La colpa è degli altri

La consapevolezza della realtà e dunque la capacità di lettura e sintesi politica del reale e di proposta di un’alternativa richiede una capacità di astrazione che in pochi sono in grado di esercitare.
Accade spesso, diciamo pure quasi sempre, di confrontarsi con persone che pretendono di fornire una lettura universalistica del contesto storico e politico estrapolando regole generali dal particolarismo della propria esperienza individuale.
Se dico che in Italia ci sono 5 milioni di poveri, 2,7 milioni di disoccupati (e oltre il doppio tra inoccupati involontari e sottoccupati) e che evidentemente le riforme che hanno deformato il nostro impianto istituzionale e il nostro sistema economico hanno prodotto un’esasperazione delle disuguaglianze, l’interlocutore medio risponderà sempre all’incontrovertibilità dei dati riportandomi l’esperienza del vicino di casa che elude il fisco, dell’amico di famiglia che si lamenta ma vive una condizione di benessere, della signora che superava la fila al supermercato. E il censimento di questi episodi del tutto insignificanti nel complesso delle dinamiche sociali diventa una leva per sovvertire la realtà e dimostrare che “è tutto un imbroglio”, che “la gente sta bene ma si lamenta sempre”.
Questo è uno dei sintomi più diffusi dell’anti-italianità imperversante: contestare la realtà assumendo una posizione di negazione persino dell’oggettività dei dati statistici, che sarebbero confutati dal particolare del mio vicino di casa o del figlio dell’amico di famiglia. Chiaramente in questa rassegna di pregiudiziali verso il popolo italiano il lanciatore di strali è sempre escluso. Sono tutti corrotti, tutti falsi, tutti viziati di mala fede e comportamenti illeciti, tranne me. È logico, no?

Gianluca Baldini

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Thomas Sankara

Quando si guarda all’operato dell’elité mondialista che gestisce le sorti del pianeta, facendo si che l’uno per cento della popolazione globale goda di una quantità di ricchezze pari a quelle a disposizione del restante 99%, non si può prescindere dall’andare con la mente al pensiero di Thomas Sankara, un uomo eccezionale che 40 anni fa aveva già intuito la maggior parte delle dinamiche che hanno mosso e muovono il processo di alienazione dell’uomo moderno, volto a renderlo schiavo e succube di un pugno d’individui che di fatto governano l’intera specie umana…
Partendo dalla sua Africa, dove nel 1983 divenne presidente dell’Ato Volta, da lui trasformato in Burkina Faso, Sankara intuì con estrema lucidità la potenza dirompente della grande finanza internazionale, più devastante di quanto mai avrebbe potuto esserlo qualsiasi esercito di occupazione. Mise a nudo i meccanismi attraverso i quali organismi sovranazionali come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale costringono (dopo averli deprivati della propria sovranità monetaria) gli Stati ad indebitarsi per cifre enormi che mai saranno in grado di ripianare, se non cedendo progressivamente parti sempre più cospicue della propria sovranità.
Un’operazione che in Africa così come in quasi tutti i paesi definiti “in via di sviluppo” è stata resa possibile stravolgendo in profondità le economie locali in larga parte autosufficienti, basate sull’autoproduzione e su un’industria manufatturiera di piccola scala e trasformandoli in produttori di monocolture intensive destinate all’esportazione, nella sede degli allevamenti intensivi e in terminali per la predazione delle risorse di cui erano ricchi, salvo poi abbandonarli al proprio destino nel momento dell’esaurimento delle risorse stesse.

