La società livida

Dall’America, insieme a mille altre sciocchezze, abbiamo importato i contratti matrimoniali, le minuziose descrizioni di ciò che si può e non si può fare in coppia, diritti, doveri, i rapporti economici come principale campo di battaglia, poi il sesso, la custodia e il mantenimento dei figli, a numero programmato sotto pena di risarcimento e, sul medesimo piano, gli animali domestici. Una vita ridotta a assemblea permanente con tutor, avvocati, consulenti, moduli burocratici e esperti di sostegno, i sentimenti relegati nella partita doppia, i figli a me dalle 8 alle 12, poi a te per due ore, le scarpe a mio carico, la scuola a te, per me il calcetto del mercoledì, a te il collettivo con le compagne il sabato, baby sitter a mio carico, il dog sitter lo paghi tu, se resti incinta aborto libero, nel capitolato non è previsto il secondo figlio, paga lo Stato, il ticket per fortuna è detraibile. Il trionfo del mercante in un deserto senza oasi.

Il risultato è la fine del matrimonio e il trionfo del rapporto occasionale, la pulsione al posto dei sentimenti, l’attimo in luogo del progetto a lungo termine, l’universo “liquido” di relazioni brevi, basate sul piacere (proprio) e tutte le forme di interesse: un mercato indegno dell’essere umano. Il neo femminismo si è trasformato in religione settaria con una forte dimensione messianica.  Hanno raggiunto la verità assoluta, dividono il mondo tra amici e nemici da distruggere, dietro il velo sempre più impalpabile della tolleranza emerge il totalitarismo, l’odio iracondo per l’uomo, l’altro/a, per chi osa non essere conforme. Lo scritto della Cirinnà è rivelatore: è “vita de merda” – anche l’ortografia ha regole nuove, non eteropatriarcali – tutto ciò che non si piega al modello settario. E’ un miscuglio indigeribile di nazismo (la nuova razza superiore tutta al femminile) e di veterocomunismo (le leggi ad hoc, nuove burocrazie al servizio dell’ideologia, la pulsione a omologare, schiacciare, il divieto del dissenso).

Ogni gesto, sguardo, azione, intento deve essere analizzato, scrutato, sottoposto a giudizio da parte di nuove burocrazie, tribunali del pensiero che confermano la vera natura del fenomeno, un po’ nazi, un po’ giacobino, il resto neocomunista: inquisizione, delazione più gogna sulle reti sociali e, quando necessario, aggressione fisica, disprezzo intellettuale, emarginazione. Un mondo fatto di sfiducia reciproca con una vittima e un carnefice designato a priori il cui destino è l’alternativa tra essere riconfigurato o condannato preventivamente. Risorge la fisiognomica criminale di Lombroso in versione anti maschile, nuovi pregiudizi al posto di quelli vecchi, bella emancipazione, splendido esercizio di libertà, democrazia, tolleranza dell’ideologia progressista.

Nel corso del carnevale, in alcuni paesi è stato esplicitamente vietato, con tanto di pesanti sanzioni, lo scherzo, la battuta scherzosa, in quanto sessista oppure omofoba o, Dio non voglia, razzista e maschilista. Strano solo in apparenza il divario tra il femminismo, sempre buono e giusto, e il maschilismo. Il giudizio è contenuto nelle parole, come insegna il politicamente corretto, scissione della realtà dai termini che la esprimono per caricarla del contenuto etico voluto. La censura non cambia, mutano solo i bersagli.

Dicevamo che il nuovo femminismo è il filo che collega una serie di totem postmoderni. Il loro punto di congiunzione è l’idea comune sull’aborto. Banalizzato come meccanica espulsione di cellule indesiderate dal corpo della donna, in cui si sarebbero introdotte abusivamente (??) per colpa dell’animale maschio, il rigetto della gravidanza indesiderata si è trasformato in rifiuto complessivo della maternità. Gruppi di donne autonominate “child free” sono ostili alla prospettiva di essere madri. Certo, è faticoso portare in grembo un figlio per nove mesi, partorire comporta dolore e dei rischi, poi il bimbo (o la bimba, bisogna stare attenti a non macchiarsi di maschilismo grammaticale) nasce e bisogna accudirlo, crescerlo, educarlo. Per questo reclamano più Stato, a spese altrui, per scaricare responsabilità e disagi tra esperti, figure professionali in camice bianco, consultori, personale “di sostegno”.

