Un film dei nostri tempi

Fonte: Daniele Scalea

Lindsay Shepherd, studentessa ventiduenne alla Wilfrid Laurier University in Canada, è incaricata dal suo supervisore di tenere alcune lezioni di comunicazione.
Uno dei temi toccati è la recente legge di Justin Trudeau in base alla quale si potrebbe essere puniti se non si adopera, rivolgendosi o riferendosi a una persona, il pronome da essa preferito (quindi se un uomo vuole essere definito “lei”, una donna “lui” e un trans “essi”, tutti sono chiamati a farlo o rischiano di essere accusati di “crimini d’odio”).
La Shepherd, che non è ostile alla normativa, decide tuttavia di mostrare alla classe, come base di discussione, un dibattito televisivo cui ha partecipato anche Jordan Peterson – un professore universitario che è stato ascoltato pure in audizione al Senato. Peterson porta argomentazioni contrarie allo spirito della legge.
Qualche studente sdegnato dal fatto di essere stato esposto a idee contrarie alle proprie fa il delatore con le autorità accademiche.

Il supervisore e altri due professori convocano la Shepherd e, in un dialogo surreale, la accusano di transfobia. Alla sua difesa, che ha semplicemente cercato di presentare le due opinioni contrapposte, essi rispondono che proprio là è il problema: gli studenti devono conoscere una sola opinione, quella che il clero accademico di sinistra radicale reputa corretta.
La Shepherd sarebbe finita, se non fosse per una scaltra iniziativa: registra l’incontro e lo divulga. Il senso comune dell’opinione pubblica si solleva contro il furore ideologico dei professori engagé. Gli studenti manifestano solidarietà alla loro collega accusata di blasfemia postmoderna.
Le sorti si ribaltano e sul banco degli imputati finiscono gli accusatori. L’università è costretta a scusarsi, idem per i docenti coinvolti. Il supervisore, addirittura, ammette in pubblico che forse non è giusto insegnare da una prospettiva partigiana, ammettendo solo un’ideologia ed escludendo tutte le altre opinioni.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59785

Non so se la vicenda sopra-riportata sia reale o inventata; personalmente propendo per un’ invenzione per la frase seguente:”Il senso comune dell’opinione pubblica si solleva contro il furore ideologico dei professori engagé. Gli studenti manifestano solidarietà alla loro collega accusata di blasfemia postmoderna”.

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R-assicuriamoci

Non so se George Orwell, quando scrisse “1984”, si rese conto di cosa e, soprattutto, di “quanto” scrisse in quelle pagine che dovettero transitare nella sua mente come un grande sogno, od incubo, prima di finire impresse sulla carta. Mistero della scrittura onirica: viene da chiedersi se grandi e libere menti, da oltre la “siepe”, ci aiutino nel comunicare, perché si comunichi ad altri, in una catena senza fine.

Stamani, quando mi sono accorto che mancava la corrente, lì per lì mi sono girato dall’altra ed ho continuato il dormiveglia tranquillo ma, sentendo mia moglie armeggiare con i pulsanti di contatore, ho capito che era meglio scendere dal letto.

Tutto nero, senza il minimo rumore: manca il ronzio del frigorifero, il bagliore della stufa a pellet, silenzio assoluto. Fuori, alle prime luci di un’alba scura, piove lentamente e tutto indica tranquillità e sopore ma mia moglie insiste: chiamo l’ENEL.

Dall’altra parte, la solita voce di un call centre che sarà a Bari o a Tirana, risponde d’inserire il codice vattelappesca “che troverà sulla bolletta”: oh certo…al buio, mi metto a scartabellare le vecchie bollette…per fortuna mi salva la domanda di riserva, ossia il numero del vecchio telefono fisso (che, per sola pigrizia, non abbiamo ancora eliminato) e la voce, rassicurante, comunica “che nella zona sono segnalati malfunzionamenti, ma che per le 10 del mattino tornerà la corrente”. Sono le 10.35, ma dell’agognata corrente nemmeno un misero Ampère.

Inutile cercare d’attendere di poter parlare con “l’operatore”: dopo una decina di minuti (dei tre comunicati come tempo d’attesa) preferisco risparmiare la batteria del cellulare. Uno sguardo al web, dal telefonino, non racconta niente: un black out nel savonese di una decina d’ore non merita menzione, così come la Val di Susa bruciata fino alle cime dei monti non doveva esistere come notizia…e qui mi è comparso il vecchio George che diceva “Ricorda…le notizie, la realtà, deve per prima cosa scomparire…noi non sappiamo se l’Alleanza Occidentale combatte con noi o contro di noi, non sappiamo se il bombardamento dei porti del Pacifico sia veramente avvenuto…non sappiamo niente di niente, e rischiamo la vita per sapere qualcosa…”

In compenso, veniamo costantemente informati delle vicende di un tal Briatore, di un certo Sgarbi, o dei ricordi a luci rosse di Sandra Milo: rumore, un fiume di notizie inutili che dovrebbero servire a rallegrare un Paese triste, ma anche ad oscurare – in mezzo a tanto bailamme – ciò che sarebbe meglio che non sapessero.

Come i poveri morti del rifugio appenninico crollato per il terremoto, che – prima d’esser morti – chiamarono fiduciosi il 118, e non vennero creduti.

