Eclissi come segno divino

Come saprete, un’eclisse di sole  ha attraversato il vasto territorio statunitense. Ebbene: è stata una eclisse razzista, razzista come  i suprematisti bianchi,  razzista come  The Donald e il KKK.  L’ha smascherata nella sua  natura proibita  e politicamente scorretta Alice Ristroph, una laureata in legge ad Harvard  (quindi probabile Snowflake) e insegnante di diritto a Brooklyn ;   che ha pubblicato la sua scoperta sulla rivista The Atlantic Magazine.  “L’eclisse totale sarà visibile da Lincoln capitale del Nebraska, dove la popolazione nera è solo del 3,8 per cento”,  scrive  la signora fremente per questa palese discriminazione razziale, “spostandosi ad est, l’eclisse passerà su parte di St. Louis, dove  la popolazione è quasi al 50% nera. Ma i residenti afro sono concentrati nella metà Nord dell’area metropolitana, e  l’eclisse totale passerà sopra la metà meridionale”:  l’eclisse  dunque lo fa apposta, ha voluto privare    la minoranza negra, tanto deprivata, anche del suo spettacolo astronomico.

Che una Ristroph si metta a delirare, farebbe di questo un caso pietoso di turba mentale, forse curabile con  antipsicotici. Ma quando  è una rivista relativamente seria come Atlantic Magazine a pubblicare una simile paranoia, il segnale è inequivocabile:  l’America è entrata in una delle sue ricorrenti allucinazioni  giustizialiste di massa.

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Popolo bue

La irresistibile tendenza ad agglutinarsi davanti a qualunque  maxi schermo e a  cantante pop  o sagra,   è  condivisa dalle masse in tutto l’Occidente, specie (ma non solo) giovanili.  Può esser dovuta  nei giovani, ma anche nei trentenni o quarantenni millennials, alla sensazione (ahimé fondata)  di vuoto ontologico. Alla  oscura angosciosa consapevolezza di  non  ”essere”, che si cerca  di placare con un surrogato, l’”esserci”:  essere là dove sono tutti i coetanei  poco essenti, fare le loro stesse cose nello stesso  momento.  Nell’agglomerarsi degli italiani mi sembra però di vedere un sovrappiù, molto più antico. Quello  di cui già parlò Leopardi: “Tutta vestita a festa, la gioventù del loco…per le vie si spande – e mira ed è mirata e in cor s’allegra”.

L’italiano d’oggi fa tanta fatica ad  essere un uomo all’altezza del moderno e della sua complessità, che quando può  cerca di affondare il suo quasi inesistente Io nell’antico rito paesano-cafonesco,  meridionale  e  contadino dello “struscio”.  Allora è beato, e in cor s’allegra: oggi come nell’800. Il punto è che in una grande città, uno struscio di 30 mila sopravvenuti diventa qualcosa d’altro, e comporta dei rischi che il villan rifatto non è in grado di valutare.

So quel che dico. Ormai da una vita  vedo rigurgitare nell’italiano collettivo questo riflusso rurale, anzi bracciantile, e mi domando: dopo un  secolo di sviluppo industriale, dopo essere stati la quinta potenza economica, come mai questi sembra che abbiano appena lasciato la vanga, abbiano ancora le scarpe nella zolla  e si siano ripuliti i calli dal  terriccio? E’ un  mistero. E’ un sedimento di  contadineria, che bisogna riconoscere  ineliminabile, dopo tanto sviluppo.

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Lesa Maestà

Il Comune di Napoli s’è dotato di uno sportello online in cui chiunque, compilando un modello online, può denunciare tutti coloro che a suo giudizio offendono e infangano la reputazione della città di Napoli. Tutte le segnalazioni, poi, saranno prese in carico dall’avvocatura dell’ente che valuterà – caso per caso – se procedere o meno con la querela. Ogni risarcimento così incamerato da Palazzo San Giacomo verrà monetizzato e i soldi serviranno a finanziare intervento di igiene e decoro urbano.

