Libertà

LA FAVOLA DEI MERCATI FINANZIARI E DELL’ELEFANTINO AL MARE

In Calabria, un piccolo di elefante scappa da un circo e fa ciò che nemmeno il più audace sceneggiatore avrebbe pensato per un film: scappa al mare.

La meta della sua breve fuga è una spiaggia dove, tra gli occhi increduli dei bagnanti, si immerge tra loro, al solo fine di fare una cosa che mai aveva conosciuto nella sua vita in prigione: un bagno nel mare.

La gente, a riva, riprende la scena, commossa e stranita.

Alle volte giornalisti, colleghi o lettori mi chiedono perché io usi sovente la metafora per spiegare cose complesse in materia di banche o finanza.

La ragione è la semplicità del messaggio: certamente una equazione è meno chiara di una metafora, ed è accessibile a più persone della prima.

Per questo, si usa da tempo immemore.

Questo governo italiano, senza sovranità monetaria, è un elefantino che a fine agosto scappa al mare.

Tutti sappiamo, in cuor nostro, che cosa sia il bene e il male.

All’elefantino hanno spiegato che è naturale vivere nella povertà, con piccoli imprenditori che si suicidano, ospedali che non tengono posti letto, anziani che non hanno più i soldi per curarsi, giovani costretti a scappare all’estero in cerca di lavoro.

All’elefantino hanno anche fatto credere che il mondo sia quello del circo, senza erba ma con gli sgabelli, sui quali salire allo schiocco di frusta.

All’elefantino hanno spiegato che non può ribellarsi, altrimenti i padroni, i mercati, useranno la frusta dello spread.

Ma la natura fa il suo corso.

È troppo forte il richiamo del vento, il piacere dello spazio, il rinfresco del mare.

Troppo forte è la naturale ricerca del bene, del ricostruire sicurezza sui ponti, del dare da mangiare alla gente, del consentire un reddito a tutti e di abbassare le tasse ai più piccoli.

L’Elefantino sa che non è giusto rinunciare al bagno al mare, e tenta la fuga.

Resta da vedere cosa faranno gli osservatori internazionali sulla spiaggia; faranno qualcosa, oppure si limiteranno ad attendere che i padroni del circo, quell’enorme orrendo circo che si chiama mercato finanziario, lo riconduca in catene?

Io non so cosa succederà quando, presto, i padroni del circo tireranno la catena dello spread, sostenuti da tutto il potente potere mediatico e da tutti i loro servi, lautamente ricompensati.

Forse, gli spettatori, pur riconoscendo il diritto di libertà dell’elefantino, si limiteranno a far le fotografie.

L’Elefantino è solo, non può correre tanto, goffo, nel suo corpo gravato di debito.

Eppure, rivendica il suo diritto a una vita naturale.
Io non so dirvi, da docente di materia finanziaria, chi vincerà, a breve, se la catena o il richiamo del mare.

So con certezza una cosa, però.

So che un giorno lontano i bambini, a scuola, studieranno che è esistita un’epoca oscura nella quale gli animali vivevano tutta la vita in una gabbia, chiamata circo, per il solo divertimento di alcuni esseri umani.

Quel giorno, ancor più increduli, impareranno che in quei secoli esisteva un altro circo, quello del mercato finanziario, nel quale, non per legge naturale ma umana, milioni di uomini erano schiavi, a esclusivo privilegio di pochi padroni.

Non riusciranno a crederci, quei bambini, e si chiederanno come sia stato possibile che, a quei tempi, ci fosse chi ritenesse che tale orrendo martirio fosse anche giusto.

Penseranno sia una favola, leggere che si ritenesse normale rovinare le vite di esseri viventi per compiacere “i mercati”.

Non è naturale, capiranno quei bambini, rovinare la vita a tanti per compiacere pochi.

Perché il fine dell’uomo non sta nel pareggio di bilancio ma in ciò che scrisse un filosofo medioevale, che ebbe a dire che esso è la felicità, bene raggiunto il quale non se ne può desiderare uno maggiore.

Ma, capiranno i bambini, nessun animale, compreso l’uomo, può essere felice se è prigioniero.