In Occidente invece, nel solco di uno sviluppo declinato attraverso il miraggio della crescita infinita, l’uomo moderno è stato progressivamente spogliato della propria umanità, immolato sull’altare di quella sfrenata competitività che proprio Sankara per tutta la vita aveva osteggiato, in favore della cooperazione e collaborazione fra le persone.
La grande finanza, attraverso il proprio immenso potere è ormai diventata l’unica vera proprietaria delle nazioni e delle vite dei cittadini. La truffa del debito pubblico ha ristretto sempre più il margine di manovra della politica, fino a renderne l’operato in tutto e per tutto funzionale agli interessi finanziari. Le guerre finanziarie mietono ormai più vittime di quanto non facciano i conflitti armati, mentre gli Stati non sono più altro che linee prive di costrutto tracciate sulle cartine geografiche.
Lo “schiavo moderno” è privo di qualsiasi identità, sempre più solo all’interno della moltitudine, perennemente alla ricerca di un posto di lavoro che gli consenta di percepire un reddito sufficiente a sopravvivere, educato esclusivamente a competere anziché a collaborare e assolutamente incapace di autoprodurre qualsiasi cosa. Individuo atomizzato, sradicato o sradicabile dal proprio paese di origine, attore non protagonista di una vita ad interim, con affetti ad interim, facilmente collocabile nel Paese globale laddove ci sia bisogno del suo operato ed altrettanto facilmente ricollocabile altrove ogni qualvolta sia necessario farlo.
Thomas Sankara immaginava una “rivoluzione” che potesse portare gli uomini a vivere agiatamente nella felicità, un agio ed una felicità che potessero essere patrimonio di tutti e non solo di una ristretta cerchia di persone.
A 30 anni dal suo assassinio purtroppo bisogna prendere atto del fatto che con la sua morte è morto anche il suo sogno. L’agio e la felicità continuano ad essere appannaggio di pochi e alla stragrande maggioranza dell’umanità è impedito di goderne. Il potere della grande finanza è ancora cresciuto nel tempo e la predazione delle risorse si è fatta se possibile perfino più sistematica e feroce.
Gli spazi per una “rivoluzione” come quella auspicata da Sankara si sono fatti ancora più esigui, ma se c’è una cosa che lui ci ha insegnato è a non arrendersi mai, a non diventare schiavi dell’ineluttabile, a non perdere il coraggio di denunciare lo scempio che la grande finanza sta facendo dell’umanità. Solo così ci sarà possibile ricordarne ogni giorno la memoria con l’onore che merita.
Marco Cedolin

Lectio facilior

Inutile che spieghi a lei, intelligente lettore,dove ci ha portato questa scelta collettiva del “facile”. Questo è un paese che – dai tempi del protezionismo autarchico – aveva sviluppato una produzione aeronautica nazionale; aveva la più grande galleria del vento d’Europa, dove venivano i tedeschi a provare l’aerodinamica dei loro apparecchi; produceva navi all’altezza dei tempi, aveva industrie farmaceutiche che scoprivano nuovi antibiotici, ed elettroniche. Prendeva Nobel per la Chimica, laddove oggi ne ha preso per la Comica (il non compianto Dario Fo); un paese che studiava, si sforzava e lottava per essere all’altezza del mondo moderno.

Adesso ha perso tutto. Si sta facendo depredare da da quel che resta delle sue produzioni avanzate, per un boccon di pane, da “investitori esteri” che prendono il denaro a prestito a tasso zero, e a che scopo? Per pagare gli interessi sui debiti che noi, i nostri politici ciclostomi e i nostri elettorati-oloturie, collettivamente abbiamo fatto- ficcandoci senza un minimo di preveggenza nel più orrendo vicolo cieco della nostra storia, che si chiama euro ed “Unione Europea”.

Beninteso, esiste sempre una minoranza che studia e si sforza; ci affrettiamo a mandarla via, all’estero, non vogliamo gente che rompa i k… con le sue esigenze e la ricerca, come disse quel ministro: qui non c’è posto per loro. In compenso, spuntano come funghi le trattorie. Abbiamo i “giacimenti culturali”, che lasciamo andare in rovina e su cui speriamo di guadagnarci – come nipoti che fanno pagare il biglietto per mostrare il cadavere mummificato del nonno.

Il punto è l’accolta umana chiamata impropriamente “italiani” non sa, non può darsi da sé uno scopo superiore. Forse nessun popolo può. Spontaneamente, forse, ogni popolo- essendo fatto di uomini-massa, ossia di gente che la quale “vivere è essere quello che già si è” – è in grado di porsi il “difficile”. Di per sé, scende verso la soddisfazione immediata, i guadagni immediati, gli egoismi pullulanti, i familismi amorali. Bisogna che qualcosa gli imponga un compito.

Questa cosa è sempre stata, in Europa, lo Stato.

http://www.maurizioblondet.it/discesa-dellitaliano-verso-la-lampreda-sua-possibile-risalita/

