Non scholae sed vitae

Forse aveva ragione Dario Fo quando sosteneva che “il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento. Per questo è il padrone”. La migliore rappresentazione del concetto la offrì Paolo Villaggio con il personaggio di Fantozzi. Il mite ragioniere, già soldatino fedele all’azienda si trasforma in contestatore sulle piste del collega Folagra. Convocato dal “mega direttore galattico”, Fantozzi è messo nel sacco dal vecchio volpone che ribalta facilmente il suo lessico. Fantozzi grida contro i padroni, attacca gli sfruttatori in nome dei morti di fame. Calmissimo e quasi benevolo, il rappresentante del potere rovescia i termini: le giuste definizioni sono datori di lavoro, benestanti e classe meno abbiente. Il ragionier Ugo osserva rapito l’acquario degli impiegati, una sorta di paradiso aziendale riservato ai dipendenti più fedeli e ubbidienti. Ammaliato, rinuncia alle sue idee deciso a conquistare un posto nell’acquario.

Siamo testimoni passivi di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli lontano da noi e contro di noi. Persino un curriculum serve per sviare il dissenso, ricondurlo alla grammatica – ovvero agli interessi – delle oligarchie dominanti. Da tempo ci hanno persuaso che l’accorpamento e la chiusura di fabbriche e uffici, con conseguenti licenziamenti massicci, è una benefica ristrutturazione. Recenti libri di testo tentano di convincere i ragazzini delle medie che la delocalizzazione industriale è cosa buona e giusta, mentre la precarietà di vita è un’opportunità, positiva mobilità, la spinta a diventare imprenditori di se stessi. Altri chierici del sistema stabiliscono, contro ogni evidenza naturale, che i generi non sono due, ma un numero mobile e imprecisato. Al fine di rendere più credibile l’assunto, decidono la sostituzione dei significanti: genere al posto di sesso, il gioco è fatto. Strutturalismo al potere.

Il mago Houdini non avrebbe fatto di meglio. Nel nostro caso, agli occhi del popolo credulone e disattento, curriculum è diventato sinonimo di titoli di studio. Il ministro dell’istruzione signora Fedeli millantò ben altro nel silenzio generale, ma milita nella parte giusta: per lei indulgenza plenaria unita all’irritazione contro chi adombrò l’inadeguatezza al ruolo della matura sindacalista toscana. Il rapporto tra masse e potere cambia nelle forme, non nella sostanza. Padrone è chi possiede il significato delle parole.

Roberto Pecchioli in

https://www.maurizioblondet.it/lacquario-di-fantozzi/

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Fiabe

C’era una volta la fiaba di tutte le fiabe. E c’è ancora perché il matrimonio dell’anno, quello tra il principe Harry e l’attrice Meghan Markle è stato raccontato come l’ennesima variazione sul tema principe della retorica rivolta al mondo femminile. Quella, cioé, della ragazza acqua e sapone che, vincendo tutte le ipocrisie e tutti i protocolli, vivendo come le pare, riesce a coronare il sogno di cingere sul capo una corona da principessa. Da Pretty Woman in poi, il cinema ha attinto a piene mani a questo pregiatissimo cliché.

Così ha senso il racconto stucchevole (si può dire?) che di queste nozze è stato fatto. È una questione di propaganda, una fiaba di soft power. È una storia che celebra l’apertura mentale della monarchia inglese che si infutura (sic!) consentendo a un suo rampollo reale di impalmare una ragazza “come tante”. Ciò ha una morale di fondo: chiunque può fare tutto, chiunque può raggiungere i suoi obiettivi, basta credere fermamente ai propri sogni. Insomma, la celebrazione dell’american way of life nella vecchia Inghilterra e nel tempo in cui l’ascensore sociale – l’autentico convitato di pietra alle nozze – è da tempo che non funziona più.

Intanto, però, questo matrimonio ha creato consenso attorno alla regina, attorno ai reali d’Inghilterra e, soprattutto, ha creato immaginario cementando e rafforzando l’idea di libertà e d’uguaglianza dove anche l’ultima cameriera di Soho può sognare legittimamente di diventare duchessa di Kent. O una grande erediteria, oppure una star di Instagram.

Ne esce rafforzatissimo il prestigio inglese, si conforta l’autocritica  dell’Occidente a rimirare l’avverarsi di uno dei suoi capisaldi pop (diventeremo tutti borghesi).

La battaglia culturale passa anche, forse soprattutto, dalla guerra per la reputazione, quello che l’inglese globalish definisce, appunto, soft power. Ogni popolo, ogni nazione, ogni Stato ha un patrimonio culturale che consente, o almeno dovrebbe consentire, a ogni persona di rispondere all’omerico dilemma: “Chi sei tu, tra gli uomini?”.

