La società livida

Dall’America, insieme a mille altre sciocchezze, abbiamo importato i contratti matrimoniali, le minuziose descrizioni di ciò che si può e non si può fare in coppia, diritti, doveri, i rapporti economici come principale campo di battaglia, poi il sesso, la custodia e il mantenimento dei figli, a numero programmato sotto pena di risarcimento e, sul medesimo piano, gli animali domestici. Una vita ridotta a assemblea permanente con tutor, avvocati, consulenti, moduli burocratici e esperti di sostegno, i sentimenti relegati nella partita doppia, i figli a me dalle 8 alle 12, poi a te per due ore, le scarpe a mio carico, la scuola a te, per me il calcetto del mercoledì, a te il collettivo con le compagne il sabato, baby sitter a mio carico, il dog sitter lo paghi tu, se resti incinta aborto libero, nel capitolato non è previsto il secondo figlio, paga lo Stato, il ticket per fortuna è detraibile. Il trionfo del mercante in un deserto senza oasi.

Il risultato è la fine del matrimonio e il trionfo del rapporto occasionale, la pulsione al posto dei sentimenti, l’attimo in luogo del progetto a lungo termine, l’universo “liquido” di relazioni brevi, basate sul piacere (proprio) e tutte le forme di interesse: un mercato indegno dell’essere umano. Il neo femminismo si è trasformato in religione settaria con una forte dimensione messianica.  Hanno raggiunto la verità assoluta, dividono il mondo tra amici e nemici da distruggere, dietro il velo sempre più impalpabile della tolleranza emerge il totalitarismo, l’odio iracondo per l’uomo, l’altro/a, per chi osa non essere conforme. Lo scritto della Cirinnà è rivelatore: è “vita de merda” – anche l’ortografia ha regole nuove, non eteropatriarcali – tutto ciò che non si piega al modello settario. E’ un miscuglio indigeribile di nazismo (la nuova razza superiore tutta al femminile) e di veterocomunismo (le leggi ad hoc, nuove burocrazie al servizio dell’ideologia, la pulsione a omologare, schiacciare, il divieto del dissenso).

Ogni gesto, sguardo, azione, intento deve essere analizzato, scrutato, sottoposto a giudizio da parte di nuove burocrazie, tribunali del pensiero che confermano la vera natura del fenomeno, un po’ nazi, un po’ giacobino, il resto neocomunista: inquisizione, delazione più gogna sulle reti sociali e, quando necessario, aggressione fisica, disprezzo intellettuale, emarginazione. Un mondo fatto di sfiducia reciproca con una vittima e un carnefice designato a priori il cui destino è l’alternativa tra essere riconfigurato o condannato preventivamente. Risorge la fisiognomica criminale di Lombroso in versione anti maschile, nuovi pregiudizi al posto di quelli vecchi, bella emancipazione, splendido esercizio di libertà, democrazia, tolleranza dell’ideologia progressista.

Nel corso del carnevale, in alcuni paesi è stato esplicitamente vietato, con tanto di pesanti sanzioni, lo scherzo, la battuta scherzosa, in quanto sessista oppure omofoba o, Dio non voglia, razzista e maschilista. Strano solo in apparenza il divario tra il femminismo, sempre buono e giusto, e il maschilismo. Il giudizio è contenuto nelle parole, come insegna il politicamente corretto, scissione della realtà dai termini che la esprimono per caricarla del contenuto etico voluto. La censura non cambia, mutano solo i bersagli.