Forte, ancestrale e incomprimibile sarà sempre, per ogni essere del creato, il richiamo alla vita vera.

Questa, con buona pace dei dotti soloni, di coloro che parlando di economia non sanno cosa dicono e di coloro che, sapendolo, nascondono le cose semplici dietro gli algoritmi e i paroloni, è una cosa naturale e vitale.

Ciò che ci lega a una catena, sia una legge giuridica o di mercato, non è la nostra condizione naturale, e prima o poi qualcuno libererà L’Elefantino.

Quella cosa è il diritto di sentire il vento sulla testa e l’acqua scorrere libera sul corpo.

Qualunque pasto concesso dai carcerieri del circo non ci renderà mai felici, in sostituzione a questo bene primario.

Esso si chiama, tra la schiuma del mare e la voce del vento, dalla nascita del mondo, con una sola parola.

Libertà.

di Valerio Malvezzi

Hayek

Che Hayek sia considerato il padre del neoliberalismo – uno stile di pensiero che riduce tutto all’economia – è un po’ assurdo dato che egli era un economista mediocre. Era solo un giovane e oscuro tecnocrate viennese quando era stato reclutato alla London School of Economics per competere con la stella nascente di John Maynard Keynes a Cambridge, o addirittura contrastarla.

 

Il piano fallì, e l’Hayek contrapposto a Keynes fu una disfatta. La Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, pubblicata nel 1936, fu accolta come un capolavoro. Dominava la discussione pubblica, specialmente tra i giovani economisti inglesi in formazione, per i quali Keynes, brillante, affascinante e ben inserito socialmente, rappresentava un modello ideale. Alla fine della seconda guerra mondiale, molti eminenti sostenitori del libero mercato si erano avvicinati al modo di pensare di Keynes, riconoscendo che il governo aveva un ruolo da svolgere nella gestione di un’economia moderna. L’eccitazione iniziale su Hayek si era dissipata. La sua peculiare idea che non fare niente avrebbe potuto curare una depressione economica era stata screditata in teoria e nella pratica. Successivamente ammise di aver sperato che il suo lavoro di critica a Keynes venisse semplicemente dimenticato.

 

Hayek fece una figura stupida: un professore alto, eretto e dall’accento pronunciato, in abito di tweed ben tagliato, che insisteva su un formale “Von Hayek”, ma crudelmente soprannominato dietro le spalle “Mr. Fluctooations”. Nel 1936 era un accademico senza pubblicazioni e senza un futuro scontato. Adesso viviamo nel mondo di Hayek, come abbiamo vissuto una volta in quello di Keynes. Lawrence Summers, il consigliere di Clinton ed ex rettore dell’Università di Harvard, ha affermato che la concezione di Hayek del sistema dei prezzi è “un’impresa penetrante e originale alla pari della microeconomia del XX secolo” e “la cosa più importante da imparare oggi in un corso di economia“. E comunque lo sottovaluta. Keynes non ha vissuto o previsto la guerra fredda, ma il suo pensiero è riuscito a penetrare in tutti gli aspetti del mondo della guerra fredda; così anche ogni aspetto del mondo post-1989 è imbevuto del pensiero di Hayek.

 

Hayek aveva una visione globale: un modo di strutturare tutta la realtà sul modello della concorrenza. Comincia assumendo che quasi tutte le attività umane (se non tutte) sono una forma di calcolo economico e possono così essere assimilate ai concetti fondamentali di ricchezza, valore, scambio, costo – e soprattutto prezzo. I prezzi sono un mezzo per allocare le risorse scarse in modo efficiente, secondo necessità e utilità, in base alla domanda e all’offerta. Perché il sistema dei prezzi funzioni in modo efficiente, i mercati devono essere liberi e concorrenziali. Da quando Smith aveva immaginato l’economia come una sfera autonoma, esisteva la possibilità che il mercato non fosse solo un pezzo della società, ma la società nel suo complesso. All’interno di tale società, gli uomini e le donne hanno bisogno solo di seguire il proprio interesse personale e competere per le risorse scarse. Attraverso la concorrenza “diventa possibile“, come ha scritto il sociologo Will Davies, “discernere chi e che cosa ha valore“.