Anche questa battaglia è ormai su scala mondiale, planetaria. Il disinteresse, il calcolo economico di piccolissimo cabotaggio, rischia di travolgerci ancora. In Europa, l’immagine dell’italiano è quella di una simpatica canaglia che fa commercio della sua parola, poco preziosa dacché la tradisce in continuazione. È l’idea del Nord Europa, protestante e avvelenatissimo – da secoli – contro l’opulenza romana.

Nel mondo, è una macchietta più italoamericana che italiana. È nelle cartoline seppia dipinte da Woody Allen, nei completi indossati dall’inclemente Joe Bastianich, nelle smorfie patetiche di Luigi Risotto, il cliché italiota de I Simpson, nelle pagliette insopportabili da guappi col colesterolo alto e la mamma imbiancata. Insomma, roba da barzelletta.

estratto da http://www.barbadillo.it/74893-soft-power-la-lezione-delluk-con-il-matrimonio-harry-meghan-e-la-debolezza-dellitalia/

Attacco al sonno

Il capitalismo 24/7 allude ad una continuità senza freni, senza pause, senza attrito; una vita vissuta appunto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Fa riferimento ad un presente paludoso e vacuo, un presente indifferenziato che, non potendo ospitare e rielaborare allusioni o tracce del passato, s’impantana nella costruzione immaginifica del futuro. “Il 24/7 è l’annuncio di un tempo senza divenire, sottratto a qualunque delimitazione concreta o riconoscibile, un tempo senza ritmo sequenziale o ricorrente. Nel suo carattere perentoriamente riduttivo, è la celebrazione di un presente allucinato, di un inalterabile permanenza fatta di operazioni incessanti, senza attrito. È una conseguenza della trasformazione della vita sociale in realtà tecnicamente manipolabile.”

Dai piccoli o grandi negozi sempre aperti, al bagliore interminabile di città tentacolari – un misto di illuminazione ad alta intensità e smog – , che fanno da contrasto all’oscurità necessaria del riposo fisiologico; dalla possibilità di rimanere sempre connessi ad un dispositivo elettronico – che è diventato, in pratica, una specie di protesi irrinunciabile –, al fatto che, oramai, seppur risulta naturalmente impossibile lavorare, fare acquisti, chattare, bloggare, consumare immagini per una durata 24/7, non esiste oggi alcun momento, luogo o situazione in cui non sia possibile fare tutto questo. Ecco perché si può affermare con certezza che “è in corso un attacco inesorabile da parte del tempo 24/7 contro ogni aspetto della vita sociale e individuale”.

Leggi tutto in https://ilconformistaonline.wordpress.com/2018/05/11/il-sonno-ultima-enclave-di-un-mondo-24-7/

Il tempo liberato

In che cosa si distingue il “tempo liberato” dal più noto tempo libero? Il tempo libero è un tempo sincopato, determinato dai ritmi e dai tempi del lavoro. In realtà non è affatto ‘libero’, ma è destinato al consumo senza il quale tutto il grande castello produttivo che abbiamo costruito, e sul quale si basa l’attuale modello di sviluppo, crollerebbe miseramente. Noi non produciamo più per consumare ma consumiamo per poter produrre, un’aberrante incongruenza che era già stata avvertita da Adam Smith che pur è, insieme a David Ricardo, uno dei padri fondatori di questo sistema. “Dobbiamo consumare per aiutare la produzione”, quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase dagli economisti e dagli uomini politici? Il ‘tempo libero’ quindi non è affatto tale, non solo perché è determinato inesorabilmente dai ritmi e dalle esigenze dei tempi del lavoro e della produzione ma perché deve essere destinato al consumo compulsivo e nevrotico. Milano da questo punto di vista è una buona base di osservazione. Nel weekend i milanesi schizzano via e si catapultano, a seconda delle stagioni, a Cortina, a Saint Moritz, a Gstaad o a Portofino, a Rapallo, al Forte dei Marmi, dove vedono le stesse persone che hanno lasciato in città e si abbandonano agli stessi riti e agli stessi ritmi. Per rientrare la domenica sera più stanchi e sfatti di quando sono partiti. Paradossalmente se la passa meglio chi, per mancanza di denaro, resta in città. E’ “la ricchezza di chi è più povero” per parafrasare un aforisma di Nietzsche capovolgendolo lessicalmente ma mantenendone il senso.

Il “tempo liberato” è invece quello che dedichiamo a noi stessi, alla nostra interiorità e spiritualità, alla riflessione, alla contemplazione, alla creatività disinteressata. E’ un tempo quasi ‘religioso’ (non per nulla sia Wojtyla che Francesco ne hanno fatto a volte cenno) intendendo questa espressione in senso molto lato. E’ quel “pauperismo” che Berlusconi, che sta dalla parte opposta della barricata ma di cui tutto si può dire tranne che manchi di intuito, ha percepito e condannato nel ‘grillismo’ e di cui, probabilmente, nemmeno buona parte dei seguaci dei Cinque Stelle è consapevole.