Richiamo, per sapere novità e la solita vocina aggraziata mi comunica che la riparazione del guasto è posticipata alle 12.30: allora, siamo in presenza di un black out abbastanza importante, non di una misera cabina dove sono bruciati i fusibili.

Il riscaldamento non può partire (pompa di circolazione elettrica), la stufa a pellet per la stessa ragione: si sta al freddo. Ma non è questo il guaio.

Mia moglie, stamani, si è recata in visita presso conoscenti che hanno una persona molto, molto malata e che rimane perennemente a letto. Per alzarla (è molto grassa) si sono attrezzati con un sollevatore meccanico, che funziona a corrente elettrica. Starà nella merda.

Ci sono migliaia o centinaia di migliaia di persone (non so quanto è esteso il black out!) che si trovano a dover risolvere problemi gravi e meno gravi, ma la notizia non s’ha da dare: intorno a me, garriscono i generatori a petrolio dei vicini.

Immagino un consiglio d’amministrazione dell’ENEL, dove presentano le scelte da fare nel prossimo futuro:

1) Incrementare le forniture e gli approvvigionamenti, mediante i quali il fatturato salirà da Tot1 a Tot2. Approvazione piena da parte dei grandi azionisti.

2) Incrementare la manutenzione dei sistemi esistenti, ma – in questo caso – ci saranno dei costi…diciamo che l’incremento da Tot1 a Tot2 sarà esiguo, probabilmente nullo. Coro di disapprovazione.

Ciò di cui non si rende conto questa gente, mentre immagina la grande macchina che produce denaro – svelta ed impeccabile nei risultati – è che non è per niente così: l’imprevisto è sempre in agguato, e questi sono imprevisti da niente. Allarme arancione – anche il lessico fa la sua parte – “Allarme”, ossia “state in guardia”, quando a non stare in guardia sono proprio loro, che a fronte di una Domenica appena un po’ piovosa d’Autunno – senza allagamenti, “bombe d’acqua” (ancora il lessico…), trombe d’aria, venti ad oltre 50 nodi, neve, ghiaccio, ecc – s’arrendono come studentelli alla prima gita scolastica e proclamano il timore d’immani tragedie.

Se non mancasse la corrente, sarebbe solo un’uggiosa ed un po’ noiosa Domenica d’Autunno: perché deve diventare un “allarme arancione”?

I veri allarmi sono altri: li sapranno?

Nel 1883 esplose il vulcano di Krakatoa e si generò lo stretto della Sonda: immane catastrofe, navi catapultate sui monti, enormi massi erratici scagliati a 100 km di distanza, ferrovie contorte come fuscelli, 40.000 morti. L’esplosione fu udita dall’Australia al Madagascar, ossia a 3000 miglia di distanza: viene considerato il più forte boato mai udito in epoca storica. Le polveri lanciate in aria dal vulcano oscurarono parzialmente la radiazione solare per un intero anno: si può affermare che l’agricoltura si “fermò” ovunque, per un’intera stagione agricola.

Siccome in quell’area le zolle tettoniche girano come sulle montagne russe, da quell’esplosione nacque un altro sistema vulcanico, Anak Krakatau (figlio di Krakatoa), che le autorità indonesiane hanno dichiarato zona off limits per la navigazione, vista la brutta abitudine del “giovane” vulcano d’alzare improvvisamente il livello delle acque marine: stavi pescando, e ti ritrovi su una montagnola di cenere. Probabilmente, lì si generò la grande onda anomala che distrusse Sumatra alcuni anni or sono. Ma c’è di peggio.

Nel 1859 ci fu una tempesta magnetica che interessò tutto il Pianeta. Siccome le tempeste magnetiche – in un mondo privo di macchine elettriche, al massimo facevano impazzire le bussole delle navi – non ci furono danni, salvo l’interruzione delle prime comunicazioni telegrafiche.

Non si hanno abbastanza notizie storiche sulla frequenza di questi eventi: oggi, cosa accadrebbe?

I sovraccarichi sulle grandi linee di trasporto elettrico si scaricherebbero sui grandi trasformatori di rete in una frazione di secondo e li brucerebbero all’istante: per ovviare a tali danni, bisognerebbe conoscere in anticipo l’arrivo di una tempesta magnetica e la sua entità per, immediatamente, staccare la rete mondiale dalle fonti di produzione. Una prospettiva che prevedrebbe una struttura mondiale in grado di prendere decisioni di tale portata in pochissimo tempo e senza intralci.

Beh – direte voi – si cambiano i trasformatori…

I trasformatori sono macchine statiche, ovverosia soltanto un anello (o quadrato) di comune Ferro ed avvolgimenti di cavo di Rame: niente di tecnologicamente difficile da produrre.

Il guaio è che queste macchine – proprio perché statiche – sono molto longeve, e dunque la produzione di questi grandi trasformatori è scarsa, praticamente si produce soltanto per nuove linee e centrali di distribuzione dell’energia e per (rare) sostituzioni.

Siccome le aziende produttrici sono poche, e i grandi trasformatori pesano tonnellate, per sostituire tali macchine sulla rete mondiale ci vorrebbero parecchi anni. Altro che black out di 12 ore per una centralina in avaria!

