutini ed esami estivi – vengono formate le classi. Pur influenzate da fattori diversi – presenza di alunni con disabilità, scuole di montagna ecc. – le dimensioni delle classi (numero di studenti) risultano alquanto uniformi, sia sul territorio, sia per gradi di scuola. La diminuzione di un milione di studenti prevista dall’Istat sulla scala nazionale può essere scomposta nella variazione regionale nel numero di sezioni/classi (tab. 1).

Sulla scena nazionale la tendenza alla contrazione è chiara: nel prossimo decennio solamente le scuole superiori di alcune regioni del Centro-Nord vedranno ancora aumentare il numero delle classi.

A loro volta, le classi formate determineranno in modo alquanto meccanico gli organici, sulla base dei quadri orari delle diverse tipologie di scuole e degli orari contrattuali dei docenti. Ad esempio, a regole vigenti, nella scuola media si creerà una cattedra di “italiano, storia e geografia” ogni 2 classi (9 ore per 2= 18 ore contrattuali alla settimana); una di matematica ogni 3 classi (6+6+6=18); una di inglese ogni 6 classi (3 per 6=18). Le variazioni della popolazione scolastica e delle classi possono dunque essere ulteriormente tradotte in variazioni dei posti e delle cattedre, nell’ipotesi di costanza delle regole vigenti (Tab. 2).

La riduzione della popolazione scolastica comporterà dunque una contrazione degli organici dei docenti, a partire dai gradi inferiori, per un totale di oltre 55.000 posti/cattedre persi. A differenza del passato, il declino investirà progressivamente tutte le regioni, comprese quelle del Nord. Di conseguenza possiamo prevedere un raffreddamento della mobilità territoriale dei docenti, poiché diminuiranno le opportunità di trasferirsi dal Sud al Centro-Nord per entrare in ruolo. A regole vigenti si assisterà anche a un rallentamento nel turnover dei docenti: i nuovi insegnanti immessi in ruolo saranno meno degli insegnanti che usciranno (per pensionamenti, ecc.). A soffrirne sarà il rinnovamento del corpo docente e probabilmente anche l’innovazione didattica.

http://www.neodemos.info/articoli/scuola-orizzonte-2028-anticipare-il-cambiamento/

Fonte: Fondazione Agnelli  “Scuola. Orizzonte 2028: evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche.

Lettera di una maestra

Molti genitori parcheggiano a scuola i bambini mandandoli con la febbre a quaranta o dopo una notte passata in Pronto Soccorso, li scarozzano da un’attività all’altra perché i piccoli hanno bisogno di socialità e sport, organizzano feste con cento invitati in agriturismo per l’ottavo compleanno ma di loro si curano pochissimo. Quando tornano a casa i bambini si attaccano alle televisioni o alle console oppure ai telefoni e non danno più fastidio ai genitori che a volte rincasano alle nove o le dieci e i pargoli, per stare con loro, vanno a nanna alle undici o mezzanotte, magari guardano insieme un film horror di quelli che io non potrei mai digerire. Frequentano chat o videogiochi pieni di simboli occulti. Certi vanno nelle loro camere e si addormentano solo con la loro televisione accesa, altri ancora dormono nel letto con la mamma “single”. Molti genitori fanno tenerezza e a volte ci parlano come a psicologi o confessori delle loro vite sottosopra, raccontandoci compagni o compagne che girano, della assoluta difficoltà di educare i propri figli da soli e con un lavoro da sostenere e i bimbi da mantenere. Spesso sono persino più persi dei nostri alunni.

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https://www.maurizioblondet.it/lettera-maestra-vedo-la-dissoluzione-nei-bambini/