E’ chiaro che la piena attuazione del “tempo liberato”, a scapito del mito del lavoro, imporrebbe uno scaravoltamento dell’attuale modello di sviluppo, al momento impensabile. Per ora accontentiamoci del possibile: che sia la tecnologia a lavorare, almeno in parte, al nostro posto, senza per questo sbatterci sul lastrico (il “reddito di cittadinanza”, il cui contenuto va naturalmente approfondito e reso economicamente più compatibile, va in questo senso) e non noi a dover lavorare, a velocità sempre più sostenuta, in funzione della tecnologia. (Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2018)

Massimo Fini (estratto)

Antifa

(Lettera di Pasolini indirizzata a Moravia del 1973)

“Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista -e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili…”

“Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo”

(In “Scritti Corsari”, 1974)

Colonizzati

Con una decisione giudicata oltraggiosa persino dall’Accademia della Crusca, il Ministero dell’Università e della Ricerca guidato da Valeria Fedeli ha infatti stabilito che i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che ambiscano al finanziamento pubblico dovranno essere scritti in inglese, tollerando tuttavia che i candidati che lo desiderino alleghino alla domanda una copia sussidiaria in italiano. E’ dunque vero, come ha subito protestato il ministero, che “è scorretto dire che la lingua italiana sia stata bandita”. In effetti è stata solo degradata, in Italia, al rango di una lingua complementare e facoltativa.

Sbaglia di grosso, peraltro, chi tenta di ricondurre la portata della questione ad un livello settoriale, ricordando che le pubblicazioni scientifiche internazionali vengono di norma compilate in inglese. Il bando, infatti, ammette anche Prin di natura umanistica; dunque persino chi volesse presentare un progetto orientato alla conservazione della poesia vernacolare sarà costretto a spiegarlo …in inglese. Se non siamo all’assurdo, poco ci manca.

Temo tuttavia che sia alquanto ingenuo ridurre l’assurdità di una simile decisione alla scarsa inclinazione personale della signora Fedeli per l’italiano. L’adozione dell’inglese, che non è solo la lingua della scienza ma è e resta soprattutto la lingua dei mercati, obbedisce infatti ad un imperativo categorico della globalizzazione che, attraverso la distruzione programmata degli idiomi nazionali, mira a costruire un prototipo seriale di homo novus, perfettamente identico ai propri simili a prescindere dal luogo di nascita e dalla cultura di provenienza. Da qui la necessità di procedere per costante sottrazione delle differenze, cominciando naturalmente dalla lingua, dal momento che lingue diverse esprimono diversi pensieri. Uniformare il linguaggio serve perciò a uniformare i pensieri mentre uniformare i pensieri è la condizione essenziale per uniformare i comportamenti.

La sostituzione strisciante dell’italiano con l’inglese non riguarda solo l’istruzione universitaria. Da quest’anno, infatti, gli studenti di tutte le scuole secondarie dovranno assistere, oltre alle consuete (e, intendiamoci, sacrosante) lezioni “di” inglese, anche a lezioni “in” inglese delle principali materie scientifiche. Materie scientifiche, forse non lo sapete, come la storia. Ma non c’è un cortocircuito logico nel pretendere che la storia d’Italia venga insegnata in inglese? In quella storia, quantomeno, sembrerebbe mancare qualcosa. Qualcosa di enorme.

Si dice che il frutto non cada mai troppo distante dall’albero. Ed è vero. A spacciare tutte queste innovazioni legislative per progresso, in effetti, è una classe politica rampante che ormai da anni, sfoggiando il classico cosmopolitismo del provinciale, ha preso a giustificare ogni porcheria dell’agenda mondialista in un inglesorum subdolo che tanto ricorda il viscido latinorum usato da Don Abbondio per far fessi i villani. Chiamandolo esoticamente Jobs Act, Matteo Renzi è riuscito a conferire un’accecante veste di modernità alla cancellazione delle tutele dei lavoratori, evitando così che la base popolare del Pd, operaista e post-comunista, interpretasse immediatamente quella legge per ciò che era: una contro-riforma reazionaria e padronale. D’altro canto oggi è facile per il popolo cadere nel tranello dei dotti. Politici e giornalisti non fanno che ripeterci che bisogna fare la spending-review perché altrimenti sale lo spread e rischiamo il default, esponendo anche i nostri risparmi al rischio di un bail in. E chi sostiene il contrario, ovviamente, sta solo raccontando fake-news

Dovendo pagare il mio tributo alla cultura anglosassone, consentitemi di parafrasare un micidiale fustigatore dei “modernisti” d’ogni tempo quale fu, e continua ad essere, George Bernard Shaw. Anche io, come lui, non credo sia necessario essere stupidi per parlare inglese tra italiani, ma certamente aiuta.

Per il gusto dell’ironia, che anche nel delirio del mondo globale resta la spada più adatta ad infilzar le idiozie, dimenticavo di dirvi che persino la Rai, malgrado i noti problemi di bilancio, ha voluto contribuire all’internazionalizzazione linguistica del Paese lanciando un nuovo canale della Radio-televisione Italiana totalmente in inglese.