Inutile dire che non esiste nessun piano, concordato anzitempo a livello internazionale, per trovare rimedi a queste calamità che si presentano abbastanza frequentemente nella Storia: in sostanza, sono soltanto aurore boreali d’intensità di gran lunga superiore, dipendenti dai “capricci” del Sole.

Peccato che la Storia delle calamità naturali sia ancora scarsa di dati e poco conosciuta: non andiamo fino al disastro di Toba di 75.000 anni or sono, laddove la popolazione mondiale fu quasi azzerata. Difatti, i biologi s’attendevano una maggior varianza genetica nel genere umano ma, probabilmente, Toba fu una “seconda nascita”: per poco (si stima una sopravvivenza all’evento di poche migliaia o decine di migliaia d’individui) non ci estinguemmo 75.000 anni or sono.

Morale.

Il capitalismo, in realtà, ha smesso da tempo di soddisfare le necessità umane, e di cercare di cautelarsi prevedendo i possibili rischi: si è avvitato in una spirale d’investimenti e profitti che trascende dalla realtà esistente. Si scommette sulla clemenza degli eventi naturali per fare profitti, e si tenta in ogni modo di nascondere ciò che potrebbe suscitare dei dubbi. Una roulette, sulla quale cala un panno quando esce lo zero. Di questa serie fanno parte gli OGM, il riscaldamento globale e tanti argomenti sui quali ci vogliono schierati a chiacchierare e magari ad azzannarci. Senza, ovviamente, prevedere dei rischi che sono reali, comprovati da veri eventi storici: farebbero perdere tempo, troppi pensieri, meno investimenti.

Allo stesso tempo, però, c’è la necessità di far vivere le popolazioni in uno stato d’ansia e d’eccitazione affinché non si ribelli, mediante una comunicazione mirata a debellare ogni speranza d’autosufficienza: un attentato ogni tanto serve, la cronaca nera deve essere assillante, ecc, mentre – sull’altro versante – un mare di notizie ed intrattenimenti che, scatenando la libido, favoriscano la favola dell’eterna cornucopia per molti, ma non per tutti perché gli altri non sono ancora abbastanza “bravi” per godere di quei frutti: corri, ragazzo, corri!

Per questa ragione i giornalisti televisivi sono le figure più pagate dal sistema: ancora una volta, Orwell…

In realtà, solo il 3% della popolazione mondiale gode pienamente i frutti del capitalismo, in Italia circa il 10% (che possiede la metà della ricchezza) e alle masse di diseredati (come ben ricorda Serge Latouche) si presenta il simulacro della scommessa vinta dal mondo Occidentale contro la Natura e contro tutte le avversità. Noi siamo i vincenti: imitateci!

Cosa rispondono?

Beh, se ci sono dei danni, anche gravi…assicuriamoci!

Oh certo, così mangeremo il denaro delle assicurazioni…sempre che, in un Pianeta privo d’energia elettrica per anni, si trovi ancora un assicuratore…vivo!

Carlo Bertani in http://carlobertani.blogspot.com/2017/11/ricordando-orwell.html

San Michele

E’ “ingeneroso accusare il Comune di Finale Emilia di non aver fatto nulla per la coppia in difficoltà, avendo comunque garantito (e tuttora garantendo) aiuti assistenziali rivolti a entrambi, benché un componente del nucleo non sia residente nel Comune”. Così a Finale Emilia si valuta la situazione in cui versa una coppia di finalesi, 46 anni lui, M.B e 48 anni lei, F.B., i quali da sabato saranno senza un tetto sulla testa e andranno a dormire per strada. Dal Comune puntualizzano che, a dire dei servizi sociali, i due abbiano mantenuto “Un atteggiamento ostile e di pretesa nei confronti del servizio”. Nessuna soluzione si prospetta dal Comune per il loro destino che, stando così le cose, è la strada. O soluzioni d’accatto come quella scelta da un muratore di Bastiglia di 58 anni, che vive nel bagno del cimitero della cittadina. Italiani che hanno sempre lavorato e pagato le tasse e che, nel momento del bisogno, non trovano risposte adeguate ai loro drammi, almeno per quanto riguarda la casa.

La coppia di Finale Emilia, la ricostruzione degli ultimi fatti secondo il Comune.

Il signor M.B, 46 anni, si è rivolto, per la prima volta, ai servizi sociali del Comune di Finale Emilia a settembre 2016  poiché, trovandosi in una condizione di disagio socio-economico grave, non è più riuscito a provvedere autonomamente al soddisfacimento dei propri bisogni”, e perde anche la casa. “M. in passato, ha sempre provveduto autonomamente al proprio mantenimento in quanto impegnato un un’attività lavorativa che gli permetteva di integrare il proprio reddito, dato dalla pensione di invalidità contributiva di cui beneficiava e che gli è stata sospesa a causa di una sua negligenza poichè non ha provveduto ad inoltrare all’Inps la documentazione richiesta entro il termine di 120 giorni dalla data di scadenza dell’assegno di invalidità, al fine di ottenere la conferma dello stesso”. Il Comune si muove prontamente per cercare di far recuperare all’auomo il suo assegno di invalidità, ma lui “non avendo ottenuto immediatamente una soluzione al problema casa, si è rivolto agli amministratori e alla stampa, lamentando la mancanza di aiuto”.
Arriva dicembre e il 46enne “è stato contattato telefonicamente dai servizi sociali ed invitato a recarsi, come da appuntamento, presso l’ufficio per consegnare la documentazione richiesta dagli operatori e definire insieme agli stessi un possibile percorso di aiuto; ha rifiutato di presentarsi al servizio dicendo di essere stanco di girare presso gli uffici comunali e che la sua unica priorità era  quella di trovare una sistemazione per la notte”.