 

Tutto ciò che una persona che conosce la storia vede come necessari baluardi contro la tirannia e lo sfruttamento – una classe media prospera e una sfera civile; istituzioni libere; suffragio universale; libertà di coscienza, dimensione collettiva, religione e stampa; il riconoscimento di fondo che l’individuo è portatore di dignità – non ha alcun posto nel pensiero di Hayek. Hayek ha incorporato nel neoliberalismo l’ipotesi che il mercato fornisca tutta la protezione necessaria contro l’unico reale pericolo politico: il totalitarismo. Per evitare questo, lo Stato deve solo mantenere libero il mercato.

http://vocidallestero.it/2017/10/19/neoliberalismo-lidea-che-ha-inghiottito-il-mondo/

La narrativa sulla crisi

A partire dagli anni Novanta si accentuerà, da parte dei principali organi di informazione italiani, una narrativa colpevolista, che attribuirà all’eccesso di spesa pubblica e di corruzione l’eccesso di debito pubblico degli anni Ottanta. Il tutto mettendo giovani contro vecchi, figli contro padri, sostituendo lo scontro generazionale alla vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro. Tale narrativa, di matrice neoliberista, servì a far ingerire ai lavoratori italiani la pillola amara dell’austerità, che si concretizzerà sposando la costituzione materiale di Maastricht (1992). Da allora si ebbero drastici tagli di spesa previdenziale, privatizzazioni a prezzo di saldo delle industrie pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della tassazione indiretta e sul lavoro , soppressione definitiva del meccanismo di tutela dei salari dall’inflazione, blocco del turnover nella pubblica amministrazione. Politiche che inflissero al Paese una stagnazione economica ventennale che culminerà, dal 2008, in una crisi economica più devastante, in termini di perdita di produzione e occupazione, di quella patita durante la depressione del 1929.

 

RIFERIMENTI

Sulla relazione tra cambio forte e crescita del debito pubblico in Italia negli anni dello SME si veda Augusto Graziani, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, 1997 e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000.

Per tutti i dati sulle principali grandezze macroeconomiche (PIL, tasso di inflazione e disoccupazione, etc) negli anni Ottanta si veda il contributo di Michele Salvati, Occasioni Mancate, Laterza, 2000.

Sulla dinamica della nostra finanza pubblica in una prospettiva storica si rimanda a Piero Giarda, Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare, 2011 e al rapporto “Spesa dello stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria dello Stato.

Sulle posizioni critiche di Federico Caffé sullo SME si rimanda al paper di Alberto Baffigi, L’economia del benessere alla sfida della tecnocrazia e del populismo: il pensiero democratico di Federico Caffé, 2016.

Sul “divorzio”tra Banca d’Italia e Tesoro si veda B. Andreatta, Il divorzio tra tesoro e bankitalia e la lite delle comari, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.

 

Federico Stoppa

Leggi tutto su https://ilconformistaonline.wordpress.com/2017/08/01/anni-ottanta-cosi-si-distrusse-leconomia-italiana/

Lettera aperta

Carissimi soci ed iscritti ad Arcipelago SCEC Emilia Romagna, l’assemblea straordinaria si è riunita in data 13 novembre 2016 per deliberare la chiusura di questa di Associazione.

Dopo 7 anni di intenso ed impegnato lavoro sui territori per diffondere l’uso dello SCEC  e un modo diverso di fare economia, in data 23 aprile 2016, a Matera, il Nazionale ha deliberato in modo unanime, senza avvertirci né prima né dopo,  in violazione delle norme statutarie che regolavano i rapporti associativi tra il Nazionale e le varie Isole ( associazioni autonome ) che le associazioni regionali esistenti non sarebbero più state titolari dell’uso, gestione e divulgazione dello SCEC, togliendoci non solo la ragione di esistere come da statuto, ma anche ogni tipo di autonomia tecnologica, funzionale, economica, formativa. In poche parole abbiamo scoperto dal successivo verbale e dagli scambi di email nel gruppo nazionale che siamo stati “licenziati” dallo SCEC e, testuali parole, “sollevati” dalla nostra attività.