Dicevamo che il nuovo femminismo è il filo che collega una serie di totem postmoderni. Il loro punto di congiunzione è l’idea comune sull’aborto. Banalizzato come meccanica espulsione di cellule indesiderate dal corpo della donna, in cui si sarebbero introdotte abusivamente (??) per colpa dell’animale maschio, il rigetto della gravidanza indesiderata si è trasformato in rifiuto complessivo della maternità. Gruppi di donne autonominate “child free” sono ostili alla prospettiva di essere madri. Certo, è faticoso portare in grembo un figlio per nove mesi, partorire comporta dolore e dei rischi, poi il bimbo (o la bimba, bisogna stare attenti a non macchiarsi di maschilismo grammaticale) nasce e bisogna accudirlo, crescerlo, educarlo. Per questo reclamano più Stato, a spese altrui, per scaricare responsabilità e disagi tra esperti, figure professionali in camice bianco, consultori, personale “di sostegno”.

https://www.maurizioblondet.it/neofemminismo-il-colore-del-rancore/

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Attenti al panurgo che c’è in voi

di qui la frase i montoni di Panurgo (les moutons de Panurge), passata proverbialmente a indicare la pecoresca mentalità delle folle.

Il simplicissimus

depositphotos_13296145-stock-photo-panurge-sheepsOggi voglio tentare un’idea disperata: introdurre l’uso di una parola non inglese in questo italiano disarticolato, primitivista e allo stesso tempo barocco grazie all’opera della Rai che dopo essersi venduta i congiuntivi per fare populismo e audience,  si è dedicata alle più scialbe ridondanze tipo giovane ragazza o locuzioni inutili come” quello che è” una certa cosa. Bene mi piacerebbe che venissero accolte le parole panurgismo e panurgo, entrate nel francese, nello spagnolo e nel portoghese sulla scia della saga rabelesiana di Gargatua e Pantagruel. Da noi quella straordinaria serie romanzi ha lasciato solo l’aggettivo pantagruelico, ma sarebbe quanto mai opportuno cominciare ad usare i nuovi lemmi, derivati dal personaggio di Panurge,  essendo straordinariamente utili a descrivere la realtà, anche se non proprio bellissime. Nelle altre lingue citate l’aggettivo e il sostantivo hanno ormai cinque secoli e si sono fossilizzati in Francia col significato di spirito gregario, di “pecorismo” se…

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Misteri

Uno dei ministeri fondamentali, perché riguarda il futuro immateriale della nazione, quello della Pubblica Istruzione, sembra essere il refugium paccatorum dei demagoghi, degli incompetenti, dei conformisti, dei confusionari. Si pensava che la rossa Fedeli, che gabellò un diploma inesistente, fosse il peggio del peggio, ma ci eravamo illusi. Infatti la Lega non ha trovato di meglio da insediare al suo posto nel palazzone umbertino di Viale Trastevere che un personaggio non molto migliore. Un ministro che avesse voluto segnare una “discontinuità” con il passato, come amano dire i gialloverdi, non solo avrebbe dovuto neutralizzare le direttive generali  demagogiche e ideologiche della suddetta signora, ma procedere controcorrente e ripristinare disciplina, rispetto, ordine in un ambiente, come quello scolastico, che ornai sembra oscillare tra l’anarchia e il western, come dimostrano innumerevoli episodi di cronaca quasi nera che tutti conoscono.

Alla poltrona della Fedeli vi  è stato invece insediato un certo Marco Bussetti di anni 57, già insegnante di ginnastica, già allenatore e dirigente di una squadra di pallavolo, già dipendente del Provveditorato di Milano, il quale a quanto pare intende procedere lungo la via della cretinizzazione dei ragazzi, come dimostra la questione dei cellulari in classe.

Una proposta di legge presentata da due deputati, uno della Lega e uno di Forza Italia, vorrebbe proibirli a scuola e in classe. Secondo il signor ministro invece cellulari & affini sono “strumenti didattici”. Il poverino  pensa infatti che i giovani si possano autocontrollare e usarli soltanto quando servono di ausilio per certe lezioni e tenerli poi spenti in tasca quando non servono. Beato lui! Evidentemente non legge le cronache, non ha figli che vanno a suola, non è entrato mai in una classe durante una lezione, non ha mai parlato con docenti e presidi. E evidentemente nemmeno sa che in  Francia per legge i telefonini, gli smartphone e i tablet soprattutto, sono vietati alle elementari e alla medie, regolamentati alle superiori. E nemmeno sa di quella scuola di cui è stato anche scritto su queste pagine, che li ha vietati e alla cui regole gli allievi si sono adattati senza avere quei traumi che moti paventano. Mentre il caso vuole che negli stessi giorni di queste sue banali dichiarazioni il famoso istituto Massimo di Roma, retto dai gesuiti, ha intrapreso questa via; gli aggeggi elettronici si consegnano all’ingresso della scuola e si restituiscono all’uscita, a meno che non servano effettivamente di ausilio durante una lezione…