Un atteggiamento, quello dell’uomo, valutato negativamente da chi in quel momento si sta facendo in quattro per aiutarlo. Infatti, “nonostante l’ostilità verso il servizio, lo stesso si è mobilitato contattando le associazioni di volontariato al fine di attivare, nell’immediato quanti più aiuti possibili per sostenere il nucleo in difficoltà. E’ stato infatti attivato il pacco alimentari della Croce Rossa, sono stati concessi dei buoni alimentari per permettere a lui ed alla compagna di acquistare i beni di prima necessità ed è stata anche mobilitata l’associazione il Porto per il reperimento, nel territorio di Finale Emilia, di un alloggio da concedere, in emergenza. Intanto, in attesa di trovare una casa, l’associazione Il Porto ha messo a disposizione un posto letto presso la casa di accoglienza di San Biagio ed il Comune di Finale Emilia si è reso disponibile alla copertura dei costi di permanenza presso la struttura a favore solo di M., in quanto residente, e non della compagna, F.B. residente invece presso un altro Comune”.

Ma lui dice no a questa proposta che avrebbe lasciato la sua donna senza un tetto. “Di fronte al rifiuto categorico da parte dell’uomo della proposta avanzata – prosegue la ricostruzione del Comune che rivela come si sia fatto ben oltre il dovuto, in questa situazione, “pur consapevole che l’assistenza materiale fornita al signor Bilio non potesse essere garantita anche alla compagna poiché non residente, in accordo con l’Amministrazione Comunale, ha provveduto comunque a garantire alla coppia l’assistenza necessaria trattandosi di una situazione indifferibile; allo stesso tempo si è proceduto a  segnalare al comune di residenza della signora la situazione di indigenza della stessa e per la quale il servizio non ha ancora ricevuto una risposta, se non quella della disponibilità dello stesso comune di garantire un posto letto solo per  lei (offerta da subito dalla donna rifiutata)”.

Così a gennaio 2017 si chiarisce il destino dei due, che nel frattempo avevano dormito per strada: andranno a vivere nel monolocale di via Oberdan dove sono stati fino ad ora. Comune e l’associzione Il Port sottoscrivono un progetto di aiuto assistenziale a favore di M.B. con il quale “tutti i soggetti coinvolti hanno accettato di collaborare e rispettare i compiti assegnati.” Il Comune di Finale Emilia ha dato un aiuto per l’affitto, per un paio di mesi, e si è impegnato a provvedere anche ad attivare un tirocinio retribuito (da 200 euro al mese, Ndr) affinché, lo stesso, potesse provvedere al pagamento di parte dei consumi di gas, luce e acqua e poter comunque disporre di un reddito minimo per far fronte alle proprie esigenze”.

Messo un tetto sulla testa dei due, c’era ancora da risolvere il problema della pensione di invalidità che è stata tolta all’uomo per mere questioni burocratiche. Lui ne ha tutto il diritto, viste le condizioni di salute in cui versa, ma siamo in un Paese in cui bisogna attivarsi, per far valere i propri diritti

E qui il Comune spiega che “Il progetto sottoscritto a gennaio prevedeva che M.B. si impegnasse ad adempiere alcuni compiti che però sono stati disattesi”. Ad esempio, “Si doveva recare presso il medico di base per richiedere la documentazione sanitaria necessaria per completare la pratica da inviare ad Inps e, anche in questo caso, ha rinviato fino alla metà di settembre, giustificando questo ritardo con il fatto che fosse impegnato con il tirocinio che portava lui via tanto tempo e che non era riuscito a conciliare i suoi orari con quelli del dottore in quanto quest’ultimo si trovava a Massa e non a Finale. Ad oggi la situazione è invariata”. E “Nonostante i ripetuti solleciti la situazione è rimasta invariata e sia Mario che la compagna hanno mantenuto un atteggiamento ostile e di pretesa nei confronti del servizio”.

Tutti contavano, poi, che la coppia potesse avere una casa popolare. Ma le leggi sono recentemente cambiate, e M.B. non era in possesso del requisito dei 3 anni di residenza continuativi nella nostra regione per cui non ha potuto presentare nessuna domanda per avere una casa popolare.

Arriva settembre di quest’anno, e nonostante facendo i salti mortali la coppia è sempre riuscita a pagare l’affitto, ha tenuto tutto in ordine e non ha mai dato problemi, si deve lasciare l’alloggio di via Oberdan. A M.B. il Comune prospetta due cose: un colloquio di lavoro a Cento e la possibilità di alloggiare presso la casa accoglienza di San Biagio. “Alla proposta  abitativa lui ha risposto che doveva pensarci ma che non era al momento in condizione di parlarne con la compagna in quanto molto agitati”, illustrano dal Comune, mentre il colloquio di lavoro salta perchè lui non trova un passaggio in auto per arrivare a Cento. “Pare dunque ingeneroso  – conclude l’Amministrazione – accusare il Comune di Finale Emilia di non aver fatto nulla per la coppia in difficoltà, avendo comunque garantito (e tuttora garantendo) aiuti assistenziali rivolti a entrambi, benché un componente del nucleo non sia residente nel Comune”.