La nuova razza padrona

A questo riguardo, occorre premettere che vari indicatori inducono a ritenere che lo Stato democratico di diritto non sia, come la mia generazione aveva creduto, una conquista irreversibile, ma una breve parentesi storica apertasi a seguito di un inedito e contingente equilibrio di forze venutosi a determinare nel XX secolo. Come è noto, lo Stato di diritto è nato dal compromesso tra i due principali soggetti collettivi protagonisti della storia del Novecento: le forze materiali del capitalismo industriale e le organizzazioni politiche del mondo del lavoro. La natura compromissoria di tale origine è attestata della definizione stessa dello Stato di diritto come Stato “liberal-democratico”, binomio che sintetizza le due diverse culture politiche su cui si fonda e che costituisce la forma giuridica dell’economia sociale di mercato, via di mezzo tra l’economia di mercato liberista e l’economia pianificata statalista.
Tale peculiare equilibrio tra le forze in campo instauratosi nel secondo dopoguerra, è venuto meno alla fine del XX secolo. Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del bipolarismo internazionale, (…).
Gli eventi verificatisi nel Terzo millennio, nello sconvolgere i rapporti di forza preesistenti, hanno dunque creato le condizioni per sciogliere il coatto matrimonio di interessi tra il liberalismo e la democrazia, fondamento dello Stato di diritto liberaldemocratico, dando vita a un divorzio non consensuale. Si assiste così alla marcia trionfale in tutto l’Occidente dell’unica forza sociale e politica rimasta padrona del campo: il capitalismo globale finanziario e delle multinazionali. I politologi riassumono questo evento assumendo che la democrazia è divenuta superflua, nel senso che sono venute meno le ragioni che imponevano al sistema capitalistico di accettare per ragioni di realismo politico i limiti al proprio libero sviluppo e i costi economici imposti dalla camicia di forza della democrazia. Il nuovo capitalismo globale non si limita a sottrarsi a ogni regola, tende anche a imporre le proprie, condizionando dall’interno alcuni Stati occidentali per riscrivere gli ordinamenti giuridici in modo da spostarne il fulcro dall’interesse pubblico a quello privato. Si è avviato quindi un processo di decostruzione progressiva dello Stato democratico di diritto per dare vita a un modello che propone l’asservimento dello Stato alle esigenze di attori forti presenti sul mercato, attraverso una riduzione degli spazi pubblici e il correlativo ampliamento di quelli privati. In termini strettamente economici tutto ciò si traduce nel progressivo smantellamento del welfare state.

(…) La decostruzione progressiva dello Stato liberaldemocratico di diritto, conseguente al mutamento dei rapporti di forza sociali, prosegue di pari passo a un complesso processo di reingegnerizzazione del potere che trasferisce le sedi decisionali strategiche fuori dai parlamenti e dagli esecutivi nazionali, prima trasmigrandole all’interno di organi sovranazionali non elettivi, privi di rappresentatività democratica – quali la BCE e la Commissione Europea – e poi da questi, con un secondo cruciale passaggio, in organizzazioni finanziarie internazionali come la trojka (costituita dai rappresentanti della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale), proiezioni istituzionali delle oligarchie finanziarie globali le cui politiche vengono spacciate alla pubblica opinione come soluzioni tecniche prive di alternative (“There is not alternative”, secondo il categorico diktat thatcheriano, divenuto il manifesto ideologico del pensiero unico neoliberista).
Questa è l’essenza politica della transizione dal liberismo classico (laissez-faire) improntato a un’astensione dell’intervento pubblico nella regolazione dei rapporti economici, all`attuale neoliberismo improntato alla predisposizione di un ordine pubblico sovranazionale sancito in trattati multilaterali, istitutivi di organismi internazionali che si muovono nella direzione di una definitiva subordinazione degli Stati – soprattutto quelli a legalità debole come l’Italia – alle esigenze dei grandi investitori internazionali.
(…) Se l’analisi sin qui svolta è almeno in parte condivisa, può comprendersi come la questione criminale italiana sia divenuta uno dei terreni sui quali si declina a valle quel gioco grande del potere che, attraversando a monte tutti i livelli dell’ordinamento e i piani della vita collettiva, sta rimodulando, sull’onda di nuovi rapporti di forza, i modi di essere della sovranità, della rappresentanza e della legalità, ridisegnandone i confini. Nel nuovo scenario internazionale dove è in corso una dura competizione senza esclusione di colpi, la legalità debole italiana, che in passato era solo un triste affare di famiglia, è divenuta infatti una sabbia mobile che non solo continua a impantanare la nazione nelle secche del suo torbido passato, ma inghiotte giorno dopo giorno le residue chance di riscatto futuro.

estratto da https://byebyeunclesam.wordpress.com/2018/06/13/la-nuova-razza-padrona/

Antenòr

Video

secondo una leggenda, nel 1860 una nave, chiamata “olandese volante”, era diretta da Amsterdam a Batavia (l’attuale Giakarta). Nonostante fosse colpita da un forte uragano, il capitano decide di proseguire contro il volere di Dio (un po’ come Odisseus) e affonda. Come contrappasso è costretto a navigare in eterno su un mare con grosse onde, che gli impediscono di tornare a casa.

https://francescoguccinifc.wordpress.com/2018/06/11/antenor-commento-di-a-morreale/

Christopher Lasch

Anche se il premier Giuseppe Conte non lo ha citato esplicitamente, l’opposizione tra “popolo” ed “élite” che il governo giallo-verde e i suoi rappresentanti  hanno ormai inserito nella dialettica politica proviene dalla sfida teorica di Christopher Lasch (1932-1994).