Cambiare la lingua, come detto, serve a riprogrammare le menti. Ma le menti, per conservare l’illusione di funzionare in autonomia, necessitano di un “software” filosofico capace di restituire un senso anche al non-senso. Questa filosofia-guida, a mio avviso, è chiaramente rintracciabile nel Relativismo Culturale, una piattaforma di pensiero ispirata alla negazione d’ogni pensiero che predica l’iper-tolleranza per meglio praticare la tirannia. Esagero? Giudicate voi. Con la surreale giustificazione del rispetto delle diversità (ma a nulla di effettivamente diverso, in realtà, è più concesso di esistere), questa corrente di non-pensiero chiama padri e madri “genitore 1” e “genitore 2”, mette al bando i sostantivi maschili, corregge la trama delle opere liriche, infila mutandoni di legno alle statue ed offre riparo culturale a chi trasforma Gesù in Perù, arrivando persino ad invocare, ora, l’abbattimento sistematico di quei monumenti che darebbero equivoca testimonianza delle “epoche buie” del nostro passato.

Il buio di ieri contro la luce del domani che stiamo costruendo oggi… Non so voi ma io, se mi fermo a considerare il presente, fatico ad immaginare qualcosa di più buio di questo Oscurantismo Illuminista e di questa mefistofelica promessa di consegnarci Tutto, ma solo se, prima, avremo accettato di prostrarci al Nulla.

Alessandro Montanari

Un film dei nostri tempi

Fonte: Daniele Scalea

Lindsay Shepherd, studentessa ventiduenne alla Wilfrid Laurier University in Canada, è incaricata dal suo supervisore di tenere alcune lezioni di comunicazione.
Uno dei temi toccati è la recente legge di Justin Trudeau in base alla quale si potrebbe essere puniti se non si adopera, rivolgendosi o riferendosi a una persona, il pronome da essa preferito (quindi se un uomo vuole essere definito “lei”, una donna “lui” e un trans “essi”, tutti sono chiamati a farlo o rischiano di essere accusati di “crimini d’odio”).
La Shepherd, che non è ostile alla normativa, decide tuttavia di mostrare alla classe, come base di discussione, un dibattito televisivo cui ha partecipato anche Jordan Peterson – un professore universitario che è stato ascoltato pure in audizione al Senato. Peterson porta argomentazioni contrarie allo spirito della legge.
Qualche studente sdegnato dal fatto di essere stato esposto a idee contrarie alle proprie fa il delatore con le autorità accademiche.

Il supervisore e altri due professori convocano la Shepherd e, in un dialogo surreale, la accusano di transfobia. Alla sua difesa, che ha semplicemente cercato di presentare le due opinioni contrapposte, essi rispondono che proprio là è il problema: gli studenti devono conoscere una sola opinione, quella che il clero accademico di sinistra radicale reputa corretta.
La Shepherd sarebbe finita, se non fosse per una scaltra iniziativa: registra l’incontro e lo divulga. Il senso comune dell’opinione pubblica si solleva contro il furore ideologico dei professori engagé. Gli studenti manifestano solidarietà alla loro collega accusata di blasfemia postmoderna.
Le sorti si ribaltano e sul banco degli imputati finiscono gli accusatori. L’università è costretta a scusarsi, idem per i docenti coinvolti. Il supervisore, addirittura, ammette in pubblico che forse non è giusto insegnare da una prospettiva partigiana, ammettendo solo un’ideologia ed escludendo tutte le altre opinioni.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59785

Non so se la vicenda sopra-riportata sia reale o inventata; personalmente propendo per un’ invenzione per la frase seguente:”Il senso comune dell’opinione pubblica si solleva contro il furore ideologico dei professori engagé. Gli studenti manifestano solidarietà alla loro collega accusata di blasfemia postmoderna”.

R-assicuriamoci

Non so se George Orwell, quando scrisse “1984”, si rese conto di cosa e, soprattutto, di “quanto” scrisse in quelle pagine che dovettero transitare nella sua mente come un grande sogno, od incubo, prima di finire impresse sulla carta. Mistero della scrittura onirica: viene da chiedersi se grandi e libere menti, da oltre la “siepe”, ci aiutino nel comunicare, perché si comunichi ad altri, in una catena senza fine.

Stamani, quando mi sono accorto che mancava la corrente, lì per lì mi sono girato dall’altra ed ho continuato il dormiveglia tranquillo ma, sentendo mia moglie armeggiare con i pulsanti di contatore, ho capito che era meglio scendere dal letto.

Tutto nero, senza il minimo rumore: manca il ronzio del frigorifero, il bagliore della stufa a pellet, silenzio assoluto. Fuori, alle prime luci di un’alba scura, piove lentamente e tutto indica tranquillità e sopore ma mia moglie insiste: chiamo l’ENEL.

