Esproprio proprietario

La generazione Erasmus, (dis)educata a sentirsi cittadina del mondo, ovvero del nulla, è precaria e guadagna poco. Difficilmente potrà comprarsi una casa, meglio convincerla a non avere nulla di suo, stabile, un nido da amare, un luogo dove tornare. Viandanti del nulla dipendenti dal consumo, innamorati di nulla e di nessuno, solo relazioni veloci. Del nostro passaggio nel mondo non deve restare nulla di forte, tantomeno di “nostro”. Siamo ombre, spettri a dimensione unica, l’unica traccia permessa è quella informatica.

Mezzo secolo fa lo cantava Patty Pravo: “Oggi qui domani là io vado e vivo così; senza pene vado e vivo così, casa qui io non ho, ma cento case io ho. Oggi qui domani dove sarò, qui e là io amo la libertà. Io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai, oggi qui domani là, mi piace andare così, senza freni vado e vivo così.” Obiettivo raggiunto: la generazione di Imagine ha vinto cambiando bandiera. Dal rosso di allora all’arcobaleno liberal progressista.  Senza più un tetto, si illudono di essere di casa ovunque.

Qualcuno vince e ci usa come materiale. I proprietari di tutto non credono affatto alle idee che diffondono alla plebe sottostante. Tuttavia, neanche loro vivono bene, sempre più asserragliati nelle loro proprietà tra sensori e filo spinato, guardie armate e divieti di accesso per noi. Più astuti dei comunisti di ieri, ci drogano di false libertà, ma nei fatti siamo solo liberi di correre in tondo come il criceto nella gabbia, simili ai rematori dei galeoni al ritmo del tamburo. E se io rivendicassi la libertà di stare fermo, contemplare, amare, riflettere sulla mia finitudine che conduce a Dio?

Nel mondo in affitto, non possiamo essere nulla ma possiamo avere tutto a pagamento per un attimo, per poi desiderare qualcos’altro. Ma niente deve essere nostro, nulla deve rimanere di noi, neppure il ricordo. I nostri benevoli padroni non vogliono e ci fanno credere che questa è la vita, la felicità, il destino naturale. Tra valigie fatte e disfatte, consumo e piacere rapido e obbligatorio, l’uomo torna bestia senza l’innocenza dell’animale: vite ridotte a strani, oscuri interludi sullo schermo elettrico di Dio Padre (Eugene O’Neill). O sul lussureggiante showroom del Dio Mercato, ultimo monoteismo.

ROBERTO PECCHIOLI

https://www.maurizioblondet.it/la-vita-a-noleggio-lesproprio-proprietario/

                  

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Il saccheggio

INPS: erogazione di 440 prestazioni di cui solo 150 di natura pensionistica
Il resto è assistenza che dovrebbe essere pagata con i soldi delle tasse o del Tesoro e non con i contributi previdenziali o tagliando le pensioni.
Il costo degli ammortizzatori sociali è sempre più a carico della collettività.

Ricapitoliamo: l’INPS non si incarica di rendere ai cittadini ciò che hanno versato in una vita lavorativa (cosa che in sé, come dimostrato, frutta all’INPS un buon saldo positivo) ma si incarica anche di pagare quei settori in crisi a causa degli sciagurati vincoli imposti dalla UE oppure per le scelte delle imprese di tagliare i costi trasferendo all’estero la produzione oppure ancora a causa della crisi generale. In nessun modo lo Stato riesce a rivalersi su chi sta impoverendo strati sempre maggiori di popolazione.

Il segreto per conseguire costanti impoverimenti, l’avete già capito, sta tutto nel creare l’obbligo di pareggio di bilancio mettendo al suo interno voci che non c’entrano con i servizi, ma che trascinano gli stessi bilanci verso il deficit.