https://www.maurizioblondet.it/neofemminismo-il-colore-del-rancore/

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Parole d’ordine

Fonte: Marcello Veneziani

La parola d’ordine del Cretino Proletario per farsi riconoscere e ammirare è: vogliamo ponti, non muri. Appena pronuncia la frase, il Cretino Planetario s’illumina d’incenso, crede di aver detto la Verità Suprema dell’Umanità, e un sorriso da ebete trionfale si affaccia sul suo volto. Non c’è predica, non c’è discorso istituzionale, non c’è articolo, pistolotto o messaggio pubblico, non c’è concerto musicale, film o spettacolo teatrale che non sia preceduto, seguito o farcito da questa frase obbligata. L’imbecille globale si sente con la coscienza a posto, e con un senso di superiorità morale solo pronunciando quella frase. Il cretino planetario diverge solo nella pronuncia, a seconda se è un fesso napoletano, un bobo sudamericano o un lumpa siculo. In Lombardia c’è un’espressione precisa per indicare chi si disponeva ai confini per mettersi al servizio dei nuovi arrivati, dietro ricompensa: bauscia.

Il cretino planetario ripete sempre la stessa frase, sia che parli di migranti che di ogni altra categoria protetta. Lui è accogliente, come gli prescrivono ogni giorno i testimonial del No-Muro, il Papa, Mattarella e Fico che ogni giorno guadagna posizioni nel Minchiometro nazionale, l’hit parete dedicata a chi sbatte la testa contro il muro.

Il pappagallo globale marcia contro i muri, più spesso ci marcia, ma la parola chiave serve per murare il Nemico, per separare dall’umanità evoluta ed accogliente i movimenti e le persone che s’ispirano all’amor patrio, alla sovranità nazionale, alla civiltà, alla tradizione. L’appello ad abbattere i muri e a stendere ponti è ormai ossessivo e riguarda non solo i popoli e i confini territoriali ma anche i sessi e i confini naturali, le culture e i comportamenti, le religioni e le appartenenze, e perfino il regno umano dal regno animale. Dall’Onu al golden globe, dalla predica al talk show e alla canzone, l’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso.

Ora, io vorrei prima di tutto osservare che i muri più infami che la storia dell’umanità conosca, non sono i muri che impediscono di entrare ma i muri che impediscono di uscire. Come sono, necessariamente, i muri delle carceri e come fu, l’ultimo grande, infame Muro che la storia conobbe, a Berlino. E che non edificò nessun regime nazionalista o sovranista, nessun dittatore e nessun Trump ma il comunismo. Chi tentava di superare quel muro e quel filo spinato per scappare dalla sua terra, era abbattuto dai vopos. Nessun regime autoritario o nazionalista ha mai avuto la necessità di innalzare un muro per impedire che la popolazione scappasse. Né si conoscono esodi di popolo paragonabili a quelli dove ha dominato il comunismo.

Se vogliamo restare in Italia, e a Roma in particolare, c’è solo un muro nel cuore della Capitale che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti. E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità. Detto questo, a coloro che amano la civiltà e la tradizione, l’amor patrio e la sovranità nazionale, si addice piuttosto il senso del confine. Perché confine significa senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le identità e le comunità. Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si possono aprire e chiudere, che servono per confrontarsi sia nel colloquio che nel conflitto, comunque per delimitare o arginare quando è necessario. La società sradicata del nostro tempo ha perso il senso del confine, e infatti sconfinano i popoli, i sessi, le persone, si è perso il confine tra il lecito e l’illecito. Sconfinare è sinonimo di trasgredire, delirare, sfondare. La peggiore maledizione per i greci era l’hybris, lo sconfinamento, la smisuratezza, il perdersi nell’infinito. Il confine è protezione, sicurezza, è umiltà, è tutela dei più deboli, non è ostilità o razzismo. Vi consiglio di leggere L’elogio delle frontiere di Régis Debray. Ai più modesti, consiglio l’elogio dei muri di Alberto Angela che non mi risulta un ufficiale delle SS.