Lo studioso statunitense se ne occupò agli inizi degli anni Novanta individuando, in alternativa all’ideologia progressista, ciò che identifica il populismo: produzionismo, difesa della professionalità in pericolo, timore dell’erosione delle competenze artigiane di fronte al progredire della divisione del lavoro, opposizione alla struttura della finanza moderna, forte senso di identità locale. Secondo Lasch l’etica dei populisti non è né liberale né piccolo-borghese, ma anticapitalistica. A suo avviso l’uomo contemporaneo aveva bisogno di recuperare due categorie essenziali per un retto realismo morale: lasperanza e la memoria. La memoria è quella che consente di rinnovare i miti fondatori del passato; la speranza è fede nella vita piuttosto che nel progresso. Il realismo morale “dissolve” nell’uomo la sua illusione di autosufficienza e gli rammenta i limiti della condizione umana.

Infine, secondo Lasch, il futuro della democrazia è condizionato dal fattore populismo: se non si rimette al centro del dibattito il tema della disparità sociale si resterà ancorati al liberalismo classico, insufficiente a dare risposte mentre nei cittadini è necessario sollecitare la crescita di una “responsabilità civica” per renderli partecipi della vita pubblica.

A questo substrato teorico attingono molte delle idee agitate dal M5S e dalla Lega, pur se in modo a volte abborracciato e demagogico. Ma non vi è dubbio che l’incapacità della sinistra di confrontarsi con queste istanze, con quello che si potrebbe definire come “populismo buono”, rappresenta di sicuro una delle cause dell’insuccesso della visione progressista in Italia. Se si dovesse continuare a negare legittimità a queste idee, magari identificandole col fascismo che aveva altri connotati ideologici (si pensi all’idea rivoluzionaria dell’uomo nuovo, alla nazionalizzazione delle masse e al modernismo reazionario) si andrebbe dritti verso una radicalizzazione dei conflitti già esistenti. Infatti, come avverte Alain de Benoist, quando emerge il populismo si è già in presenza di una crisi di legittimità politica che mina il sistema di rappresentanza. Le élite hanno già fallito quando il populismo convince il “popolo sovrano” e gli addita i nuovi nemici: il mercato, il denaro, lo Stato terapeuta, la morale relativista. Occorre allora accettare il confronto, all’interno di una idea davvero pluralista della democrazia, e non demonizzare o deridere questo background, pena l’impoverimento della democrazia stessa, che ci riguarda tutti e da vicino.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60637

La banalità dell’orribile

Una donna accasciata sui binari, appena investita da un treno. E un giovane che si scatta un selfie mentre, dietro di lui, i volontari del 118 stanno soccorrendo la donna ferita. È accaduto nei giorni scorsi alla stazione di Piacenza; a documentarlo è stato il giornalista Giorgio Lambri, con una foto pubblicata dal quotidiano Libertà che poi ha fatto il giro d’Italia.

La banalità dell'orribile

Che l’umanità sia probabilmente arrivata al capolinea ce lo potrebbero dimostrare fatti e immagini di una gravità inaudita in un mondo dove la sofferenza, la disperazione e la miseria sono pane quotidiano per milioni di persone. Un mondo in cui con la fantastica tecnologia che abbiamo potremmo vivere tutti  in pace, sereni, in maniera dignitosa, avendo il giusto da mangiare, un riparo.

Invece, stranamente, tutta questa fantastica tecnologia non ci aiuta in questo senso. Non fa quello che sarebbe il primo compito delle invenzioni, migliorare le condizioni di vita di tutti, nessuno escluso. Si usa la tecnologia per cose contrarie a questi proponimenti e la si spreca in cose banali, assurde, spesso orribili, l’importante è guadagnarci, non importa come. Siamo bombardati di immagini tragiche che decretano la crisi dell’umanità,  tanto è strapieno il mondo di testimonianze di follia assoluta, eppure ce ne sono alcune che nella loro orribile semplicità indicano che si è perso qualsiasi senso e pietà.