Quindi si assiste ad un incorporare e scorporare, a seconda del tornaconto politico, cifre e impegni nelle varie voci che compongono il bilancio dello Stato, con un occhio di riguardo verso le direttive europee che ci hanno “obbligato” (per ignavia o più facilmente per interessi personali) a modificare anche la nostra Costituzione. In ossequio a tali direttive e alla pletora di lobbisti che stazionano a Bruxelles per difendere gli interessi delle elites, ci siamo attrezzati a smantellare il welfare, a far andare in pensione cittadini sempre più vicini all’inevitabile dipartita, a non sovvenzionare adeguatamente diritti costituzionali quali sanità, istruzione, casa e lavoro per lasciare spazio ad una gestione aziendale dello Stato, ovvero alla dittatura dell’austerity a tutto beneficio delle grandi corporation.

Anna Rossi

Stralci da:Fonte: www.comedonchisciotte.org
31.01.2019

Il M5S

Da qualche settimana molti miei contatti pentastellati o ex pentastellati esprimono notevoli perplessità riguardo al comportamento del M5S al governo.
Le perplessità, che talvolta si tramutano in vere e proprie critiche, riguardano talvolta una o altra presa di posizione, sia essa in tema di rapporti con l’Unione Europea, di federalismo differenziato, di incapacità di non farsi egemonizzare dalla Lega, di vaccini, di Lino Banfi o altro.

La liquidità del Movimento 5 Stelle non dovrebbe tuttavia sorprendere.
Il M5S, lungi dal rappresentare la cura al cancro che affligge il nostro Paese da ormai trent’anni ne rappresenta la metastasi.
Gli stessi pilastri strutturali che sorreggono il M5S sono estremamente organici al sistema liberale e neoliberista che esso si prefiggeva l’obiettivo (tra i tanti, diversi e spesso contraddittori) di attenuare.

Il M5S ha infatti acceso gli entusiasmi grazie ad un marketing ingannevole sfrenato, instillando nelle persone (nella maggior parte dei casi brave persone in buona fede) la credenza di poter partecipare ad una rivoluzione senza colpo ferire.
Non si capiva bene in che cosa dovesse consistere la rivoluzione, se mettere delle persone oneste (qualunque cosa voglia dire) al potere, se fare una riconversione ecologica mondiale (qualunque cosa voglia dire) o uscire dall’euro (qualunque cosa voglia dire).

La mancanza di uno Statuto, la mancanza di una ideologia, il rifiuto dell’idea di partito alla cui linea i militanti (significativamente chiamati attivisti, a mo’ di richiamo morale all’attivismo volontaristico) si debbano sottomettere e il proporsi invece come un corpo eterogeneo nel quale ciascuno possa esprimere la propria opinione hanno reso il M5S la più fragile e inutile creatura politica nata dopo l’ingloriosa fine della Prima Repubblica, superata forse solo dal Fronte dell’Uomo Qualunque.

L’idea che un partito potesse nascere su principi prettamente aziendalistici, ovvero portando alle estreme conseguenze il male del nostro tempo, lo ha reso sostanzialmente una scorciatoia attraverso la quale furbi/e e prostituti/e possono raggiungere rapidamente la stanza dei bottoni.
Le grandi aziende private, infatti, sul cui modello è basata la struttura del M5S, oggi presentate dal gotha liberista come il luogo di produzione del Bene e della meritocrazia (qualunque cosa voglia dire), sono in realtà nella quasi totalità dei casi i luoghi dove si produce, alimenta e incentiva la mediocrità, l’intrigo, la prostituzione.

Il M5S ha implicitamente scelto di bollare come deficienti i grandi intellettuali che hanno, nel corso dei decenni e dei secoli, elaborato la teoria della prassi, da Von Clausewitz a Mazzini, a Lenin, a Gramsci, i quali avevano ben chiaro come la vera macchina della prassi politica, il vero corpo rivoluzionario, non potesse essere che il partito/associazione.
Il partito/associazione inteso come luogo non di discussione, non dove ciascuno porta le proprie idee, non dove si incontrano gli attivismi e le battaglie più disparati e spesso contraddittori.