Dall’altra parte, la solita voce di un call centre che sarà a Bari o a Tirana, risponde d’inserire il codice vattelappesca “che troverà sulla bolletta”: oh certo…al buio, mi metto a scartabellare le vecchie bollette…per fortuna mi salva la domanda di riserva, ossia il numero del vecchio telefono fisso (che, per sola pigrizia, non abbiamo ancora eliminato) e la voce, rassicurante, comunica “che nella zona sono segnalati malfunzionamenti, ma che per le 10 del mattino tornerà la corrente”. Sono le 10.35, ma dell’agognata corrente nemmeno un misero Ampère.

Inutile cercare d’attendere di poter parlare con “l’operatore”: dopo una decina di minuti (dei tre comunicati come tempo d’attesa) preferisco risparmiare la batteria del cellulare. Uno sguardo al web, dal telefonino, non racconta niente: un black out nel savonese di una decina d’ore non merita menzione, così come la Val di Susa bruciata fino alle cime dei monti non doveva esistere come notizia…e qui mi è comparso il vecchio George che diceva “Ricorda…le notizie, la realtà, deve per prima cosa scomparire…noi non sappiamo se l’Alleanza Occidentale combatte con noi o contro di noi, non sappiamo se il bombardamento dei porti del Pacifico sia veramente avvenuto…non sappiamo niente di niente, e rischiamo la vita per sapere qualcosa…”

In compenso, veniamo costantemente informati delle vicende di un tal Briatore, di un certo Sgarbi, o dei ricordi a luci rosse di Sandra Milo: rumore, un fiume di notizie inutili che dovrebbero servire a rallegrare un Paese triste, ma anche ad oscurare – in mezzo a tanto bailamme – ciò che sarebbe meglio che non sapessero.

Come i poveri morti del rifugio appenninico crollato per il terremoto, che – prima d’esser morti – chiamarono fiduciosi il 118, e non vennero creduti.

Richiamo, per sapere novità e la solita vocina aggraziata mi comunica che la riparazione del guasto è posticipata alle 12.30: allora, siamo in presenza di un black out abbastanza importante, non di una misera cabina dove sono bruciati i fusibili.

Il riscaldamento non può partire (pompa di circolazione elettrica), la stufa a pellet per la stessa ragione: si sta al freddo. Ma non è questo il guaio.

Mia moglie, stamani, si è recata in visita presso conoscenti che hanno una persona molto, molto malata e che rimane perennemente a letto. Per alzarla (è molto grassa) si sono attrezzati con un sollevatore meccanico, che funziona a corrente elettrica. Starà nella merda.

Ci sono migliaia o centinaia di migliaia di persone (non so quanto è esteso il black out!) che si trovano a dover risolvere problemi gravi e meno gravi, ma la notizia non s’ha da dare: intorno a me, garriscono i generatori a petrolio dei vicini.

Immagino un consiglio d’amministrazione dell’ENEL, dove presentano le scelte da fare nel prossimo futuro:

1) Incrementare le forniture e gli approvvigionamenti, mediante i quali il fatturato salirà da Tot1 a Tot2. Approvazione piena da parte dei grandi azionisti.

2) Incrementare la manutenzione dei sistemi esistenti, ma – in questo caso – ci saranno dei costi…diciamo che l’incremento da Tot1 a Tot2 sarà esiguo, probabilmente nullo. Coro di disapprovazione.

Ciò di cui non si rende conto questa gente, mentre immagina la grande macchina che produce denaro – svelta ed impeccabile nei risultati – è che non è per niente così: l’imprevisto è sempre in agguato, e questi sono imprevisti da niente. Allarme arancione – anche il lessico fa la sua parte – “Allarme”, ossia “state in guardia”, quando a non stare in guardia sono proprio loro, che a fronte di una Domenica appena un po’ piovosa d’Autunno – senza allagamenti, “bombe d’acqua” (ancora il lessico…), trombe d’aria, venti ad oltre 50 nodi, neve, ghiaccio, ecc – s’arrendono come studentelli alla prima gita scolastica e proclamano il timore d’immani tragedie.

Se non mancasse la corrente, sarebbe solo un’uggiosa ed un po’ noiosa Domenica d’Autunno: perché deve diventare un “allarme arancione”?

I veri allarmi sono altri: li sapranno?

Nel 1883 esplose il vulcano di Krakatoa e si generò lo stretto della Sonda: immane catastrofe, navi catapultate sui monti, enormi massi erratici scagliati a 100 km di distanza, ferrovie contorte come fuscelli, 40.000 morti. L’esplosione fu udita dall’Australia al Madagascar, ossia a 3000 miglia di distanza: viene considerato il più forte boato mai udito in epoca storica. Le polveri lanciate in aria dal vulcano oscurarono parzialmente la radiazione solare per un intero anno: si può affermare che l’agricoltura si “fermò” ovunque, per un’intera stagione agricola.