Le reazioni all’iniziativa, a dir poco sghemba, della giunta De Magistris non sono mancate. E dato che tutto viaggia online, tutto corre sul web, il Corriere del Mezzogiorno ha lanciato la provocazione, anzi la “trollata”: dato che invitò i giovani a scappare da Napoli, scrive il quotidiano, ci vien voglia di denunciare Eduardo De Filippo. Sissignori, proprio lui.

La politica l’ha presa a ridere, deo gratias. Come Antonio Bassolino che ha citato Totò: “Ma ci faccia il piacere”.

Il cortocircuito è di quelli gustosi, la chiave di lettura è giusta e divertente. Si potrebbe allargare a dismisura il novero dei pericolosi maldicenti. Eduardo, ma pure Annamaria Ortese (scrittrice carissima proprio a sinistra) che ne dipinse le tinte foschissime e grette dei vasci, il marchese de Sade che dipinse Napoli come “città senza galanteria, in cui la brutalità dei costumi non punta che al godimento”. E non si salverebbe da qualche zelante (e un po’ ciuccio) postulatore della santa causa, nemmeno Benedetto Croce che riprese un vecchio detto e ne fece il titolo di un suo libro, Il paradiso abitato dai diavoli.

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Angelismo

Ivanka è stata determinante. “E’ stata profondamente colpita dalle immagini” dei bambini siriani gasati: “Ha detto: è terribile. Lei è mamma di tre  bambini, ed ha influenza” sul presidente: “Basta una sua lacrima e papà attacca”.  Così Eric Trump, il fratello  minore.

Lo so, non vorreste crederlo. Ma questo conferma  diverse voci interne alla Casa Bianca:  le lacrime di Ivanka hanno mosso il vecchio a rovesciare la sua politica verso la Russia in pochi minuti, e a ordinare l’attacco all’aereoporto siriano, e a pretendere la morte di Assad,    che ancora il giorno prima accettava rimanesse al suo posto.  Donald non resiste alle  lacrime della figlia.  Sono tutti cuori teneri.  Bisogna arrendersi all’evidenza:  sul  comandante in capo della massima potenza bellica mai apparsa nella storia, sono Ivanka e Jared Kushner  ad avere influenza: due figli di papà nati ricchi,  che del mondo conoscono solo i resort di lusso, i cocktail-parties a Manhattan, le piscine della Florida, le sfilate di moda;  due teste vuote  e arroganti, ma molto, molto sentimentali.

Non volevo scrivere su  un simile tema,  ritenendolo   marginale rispetto alla tragedia in corso. Mi hanno deciso due foto:

 

 

 

Poiché  già Berlusconi tutto-tenerezza ha guadagnato qualche punto nei sondaggi, essendo questo un fenomeno di massa  (su Facebook  il 90% delle foto   postate sono di teneri gattini; infuria la campagna   per salvare i teneri agnellini dall’arrosto pasquale) diventa pressante la necessità  di  richiamare il gravissimo pericolo sociale del sentimentalismo, e il danno geopolitico prodotto specialmente  dei buoni sentimenti,  in questa  (in)civiltà delle Immagini e dell’Ignoranza Imperiosa.
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Aspettando il nuovo 1984