Il Partito è castrazione, è sottomissione dell’ego, è sacrificio dell’io.
Ed è questa la sua potenza, perchè nel Partito l’intellettuale collettivo è molto più potente degli intelletti singoli;
perché nel Partito si ha la formazione e la selezione delle persone sulla base della fedeltà che dimostrano in anni di militanza nei confronti dell’obiettivo.
Perché le grandi cose nascono dai grandi sacrifici.

Editoriale del 29/01/2019 Federico Monegaglia
FSI – Riconquistare l’ Italia

P.S. Un partito è anche presentarsi alle elezioni cominciando dalle amministrative (e non saltare direttamente ai vertici)

Il futuro del sovranismo

L’altro lato da prendere in esame è il campo della destra, e parlo dell’area radicale, di cui una parte è nel nuovo corso e appoggia il governo in carica. In taluni casi essa lo fa anche “molto” entusiasticamente, ma in altri si rinchiude in una critica distruttiva e a prescindere. Le posizioni critiche risentono troppo di una concezione reazionaria tout court, per cui tutto ciò che è popolo è di per sé sbagliato. In “Populismo – La fine della destra e della sinistra”, Alain de Benoist ricorda che diversamente da queste concezioni “la democrazia moderna è sfociata non nell’oclocrazia, il potere della plebaglia o della moltitudine denunciato già da Platone, ma in una forma nuova di oligarchia politico-mediatica e finanziaria”. La questione di fondo è che pur miscelando nell’unico calderone di popolo gli aspetti sia di demos (il popolo politico), che ethnos (il popolo definito dalla sua storia e dalla sua cultura) che plebs (il popolo delle persone normali e delle classi popolari), il populismo porta alla ribalta il popolo come soggetto politico storico. Un popolo “cosciente di sé”, che attualmente non ha “alcuna” voce in capitolo e che quindi chiede “naturalmente” di esprimersi. Anche dal punto di vista di una concezione “organica” è vero che le società sono guidate dalla testa, ma è pur vero che esiste la pancia, è vero che lo “Stato organico” è la rappresentazione massima dell’elemento superiore che ordina l’inferiore, ma è pur vero che esiste l’elemento inferiore. Il sistema mondialistico, ben rappresentato dalla UE, praticamente “annichilisce” sia la “pancia” e che l’elemento “inferiore”.

In questo senso il populismo potrebbe essere visto come un’operazione di risveglio collettivo del “femminino sacro” nei popoli d’Europa e d’Occidente. Infatti, affinché lo Spirito possa primeggiare all’interno dello Stato, alla luce di queste concezioni, non lo si può certo fare se l’anima è completamente sottomessa, soverchiata e non coniugata ad esso. L’analisi di destra e sinistra dal punto di vista del contesto politico-ideologico in atto, ci è utile perché uno dei punti teorici del movimento sovranista/populista è il superamento della dicotomia destra/sinistra. Questo siase coniughiamo il superamento in varie formule, sia se lo affrontiamo col trasversalismo, in chiave di alleanze politiche, ideologiche e genericamente “intellettuali”. A riguardo l’operazione più corretta, fluida e lineare sarebbe direttamente elaborare “nuove sintesi teoriche”, in grado di dare sfogo al meglio della metafisica, della scienza, della cultura “occidentale” all’interno di quadri teorici organici che fungano essi stessi da guida “pratica” nell’azione politica, sia in chiave strategica che nella gestione di nuove comunità e più complessivamente dello Stato. In fin dei conti è molto più semplice e realizzabile formare gli individui a un “nuovo pensiero”, piuttosto che mettere insieme elementi che esprimano tendenze e posizioni molte volte contrastanti ed esclusive l’una dell’altra. A riguardo spunti interessanti vengono, sempre da Alain de Benoist che riesce nella coniugazione di elementi storici del pensiero conservatore come l’opposizione all’“ideologia del progresso”, con elementi storici del socialismo come la questione “economico-sociale”, e la nuova configurazione di “classi in lotta”, stesso nella contraddizione popoli vs élite.