Senza muri non c’è casa, non c’è tempio, non c’è sicurezza. Senza muri non c’è pudore, intimità, protezione dal freddo, dal buio e dall’incognito. Senza muri non c’è senso della misura, riconoscimento del limite e dei propri limiti. Senza muri non c’è bellezza, non c’è fortezza, non c’è fondazione delle città, non c’è erezione di civiltà. Non a caso le città eterne nascono da Romolo che tracciò i confini, non da Remo che li violò. I muri sono i bastioni della civiltà, gli ospedali della carità, le biblioteche della cultura, le pareti dell’arte, il raccoglimento della preghiera.

Se il cretino planetario non lo capisce, in compenso lo capiscono bene gli anarchici di Tarnac che colsero nel muro abbattuto la vittoria del caos e dell’anarchia: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre un sistema di valori a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre, cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale” (Gouverner par le Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation, 2008).

Le città senza confini perdono la loro identità, come le persone che perdono i loro lineamenti. Non capovolgete l’amore per la famiglia in omofobia, l’amore per la propria patria in xenofobia, l’amore per la propria civiltà in razzismo, l’amore per la propria tradizione in islamofobia. E l’amore per i confini in muri dell’odio. Ma tutto questo il Cretino Planetario non lo sa.

L’anno che verrà

L’ANNO CHE VERRA’

“Caro amico Di Battista la legge sul taglio dello stipendio dei parlamentari te la puoi anche tenere. A noi di risparmiare lo 0,001% del pil interessa poco. E di gesti dal valore puramente simbolico ne abbiamo fin sopra i capelli.
Quello che dovresti fare è aiutare i tuoi compagni a darci una legge che ripristini la divisione tra banche commerciali e banche d’affari.
Una legge che ridia alla Banca d’Italia la possibilità di tornare pubblica ed emettere moneta.
Una legge che obblighi nuovamente quella Banca d’Italia ad acquistare i titoli del Tesoro rimasti invenduti.
Una legge che modifichi le aste marginali dei Btp italiani.
Una legge che vieti alle banche che in passato hanno fatto Cartello di essere riconosciute come investitori specialisti alle nostre aste di titoli di Stato.
Una legge che impedisca a chi ha fatto parte del Direttivo di organizzazioni internazionali dichiaratamente antidemocratiche di poter far parte di governi democratici.
Una legge che tolga il pareggio di bilancio dalla nostra Costituzione.
Se comincerete il 2019 facendo una sola delle leggi sopraelencate, noi italiani lo stipendio ve lo vogliamo raddoppiare e non dimezzare.
Il lavoro di chi salva il popolo non ha prezzo.
Se invece i tuoi compagni di squadra non riusciranno a portare avanti nessuna di queste leggi prioritarie per la salvezza del paese, allora permettimi di dirti che il loro stipendio, seppur dimezzato, risulterà comunque eccessivo per non dire inutile.
So che sei stato molti mesi fuori dal paese, quindi ti aggiorno: In Italia siamo finalmente usciti dalla logica del fumo negli occhi. Abbiamo smesso di parlare di auto blue, di vitalizi, e di sprechi dei parlamentari ed abbiamo cominciato almeno a ragionare sulle questioni vitali per il paese. Il popolo ha iniziato ad aprire la sua mente e a guardare oltre la cortina fumogena delle manovre da zero virgola.
Se vuoi dare il tuo contributo sei il benvenuto ma se pensi di farlo con proposte del genere preferiamo tornare a guardare le tue foto dal Sud America.
Chi ti scrive è una mano amica”.