di Franco Cardini Dopo quello preconizzato da Orwell, e che magari è arrivato ma in termini differenti da quelli che egli si aspettava e aveva immaginato, un nuovo 1984 è alle porte, anzi è già qui. Michel Houllebecq, nel suo Soumission, ha immaginato una Francia islamizzata nel 2020: un po’ troppo presto, forse. E noi, a quando vogliamo ipoteticamente fissare il Novum Annum Orwellianum? Al 2024, quarant’anni dopo quello vecchio? Potrebb’essere un anno plausibile. Sul piano puramente e astrattamente biologico, ho qualche probabilità di esserci – ottantaquattrenne –, non so in quali condizioni mentali e fisiche. Ma come sarà? L’amica Eleonora Genovesi mi ha offerto al riguardo uno spunto interessante, ricordandomi una pagine di un altro autore che non aveva nulla da invidiare a Orwell, cioè Aldous Huxley. Ritengo il “futuribile” huxleyano, ohimè, largamente più incombente di quanto non fosse quello orwelliano. Ecco qua:La dittatura perfetta avrà le sembianze di una democrazia, una prigione senza muri dalla quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù”. Se questa “profezia” ha un difetto, esso consiste nel fatto che “nel nostro Occidente” questa “dittatura perfetta” è già qui, ora. Huxley descrive con straordinaria lucidità e con sorprendente esattezza la società del Pensiero Unico e del primato assoluto dell’Avere (e del Consumare, e del Profittare, e dell’Apparire) sull’Essere. Una società di benessere senza gioia, di permissivismo senza libertà, di tolleranza senza amore, magari perfino di (apparente) non-violenza senza misericordia. Vero è che questa società, già tra noi, ha determinato un mondo che sta generando degli anticorpi: alcuni odiosi, malvagi, pericolosi, ma che tuttavia potrebbero avere in qualche modo il merito di salvarci da essa. Pregate se siete credenti; vigilate se non lo siete. Ma ricordate sempre e comunque il vecchio proverbio arabo: “Quando la notte è più buia, non combattere contro le tenebre: però mantieni accesa la lampada”. Se volete sapere come sia e quale sia tale lampada, rileggete il Corano, sura XXIV, Al-Nur (“La Luce”). Fonte: Arianna Editrice

http://www.controinformazione.info/aspettando-il-nuovo-1984/

La storia

C’è una sola cosa che mi atterrisce nella società d’oggi. La perfetta, compiuta,  indifferenza di coloro che sono nati sotto il nuovo ordine. Gestiscono con scioltezza lauree e dottorati, bibliografie e piani di lavoro. Educati, mai fuori posto. Più belli di noi, più atletici, più svegli. L’impressione che rendono è, tuttavia, di professionale freddezza e informatissima superficialità; l’oggetto dei propri studi è funzionale sino alla psicopatia. Curiosità e passione, generosità e vivezza sembrano siano state asportate chirurgicamente. “M’interessa. Studio storia antica“. Tradotto: “M’interessa solo perché studio storia antica. Se non la studiassi non potrebbe fregarmene di meno. E comunque m’interessa solo perché, in tal momento, studio tale specifica materia: esaurito lo studio esaurito l’interesse. Dopo la tesi specialistica “Le vie consolari dell’Agro romano”, debitamente premiata con il pezzo di carta che mi aprirà le porte burocratiche di un lavoricchio insulso, questi antichi reperti potranno anche sprofondare nel nulla. Ho altro da fare nel tempo libero“.