Roberto Siconolfi in Ereticamente

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61020

La nuova razza padrona

A questo riguardo, occorre premettere che vari indicatori inducono a ritenere che lo Stato democratico di diritto non sia, come la mia generazione aveva creduto, una conquista irreversibile, ma una breve parentesi storica apertasi a seguito di un inedito e contingente equilibrio di forze venutosi a determinare nel XX secolo. Come è noto, lo Stato di diritto è nato dal compromesso tra i due principali soggetti collettivi protagonisti della storia del Novecento: le forze materiali del capitalismo industriale e le organizzazioni politiche del mondo del lavoro. La natura compromissoria di tale origine è attestata della definizione stessa dello Stato di diritto come Stato “liberal-democratico”, binomio che sintetizza le due diverse culture politiche su cui si fonda e che costituisce la forma giuridica dell’economia sociale di mercato, via di mezzo tra l’economia di mercato liberista e l’economia pianificata statalista.
Tale peculiare equilibrio tra le forze in campo instauratosi nel secondo dopoguerra, è venuto meno alla fine del XX secolo. Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del bipolarismo internazionale, (…).
Gli eventi verificatisi nel Terzo millennio, nello sconvolgere i rapporti di forza preesistenti, hanno dunque creato le condizioni per sciogliere il coatto matrimonio di interessi tra il liberalismo e la democrazia, fondamento dello Stato di diritto liberaldemocratico, dando vita a un divorzio non consensuale. Si assiste così alla marcia trionfale in tutto l’Occidente dell’unica forza sociale e politica rimasta padrona del campo: il capitalismo globale finanziario e delle multinazionali. I politologi riassumono questo evento assumendo che la democrazia è divenuta superflua, nel senso che sono venute meno le ragioni che imponevano al sistema capitalistico di accettare per ragioni di realismo politico i limiti al proprio libero sviluppo e i costi economici imposti dalla camicia di forza della democrazia. Il nuovo capitalismo globale non si limita a sottrarsi a ogni regola, tende anche a imporre le proprie, condizionando dall’interno alcuni Stati occidentali per riscrivere gli ordinamenti giuridici in modo da spostarne il fulcro dall’interesse pubblico a quello privato. Si è avviato quindi un processo di decostruzione progressiva dello Stato democratico di diritto per dare vita a un modello che propone l’asservimento dello Stato alle esigenze di attori forti presenti sul mercato, attraverso una riduzione degli spazi pubblici e il correlativo ampliamento di quelli privati. In termini strettamente economici tutto ciò si traduce nel progressivo smantellamento del welfare state.

(…) La decostruzione progressiva dello Stato liberaldemocratico di diritto, conseguente al mutamento dei rapporti di forza sociali, prosegue di pari passo a un complesso processo di reingegnerizzazione del potere che trasferisce le sedi decisionali strategiche fuori dai parlamenti e dagli esecutivi nazionali, prima trasmigrandole all’interno di organi sovranazionali non elettivi, privi di rappresentatività democratica – quali la BCE e la Commissione Europea – e poi da questi, con un secondo cruciale passaggio, in organizzazioni finanziarie internazionali come la trojka (costituita dai rappresentanti della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale), proiezioni istituzionali delle oligarchie finanziarie globali le cui politiche vengono spacciate alla pubblica opinione come soluzioni tecniche prive di alternative (“There is not alternative”, secondo il categorico diktat thatcheriano, divenuto il manifesto ideologico del pensiero unico neoliberista).
Questa è l’essenza politica della transizione dal liberismo classico (laissez-faire) improntato a un’astensione dell’intervento pubblico nella regolazione dei rapporti economici, all`attuale neoliberismo improntato alla predisposizione di un ordine pubblico sovranazionale sancito in trattati multilaterali, istitutivi di organismi internazionali che si muovono nella direzione di una definitiva subordinazione degli Stati – soprattutto quelli a legalità debole come l’Italia – alle esigenze dei grandi investitori internazionali.
(…) Se l’analisi sin qui svolta è almeno in parte condivisa, può comprendersi come la questione criminale italiana sia divenuta uno dei terreni sui quali si declina a valle quel gioco grande del potere che, attraversando a monte tutti i livelli dell’ordinamento e i piani della vita collettiva, sta rimodulando, sull’onda di nuovi rapporti di forza, i modi di essere della sovranità, della rappresentanza e della legalità, ridisegnandone i confini. Nel nuovo scenario internazionale dove è in corso una dura competizione senza esclusione di colpi, la legalità debole italiana, che in passato era solo un triste affare di famiglia, è divenuta infatti una sabbia mobile che non solo continua a impantanare la nazione nelle secche del suo torbido passato, ma inghiotte giorno dopo giorno le residue chance di riscatto futuro.