Se la legge non passa o verrà insabbiata continueremo ad avere ragazzini e ragazzine distratti e ignoranti che usano lo strumento che hanno in tasca anche per filmare quel che avviene in classe e sbatterlo in rete, ricattare i loro compagni e fare altre sciocchezze del genere che hanno portato anche a veri drammi, con grande soddisfazione del ministro Bussetti che certe cose non le conosce perché a quanto pare  non  legge i giornali e non quarda la televisione, oppure nessuno dei suoi sottoposti gli redige un “mattinale” che gli illustri quel che succede nelle scuole italiane che da lui dipendono

Se per caso passasse, il ministro dovrebbe avallarla e non boicottarla, e presidi e docenti dovrebbero applicarla con convinzione senza far finta di nulla, e i genitori farsene una ragione, senza comportarsi come quei sindaci che, quasi fossero uno Stato nello Stato, non vogliono applicare il Decreto Sicurezza e fanno come meglio piace a loro. Di certo si dovrebbe far fronte alle levate di scusi dei fanciulli e dei devoti mediatici. Una prospettiva non da poco con l’aria che tira e che a quanto pare il ministro Bussetti non ha il coraggio e la convinzione di affrontar. Assai meglio vivere tranquilli, seguire la corrente limacciosa del conformismo più che della storia. Ma ecco perché la scuola italiana è agli ultimo posti delle graduatorie europee…

http://www.barbadillo.it/80970-il-caso-il-marziano-bussetti-se-litalia-ha-il-ministero-della-pubblica-ignoranza/

Comunità

Ferdinand Tönnies (1855 – 1936) sociologo tedesco e fondatore della Società tedesca di sociologia, elabora una delle più importanti distinzioni atte a catalogare il tipo di relazione presente in una società umana: la differenza tra Gemeinschaft e Geselleschaft. La Gemeinschaft (Comunità), tipica della società primitiva, è una totalità organica, costituita su alcuni cardini fondamentali, quali i vincoli di sangue (famiglia e parentela), di luogo (vicinato) e di spirito (amicizia). L’insieme di questi rapporti è costituito da intimità, riconoscenza, condivisione di linguaggi, significati, abitudini, spazi, ricordi ed esperienze comuni, mentre le diseguaglianze hanno spazio solo entro certi limiti, oltrepassati i quali i rapporti divengono rari e insignificanti, fuoriuscendo da “comunanza” e “condivisione”. Essa è dunque un “tutto” la cui portata eccede quella delle sue parti, e nel quale la reciproca assistenza e la solidarietà si sviluppano a partire dal bene comune.La Geselleschaft (Società), invece, tipica della società industriale moderna, è “una costruzione artificiale, un aggregato di essere umani che solo superficialmente assomiglia a una comunità, dove gli individui restano essenzialmente separati, nonostante i fattori che li uniscono” (Tönnies F., Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887). Nella società, gli individui vivono per conto loro percependo come minaccia ogni tentativo di entrare nella propria sfera privata. I rapporti sono improntati sul modello scambio di mercato e non mettono in relazione tra loro gli individui come “totalità”, ma soltanto per le loro “prestazioni”. C’è da dire che tra i due modelli non esiste una netta separazione, e dunque in una delle due è presente a vario grado anche l’altra.