Siccome in quell’area le zolle tettoniche girano come sulle montagne russe, da quell’esplosione nacque un altro sistema vulcanico, Anak Krakatau (figlio di Krakatoa), che le autorità indonesiane hanno dichiarato zona off limits per la navigazione, vista la brutta abitudine del “giovane” vulcano d’alzare improvvisamente il livello delle acque marine: stavi pescando, e ti ritrovi su una montagnola di cenere. Probabilmente, lì si generò la grande onda anomala che distrusse Sumatra alcuni anni or sono. Ma c’è di peggio.

Nel 1859 ci fu una tempesta magnetica che interessò tutto il Pianeta. Siccome le tempeste magnetiche – in un mondo privo di macchine elettriche, al massimo facevano impazzire le bussole delle navi – non ci furono danni, salvo l’interruzione delle prime comunicazioni telegrafiche.

Non si hanno abbastanza notizie storiche sulla frequenza di questi eventi: oggi, cosa accadrebbe?

I sovraccarichi sulle grandi linee di trasporto elettrico si scaricherebbero sui grandi trasformatori di rete in una frazione di secondo e li brucerebbero all’istante: per ovviare a tali danni, bisognerebbe conoscere in anticipo l’arrivo di una tempesta magnetica e la sua entità per, immediatamente, staccare la rete mondiale dalle fonti di produzione. Una prospettiva che prevedrebbe una struttura mondiale in grado di prendere decisioni di tale portata in pochissimo tempo e senza intralci.

Beh – direte voi – si cambiano i trasformatori…

I trasformatori sono macchine statiche, ovverosia soltanto un anello (o quadrato) di comune Ferro ed avvolgimenti di cavo di Rame: niente di tecnologicamente difficile da produrre.

Il guaio è che queste macchine – proprio perché statiche – sono molto longeve, e dunque la produzione di questi grandi trasformatori è scarsa, praticamente si produce soltanto per nuove linee e centrali di distribuzione dell’energia e per (rare) sostituzioni.

Siccome le aziende produttrici sono poche, e i grandi trasformatori pesano tonnellate, per sostituire tali macchine sulla rete mondiale ci vorrebbero parecchi anni. Altro che black out di 12 ore per una centralina in avaria!

Inutile dire che non esiste nessun piano, concordato anzitempo a livello internazionale, per trovare rimedi a queste calamità che si presentano abbastanza frequentemente nella Storia: in sostanza, sono soltanto aurore boreali d’intensità di gran lunga superiore, dipendenti dai “capricci” del Sole.

Peccato che la Storia delle calamità naturali sia ancora scarsa di dati e poco conosciuta: non andiamo fino al disastro di Toba di 75.000 anni or sono, laddove la popolazione mondiale fu quasi azzerata. Difatti, i biologi s’attendevano una maggior varianza genetica nel genere umano ma, probabilmente, Toba fu una “seconda nascita”: per poco (si stima una sopravvivenza all’evento di poche migliaia o decine di migliaia d’individui) non ci estinguemmo 75.000 anni or sono.

Morale.

Il capitalismo, in realtà, ha smesso da tempo di soddisfare le necessità umane, e di cercare di cautelarsi prevedendo i possibili rischi: si è avvitato in una spirale d’investimenti e profitti che trascende dalla realtà esistente. Si scommette sulla clemenza degli eventi naturali per fare profitti, e si tenta in ogni modo di nascondere ciò che potrebbe suscitare dei dubbi. Una roulette, sulla quale cala un panno quando esce lo zero. Di questa serie fanno parte gli OGM, il riscaldamento globale e tanti argomenti sui quali ci vogliono schierati a chiacchierare e magari ad azzannarci. Senza, ovviamente, prevedere dei rischi che sono reali, comprovati da veri eventi storici: farebbero perdere tempo, troppi pensieri, meno investimenti.

Allo stesso tempo, però, c’è la necessità di far vivere le popolazioni in uno stato d’ansia e d’eccitazione affinché non si ribelli, mediante una comunicazione mirata a debellare ogni speranza d’autosufficienza: un attentato ogni tanto serve, la cronaca nera deve essere assillante, ecc, mentre – sull’altro versante – un mare di notizie ed intrattenimenti che, scatenando la libido, favoriscano la favola dell’eterna cornucopia per molti, ma non per tutti perché gli altri non sono ancora abbastanza “bravi” per godere di quei frutti: corri, ragazzo, corri!

Per questa ragione i giornalisti televisivi sono le figure più pagate dal sistema: ancora una volta, Orwell…

In realtà, solo il 3% della popolazione mondiale gode pienamente i frutti del capitalismo, in Italia circa il 10% (che possiede la metà della ricchezza) e alle masse di diseredati (come ben ricorda Serge Latouche) si presenta il simulacro della scommessa vinta dal mondo Occidentale contro la Natura e contro tutte le avversità. Noi siamo i vincenti: imitateci!

Cosa rispondono?

Beh, se ci sono dei danni, anche gravi…assicuriamoci!