Con stima e affetto,
Francesco Amodeo

Fonte – Profilo FB Francesco Amodeo
1 gennaio 2018 17:27

Tutti i generi possono avere le mestruazioni

Insomma, il gender ha incassato l’ennesima vittoria. Anche in questo caso, di delirio si tratta.
Fino a un annetto fa si diceva fosse una “bufala”. Non esisteva e non era possibile parlarne (chi lo faceva finiva nelle liste di proscrizione, coperto di insulti e minacce). Poi, gradualmente, grazie alla narrazione mainstream e allo spettacolo, è penetrato nell’opinione pubblica e oggi sta piegando al politicamente corretto persino la natura e l’evidenza, con una ferocia tale da rendere il bipensiero orwelliano e la psicopolizia roba da dilettanti. Perché psicopolizia? Perché se provi a opporti o a proporre un dibattito, sei un oscurantista e un retrogrado! Un pericoloso fascista che va vaporizzato!

Nel giro di un paio d’anni siamo stati cotti come la famosa rana di Chomsky. Siamo arrivati al punto che i genitori educano i figli genderless e somministrano loro farmaci ormonali per bloccarne lo sviluppo e ora si vorrebbe insegnare che tutti i generi possono avere le mestruazioni.
Secondo la tecnica che abbiamo esposto con Gianluca Marletta in Unisex (Arianna Editrice) della desensibilizzazione e del bloccaggio, si è convertita l’intera popolazione alla tematica. Ora è diventata di moda, anzi è scienza. Si tratta di un faro del progresso che permette di vivere in completa libertà la propria vita e in modo liquido il proprio orientamento sessuale. Si può persino “riscrivere” la realtà.
Si è cioè prodotta una campagna di propaganda che nel giro di pochi anni ha trasformato la mentalità e la sensibilità di massa rispetto a questo tema (e derivati).

leggi tutto su https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61365

Vedi anche https://apoforeti.wordpress.com/2016/09/27/la-finestra-di-overton/

Bengodi

non è colpa di Monti se i suoi, di figli, sono attivissimi, intraprendenti e di successo: Giovanni Monti, per esclusivo merito, entra a Citygroup, Morgan & Stanley, Parmalat; la figlia Federica sposa il rampollo Ambrosetti, figlio di quelli del forum di Cernobbio …

Tutti all’estero, tutti via … quella è la strada. “Il Fatto Quotidiano”, altra trappola per gonzi, ci riempie le proprie pagine con quelli che ce l’hanno fatta … in Italia prendevo seicento euro … come ingegnere idraulico … qui a Freedonia seimila … ho tanto tempo libero … mi coccolano, mi sono sposato, ho un figlio più bello dell’altro, non c’è burocrazia, ho la Porsche, ho scalato i vertici … oppure: facevo la lavapiatti, invece a Freedonia mi danno cinquemila vitto alloggio auto gratis … ho coronato il mio sogno … arredatrice di interni … foodblogger … architetta … quello che volete … qui è una pacchia … non come in Italia …

Italia delenda est … nelle provincie della terra più ricca del mondo devono rimanere i vecchi, i malati, i disoccupati, i disadattati, la plebaglia da calcio in TV … che poi queste storie di immigrati vincentiall’estero son tutte balle … ne ho visti ritornare a decine con le pive nel sacco … è solo la distruzione che interessa, la volontà di indebolire il nucleo storico della Patria, la famiglia, la tradizione agricola, artigianale e della piccola industria. Oserei dire: l’arte di arrangiarsi, qui, proprio in Italia, perché dove ti vuoi arrangiare se non nel posto in cui sei cresciuto e di cui conosci a menadito gli anfratti umani e psicologici? E però occorre rilanciare queste illusorie Bengodi per distrarre le forze migliori, creare insoddisfazione, dividere col miraggio della bontà, riempire le panze con i diritti civili, annientare ciò che è sempre stato, perché, lo ripeto, la tradizione italiana è un viluppo di intelligenza, grettezza e crudele voglia di vivere … lo Stellone italiano non è manna improvvisamente discesa da un cielo benigno, ma la nostra stessa essenza che, inconsapevolmente, ci fa decidere per il meglio, fra tracolli tradimenti e resurrezioni continue.