Questa la versione del Comune di Finale Emilia, che dimostra come l’amministrazione abbia fatto tutto il possibile e anche oltre. Ma la situazione è impietosa: da sabato rimane il fatto che due persone finiranno per strada.

 

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Eclissi come segno divino

Come saprete, un’eclisse di sole  ha attraversato il vasto territorio statunitense. Ebbene: è stata una eclisse razzista, razzista come  i suprematisti bianchi,  razzista come  The Donald e il KKK.  L’ha smascherata nella sua  natura proibita  e politicamente scorretta Alice Ristroph, una laureata in legge ad Harvard  (quindi probabile Snowflake) e insegnante di diritto a Brooklyn ;   che ha pubblicato la sua scoperta sulla rivista The Atlantic Magazine.  “L’eclisse totale sarà visibile da Lincoln capitale del Nebraska, dove la popolazione nera è solo del 3,8 per cento”,  scrive  la signora fremente per questa palese discriminazione razziale, “spostandosi ad est, l’eclisse passerà su parte di St. Louis, dove  la popolazione è quasi al 50% nera. Ma i residenti afro sono concentrati nella metà Nord dell’area metropolitana, e  l’eclisse totale passerà sopra la metà meridionale”:  l’eclisse  dunque lo fa apposta, ha voluto privare    la minoranza negra, tanto deprivata, anche del suo spettacolo astronomico.

Che una Ristroph si metta a delirare, farebbe di questo un caso pietoso di turba mentale, forse curabile con  antipsicotici. Ma quando  è una rivista relativamente seria come Atlantic Magazine a pubblicare una simile paranoia, il segnale è inequivocabile:  l’America è entrata in una delle sue ricorrenti allucinazioni  giustizialiste di massa.

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Popolo bue

La irresistibile tendenza ad agglutinarsi davanti a qualunque  maxi schermo e a  cantante pop  o sagra,   è  condivisa dalle masse in tutto l’Occidente, specie (ma non solo) giovanili.  Può esser dovuta  nei giovani, ma anche nei trentenni o quarantenni millennials, alla sensazione (ahimé fondata)  di vuoto ontologico. Alla  oscura angosciosa consapevolezza di  non  ”essere”, che si cerca  di placare con un surrogato, l’”esserci”:  essere là dove sono tutti i coetanei  poco essenti, fare le loro stesse cose nello stesso  momento.  Nell’agglomerarsi degli italiani mi sembra però di vedere un sovrappiù, molto più antico. Quello  di cui già parlò Leopardi: “Tutta vestita a festa, la gioventù del loco…per le vie si spande – e mira ed è mirata e in cor s’allegra”.

L’italiano d’oggi fa tanta fatica ad  essere un uomo all’altezza del moderno e della sua complessità, che quando può  cerca di affondare il suo quasi inesistente Io nell’antico rito paesano-cafonesco,  meridionale  e  contadino dello “struscio”.  Allora è beato, e in cor s’allegra: oggi come nell’800. Il punto è che in una grande città, uno struscio di 30 mila sopravvenuti diventa qualcosa d’altro, e comporta dei rischi che il villan rifatto non è in grado di valutare.

So quel che dico. Ormai da una vita  vedo rigurgitare nell’italiano collettivo questo riflusso rurale, anzi bracciantile, e mi domando: dopo un  secolo di sviluppo industriale, dopo essere stati la quinta potenza economica, come mai questi sembra che abbiano appena lasciato la vanga, abbiano ancora le scarpe nella zolla  e si siano ripuliti i calli dal  terriccio? E’ un  mistero. E’ un sedimento di  contadineria, che bisogna riconoscere  ineliminabile, dopo tanto sviluppo.

http://www.maurizioblondet.it/si-dice-popolo-bue/

Lesa Maestà

Il Comune di Napoli s’è dotato di uno sportello online in cui chiunque, compilando un modello online, può denunciare tutti coloro che a suo giudizio offendono e infangano la reputazione della città di Napoli. Tutte le segnalazioni, poi, saranno prese in carico dall’avvocatura dell’ente che valuterà – caso per caso – se procedere o meno con la querela. Ogni risarcimento così incamerato da Palazzo San Giacomo verrà monetizzato e i soldi serviranno a finanziare intervento di igiene e decoro urbano.

Le reazioni all’iniziativa, a dir poco sghemba, della giunta De Magistris non sono mancate. E dato che tutto viaggia online, tutto corre sul web, il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato la provocazione, anzi la “trollata”: dato che invitò i giovani a scappare da Napoli, scrive il quotidiano, ci vien voglia di denunciare Eduardo De Filippo. Sissignori, proprio lui.

La politica l’ha presa a ridere, deo gratias. Come Antonio Bassolino che ha citato Totò: “Ma ci faccia il piacere”.