estratto da https://byebyeunclesam.wordpress.com/2018/06/13/la-nuova-razza-padrona/

Il grande gioco

Un altro inglese, Thomas Raikes, nel 1838 attirò l’attenzione sul pericolo della rapida crescita della potenza militare e navale russa, e pronosticò l’esplosione imminente di una guerra tra Gran Bretagna e Russia. A nutrire simili opinioni non erano solo gli inglesi. Un illustre osservatore francese, il marchese de Gustine, che nel 1839 fece un viaggio in Russia, tornò con pronostici analoghi circa le ambizioni di Pietroburgo. Nel suo La Russie en 1839, opera citata ancor oggi dai cremlinologi;  scrisse: «I russi vogliono conquistare e dominare la terra. Intendono impadronirsi con la forza delle armi dei paesi loro accessibili, e di là opprimere gli altri col terrore. L’ estensione del potere che essi sognano … se Dio gliela concede, sarà la sciagura del mondo ».
Peter Hopkirk, Il grande gioco, Adelphi, 1990

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Note:

https://terzapaginainfo.wordpress.com/2016/03/21/talassocrazie-contro-heartland/

https://terzapaginainfo.wordpress.com/2017/10/27/i-rimland/

http://federicodezzani.altervista.org/supremazia-inglese-come-il-secret-service-sta-conducendo-la-campagna-antirussa/

Compagni

In principio la sinistra difendeva i lavoratori e la destra il capitale. Poi la sinistra, sedotta dalle utilità procurategli dal capitale (fondi privati per finanziare campagne elettorali, giornali di partito, scalate bancarie, elevato tenore di vita), ha tradito i lavoratori assumendo scelta contrarie all’interesse dei salariati. Per pulirsi la coscienza e perpetuare il suo presunto autodichiarato primato morale, ha sostituito i lavoratori con gli immigrati e gli omosessuali, gruppi che non identificano categorie sociali rappresentabili in un conflitto di classe. Meritevoli di attenzione dovrebbero essere i più deboli e non è poi così automatica e diretta la relazione tra forza di scontro e appartenenza alle suddette categorie. Cioè non si è “forti” o “deboli” perché omosessuali o immigrati, ma perché ricchi e politicamente sovrarappresentati o in alternativa poveri e politicamente sottorappresentati.
Così è accaduto che l’operaio, il lavoratore precario, i disoccupati e le persone più deboli nel conflitto tra interessi sociali hanno virato a destra. La destra ha fatto proprie le battaglie di sinistra e la sinistra si è scagliata contro il “populismo”, perché il “popolino ignorante” non capisce che dobbiamo salvare l’Africa accogliendo un continente intero nel nostro territorio o che oggi sono indispensabili norme che disciplinino l’affitto dell’utero o l’adozione di una coppia gay.
Se gli 8,5 milioni di italiani che sperimentano condizioni di povertà relativa (fonte ISTAT, 4,7 milioni in povertà assoluta) votano a destra è perché sono ignoranti, chiaramente. Questo scrivono su Facebook i miei amici “compagni” con l’iPhone di ultima generazione mentre sorseggiano un Mojito sotto l’ombrellone a Copacabana l’ultimo dell’anno. Cari amici, siete voi i responsabili di tutto, della “race to the bottom”, delle guerre tra poveri che stanno sfociando nella violenza e nel razzismo. È la sinistra che ha reso forte la destra, rinunciando a difendere i deboli di casa. Filosofeggiare sulla necessità di salvare il mondo mentre casa tua va a fuoco ha prodotto il risultato che aveta sotto gli occhi. Il razzismo lo state producendo voi, sostenitori dello ius soli, amici di sinistra che accettano il tradimento della classe lavoratrice e si puliscono la coscienza con l’accoglientismo scriteriato o il pink washing. Poi, magari, quando Mamadou passa per chiedervi due spicci, lo scansate via anche infastiditi, perché è insistente. Se ci scambierete due parole, col Mamadou che scansate, scoprirete che insiste perché ha fame e anche lui la pensa come me. “Siamo troppi, non c’è abbastanza per tutti”. Capito, “compagni” di Copacabana?