estratto da https://alcesteilblog.blogspot.com/2018/11/la-famiglia-addams.html

Ovvietà

Raramente viene menzionato un dato di fatto oggettivo. Ciascun migrante spende da un minimo di 5.000 fino a 7.000 euro per i vari passaggi che lo conducono illegalmente in Europa, rischiando anche la vita. Ebbene con la stessa cifra in tutti i Paesi dell’Africa sub sahariana, a maggior ragione in Eritrea o Somalia si può iniziare, e bene, una fruttifera attività lavorativa indipendente quale piccolo ristorante locale, bottega di artigiano, agricoltore, pescatore e altro facendo vivere la famiglia senza problemi per diversi anni.
Come e da chi ricevono i finanziamenti per intraprendere un viaggio così rischioso senza neanche tentare la via del lavoro locale che una tal cifra consentirebbe ampiamente? Prima ipotesi sono finanziati da organizzazioni criminali che poi ricatteranno per anni il migrante e la famiglia per riavere con interessi la somma impiegata. Nella migliore delle ipotesi il migrante viene finanziato da parenti e familiari i quali a loro volta pretenderanno restituzione e assistenza finanziaria per lungo tempo e per un cospicuo gruppo di familiari vicini e lontani.
Risultato: il sopravvissuto migrante illegale o richiedente asilo in attesa prolungata, per poter sdebitarsi in assenza di lavoro onesto dovrà giocoforza entrare nel giro criminale del paese di approdo. Inoltre, a voler sintetizzare, viene danneggiata la stessa struttura familiare tradizionale africana dei villaggi sradicando giovani e famiglie dal territorio e dalle loro tradizioni, ben più rilevanti e importanti per la loro vita di quanto possano essere le nostre per il nostro futuro. La perdita dell’identità tradizionale dell’Africa profonda a lungo termine produrrà danni devastanti per il tessuto economico sociale incrementando di contro l’impiantarsi innaturale delle minoranze violente e jihadiste, vedi Boko Haram o Aqmi, il cui fanatismo violento non è mai stato parte delle tradizioni di quelle popolazioni.
Andrea Gaiani

La colpa è degli altri

La consapevolezza della realtà e dunque la capacità di lettura e sintesi politica del reale e di proposta di un’alternativa richiede una capacità di astrazione che in pochi sono in grado di esercitare.
Accade spesso, diciamo pure quasi sempre, di confrontarsi con persone che pretendono di fornire una lettura universalistica del contesto storico e politico estrapolando regole generali dal particolarismo della propria esperienza individuale.
Se dico che in Italia ci sono 5 milioni di poveri, 2,7 milioni di disoccupati (e oltre il doppio tra inoccupati involontari e sottoccupati) e che evidentemente le riforme che hanno deformato il nostro impianto istituzionale e il nostro sistema economico hanno prodotto un’esasperazione delle disuguaglianze, l’interlocutore medio risponderà sempre all’incontrovertibilità dei dati riportandomi l’esperienza del vicino di casa che elude il fisco, dell’amico di famiglia che si lamenta ma vive una condizione di benessere, della signora che superava la fila al supermercato. E il censimento di questi episodi del tutto insignificanti nel complesso delle dinamiche sociali diventa una leva per sovvertire la realtà e dimostrare che “è tutto un imbroglio”, che “la gente sta bene ma si lamenta sempre”.
Questo è uno dei sintomi più diffusi dell’anti-italianità imperversante: contestare la realtà assumendo una posizione di negazione persino dell’oggettività dei dati statistici, che sarebbero confutati dal particolare del mio vicino di casa o del figlio dell’amico di famiglia. Chiaramente in questa rassegna di pregiudiziali verso il popolo italiano il lanciatore di strali è sempre escluso. Sono tutti corrotti, tutti falsi, tutti viziati di mala fede e comportamenti illeciti, tranne me. È logico, no?

Gianluca Baldini

La banalità dell’orribile

Una donna accasciata sui binari, appena investita da un treno. E un giovane che si scatta un selfie mentre, dietro di lui, i volontari del 118 stanno soccorrendo la donna ferita. È accaduto nei giorni scorsi alla stazione di Piacenza; a documentarlo è stato il giornalista Giorgio Lambri, con una foto pubblicata dal quotidiano Libertà che poi ha fatto il giro d’Italia.