Il cortocircuito è di quelli gustosi, la chiave di lettura è giusta e divertente. Si potrebbe allargare a dismisura il novero dei pericolosi maldicenti. Eduardo, ma pure Annamaria Ortese (scrittrice carissima proprio a sinistra) che ne dipinse le tinte foschissime e grette dei vasci, il marchese de Sade che dipinse Napoli come “città senza galanteria, in cui la brutalità dei costumi non punta che al godimento”. E non si salverebbe da qualche zelante (e un po’ ciuccio) postulatore della santa causa, nemmeno Benedetto Croce che riprese un vecchio detto e ne fece il titolo di un suo libro, Il paradiso abitato dai diavoli.

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Angelismo

Ivanka è stata determinante. “E’ stata profondamente colpita dalle immagini” dei bambini siriani gasati: “Ha detto: è terribile. Lei è mamma di tre  bambini, ed ha influenza” sul presidente: “Basta una sua lacrima e papà attacca”.  Così Eric Trump, il fratello  minore.

Lo so, non vorreste crederlo. Ma questo conferma  diverse voci interne alla Casa Bianca:  le lacrime di Ivanka hanno mosso il vecchio a rovesciare la sua politica verso la Russia in pochi minuti, e a ordinare l’attacco all’aereoporto siriano, e a pretendere la morte di Assad,    che ancora il giorno prima accettava rimanesse al suo posto.  Donald non resiste alle  lacrime della figlia.  Sono tutti cuori teneri.  Bisogna arrendersi all’evidenza:  sul  comandante in capo della massima potenza bellica mai apparsa nella storia, sono Ivanka e Jared Kushner  ad avere influenza: due figli di papà nati ricchi,  che del mondo conoscono solo i resort di lusso, i cocktail-parties a Manhattan, le piscine della Florida, le sfilate di moda;  due teste vuote  e arroganti, ma molto, molto sentimentali.

Non volevo scrivere su  un simile tema,  ritenendolo   marginale rispetto alla tragedia in corso. Mi hanno deciso due foto:

 

 

 

Poiché  già Berlusconi tutto-tenerezza ha guadagnato qualche punto nei sondaggi, essendo questo un fenomeno di massa  (su Facebook  il 90% delle foto   postate sono di teneri gattini; infuria la campagna   per salvare i teneri agnellini dall’arrosto pasquale) diventa pressante la necessità  di  richiamare il gravissimo pericolo sociale del sentimentalismo, e il danno geopolitico prodotto specialmente  dei buoni sentimenti,  in questa  (in)civiltà delle Immagini e dell’Ignoranza Imperiosa.
Leggi tutto su http://www.maurizioblondet.it/sulla-pericolosita-politica-sociale-della-tenerezza/

Aspettando il nuovo 1984

di Franco Cardini Dopo quello preconizzato da Orwell, e che magari è arrivato ma in termini differenti da quelli che egli si aspettava e aveva immaginato, un nuovo 1984 è alle porte, anzi è già qui. Michel Houllebecq, nel suo Soumission, ha immaginato una Francia islamizzata nel 2020: un po’ troppo presto, forse. E noi, a quando vogliamo ipoteticamente fissare il Novum Annum Orwellianum? Al 2024, quarant’anni dopo quello vecchio? Potrebb’essere un anno plausibile. Sul piano puramente e astrattamente biologico, ho qualche probabilità di esserci – ottantaquattrenne –, non so in quali condizioni mentali e fisiche. Ma come sarà? L’amica Eleonora Genovesi mi ha offerto al riguardo uno spunto interessante, ricordandomi una pagine di un altro autore che non aveva nulla da invidiare a Orwell, cioè Aldous Huxley. Ritengo il “futuribile” huxleyano, ohimè, largamente più incombente di quanto non fosse quello orwelliano. Ecco qua:La dittatura perfetta avrà le sembianze di una democrazia, una prigione senza muri dalla quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù”. Se questa “profezia” ha un difetto, esso consiste nel fatto che “nel nostro Occidente” questa “dittatura perfetta” è già qui, ora. Huxley descrive con straordinaria lucidità e con sorprendente esattezza la società del Pensiero Unico e del primato assoluto dell’Avere (e del Consumare, e del Profittare, e dell’Apparire) sull’Essere. Una società di benessere senza gioia, di permissivismo senza libertà, di tolleranza senza amore, magari perfino di (apparente) non-violenza senza misericordia. Vero è che questa società, già tra noi, ha determinato un mondo che sta generando degli anticorpi: alcuni odiosi, malvagi, pericolosi, ma che tuttavia potrebbero avere in qualche modo il merito di salvarci da essa. Pregate se siete credenti; vigilate se non lo siete. Ma ricordate sempre e comunque il vecchio proverbio arabo: “Quando la notte è più buia, non combattere contro le tenebre: però mantieni accesa la lampada”. Se volete sapere come sia e quale sia tale lampada, rileggete il Corano, sura XXIV, Al-Nur (“La Luce”). Fonte: Arianna Editrice