Gianluca Baldini

da LE STORIE DEL SIGNOR G una canzone proposta in ANNI AFFOLLATI (1972)

George Sorel

Ecco!  Vi mostro l’ultimo uomo (Zarathustra).

Macron-Soros-Hamon, sono un trio vincente?

Niente di meglio che un buon classico per consolarci di vivere nel 2017.
Nel Le illusioni del progresso Georges Sorel descrive dei  tempi che andavano più lentamente. Florilegio:

“La democrazia, da quando crede di essersi assicurata un lungo avvenire,  e con i partiti conservatori scoraggiati, non prova più la stessa necessità del passato di giustificare il suo diritto ad esercitare il potere con la filosofia della storia.”

Politica? Finanza?

“Lo spettacolo scoraggiante dato al mondo dai pirati della finanza e della politica spiega il successo che gli scrittori anarchici hanno ottenuto per lungo tempo.”

La delusione della democrazia parlamentare è stata rapida. Bakunin osservava che non aveva impiegato più di 5 anni ad annientare l’Italia.

Bakunin (Opere, 1911 Tomo V) sulla povera Italia:

“Uscita da una rivoluzione nazionale, vittoriosa, ringiovanita, trionfante, avendo anche la fortuna così rara di possedere un eroe, Garibaldi,  ed un grande uomo, Mazzini, l’Italia, questa patria dell’intelligenza e della bellezza,sembrava che dovesse sorpassare in pochi anni tutte le altre nazioni per prosperità e grandezza. E invece le ha passate tutte in quanto a miseria. Meno di 5 anni di indipendenza erano stati sufficienti per rovinare le sue finanze, e affondare  tutto il paese in una situazione economica senza uscita, per uccidere la sua industria, il suo commercio e ciò che più conta, per distruggere nella gioventù borghese quello spirito di dedizione eroica sul quale per più di trent’anni aveva fatto con forza leva Mazzini.”

Sorel  vede che il declino della spiritualità è compensato da una crescita parallela della tartuferia borghese mista alla religione. Lo sfondo resta lo stesso: de-cristianizzazione, relativismo, cinismo della gente.

Religione sbiadita?  Papa Francesco?

“Un clero più o meno incredulo, che lavora di concerto con le amministrazioni pubbliche, per migliorare la sorte degli uomini; ecco ciò di cui si accontenta moltissimo la mediocrità.”

Ma la sorgente del sublime si inaridisce:

“Le persone religiose vivono di un’ombra. Noi viviamo dell’ombra di un’ombra. Di che cosa vivranno i nostri successori?”