Nell’irreale dove  conta solo mostrare e mostrarsi, ogni cosa diventa pretesto per apparire, per documentare qualcosa di singolare, di particolare e aumentare i consensi, le amicizie e così di fronte al dramma di una donna investita da un treno un giovane si ritrae con un selfie con lo sfondo della tragedia. È la virtualità, dove la percezione della realtà non è più tale e anestetizza tutto; questa, mista alla stupidità, sta facendo ottundere ogni senso, ogni pietà, ogni ragione. Come dice giustamente l’amico Valerio Pignatta, la nostra società non è più nemmeno quella liquida di Baumann, che in fondo qualche forma ce l’aveva; la nostra società è vaporizzata, non è più nulla, è zero, niente, stramorta, disintegrata in un selfie di una dramma, così come  chi va a fare turismo nei luoghi di tragedia. Siamo arrivati al limite, oltre questo non c’è più niente.

Forse la natura ci sta spazzando via anche per questo motivo; che senso ha l’esistenza laddove non c’è nessuna pietà, nessuna percezione, nessuna umanità. E probabilmente anche cercando di spiegare al ragazzo l’abisso del suo gesto, non capirebbe, si difenderebbe, penserebbe che non ha fatto nulla di male. Del resto ha ragione lui: la rete ospita cose ben peggiori, in tanti gioiscono e sorridono delle disgrazie altrui, insultano, distruggono esistenze, portano addirittura al suicidio le persone. Persone vittime della ferocia dell’uomo, l’unica vera bestia nel mondo animale.

Povero ragazzo.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/la-banalita-dell-orribile

Italia mia

Fermate l’Italia, voglio scendere. Uno dei problemi, invecchiando, è non riuscire più a comprendere ciò che vediamo. Sfuggono dalle mani i codici per decifrare la realtà nuova, ci si sente estranei, inadeguati e si finisce per rinchiudersi in se stessi. Se la vedano “loro”, noi rimaniamo spettatori di fatti che accadono nostro malgrado e di cui non sappiamo individuare senso o direzione. Come assistere a un film bengalese in lingua originale. Per questo siamo in tanti a voler scendere.

L’Italietta è diventata Italiaccia. Per un paio di giorni abbiamo avuto tre governi. Quello in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula ampollosa e sottilmente umoristica del protocollo ufficiale, quello “del presidente” di Carlo Cottarelli, funzionario del Fondo Monetario Internazionale, nonché quello sgradito a tutte le oligarchie, capitanato dal professor Conte con la partecipazione del bieco bolscevico, fascista e anti europeo Paolo Savona. La formazione gesuitica del capo dello Stato ha permesso di riesumare una categoria teologica caduta nell’oblio, quella dei peccati commessi con pensieri, parole, opere e omissioni. Il processo alle intenzioni del diabolico ottuagenario Savona, pronto ad uscire dall’euro in 48 ore nette (?!) ha tuttavia consentito agli italiani di vederci più chiaro.

 

Roberto Pecchioli

Leggi tutto in https://www.maurizioblondet.it/la-loro-italia-feroce-e-spietata/

Non scholae sed vitae

Forse aveva ragione Dario Fo quando sosteneva che “il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento. Per questo è il padrone”. La migliore rappresentazione del concetto la offrì Paolo Villaggio con il personaggio di Fantozzi. Il mite ragioniere, già soldatino fedele all’azienda si trasforma in contestatore sulle piste del collega Folagra. Convocato dal “mega direttore galattico”, Fantozzi è messo nel sacco dal vecchio volpone che ribalta facilmente il suo lessico. Fantozzi grida contro i padroni, attacca gli sfruttatori in nome dei morti di fame. Calmissimo e quasi benevolo, il rappresentante del potere rovescia i termini: le giuste definizioni sono datori di lavoro, benestanti e classe meno abbiente. Il ragionier Ugo osserva rapito l’acquario degli impiegati, una sorta di paradiso aziendale riservato ai dipendenti più fedeli e ubbidienti. Ammaliato, rinuncia alle sue idee deciso a conquistare un posto nell’acquario.