La banalità dell'orribile

Che l’umanità sia probabilmente arrivata al capolinea ce lo potrebbero dimostrare fatti e immagini di una gravità inaudita in un mondo dove la sofferenza, la disperazione e la miseria sono pane quotidiano per milioni di persone. Un mondo in cui con la fantastica tecnologia che abbiamo potremmo vivere tutti  in pace, sereni, in maniera dignitosa, avendo il giusto da mangiare, un riparo.

Invece, stranamente, tutta questa fantastica tecnologia non ci aiuta in questo senso. Non fa quello che sarebbe il primo compito delle invenzioni, migliorare le condizioni di vita di tutti, nessuno escluso. Si usa la tecnologia per cose contrarie a questi proponimenti e la si spreca in cose banali, assurde, spesso orribili, l’importante è guadagnarci, non importa come. Siamo bombardati di immagini tragiche che decretano la crisi dell’umanità,  tanto è strapieno il mondo di testimonianze di follia assoluta, eppure ce ne sono alcune che nella loro orribile semplicità indicano che si è perso qualsiasi senso e pietà.

Nell’irreale dove  conta solo mostrare e mostrarsi, ogni cosa diventa pretesto per apparire, per documentare qualcosa di singolare, di particolare e aumentare i consensi, le amicizie e così di fronte al dramma di una donna investita da un treno un giovane si ritrae con un selfie con lo sfondo della tragedia. È la virtualità, dove la percezione della realtà non è più tale e anestetizza tutto; questa, mista alla stupidità, sta facendo ottundere ogni senso, ogni pietà, ogni ragione. Come dice giustamente l’amico Valerio Pignatta, la nostra società non è più nemmeno quella liquida di Baumann, che in fondo qualche forma ce l’aveva; la nostra società è vaporizzata, non è più nulla, è zero, niente, stramorta, disintegrata in un selfie di una dramma, così come  chi va a fare turismo nei luoghi di tragedia. Siamo arrivati al limite, oltre questo non c’è più niente.

Forse la natura ci sta spazzando via anche per questo motivo; che senso ha l’esistenza laddove non c’è nessuna pietà, nessuna percezione, nessuna umanità. E probabilmente anche cercando di spiegare al ragazzo l’abisso del suo gesto, non capirebbe, si difenderebbe, penserebbe che non ha fatto nulla di male. Del resto ha ragione lui: la rete ospita cose ben peggiori, in tanti gioiscono e sorridono delle disgrazie altrui, insultano, distruggono esistenze, portano addirittura al suicidio le persone. Persone vittime della ferocia dell’uomo, l’unica vera bestia nel mondo animale.

Povero ragazzo.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/la-banalita-dell-orribile

Non scholae sed vitae

Forse aveva ragione Dario Fo quando sosteneva che “il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento. Per questo è il padrone”. La migliore rappresentazione del concetto la offrì Paolo Villaggio con il personaggio di Fantozzi. Il mite ragioniere, già soldatino fedele all’azienda si trasforma in contestatore sulle piste del collega Folagra. Convocato dal “mega direttore galattico”, Fantozzi è messo nel sacco dal vecchio volpone che ribalta facilmente il suo lessico. Fantozzi grida contro i padroni, attacca gli sfruttatori in nome dei morti di fame. Calmissimo e quasi benevolo, il rappresentante del potere rovescia i termini: le giuste definizioni sono datori di lavoro, benestanti e classe meno abbiente. Il ragionier Ugo osserva rapito l’acquario degli impiegati, una sorta di paradiso aziendale riservato ai dipendenti più fedeli e ubbidienti. Ammaliato, rinuncia alle sue idee deciso a conquistare un posto nell’acquario.

Siamo testimoni passivi di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli lontano da noi e contro di noi. Persino un curriculum serve per sviare il dissenso, ricondurlo alla grammatica – ovvero agli interessi – delle oligarchie dominanti. Da tempo ci hanno persuaso che l’accorpamento e la chiusura di fabbriche e uffici, con conseguenti licenziamenti massicci, è una benefica ristrutturazione. Recenti libri di testo tentano di convincere i ragazzini delle medie che la delocalizzazione industriale è cosa buona e giusta, mentre la precarietà di vita è un’opportunità, positiva mobilità, la spinta a diventare imprenditori di se stessi. Altri chierici del sistema stabiliscono, contro ogni evidenza naturale, che i generi non sono due, ma un numero mobile e imprecisato. Al fine di rendere più credibile l’assunto, decidono la sostituzione dei significanti: genere al posto di sesso, il gioco è fatto. Strutturalismo al potere.