E Sorel evidenzia uno sviluppo di tartuferia religiosa tra gli scienziati, che poi ha conquistato tutti i credenti ingenui:

“Assistiamo ad uno spettacolo che sembra, al primo approccio, paradossale: degli scienziati che hanno rifiutato tutto ciò che la Chiesa considera come fondamento della fede, adesso pretendono di restare dentro la Chiesa. “

La Chiesa è già una Organizzazione Non Governativa (ONG) incaricata del controllo sociale:

“Al giorno d’oggi i cattolici sociali vorrebbero che il clero organizzasse delle associazioni contemporaneamente educative ed economiche, adatte a condurre tutte le classi sociali a comprendere i loro doveri nella società. Secondo il loro piccolo giudizio, si potrebbe ristabilire l’ordine che viene gravemente turbato dalle temerarie avventure del capitalismo .

In definitiva, tutta questa religione sociale mancava di valore religioso; i cattolici sociali pensano a fare regredire il Cristianesimo verso questa mediocrità.

Come dice  Huysmans, Sorel sottolinea la nullità dell’arte cristiana (Huysmans  la chiama  voglia di volgarità):

“L’estrema bassezza dell’estetica cattolica attuale ostacolerà molto qualunque tentativo di rinascita religiosa.”

Sulla democrazia ancora Sorel  aggiunge:

“Basta guardare intorno a noi per riconoscere che la democrazia è una scuola di servilismo, di delazione e di demoralizzazione.
Ci siamo abbassati agli imbonimenti elettorali che permettono ai demagoghi di comandare come dei sovrani le loro truppe e di assicurare a se stessi una vita felice; qualche volta degli onesti  repubblicani cercano di dissimulare l’orrore di questa politica sotto una maschera filosofica, ma è sempre facile strappare il  velo”.

La plutocrazia è più pericolosa dell’aristocrazia. E per una buona ragione:

“L’ esperienza sembra dimostrare che gli abusi commessi a vantaggio di un’aristocrazia ereditaria sono, in generale, meno pericolosi per la coscienza giuridica di un popolo, degli abusi provocati da un regime plutocratico; è assolutamente certo che niente è più adatto a mandare in rovina il rispetto della legge che lo spettacolo delle malefatte perpetrate con la complicità dei tribunali, da avventurieri che sono diventati così ricchi da poter comprare gli uomini di Stato.”

La ricchezza è finanziaria, artificiale, già slegata dall’economia reale.
Sorel constata prima di Gramsci:

“Nella formazione delle grandi fortune attuali, le speculazioni finanziarie hanno avuto un ruolo ben più importante che le fortunate innovazioni introdotte nella produzione da abili capitani di industria. E così la ricchezza tende sempre più ad apparire come indipendente dall’economia e dalla crescita produttiva e perde anche ogni contatto con i principi del diritto civile.”

Anche Wagner e la sua arte decadente non gli piacciono ( Sorel pensa qui come il conte Tolstoi di  “Che cosa è l’arte?” ):

“Wagner ha probabilmente ragione quando dice che l’opera costituisce la forma più avanzata dell’arte drammatica; l’opera costituisce, in effetti, una rinascita degli splendori delle feste barbare e delle feste della decadenza romana.
Wagner ha dovuto essere un grande ingenuo per immaginare che il suo teatro potesse essere educativo;  le persone che vanno a Bayreuth non si sognano proprio di diventare degli eroi germanici! – Nessuno segue una commedia con l’idea che sia adatta a correggere i costumi o una tragedia per allenarsi alla virtù.”

Sorel  definisce allora una psicologia della mediocrità moderna (non c’è bisogno di Juppé né di Lady Gaga ):

“ Dunque,  via via  che noi abbiamo preso in esame degli ambiti nei quali si manifesta più liberamente la nostra intelligenza, abbiamo riconosciuto che la mediocrità esercita il suo predominio nel  modo più completo.
Ciò che in questo studio è stato chiamato con il nome peggiorativo di mediocrità, è ciò che gli scrittori politici chiamano democrazia; dunque è dimostrato che la storia rivendica l’introduzione della democrazia. “

Ai giorni nostri non sono più i socialisti  recuperati dal sistema parlamentare che mugugnano, ma gli anarchici:

“Questa apologia della democrazia non è priva di seri pericoli; ha portato all’anarchia molti giovani negli ultimi vent’anni… ha mostrato che  in Francia gli animi erano desiderosi di trovare una via verso la grandezza; non bisogna stupirsi se molti anarchici si sono gettati nel sindacalismo rivoluzionario che a loro è parso adatto a realizzare qualcosa di grande.”