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Cupio dissolvi

È l’italiano, ovviamente. In pochi decenni l’italiano, questa complessa costruzione di tre millenni, contraddittoria e feconda, multiforme e geniale, è stata vilipesa, mediocrizzata, evirata, prevaricata da una cultura non sua, stupida e vociferante.
I pochi sopravvissuti, coloro che, intimamente, si sentono ancora italiani, sono avviati, dalla consueta spietatezza dell’assolutismo PolCor, a sempre più ristrette riserve antropologiche.
Tutti sottostimano l’accelerazione di questi tempi.
È davvero sbagliato confrontare le mutazioni storiche del passato con la velocità del presente. È come vivere in un razzo sparato a velocità della luce che annienta ciò che si è stati e divora un futuro inesistente. Solo ciò che accade nel breve attimo che preserva la nostra esistenza ha valore: l’hic et nunc verrebbe da dire, ma liofilizzato, reso meschino, utilizzabile. Il cono di luce della sapienza si restringe sempre più; la memoria del pesce rosso, evocata satiricamente per significare la cio che è dimenticanza dell’uomo postmoderno, un deraciné, soprattutto, slargato da affetti di sangue, da ciò che fu la sua civiltà e felice d’essere gettato nel circo godereccio dell’indifferenza, non è più una metafora. È realtà.
Viviamo la rivoluzione digitale e tecnica inarrestabile. Non vi è progressione, solo uno scarto epocale. Un cambiamento di stato effettivo, dallo stato liquido a quello aereo. Dopo decenni di bollitura edonista l’italia e gli italiani sono pronti all’evaporazione totale.
Cos’è, in fondo, questo decantato postmoderno? Sostanzialmente nulla. Tolti i brevi attimi di godimento l’uomo nuovo si aggira in un inferno senza confini e limiti. Ogni istituzione e fondamento, vilipeso e dileggiato nei decenni, è scomparso con uno sbuffo di fumo. Grandi feste, ovviamente. Finalmente non abbiamo più oppressori! Chiesa, patriarcato, morale, giustizia … disciolto in un acido tiepido che fa friccicare la pelle. Comprendere che tali istituzioni, anche le più apparentemente folli, sono nate per preservare un popolo dal proprio annientamento è evidentemente troppo difficile oramai.
Ovviamente l’uomo nuovo è infelice. Crede di essere felice poiché scambia qualche piacevole gadget per felicità. In realtà, inconsciamente, ricerca ciò che egli stesso ha liquidato. Lo intravede con l’istinto di quel residuo sangue che ancora gli indica la retta via. Lo brama, senza saperlo, ma quella visione è dietro un vetro ingannevole … ed egli continua a battere contro quel vetro come una mosca impazzita. Poi, quando la sua anima è sfinita, ed egli è preda della disperazione, si rigetta nel consueto ciclo dell’eterno presente: chat, commenti digitali, incontri estemporanei, chiacchiere, pop corn e altri memorabilia del nulla.
Forse dovrei dichiararmi fortunato per aver avuto l’onore di assistere a un tale spettacolo, immane e ripugnate assieme; i nostri tempi, e che tempi!, sono un loggione privilegiato per assistere, fra cupio dissolvi e disgusto, alla svaporazione dell’Italia, l’Italia!, e del suo mirabile passato.
Siamo come quel personaggio dell’Orlando Furioso che ancora fa la voce grossa ma è già morto. La cultura, intesa come retaggio e tutela di ciò che fu l’Italia nei tre millenni addietro, si sta smaterializzando sotto i nostri occhi e le nostre mani, giorno dopo giorno.
Ci si culla nell’illusione. Alberto Angela licenzia grandiosi documentari sul Colosseo, le strade romane, il Rinascimento. Ma sono documentari da presa in giro, come certi resoconti della BBC che mostrano il rinoceronte, la tigre, l’elefante. In un mondo che vede la prossima dipartita della tigre, del rinoceronte, dell’elefante. Presto si arriverà alla celebrazione della tigre in assenza di tigre, o a una fastosa celebrazione del Colosseo in assenza di Colosseo. Sono reperti funebri, necrologi.
L’Italia sta sparendo, come l’Italiano e gli Italiani.
Tornare indietro? Come potremmo?
Tra l’altro non vi sono segnali di ravvedimento, pur minimi. Anzi, si avverte, in alcuni traditori, uno spasimo di gioia nell’accorgersi di queste lente sparizioni.
Chiese, ponti, edifici patrizi, affreschi, dimore storiche, l’intera letteratura … tutto questo non è contemplato dall’uomo nuovo italiano, l’imbecille del clic.