Essendo la nostra associazione ormai ferma da quasi un anno e non avendo le forze di convertirla in un qualcosa di differente con le poche forze rimaste, sparse sul territorio, non avendo più la possibilità di gestire lo SCEC, abbiamo deliberato di chiudere l’Associazione, con non poco dispiacere.

Chiudiamo con un attivo di circa 450,00 Euro  che abbiamo deciso di dare in beneficienza per iniziative nei confronti dei terremotati del centro Italia: ci è sembrata la scelta migliore e più stringente rispetto a numerose altre associazioni altrettanto meritevoli ma meno in emergenza. Abbiamo anche un credito di 420,00 Euro nei confronti del Nazionale, nato da attività di solidarietà finanziaria nei confronti delle altre isole,   che vorremmo ugualmente donare ai terremotati: non sappiamo se ci verranno corrisposti oppure no.

Abbiamo un quantitativo spropositato di scec stampati che abbiamo a suo tempo acquistato per questioni di solidarietà finanziaria alle altre isole: questi scec sono nostri ma stazionano in un locale privato che ha chiesto di essere liberato al più presto causa eccessivo ingombro. Vorremmo cederli ad Arcipelago SCEC e se non li vorranno ri-acqusistare dovremo propendere per una soluzione differente. Le cifre di cui dovessimo rientrare sono, da verbale, destinate sempre ai terremotati, ragion per cui per noi è importante ricavare il più possibile e far circolare la solidarietà in modo veramente concreto.

Vogliamo rassicurarvi che rispetteremo totalmente la Legge sulla Privacy attualmente in vigore: i dati personali  verranno cancellati in quanto il titolare della Privacy è Arcipelago SCEC Emilia Romagna nella persona del presidente. In questo modo tuteliamo anche chi, in seguito, vorrà proseguire il suo rapporto con lo SCEC: infatti il dbase regionale non può essere gestito da altre isole e se vi lasciassimo inseriti il codice fiscale risulterebbe già presente e non potreste re-iscrivervi presso Arcipelago SCEC.

Il presidente ha già provveduto a dare comunicazione formale all’Agenzia delle Entrate della chiusura al 31/12 dell’Associazione.

I soci storici non proseguiranno l’attività con lo SCEC perchè sono venuti a mancare il rispetto, la trasparenza, la fiducia e la solidarietà nei fatti. Al momento non sappiamo chi vorrà rimanere in Arcipelago e per ogni necessità rivolgetevi all’Associazione Nazionale.

Appena avremo terminato l’invio di questa mail provvederemo alla cancellazione dei dati, pertanto non rispondete a questa comunicazione perché ogni strumento verrà chiuso.

Infine vogliamo farvi sapere che chi fra di noi intende proseguire coerentemente il suo viaggio verso un mondo migliore non cesserà di essere attivo sul territorio e darsi da fare. Abbiamo pensato che le relazioni che abbiamo costruito in questi anni sono troppo importanti e vogliamo continuare a coltivarle a prescindere. Ragion per cui proseguiremo con alcune attività e vorremmo coordinarci con tutti quanti lo volessero, con le loro attività. Non perdiamoci di vista. Abbiamo una pagina facebook e indirizzi email per tenerci in contatto: li useremo per proseguire il viaggio con chi vorrà.

Questo quindi è un arrivederci a presto. Grazie di esserci stati: si chiude un codice fiscale, un capitolo, ma le relazioni rimangono.

Grazie.

Il direttivo di Arcipelago SCEC Emilia Romagna e Massimiliano De Cò e Lisa Bortolotti