Per terminare,  un piccolo rimprovero a Karl Marx.

“Il grande errore di Marx è stato di non rendersi conto del potere enorme che nella storia appartiene alla mediocrità; né gli è venuto il sospetto che il sentimento socialista (così come lui lo concepiva) sia estremamente artificiale;  oggigiorno assistiamo a una crisi che minaccia di mandare in rovina tutti i movimenti che si possono ideologicamente fare risalire al marxismo.”

Sorridete, non è ancora finito.

http://www.ereticamente.net/2017/06/george-sorel-e-la-crescita-della-mediocrita-moderna-nicolas-bonnal.html

Riformismo

Ma non è possibile riformare un abominio come l’attuale sistema capitalistico industriale. Nonostante questo, oggi, una plebe efficacemente indottrinata, decisa a negare la realtà e avvolta in una nebbia di dissonanza cognitiva, continua a sostenere falsi “leader” e illusioni, e ad ingoiare ogni tipo di frottole come fossero caramelle. Il riformismo rimane la via più facile, perché la via effettiva verso una società autenticamente rivoluzionaria, sempre che una cosa del genere esista, richiederebbe duro lavoro, creatività, forte disciplina e il rifiuto senza mezzi termini del consumismo attorno a cui ruota lo stile di vita occidentale, che glorifica avidità e individualismo – qualcosa che la nostra società non è disposta a fare. Le riforme sono dei palliativi attuati sotto gli auspici del capitale, finalizzati solo alla cura dei sintomi dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’ingiustizia, mentre lasciano inalterata la malattia di fondo – il capitalismo.

“Il principe” William, Tuvalu, 2012. È difficile immaginare l’umiliazione che questi tuvaluani devono aver provato nell’essere assoggettati ad ulteriore sfruttamento coloniale/imperialistico razziale che, lungi dall’essere stato eradicato, continua a dilagare nel 21° secolo.

“La complessa rete di ONG, inclusi i comparti dei media alternativi, viene utilizzata dalle élite corporative per plasmare e manipolare i movimenti di protesta….

“Non è certo una teoria speculativa che le rivolte in Medio Oriente siano state parte di un’immensa campagna geopolitica concepita in Occidente e svolta tramite i suoi surrogati con l’aiuto di fondazioni, organizzazioni, e della scuderia di ONG in malafede tenute in piedi in tutto il mondo. Come vedremo, i preparativi per le “primavere arabe” e la campagna globale che attualmente invade la Russia e la Cina, come previsto in “The Middle East & then the World” del febbraio 2011, non sono iniziati quando i disordini erano già in corso, ma anni prima che fosse stato alzato il primo “pugno”, e non all’interno dello stesso mondo arabo ma piuttosto in stanze di seminari a Washington e New York, oppure in strutture d’addestramento patrocinate dagli USA in Serbia, e campi tenuti nei paesi limitrofi….

“Il fine non è la repressione del dissenso, al contrario, forgiare e plasmare il movimento di protesta, fissare i limiti del dissenso.” — Michel Chossudovsky

Ma mentre dalle torri d’avorio della Giustizia si predica come danneggiare la proprietà privata sia un atto violento (e come tale intollerabile per i leader), le stesse torri d’avorio convincono i loro sostenitori che gli interventi esteri (bombe, invasioni, guerre) siano in realtà “umanitari.” Questo dà tutto un altro significato alla parola “addestramento”. Ebbene sì, la guerra è pace. E Orwell si starà rigirando nella tomba.

http://vocidallestero.it/2017/05/19/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra-terza-parte/