Vi è una cesura netta, un taglio immedicabile. Da un certo punto di vista rimpiango l’aristocrazia e il clero che, nella loro iattanza, riuscivano almeno a preservare il tesoro della tradizione.
Tornare indietro? Anche gli schiavi negri in America volevano tornare indietro. Se non nella loro terra, almeno alle loro radici. Il blues delle origini rappresenta tale aspirazione titanica. Riprodurre, in terra ostile, gli strumenti e i timbri originali dell’Africa; spesso improvvisandoli, questi nuovi strumenti. Fu uno sforzo che non andò a buon fine. Intere culture annientate … Aztechi, nativi americani, africani … stavolta tocca a noi, perché non potrebbe essere? Un momento, qualcuno obietterà, indios, pellirossa e africani, ci sono ancora. Certo, dico io, ma sono derivazioni genetiche, non culturali. Un Navajo che gestisce un casinò o un aborigeno australiano costretto a mendicare nelle periferie cosa sono?
L’italiano è ancora italiano? E, soprattutto, che lingua parla? Quale rapporto intrattiene col proprio vocabolario? Esso lo controlla? Qui c’è poco da fare: meno parole si conoscono, meno realtà si comprende. Solo così si capisce la strenua lotta del potere attuale contro le facoltà umanistiche: italiano, greco, latino, storia, filosofia, storia dell’arte. C’è una comunanza? Certo, qui si impara a capire cosa c’è dietro, a dissezionare le intenzioni, a ricollegare il passato al presente, a forgiare il buon gusto. Ovvio che tutto questo deve essere emarginato. L’umanista deve essere ridotto nell’immaginario collettivo a una figura farsesca, obsoleta, da scherno. Ci servono medici, ingegneri, tecnici! cianciano i traditori. Benissimo, sono d’accordo, ma questa è la base da cui partire. Gli architetti col retroterra classico sono Nervi e Piacentini (mi limito, per carità di patria, al Novecento). I supertecnici sono Meyer e Fuksas. Guardate cosa hanno eretto questi ultimi due teppisti a Roma e confrontatelo con le opere dell’Eur 1942. Esercitate la professione indolente del flâneur e scoprirete cosa significa essere italiani. Nervi era un italiano, Fuksas no. Basta andare all’Eur … i prodotti di due epoche sono uno accanto all’altro. Il prodotto dell’architettura italiana, pur spinto nel futuro, e il prodotto del nichilismo contemporaneo.
Devastare i nostri licei è un operazione di potere purissimo.
Dissolvere il passato significa fare a meno di quella camera di decantazione naturale che ci fa accettare il bello e rigettare il brutto, quasi istintivamente. Se un italiano non ha più in sé tali anticorpi egli accetterà tutto: il brutto, l’ingiusto, il male.
Senza le ataviche coordinate culturali si è allo sbando. Si scambia un’isola per il dorso d’un mostro.
Cos’è la lingua italiana, in fondo? La differenza tra comprendere e subire, non altro. Abolire la ricchezza del nostro vocabolario, le nuances di una parola, gli incastri delle subordinate, barattandole con un discorso piatto e funzionale equivale a rendersi schiavi.
Meno parole meno libertà.
Meno rigore nell’ortografia, meno ricchezza nella punteggiatura equivale a meno libertà.
Sopprimere un frasario tutto nostro con un pidgin internazionale composto da frasi fatte, rapide, funzionali, in cui abbondano abbreviazioni tecniche, grossolanità da quotidiano digitale, equivale a divenire servi.
Persino in questo momento io sto tradendo l’Italiano.
Perché sto scrivendo con un iPad. Scrivere con un iPad porta inevitabilmente  alla neolingua da Orwell, alla distruzione dell’italiano. Il blocco note della Apple contempla a fatica gli accenti gravi e acuti delle vocali, le elisioni, le dieresi; anche i due punti e il punto e virgola sono faticosi da digitare. La tastiera ordita dal siriano Jobs, alla lunga, reca surrettiziamente la banalizzazione; una prosa scipita, piatta, inosservante delle fastidiose regole della scrittura.
E questo perché la lingua dei conquistatori è quella che viene imposta.
La neolingua tecnica angloamericana dei PC e degli smartphone conforma strutturalmente a sé stessa qualunque ricchezza della cultura locale. Dopo l’espressività dei dialetti, si sta perdendo ineluttabilmente anche la forma dello scrivere italiano, le regole basiche, l’arcobaleno della dialettica, la musicalità del testo di cui la punteggiatura costituisce la regola così come diesis e bemolle costituiscono l’ortografia d’uno spartito.