Memorandum Powell

Il potere finanziario anglo-americano legge i dati e davvero si spaventa: nel 1912, nel mondo occidentale, il 4% della popolazione possedeva il 90% della ricchezza collettiva. Nel 1948, quel 4% ne possedeva l’82%. Nel 1968, il 4% possedeva il 66% e nel 1974 il dato toccò la più bassa cifra nella storia d’occidente dal tempo dell’impero romano: il 4% possedeva “soltanto” il 59% della ricchezza collettiva. Questo stava a significare che la ricchezza cominciava a essere re-distribuita e se la tendenza fosse andata avanti così, uno studio ponderato dei conservatori statunitensi spiegava che nel 2000, in occidente, quel 4% avrebbe posseduto sì e no il 25% mentre il restante 75% sarebbe stato distribuito in una fascia sempre più ampia di popolazione. Un esperto di marketing culturale, Mr. Powers, il padre del neo-liberismo conservatore, scrisse un documento (il celeberrimo e famigerato memorandum Powell) nel quale si spiegava che era assolutamente necessario andare all’attacco delle accademie universitarie, degli intellettuali, dell’editoria, del cinema, del teatro, dei giornali e prendere il potere in quei settori per poter poi riportare le cose al punto in cui dovevano essere. Ad ogni modo, l’obiettivo è stato centrato nel Gennaio del 2015: il 4% della popolazione occidentale possiede di nuovo il 90% della ricchezza collettiva come nel 1912. Quella che Powell definì “la insopprimibile e necessaria rivoluzione culturale” aveva bisogno di una adeguata struttura politica e sociale che doveva avere il coraggio e la forza di dare inizio all’abbattimento dello stato welfare. “C’è troppa gente che studia in occidente, c’è troppa gente inutile che oggi sa cose che non dovrebbe sapere. Noi abbiamo il dovere storico di interrompere questo meccanismo e capovolgerlo prima che sia troppo tardi”. Penso che in Usa fosse impossibile farlo: i liberals radicali avevano il controllo della nazione. Il gruppo dei 250 grandi finanzieri che gestivano Powell scelsero la Gran Bretagna come esperimento pilota. Si incontrarono una decina di volte con i più retrivi conservatori britannici e presero la decisione comune. La finanza anglo-americana lavorò in quel senso finchè non trovò Margareth Thatcher come loro rappresentante e la imposero alla regina Elisabetta II. Penso davvero che gliela imposero. “O lei o la totale recessione economica” le spiegarono i circoli aristocratici dell’epoca. Nel febbraio del 1979 lei accetta per niente convinta e dopo quaranta giorni la Thatcher diventa premier con l’obiettivo di spianare la strada agli Usa che nel frattempo costruivano il loro grande pupazzo vincente: Ronald Reagan. Entrambi avrebbero dovuto lanciare il piano mondiale per l’affermazione del neo-liberismo selvaggio, come dire: la lotta di classe al rovescio. Erano i ricchi che scendevano in campo per andare a togliere ai poveri il poco che si erano conquistati. Per diversi anni fu la Gran Bretagna a dettare gli ordini politici e le direttive della classe dirigente, mentre gli Usa si prendevano il controllo della cultura pop sostituendo la Gran Bretagna e invertendo i ruoli. Dopo qualche anno, quando ormai la strada era stata tracciata, il potere decisionale da parte delle strutture finanziarie planetaria ritornò a Wall Street. A quel punto, ormai, il gioco era fatto. E dal 1985 a oggi, per 30 logoranti anni, la più feroce e cinica oligarchia mai esistita negli ultimi 300 anni ha dettato la legge al mondo.

Oggi, 2016 il teatro è completamente diverso. Direi opposto. Proprio al contrario.

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Un paese ormai disfatto

di GIANFRANCO LA GRASSA (economista)

Un sintomo, non fra i maggiori ma significativo, di quanto sta avvenendo in Italia è il rimaneggiamento subito via via dai settori dell’economia “pubblica”. L’IRI ebbe momenti di fulgore, fin dall’inizio sotto la presidenza di Beneduce. Dopo la guerra fu rafforzata con la Finmeccanica (1948), l’Eni (1953), l’Enel (1962-63). Negli anni ’80 (notate, come “coincidenza”, che ciò avvenne dopo il caso Moro, su cui mi sono diffuso più volte spiegando a che cosa fosse molto probabilmente dovuto) si ebbe la presidenza di Prodi (“sinistra” DC), durante la quale vennero cedute 29 aziende del gruppo (fra cui l’Alfa Romeo, che andò alla Fiat), liquidate Finsider, Italsider, Italstat; si verificò inoltre il tentativo di vendita a prezzo molto basso della SME a De Benedetti, fallito per l’intervento di Craxi e che poi portò ad una vendita ad un prezzo molto, ma molto più alto.