Siamo testimoni passivi di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli lontano da noi e contro di noi. Persino un curriculum serve per sviare il dissenso, ricondurlo alla grammatica – ovvero agli interessi – delle oligarchie dominanti. Da tempo ci hanno persuaso che l’accorpamento e la chiusura di fabbriche e uffici, con conseguenti licenziamenti massicci, è una benefica ristrutturazione. Recenti libri di testo tentano di convincere i ragazzini delle medie che la delocalizzazione industriale è cosa buona e giusta, mentre la precarietà di vita è un’opportunità, positiva mobilità, la spinta a diventare imprenditori di se stessi. Altri chierici del sistema stabiliscono, contro ogni evidenza naturale, che i generi non sono due, ma un numero mobile e imprecisato. Al fine di rendere più credibile l’assunto, decidono la sostituzione dei significanti: genere al posto di sesso, il gioco è fatto. Strutturalismo al potere.

Il mago Houdini non avrebbe fatto di meglio. Nel nostro caso, agli occhi del popolo credulone e disattento, curriculum è diventato sinonimo di titoli di studio. Il ministro dell’istruzione signora Fedeli millantò ben altro nel silenzio generale, ma milita nella parte giusta: per lei indulgenza plenaria unita all’irritazione contro chi adombrò l’inadeguatezza al ruolo della matura sindacalista toscana. Il rapporto tra masse e potere cambia nelle forme, non nella sostanza. Padrone è chi possiede il significato delle parole.

Roberto Pecchioli in

https://www.maurizioblondet.it/lacquario-di-fantozzi/

Fiabe

C’era una volta la fiaba di tutte le fiabe. E c’è ancora perché il matrimonio dell’anno, quello tra il principe Harry e l’attrice Meghan Markle è stato raccontato come l’ennesima variazione sul tema principe della retorica rivolta al mondo femminile. Quella, cioé, della ragazza acqua e sapone che, vincendo tutte le ipocrisie e tutti i protocolli, vivendo come le pare, riesce a coronare il sogno di cingere sul capo una corona da principessa. Da Pretty Woman in poi, il cinema ha attinto a piene mani a questo pregiatissimo cliché.

Così ha senso il racconto stucchevole (si può dire?) che di queste nozze è stato fatto. È una questione di propaganda, una fiaba di soft power. È una storia che celebra l’apertura mentale della monarchia inglese che si infutura (sic!) consentendo a un suo rampollo reale di impalmare una ragazza “come tante”. Ciò ha una morale di fondo: chiunque può fare tutto, chiunque può raggiungere i suoi obiettivi, basta credere fermamente ai propri sogni. Insomma, la celebrazione dell’american way of life nella vecchia Inghilterra e nel tempo in cui l’ascensore sociale – l’autentico convitato di pietra alle nozze – è da tempo che non funziona più.

Intanto, però, questo matrimonio ha creato consenso attorno alla regina, attorno ai reali d’Inghilterra e, soprattutto, ha creato immaginario cementando e rafforzando l’idea di libertà e d’uguaglianza dove anche l’ultima cameriera di Soho può sognare legittimamente di diventare duchessa di Kent. O una grande erediteria, oppure una star di Instagram.

Ne esce rafforzatissimo il prestigio inglese, si conforta l’autocritica  dell’Occidente a rimirare l’avverarsi di uno dei suoi capisaldi pop (diventeremo tutti borghesi).

La battaglia culturale passa anche, forse soprattutto, dalla guerra per la reputazione, quello che l’inglese globalish definisce, appunto, soft power. Ogni popolo, ogni nazione, ogni Stato ha un patrimonio culturale che consente, o almeno dovrebbe consentire, a ogni persona di rispondere all’omerico dilemma: “Chi sei tu, tra gli uomini?”.

Anche questa battaglia è ormai su scala mondiale, planetaria. Il disinteresse, il calcolo economico di piccolissimo cabotaggio, rischia di travolgerci ancora. In Europa, l’immagine dell’italiano è quella di una simpatica canaglia che fa commercio della sua parola, poco preziosa dacché la tradisce in continuazione. È l’idea del Nord Europa, protestante e avvelenatissimo – da secoli – contro l’opulenza romana.

Nel mondo, è una macchietta più italoamericana che italiana. È nelle cartoline seppia dipinte da Woody Allen, nei completi indossati dall’inclemente Joe Bastianich, nelle smorfie patetiche di Luigi Risotto, il cliché italiota de I Simpson, nelle pagliette insopportabili da guappi col colesterolo alto e la mamma imbiancata. Insomma, roba da barzelletta.

estratto da http://www.barbadillo.it/74893-soft-power-la-lezione-delluk-con-il-matrimonio-harry-meghan-e-la-debolezza-dellitalia/