http://www.controinformazione.info/aspettando-il-nuovo-1984/

La storia

C’è una sola cosa che mi atterrisce nella società d’oggi. La perfetta, compiuta,  indifferenza di coloro che sono nati sotto il nuovo ordine. Gestiscono con scioltezza lauree e dottorati, bibliografie e piani di lavoro. Educati, mai fuori posto. Più belli di noi, più atletici, più svegli. L’impressione che rendono è, tuttavia, di professionale freddezza e informatissima superficialità; l’oggetto dei propri studi è funzionale sino alla psicopatia. Curiosità e passione, generosità e vivezza sembrano siano state asportate chirurgicamente. “M’interessa. Studio storia antica“. Tradotto: “M’interessa solo perché studio storia antica. Se non la studiassi non potrebbe fregarmene di meno. E comunque m’interessa solo perché, in tal momento, studio tale specifica materia: esaurito lo studio esaurito l’interesse. Dopo la tesi specialistica “Le vie consolari dell’Agro romano”, debitamente premiata con il pezzo di carta che mi aprirà le porte burocratiche di un lavoricchio insulso, questi antichi reperti potranno anche sprofondare nel nulla. Ho altro da fare nel tempo libero“.

http://pauperclass.myblog.it/2017/03/31/facezie-dalla-citta-profonda-alceste/

Cupio dissolvi

È l’italiano, ovviamente. In pochi decenni l’italiano, questa complessa costruzione di tre millenni, contraddittoria e feconda, multiforme e geniale, è stata vilipesa, mediocrizzata, evirata, prevaricata da una cultura non sua, stupida e vociferante.
I pochi sopravvissuti, coloro che, intimamente, si sentono ancora italiani, sono avviati, dalla consueta spietatezza dell’assolutismo PolCor, a sempre più ristrette riserve antropologiche.
Tutti sottostimano l’accelerazione di questi tempi.
È davvero sbagliato confrontare le mutazioni storiche del passato con la velocità del presente. È come vivere in un razzo sparato a velocità della luce che annienta ciò che si è stati e divora un futuro inesistente. Solo ciò che accade nel breve attimo che preserva la nostra esistenza ha valore: l’hic et nunc verrebbe da dire, ma liofilizzato, reso meschino, utilizzabile. Il cono di luce della sapienza si restringe sempre più; la memoria del pesce rosso, evocata satiricamente per significare la cio che è dimenticanza dell’uomo postmoderno, un deraciné, soprattutto, slargato da affetti di sangue, da ciò che fu la sua civiltà e felice d’essere gettato nel circo godereccio dell’indifferenza, non è più una metafora. È realtà.
Viviamo la rivoluzione digitale e tecnica inarrestabile. Non vi è progressione, solo uno scarto epocale. Un cambiamento di stato effettivo, dallo stato liquido a quello aereo. Dopo decenni di bollitura edonista l’italia e gli italiani sono pronti all’evaporazione totale.
Cos’è, in fondo, questo decantato postmoderno? Sostanzialmente nulla. Tolti i brevi attimi di godimento l’uomo nuovo si aggira in un inferno senza confini e limiti. Ogni istituzione e fondamento, vilipeso e dileggiato nei decenni, è scomparso con uno sbuffo di fumo. Grandi feste, ovviamente. Finalmente non abbiamo più oppressori! Chiesa, patriarcato, morale, giustizia … disciolto in un acido tiepido che fa friccicare la pelle. Comprendere che tali istituzioni, anche le più apparentemente folli, sono nate per preservare un popolo dal proprio annientamento è evidentemente troppo difficile oramai.
Ovviamente l’uomo nuovo è infelice. Crede di essere felice poiché scambia qualche piacevole gadget per felicità. In realtà, inconsciamente, ricerca ciò che egli stesso ha liquidato. Lo intravede con l’istinto di quel residuo sangue che ancora gli indica la retta via. Lo brama, senza saperlo, ma quella visione è dietro un vetro ingannevole … ed egli continua a battere contro quel vetro come una mosca impazzita. Poi, quando la sua anima è sfinita, ed egli è preda della disperazione, si rigetta nel consueto ciclo dell’eterno presente: chat, commenti digitali, incontri estemporanei, chiacchiere, pop corn e altri memorabilia del nulla.
Forse dovrei dichiararmi fortunato per aver avuto l’onore di assistere a un tale spettacolo, immane e ripugnate assieme; i nostri tempi, e che tempi!, sono un loggione privilegiato per assistere, fra cupio dissolvi e disgusto, alla svaporazione dell’Italia, l’Italia!, e del suo mirabile passato.
Siamo come quel personaggio dell’Orlando Furioso che ancora fa la voce grossa ma è già morto. La cultura, intesa come retaggio e tutela di ciò che fu l’Italia nei tre millenni addietro, si sta smaterializzando sotto i nostri occhi e le nostre mani, giorno dopo giorno.
Ci si culla nell’illusione. Alberto Angela licenzia grandiosi documentari sul Colosseo, le strade romane, il Rinascimento. Ma sono documentari da presa in giro, come certi resoconti della BBC che mostrano il rinoceronte, la tigre, l’elefante. In un mondo che vede la prossima dipartita della tigre, del rinoceronte, dell’elefante. Presto si arriverà alla celebrazione della tigre in assenza di tigre, o a una fastosa celebrazione del Colosseo in assenza di Colosseo. Sono reperti funebri, necrologi.