NOTA: Sottolineature, corsivi, grassetti sono miei e vi invito a leggere la versione integrale al link qui riportato

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Assuefazione al declino

Rassegnazione e scherzo. Conosco tale stato d’animo. È la leggerezza di chi non sente il destino nelle proprie mani. Fatalismo. Il potere li ha condotti in un vicolo cieco, giorno dopo giorno,  tassa dopo tassa, direttiva idiota dopo direttiva idiota; si sono fidati nell’ordine della Coldiretti, della DC, di Forza Italia, ora del PD; non scorgevano, come al solito, il disegno complessivo: la progressiva eliminazione di ogni realtà agricola medio-piccola. Li hanno portati qui, togliendogli ora un’esenzione, lì un incentivo, qua una detassazione. Li hanno allagati di leggine folli, regolamenti inattuabili, obblighi, imposte, burocrazia inutile. E ora eccoli, con un pugno di mosche in mano, una generazione di figli menefreghisti e nessuna prospettiva. La situazione è senza sbocco: non rimane che farsi una risata sull’orlo del l’abisso…

Non si ha, però, più voglia di lottare. “Assuefazione al declino“, l’ha chiamata un sociologo. E i figli? I figli sono già assuefatti perché non ricordano l’Italia che funzionava e produceva.
I politici ladri e menefreghisti sono gli amici più cari dei castagnari del Bangladesh che, in presenza del menefreghismo e in assenza di politica, si fanno gli affari loro. Affari che non coincidono con quelli degli Italiani. (corsivo nostro) Le castagne del Bangladesh! Altro che leggenda metropolitana. A Roma i caldarrostari, come si chiamano, sono tutti dei loro. L’armamentario è quello vecchio stile, col piatto bucherellato e le braci. Le castagne, gigantesche, con la buccia intagliata in un sorriso di scherno, invece no. I bangladini, grassi, tarchiati, inattaccabili dal fisco e da Equitalia e dalla legge in generale, aria dimessa e cellulare ultima generazione pronto in tasca, proliferano nelle strade romane a parodiare l’antico burino che, nei mesi freddi, svernava nella grande città per tirare su il companatico. Il rapporto città/campagna, ancora vivo nel dopoguerra, oggi pare definitivamente interrotto. Persino Georges Simenon, negli anni Sessanta, se ne lamentava: dove sono, si domandava, quelle piccole trattorie che si rifornivano dalle fattorie perse nelle secolare campagna della Francia profonda, gretta, umile e sanfedista? Ah, i bei tempi! E infatti pure Simenon passava per reazionario.
Eccoli i bangladini castagnari, a loro agio come un pesce mutante in un ruscello di Chernobyl. Con la loro presenza silente e incongrua pare che si siano portati appresso pure il clima. Umidiccio, afoso, rotto da improvvise, brevi, e violente piogge, incostante…

L’italiano di oggi è fondamentalmente un depresso: gli basta chiudersi in casa coi suoi quattro balocchi: computer, cellulare, pornografia, calcio, l’ultimo cartone animato per il proprio frugoletto-bacarozzo … nel suo animo intuisce d’essere spacciato, ma se ne frega.

Tempo fa il consigliere comunale di un paese nei dintorni, lo chiameremo Giovanni, denunciò alcuni individui che avevano sversato rifiuti tossici presso alcuni terreni che costeggiano il Tevere. In cambio ricevette una denuncia per diffamazione.
I due fendenti giudiziari, però, ebbero diversi destini. Mentre la denuncia per lo sversamento viaggia ormai verso la prescrizione, quella per diffamazione è viva e vegeta. Il nostro, insomma, è nei guai fino al collo tanto che gli è passata – lo so – qualsivoglia fisima eroica. Un suo compagno nel consiglio comunale che lo spalleggiava, è, intanto, passato ad altri lidi: gli hanno promesso il posto in una cooperativa che si occupa di migranti.
E gli sversamenti?
I terreni sono stati spianati, ma non bonificati, e riadattati per la coltura biologica.
Questo non è uno scherzo. Come detto: è così e basta.