Il mago Houdini non avrebbe fatto di meglio. Nel nostro caso, agli occhi del popolo credulone e disattento, curriculum è diventato sinonimo di titoli di studio. Il ministro dell’istruzione signora Fedeli millantò ben altro nel silenzio generale, ma milita nella parte giusta: per lei indulgenza plenaria unita all’irritazione contro chi adombrò l’inadeguatezza al ruolo della matura sindacalista toscana. Il rapporto tra masse e potere cambia nelle forme, non nella sostanza. Padrone è chi possiede il significato delle parole.

Roberto Pecchioli in

https://www.maurizioblondet.it/lacquario-di-fantozzi/

Fiabe

C’era una volta la fiaba di tutte le fiabe. E c’è ancora perché il matrimonio dell’anno, quello tra il principe Harry e l’attrice Meghan Markle è stato raccontato come l’ennesima variazione sul tema principe della retorica rivolta al mondo femminile. Quella, cioé, della ragazza acqua e sapone che, vincendo tutte le ipocrisie e tutti i protocolli, vivendo come le pare, riesce a coronare il sogno di cingere sul capo una corona da principessa. Da Pretty Woman in poi, il cinema ha attinto a piene mani a questo pregiatissimo cliché.

Così ha senso il racconto stucchevole (si può dire?) che di queste nozze è stato fatto. È una questione di propaganda, una fiaba di soft power. È una storia che celebra l’apertura mentale della monarchia inglese che si infutura (sic!) consentendo a un suo rampollo reale di impalmare una ragazza “come tante”. Ciò ha una morale di fondo: chiunque può fare tutto, chiunque può raggiungere i suoi obiettivi, basta credere fermamente ai propri sogni. Insomma, la celebrazione dell’american way of life nella vecchia Inghilterra e nel tempo in cui l’ascensore sociale – l’autentico convitato di pietra alle nozze – è da tempo che non funziona più.

Intanto, però, questo matrimonio ha creato consenso attorno alla regina, attorno ai reali d’Inghilterra e, soprattutto, ha creato immaginario cementando e rafforzando l’idea di libertà e d’uguaglianza dove anche l’ultima cameriera di Soho può sognare legittimamente di diventare duchessa di Kent. O una grande erediteria, oppure una star di Instagram.

Ne esce rafforzatissimo il prestigio inglese, si conforta l’autocritica  dell’Occidente a rimirare l’avverarsi di uno dei suoi capisaldi pop (diventeremo tutti borghesi).

La battaglia culturale passa anche, forse soprattutto, dalla guerra per la reputazione, quello che l’inglese globalish definisce, appunto, soft power. Ogni popolo, ogni nazione, ogni Stato ha un patrimonio culturale che consente, o almeno dovrebbe consentire, a ogni persona di rispondere all’omerico dilemma: “Chi sei tu, tra gli uomini?”.

Anche questa battaglia è ormai su scala mondiale, planetaria. Il disinteresse, il calcolo economico di piccolissimo cabotaggio, rischia di travolgerci ancora. In Europa, l’immagine dell’italiano è quella di una simpatica canaglia che fa commercio della sua parola, poco preziosa dacché la tradisce in continuazione. È l’idea del Nord Europa, protestante e avvelenatissimo – da secoli – contro l’opulenza romana.

Nel mondo, è una macchietta più italoamericana che italiana. È nelle cartoline seppia dipinte da Woody Allen, nei completi indossati dall’inclemente Joe Bastianich, nelle smorfie patetiche di Luigi Risotto, il cliché italiota de I Simpson, nelle pagliette insopportabili da guappi col colesterolo alto e la mamma imbiancata. Insomma, roba da barzelletta.

estratto da http://www.barbadillo.it/74893-soft-power-la-lezione-delluk-con-il-matrimonio-harry-meghan-e-la-debolezza-dellitalia/