L’Italia sta sparendo, come l’Italiano e gli Italiani.
Tornare indietro? Come potremmo?
Tra l’altro non vi sono segnali di ravvedimento, pur minimi. Anzi, si avverte, in alcuni traditori, uno spasimo di gioia nell’accorgersi di queste lente sparizioni.
Chiese, ponti, edifici patrizi, affreschi, dimore storiche, l’intera letteratura … tutto questo non è contemplato dall’uomo nuovo italiano, l’imbecille del clic.
Vi è una cesura netta, un taglio immedicabile. Da un certo punto di vista rimpiango l’aristocrazia e il clero che, nella loro iattanza, riuscivano almeno a preservare il tesoro della tradizione.
Tornare indietro? Anche gli schiavi negri in America volevano tornare indietro. Se non nella loro terra, almeno alle loro radici. Il blues delle origini rappresenta tale aspirazione titanica. Riprodurre, in terra ostile, gli strumenti e i timbri originali dell’Africa; spesso improvvisandoli, questi nuovi strumenti. Fu uno sforzo che non andò a buon fine. Intere culture annientate … Aztechi, nativi americani, africani … stavolta tocca a noi, perché non potrebbe essere? Un momento, qualcuno obietterà, indios, pellirossa e africani, ci sono ancora. Certo, dico io, ma sono derivazioni genetiche, non culturali. Un Navajo che gestisce un casinò o un aborigeno australiano costretto a mendicare nelle periferie cosa sono?
L’italiano è ancora italiano? E, soprattutto, che lingua parla? Quale rapporto intrattiene col proprio vocabolario? Esso lo controlla? Qui c’è poco da fare: meno parole si conoscono, meno realtà si comprende. Solo così si capisce la strenua lotta del potere attuale contro le facoltà umanistiche: italiano, greco, latino, storia, filosofia, storia dell’arte. C’è una comunanza? Certo, qui si impara a capire cosa c’è dietro, a dissezionare le intenzioni, a ricollegare il passato al presente, a forgiare il buon gusto. Ovvio che tutto questo deve essere emarginato. L’umanista deve essere ridotto nell’immaginario collettivo a una figura farsesca, obsoleta, da scherno. Ci servono medici, ingegneri, tecnici! cianciano i traditori. Benissimo, sono d’accordo, ma questa è la base da cui partire. Gli architetti col retroterra classico sono Nervi e Piacentini (mi limito, per carità di patria, al Novecento). I supertecnici sono Meyer e Fuksas. Guardate cosa hanno eretto questi ultimi due teppisti a Roma e confrontatelo con le opere dell’Eur 1942. Esercitate la professione indolente del flâneur e scoprirete cosa significa essere italiani. Nervi era un italiano, Fuksas no. Basta andare all’Eur … i prodotti di due epoche sono uno accanto all’altro. Il prodotto dell’architettura italiana, pur spinto nel futuro, e il prodotto del nichilismo contemporaneo.
Devastare i nostri licei è un operazione di potere purissimo.
Dissolvere il passato significa fare a meno di quella camera di decantazione naturale che ci fa accettare il bello e rigettare il brutto, quasi istintivamente. Se un italiano non ha più in sé tali anticorpi egli accetterà tutto: il brutto, l’ingiusto, il male.
Senza le ataviche coordinate culturali si è allo sbando. Si scambia un’isola per il dorso d’un mostro.
Cos’è la lingua italiana, in fondo? La differenza tra comprendere e subire, non altro. Abolire la ricchezza del nostro vocabolario, le nuances di una parola, gli incastri delle subordinate, barattandole con un discorso piatto e funzionale equivale a rendersi schiavi.
Meno parole meno libertà.
Meno rigore nell’ortografia, meno ricchezza nella punteggiatura equivale a meno libertà.
Sopprimere un frasario tutto nostro con un pidgin internazionale composto da frasi fatte, rapide, funzionali, in cui abbondano abbreviazioni tecniche, grossolanità da quotidiano digitale, equivale a divenire servi.
Persino in questo momento io sto tradendo l’Italiano.
Perché sto scrivendo con un iPad. Scrivere con un iPad porta inevitabilmente  alla neolingua da Orwell, alla distruzione dell’italiano. Il blocco note della Apple contempla a fatica gli accenti gravi e acuti delle vocali, le elisioni, le dieresi; anche i due punti e il punto e virgola sono faticosi da digitare. La tastiera ordita dal siriano Jobs, alla lunga, reca surrettiziamente la banalizzazione; una prosa scipita, piatta, inosservante delle fastidiose regole della scrittura.
E questo perché la lingua dei conquistatori è quella che viene imposta.
La neolingua tecnica angloamericana dei PC e degli smartphone conforma strutturalmente a sé stessa qualunque ricchezza della cultura locale. Dopo l’espressività dei dialetti, si sta perdendo ineluttabilmente anche la forma dello scrivere italiano, le regole basiche, l’arcobaleno della dialettica, la musicalità del testo di cui la punteggiatura costituisce la regola così come diesis e bemolle costituiscono l’ortografia d’uno spartito.

NOTA: Sottolineature, corsivi, grassetti sono miei e vi invito a leggere la versione integrale al link qui riportato

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