Oh certo, così mangeremo il denaro delle assicurazioni…sempre che, in un Pianeta privo d’energia elettrica per anni, si trovi ancora un assicuratore…vivo!

Carlo Bertani in http://carlobertani.blogspot.com/2017/11/ricordando-orwell.html

San Michele

E’ “ingeneroso accusare il Comune di Finale Emilia di non aver fatto nulla per la coppia in difficoltà, avendo comunque garantito (e tuttora garantendo) aiuti assistenziali rivolti a entrambi, benché un componente del nucleo non sia residente nel Comune”. Così a Finale Emilia si valuta la situazione in cui versa una coppia di finalesi, 46 anni lui, M.B e 48 anni lei, F.B., i quali da sabato saranno senza un tetto sulla testa e andranno a dormire per strada. Dal Comune puntualizzano che, a dire dei servizi sociali, i due abbiano mantenuto “Un atteggiamento ostile e di pretesa nei confronti del servizio”. Nessuna soluzione si prospetta dal Comune per il loro destino che, stando così le cose, è la strada. O soluzioni d’accatto come quella scelta da un muratore di Bastiglia di 58 anni, che vive nel bagno del cimitero della cittadina. Italiani che hanno sempre lavorato e pagato le tasse e che, nel momento del bisogno, non trovano risposte adeguate ai loro drammi, almeno per quanto riguarda la casa.

La coppia di Finale Emilia, la ricostruzione degli ultimi fatti secondo il Comune.

Il signor M.B, 46 anni, si è rivolto, per la prima volta, ai servizi sociali del Comune di Finale Emilia a settembre 2016  poiché, trovandosi in una condizione di disagio socio-economico grave, non è più riuscito a provvedere autonomamente al soddisfacimento dei propri bisogni”, e perde anche la casa. “M. in passato, ha sempre provveduto autonomamente al proprio mantenimento in quanto impegnato un un’attività lavorativa che gli permetteva di integrare il proprio reddito, dato dalla pensione di invalidità contributiva di cui beneficiava e che gli è stata sospesa a causa di una sua negligenza poichè non ha provveduto ad inoltrare all’Inps la documentazione richiesta entro il termine di 120 giorni dalla data di scadenza dell’assegno di invalidità, al fine di ottenere la conferma dello stesso”. Il Comune si muove prontamente per cercare di far recuperare all’auomo il suo assegno di invalidità, ma lui “non avendo ottenuto immediatamente una soluzione al problema casa, si è rivolto agli amministratori e alla stampa, lamentando la mancanza di aiuto”.
Arriva dicembre e il 46enne “è stato contattato telefonicamente dai servizi sociali ed invitato a recarsi, come da appuntamento, presso l’ufficio per consegnare la documentazione richiesta dagli operatori e definire insieme agli stessi un possibile percorso di aiuto; ha rifiutato di presentarsi al servizio dicendo di essere stanco di girare presso gli uffici comunali e che la sua unica priorità era  quella di trovare una sistemazione per la notte”.

Un atteggiamento, quello dell’uomo, valutato negativamente da chi in quel momento si sta facendo in quattro per aiutarlo. Infatti, “nonostante l’ostilità verso il servizio, lo stesso si è mobilitato contattando le associazioni di volontariato al fine di attivare, nell’immediato quanti più aiuti possibili per sostenere il nucleo in difficoltà. E’ stato infatti attivato il pacco alimentari della Croce Rossa, sono stati concessi dei buoni alimentari per permettere a lui ed alla compagna di acquistare i beni di prima necessità ed è stata anche mobilitata l’associazione il Porto per il reperimento, nel territorio di Finale Emilia, di un alloggio da concedere, in emergenza. Intanto, in attesa di trovare una casa, l’associazione Il Porto ha messo a disposizione un posto letto presso la casa di accoglienza di San Biagio ed il Comune di Finale Emilia si è reso disponibile alla copertura dei costi di permanenza presso la struttura a favore solo di M., in quanto residente, e non della compagna, F.B. residente invece presso un altro Comune”.

Ma lui dice no a questa proposta che avrebbe lasciato la sua donna senza un tetto. “Di fronte al rifiuto categorico da parte dell’uomo della proposta avanzata – prosegue la ricostruzione del Comune che rivela come si sia fatto ben oltre il dovuto, in questa situazione, “pur consapevole che l’assistenza materiale fornita al signor Bilio non potesse essere garantita anche alla compagna poiché non residente, in accordo con l’Amministrazione Comunale, ha provveduto comunque a garantire alla coppia l’assistenza necessaria trattandosi di una situazione indifferibile; allo stesso tempo si è proceduto a  segnalare al comune di residenza della signora la situazione di indigenza della stessa e per la quale il servizio non ha ancora ricevuto una risposta, se non quella della disponibilità dello stesso comune di garantire un posto letto solo per  lei (offerta da subito dalla donna rifiutata)”.