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Storie di ordinaria ignoranza

Penso che ci si potrebbe riempire un libro; ad ogni modo iniziamo con questa:

E’ uscito di strada con il camion al suo primo giorno di lavoro e, per non fare brutta figura con il datore, ha inventato di essere stato rapinato del mezzo nel parcheggio esterno di un supermercato a Sant’Ilario d’Enza, nel Reggiano. Una ricostruzione che i carabinieri hanno però ‘smontato’ denunciando per simulazione di reato il camionista, un 43enne residente a Scandiano che ha continuato a negare ogni responsabilità.
L’allarme al 112 è arrivato verso le 21 di ieri, quando l’autista ha chiesto aiuto ai dipendenti del market dicendo di aver subito una rapina. Ma il Gps installato sull’autotreno ha smentito la sua ricostruzione del percorso e ha permesso ai militari di recuperare il mezzo, finito fuori strada dopo che per errore il conducente aveva imboccato una carraia che conduce al fiume Enza. L’uomo non è più riuscito a riportare il veicolo sulla strada e ha raggiunto a piedi il supermercato, raccontando, riporta l’Ansa, la rapina.

Altre le trovate nei commenti, ma questa merita la prima pagina:

Lo ha atteso e poi lo ha aggredito a sprangate, ferendolo, per poi fuggire con il telefonino della vittima. Ma ha fatto poca strada l’aggressore di un 31enne di Ravarino colpito sabato scorso nella cittadina. L’autore della violenza è un coetaneo, un ragazzo di 32 anni residente a Ravarino che – secondo la ricostruzione fatta dai Carabinieri che dopo pochi giorni di indagine lo hanno individuato – cercava nel telefonino del 31enne le prove della relazione con sua moglie, e che non ha esitato a usare violenza contro il malcapitato. Il 32enne è stato denunciato.

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Oligarchia

Gaetano Mosca (1858-1941), Vilfredo Pareto (1848-1923) ed il tedesco naturalizzato italiano, Robert Michels (1876-1936), giunsero grossomodo alla stessa conclusione. Noti come i “teorici delle élite”, i tre italiani (il Bel Paese ha una tradizione centenaria in materia di Stato e potere, che affonda le radici nell’epoca di Nicolò Machiavelli e Tommaso Campanella) stabilirono che la democrazia è un concetto astratto, che non è possibile calare nella realtà: diverse ragioni (la gestione quotidiana del potere, il disinteresse di alcuni per la cosa pubblica, la diverse capacità di cui sono dotati gli uomini, la mancanza di mezzi per molti, etc. etc.) trasformano la democrazia in una chimera. Inevitabilmente, presto o tardi, emerge un élite che prende le redini della democrazia, gestendola secondo i propri interessi e massimizzando il proprio tornaconto…

Quando l’oligarchia perde il controllo della democrazia, quando la massa dei governati esce dal tracciato auspicato dalle élite, quando gli interessi della minoranza al potere sono minacciati dalle elezioni, nasce il populismo: populista è qualsiasi forza che, pur competendo con mezzi leciti, minaccia l’oligarchia al vertice delle democrazie liberali. La vecchia minoranza al potere, sempre più arroccata, è disposta a tutto pur di soffocare la ribellione dei governati…

L’oligarchia euro-atlantica è ora davanti ad un bivio: ammettere gli errori ed adeguarsi al malumore della massa, anche se ciò significa sacrificare i propri interessi e stravolgere la strategia di fondo, oppure resistere, contando sul fatto che con il monopolio della violenza, l’inganno, e la manipolazione è possibile difendere i propri privilegi. Come facilmente prevedibile, l’oligarchia imbocca la seconda strada: in seno alla democrazia liberale nascono così “i populisti”, ossia quei partiti che difendono istanze giudicate pericolose dalla minoranza…

In Europa, sotto questo aspetto, l’oligarchia si è spinta oltre, agendo direttamente sulla scacchiera politica con la fabbricazione di partiti populisti fittizi, utili ad incanalare e sterilizzare il malessere dell’elettorato: rientra in questa casistica il Movimento 5 Stelle che, concepito come forza anti-establishment dalla stessa oligarchia, sta velocemente assumendo un profilo tranquillizzante e borghese ora che si avvicina la possibilità di una vittoria alle legislative, così da ripetere in Italia l’esperienza di Syriza…

estratto da http://federicodezzani.altervista.org/populismo-loligarchia-perde-controllo-della-democrazia/