Nel ’92, l’IRI diventò una società per azioni (quindi più facilmente scalabile e vendibile) e iniziò l’epoca delle privatizzazioni con l’accordo tra Andreatta (altro Dc di “sinistra”) e Van Miert (per la Comunità europea). E’ indubbio l’influsso (e le pressioni) di detta Comunità, ma anche la Dc di “sinistra” (che viene salvata in quegli anni da “mani pulite” assieme agli ex piciisti) ci mise la sua parte; come pure l’ex Pci. Ex piciisti e diccì di “sinistra”, i “miracolati” di “mani pulite”, si unirono nel combinare tutti i disastri dell’ultimo quarto di secolo.

Voglio ancora ricordare che, quando presero un più celere avvio le privatizzazioni, l’IRI era affidato alla direzione del Tesoro, dove si trovava un “certo” Draghi, che fu tra i “complici” di fatto della svendita della Telecom ai privati Gnutti e Colaninno con la “benedizione” del governo D’Alema. Le privatizzazioni iniziano con il Credito Italiano (’93) e poi proseguono celermente, smantellando di fatto l’IRI che chiude definitivamente nel 2002. E nel corso di questo inizio secolo, a parte qualche sprazzo (come il già ricordato accordo Eni-Gazprom, di fatto promosso da Putin e Berlusconi), si ha un continuo indebolimento delle aziende strategiche quali Eni e Finmeccanica.

leggi tutto su http://www.appelloalpopolo.it/?p=15520

Mazzini economista

E per difetto di un’equa distribuzione della ricchezza, d’ un più giusto riparto dei prodotti, d’un aumento progressivo della cifra dei consumatori, il capitale stesso si svia dal suo vero scopo economico, s’immobilizza in parte nelle mani dei pochi invece di spandersi tutto nella circolazione, si dirige verso la produzione d’oggetti superflui, di lusso, di bisogni fittizi, invece di concentrarsi sulla produzione degli oggetti di prima necessità per la vita, o si avventura in pericolose e spesso immorali speculazioni.

Oggi il “capitale” – e questa è la piaga della Società economica attuale – è despota del lavoro. Delle tre classi che oggi formano, economicamente, la Società – “capitalisti”, cioè detentori dei mezzi o strumenti del lavoro, terre, fattorie, numerario, materie prime – imprenditori, capi-lavoro, commercianti, che rappresentano o dovrebbero rappresentare l’intelletto – e operai che rappresentano il lavoro manuale – la prima, sola, è padrona del campo, padrona di promuovere, indugiare, accelerare, dirigere verso certi fini di lavoro. E la sua parte negli utili del lavoro, nel valore della produzione, è comparativamente determinata: la locazione degli strumenti del lavoro non varia se non tra limiti noti e ristretti; e il tempo, fino a un certo segno almeno, è suo, non in balìa dell’assoluto bisogno. La parte dei secondi è incerta, dipendente dal loro intelletto, dalla loro attività, ma segnatamente dalle circostanze, dallo sviluppo maggiore o minore della concorrenza e dal rifluire o ritirarsi, in conseguenza d’eventi non calcolabili, dei capitali.

La parte degli ultimi, degli “operai”, è il “salario”, determinato “anteriormente” al lavoro e senza riguardo agli utili maggiori o minori che usciranno dall’ impresa; e i limiti fra i quali il salario si aggira, sono determinati dalla relazione che esiste fra il lavoro offerto e il lavoro richiesto, in altri termini, tra la “popolazione” degli operai ed il “capitale». Ora la prima tendendo all’aumento e ad un aumento che supera generalmente, non fosse che di poco, l’aumento del secondo, il salario tende, dove altre cause non si interpongano, a scendere.