Così a gennaio 2017 si chiarisce il destino dei due, che nel frattempo avevano dormito per strada: andranno a vivere nel monolocale di via Oberdan dove sono stati fino ad ora. Comune e l’associzione Il Port sottoscrivono un progetto di aiuto assistenziale a favore di M.B. con il quale “tutti i soggetti coinvolti hanno accettato di collaborare e rispettare i compiti assegnati.” Il Comune di Finale Emilia ha dato un aiuto per l’affitto, per un paio di mesi, e si è impegnato a provvedere anche ad attivare un tirocinio retribuito (da 200 euro al mese, Ndr) affinché, lo stesso, potesse provvedere al pagamento di parte dei consumi di gas, luce e acqua e poter comunque disporre di un reddito minimo per far fronte alle proprie esigenze”.

Messo un tetto sulla testa dei due, c’era ancora da risolvere il problema della pensione di invalidità che è stata tolta all’uomo per mere questioni burocratiche. Lui ne ha tutto il diritto, viste le condizioni di salute in cui versa, ma siamo in un Paese in cui bisogna attivarsi, per far valere i propri diritti

E qui il Comune spiega che “Il progetto sottoscritto a gennaio prevedeva che M.B. si impegnasse ad adempiere alcuni compiti che però sono stati disattesi”. Ad esempio, “Si doveva recare presso il medico di base per richiedere la documentazione sanitaria necessaria per completare la pratica da inviare ad Inps e, anche in questo caso, ha rinviato fino alla metà di settembre, giustificando questo ritardo con il fatto che fosse impegnato con il tirocinio che portava lui via tanto tempo e che non era riuscito a conciliare i suoi orari con quelli del dottore in quanto quest’ultimo si trovava a Massa e non a Finale. Ad oggi la situazione è invariata”. E “Nonostante i ripetuti solleciti la situazione è rimasta invariata e sia Mario che la compagna hanno mantenuto un atteggiamento ostile e di pretesa nei confronti del servizio”.

Tutti contavano, poi, che la coppia potesse avere una casa popolare. Ma le leggi sono recentemente cambiate, e M.B. non era in possesso del requisito dei 3 anni di residenza continuativi nella nostra regione per cui non ha potuto presentare nessuna domanda per avere una casa popolare.

Arriva settembre di quest’anno, e nonostante facendo i salti mortali la coppia è sempre riuscita a pagare l’affitto, ha tenuto tutto in ordine e non ha mai dato problemi, si deve lasciare l’alloggio di via Oberdan. A M.B. il Comune prospetta due cose: un colloquio di lavoro a Cento e la possibilità di alloggiare presso la casa accoglienza di San Biagio. “Alla proposta  abitativa lui ha risposto che doveva pensarci ma che non era al momento in condizione di parlarne con la compagna in quanto molto agitati”, illustrano dal Comune, mentre il colloquio di lavoro salta perchè lui non trova un passaggio in auto per arrivare a Cento. “Pare dunque ingeneroso  – conclude l’Amministrazione – accusare il Comune di Finale Emilia di non aver fatto nulla per la coppia in difficoltà, avendo comunque garantito (e tuttora garantendo) aiuti assistenziali rivolti a entrambi, benché un componente del nucleo non sia residente nel Comune”.

Questa la versione del Comune di Finale Emilia, che dimostra come l’amministrazione abbia fatto tutto il possibile e anche oltre. Ma la situazione è impietosa: da sabato rimane il fatto che due persone finiranno per strada.

 

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Eclissi come segno divino

Come saprete, un’eclisse di sole  ha attraversato il vasto territorio statunitense. Ebbene: è stata una eclisse razzista, razzista come  i suprematisti bianchi,  razzista come  The Donald e il KKK.  L’ha smascherata nella sua  natura proibita  e politicamente scorretta Alice Ristroph, una laureata in legge ad Harvard  (quindi probabile Snowflake) e insegnante di diritto a Brooklyn ;   che ha pubblicato la sua scoperta sulla rivista The Atlantic Magazine.  “L’eclisse totale sarà visibile da Lincoln capitale del Nebraska, dove la popolazione nera è solo del 3,8 per cento”,  scrive  la signora fremente per questa palese discriminazione razziale, “spostandosi ad est, l’eclisse passerà su parte di St. Louis, dove  la popolazione è quasi al 50% nera. Ma i residenti afro sono concentrati nella metà Nord dell’area metropolitana, e  l’eclisse totale passerà sopra la metà meridionale”:  l’eclisse  dunque lo fa apposta, ha voluto privare    la minoranza negra, tanto deprivata, anche del suo spettacolo astronomico.

Che una Ristroph si metta a delirare, farebbe di questo un caso pietoso di turba mentale, forse curabile con  antipsicotici. Ma quando  è una rivista relativamente seria come Atlantic Magazine a pubblicare una simile paranoia, il segnale è inequivocabile:  l’America è entrata in una delle sue ricorrenti allucinazioni  giustizialiste di massa.

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