Maurice Hauriou

Il giurista francese non credeva che l’umanità vada in una sola direzione (del progresso) ma che periodi di progresso e di decadenza si alternino – e indicava come fattori di crisi il denaro e lo spirito critico; e come fattori di trasformazione (cioè di crisi, ma anche di rifondazione comunitaria e istituzionale) la migrazione dei popoli e il rinnovamento religioso. Prevedeva anche che lo spirito economicista finisce per distruggere perfino le proprie creature (come la speculazione finanziaria fa con l’economia reale).

Quanto allo spirito critico – che oggi si direbbe relativismo – la demistificava in una linea di pensiero che va da Vico ai pensatori controrivoluzionari come Maistre e Bonald, l’idea che il relativismo possa legittimare autorità e istituzioni. Non foss’altro perché, queste esistono per dare certezze. Senza certezze, senza fede, una comunità umana non può (alla lunga) avere un’esistenza. Può anche credere in un assoluto non trascendente, ma deve necessariamente avere un ubi consistam. Ogni popolo trova il suo: quel che è impossibile è non averlo. O averne uno incompatibile con la tradizione, lo “spirito” e i valori della comunità.
Nel concludere il libro Socci ricorda come il Risorgimento italiano fu viziato da un errore “l’idea  di unificare l’Italia non per via pacifica e federale come prospettava il papa, ma per via militare e sotto una sola dinastia fu devastante anche per il meridione d’Italia, dove da secoli governava una monarchia legittima quanto quella sabauda” Il nuovo regno nacque così (più per caso che per volontà del genio di Cavour) da una guerra civile e da una frattura col cattolicesimo (il non expedit), una cesura tra la tradizione nazionale e la novità istituzionale. Indebolendo così l’istituzione-Stato nazionale fin dalla nascita. Questa gracilità, aumentata dall’esito della seconda guerra mondiale, ci ha dato istituzioni, in particolare quelle della Repubblica, poco idonee a superare i momenti di crisi e a proteggere così la comunità nazionale, come successo in questi ultimi trent’anni.
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Dei delitti e delle pene

Si cominciano a delineare alcuni tasselli relativi al pagamento del canone di abbonamento della televisione nella bolletta elettrica.
Adiconsum – l’associazione consumatori della Cisl – sottolinea che il nuovo impianto di riscossione è basato sul concetto di presunzione della detenzione di un apparecchio televisivo legato all’esistenza di un contratto di fornitura elettrica. «Tutti coloro che sono titolari di un’utenza elettrica sono ritenuti potenziali detentori di una tv e, pertanto, sono tenuti al pagamento dell’imposta – conferma la responsabile provinciale di Adiconsum Adele Chiara Cangini – Non pagherà chi non possiede un apparecchio televisivo, ha più di 75 anni e un reddito familiare annuo inferiore ai 6.713,98 euro lordi. Non paga nemmeno chi è proprietario di seconda casa, perché paga il canone sulla prima casa».
In attesa del decreto, l’Agenzia delle Entrate ha approvato intanto il modello di dichiarazione sostitutiva relativa al canone di abbonamento alla televisione per uso privato.
«Una volta compilato, va spedito entro il 30 aprile 2016 per posta o entro il 10 maggio per via telematica. Il modulo – dice Cangini – è scaricabile dal sito dell’Agenzia delle Entrate ed è disponibile presso tutti gli uffici Adiconsum di Modena e provincia». L’associazione consumatori della Cisl informa che la dichiarazione di non possesso va presentata ogni anno entro il 31 gennaio. In caso di coniugi coabitanti nello stesso stato di famiglia~con più case ed eventualmente utenze intestate a entrambi, è necessario dichiarare che il canone sarà sull’utenza del coniuge mediante il modulo quadro B.
«Attenzione – conclude l’Adiconsum – la falsa dichiarazione è punita dal codice penale con due anni di reclusione».

http://www.sulpanaro.net/2016/04/canone-rai-in-bolletta-ecco-le-istruzioni-per-lesenzione/

La Corte d’ Appello di Venezia ha dimezzato la pena al bengalese, portandola a due anni e quattro mesi. I giudici lagunari hanno ricalcolato la pena partendo dal minimo edittale di cinque anni e riconoscendogli le attenuanti che non aveva ottenuto in primo grado. Come se in chi violenta una ragazzina ci siano anche delle attenuanti da considerare. Anzi come se non bastasse gli hanno perfino tolto la misura di sicurezza. In conclusione il bengalese si è fatto soltanto otto mesi di carcere dei quattro anni che erano stati previsti, ora è ai domiciliari e in virtù di quest’ultimo verdetto potrà presto tornare in libertà.
http://www.giornalenews.com/2016/04/09/padova-immigrato-stupra-17enne-disabile-grazie-ai-giudici-non-fara-un-giorno-di-carcere/