Giuseppe Mazzini (I doveri dell’uomo, 1860)

estratto da http://www.appelloalpopolo.it/?p=15400

Ceti medi

Citazione

Permettetemi di concludere. Qualche migliaio di anni fa, Aristotele ha scritto che “la migliore partnership in uno stato è quella che opera attraverso i ceti medi … quegli stati in cui tale elemento è grande … hanno tutte le possibilità di avere una costituzione che funziona”.
Questo era vero ai tempi di Aristotele, era vero ai tempi di Keynes, ed è vero oggi. La stabilità dipende da una forte classe media che può spingere la domanda. Ma non la vedremo se questa ripresa non porta a un lavoro decente o se essa premia i pochi favoriti sui molti emarginati.
In definitiva, l’occupazione e l’equità sono gli elementi di stabilità e la prosperità economica, di stabilità politica e di pace. Questo è il cuore del mandato dell’ FMI. Esso deve essere posto al centro dell’agenda politica”.

Strauss Khan

Il discorso può essere ascoltato in video qui      

Mangiare due settimane con 80 euro

Le macchinette delle merendine. Come non averci pensato prima?
L’uovo di Colombo.
Basta sceglierle con cura: evitare quelle nei pressi delle stazioni; concentrarsi su quelle presenti negli uffici pubblici e comunali (sedi municipali, biblioteche, ASL).
Un combinato intelligente fra macchine distributrici e fontanelle comunali romane  (da cui sgorga l’acqua del fiume Peschiera, salutare e gratuita) consente di rimanere nei limiti, già abbondanti, degli ottanta euro.
Ottanta precisi, né un cent in più, né uno in meno.
Non c’è trucco, non c’è inganno.
Basta con supermercati, contadini bio e insane boutique alimentari.
Si preteriscano prelibatezze, masterchef, ricette, salse, paste, ristorantini tipici, condimenti, happy hour … È questo che ha infrollito lo spirito della Nazione …
Basta Carlo Cracco, Jamie Oliver; basta Vissani e Parodi.
Al diavolo il tonno rosso di Favignana, l’oliva taggiasca e il pastrami.
Solo adottando una nuova disciplina alimentare (rigida quanto razionale) il vostro salario potrà liberarsi dalle pastoie della crapula e rendersi utile per le spese più necessarie e urgenti atte a far ripartire i consumi e l’economia nazionale.
Mangiare diverrà un gesto necessario, ma da sbrigare in veloce subordine: pratico, responsabile e patriottico.
Ad maiora!

Leggi il menu completo su:

http://pauperclass.myblog.it/2015/01/18/mangiare-bene-ottanta-euro-due-settimane-roma-ecco-alceste/

Le fatal insigne qui ne pardonne pas

DIstrazione

Thomas Piketty s’inscrit ainsi dans la longue liste des personnalités ayant refusé leur nomination à un grade de la Légion d’honneur, que ce soit par refus d’un mérite dont ils s’estimaient indignes, par souci d’indépendance ou par esprit frondeur. Avant l’économiste français, l’ancien secrétaire général de la Confédération française démocratique du travail (CFDT) Edmond Maire la refusa avec des propos semblables, estimant que « ce n’est pas à l’Etat de décider ce qui est honorable ou pas ».

Voir aussi notre portfolio : Comme Thomas Piketty, ils ont refusé la Légion d’honneur

Léo Ferré et Georges Brassens avaient préféré prendre les devants avant même d’être nommés ; le premier brocardant « ce ruban malheureux et rouge comme la honte », le second signant une chanson satirique où il dénonce « le fatal insigne qui ne pardonne pas ». Pierre Curie avait pour sa part refusé la distinction d’un simple « je n’en vois pas la nécessité », tandis que George Sand, qui eût été la première écrivaine à arborer l’insigne, objecta qu’elle ne voulait « pas avoir l’air d’une vieille cantinière ! ».

Claude Monet, Georges Bernanos, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus, s’inscrivent également dans cette longue liste. En 2013, c’était l’auteur et dessinateur de bande dessinée Jacques Tardi qui avait refusé la Légion d’honneur. En août 2012, la chercheuse Annie Thébaud-Mony, spécialiste des cancers professionnels, avait refusé cette distinction pour dénoncer « l’impunité » de responsables de groupes industriels, responsables de « crimes industriels ».
En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/culture/article/2015/01/01/l-economiste-thomas-piketty-refuse-la-legion-d-honneur_4548309_3246.html#e2VVCL927UO2yiXW.99