La comunità: una necessità naturale

Il sociologo francese Michel Maffesoli

Il bisogno di fare ed “essere comunità”, viene quindi da lontano, ed è connaturato alla vita stessa dell’uomo sul pianeta e alla necessità di legarsi e creare legami di varia natura su uno specifico territorio. Del resto anche nelle avanzate e “atomizzate” metropoli occidentali, emergono sempre maggiormente tipi di comunità legate a particolari visioni del mondo, gusti artistici e musicali, e finanche allo stile di vita o a un luogo di aggregazione sociale. Tra queste le tribù postmoderne come sapientemente definite dal sociologo francese Michel Maffesoli. Per Maffesoli, l’età del puro individualismo viene superata dalla rinascita “dionisiaca” del bisogno di solidarietà, prossimità e appartenenza che è di tipo comunitario, sensibile ed emozionale. Dunque, scorporando il fondamento arcaico alla Gemeinschaft di Tönnies, è possibile che si configurino anche queste nuove forme di comunità, le quali non leghino esclusivamente le persone sulla base della origine comune e che impongano essa come possibile soluzione alle storture della globalizzazione.

https://sociologicamente.it/la-gemeinschaft-come-soluzione-alle-storture-della-globalizzazione/3-13/

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Esproprio proprietario

La generazione Erasmus, (dis)educata a sentirsi cittadina del mondo, ovvero del nulla, è precaria e guadagna poco. Difficilmente potrà comprarsi una casa, meglio convincerla a non avere nulla di suo, stabile, un nido da amare, un luogo dove tornare. Viandanti del nulla dipendenti dal consumo, innamorati di nulla e di nessuno, solo relazioni veloci. Del nostro passaggio nel mondo non deve restare nulla di forte, tantomeno di “nostro”. Siamo ombre, spettri a dimensione unica, l’unica traccia permessa è quella informatica.

Mezzo secolo fa lo cantava Patty Pravo: “Oggi qui domani là io vado e vivo così; senza pene vado e vivo così, casa qui io non ho, ma cento case io ho. Oggi qui domani dove sarò, qui e là io amo la libertà. Io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai, oggi qui domani là, mi piace andare così, senza freni vado e vivo così.” Obiettivo raggiunto: la generazione di Imagine ha vinto cambiando bandiera. Dal rosso di allora all’arcobaleno liberal progressista.  Senza più un tetto, si illudono di essere di casa ovunque.

Qualcuno vince e ci usa come materiale. I proprietari di tutto non credono affatto alle idee che diffondono alla plebe sottostante. Tuttavia, neanche loro vivono bene, sempre più asserragliati nelle loro proprietà tra sensori e filo spinato, guardie armate e divieti di accesso per noi. Più astuti dei comunisti di ieri, ci drogano di false libertà, ma nei fatti siamo solo liberi di correre in tondo come il criceto nella gabbia, simili ai rematori dei galeoni al ritmo del tamburo. E se io rivendicassi la libertà di stare fermo, contemplare, amare, riflettere sulla mia finitudine che conduce a Dio?

Nel mondo in affitto, non possiamo essere nulla ma possiamo avere tutto a pagamento per un attimo, per poi desiderare qualcos’altro. Ma niente deve essere nostro, nulla deve rimanere di noi, neppure il ricordo. I nostri benevoli padroni non vogliono e ci fanno credere che questa è la vita, la felicità, il destino naturale. Tra valigie fatte e disfatte, consumo e piacere rapido e obbligatorio, l’uomo torna bestia senza l’innocenza dell’animale: vite ridotte a strani, oscuri interludi sullo schermo elettrico di Dio Padre (Eugene O’Neill). O sul lussureggiante showroom del Dio Mercato, ultimo monoteismo.

ROBERTO PECCHIOLI

https://www.maurizioblondet.it/la-vita-a-noleggio-lesproprio-proprietario/

                  

Il saccheggio

INPS: erogazione di 440 prestazioni di cui solo 150 di natura pensionistica
Il resto è assistenza che dovrebbe essere pagata con i soldi delle tasse o del Tesoro e non con i contributi previdenziali o tagliando le pensioni.
Il costo degli ammortizzatori sociali è sempre più a carico della collettività.

Ricapitoliamo: l’INPS non si incarica di rendere ai cittadini ciò che hanno versato in una vita lavorativa (cosa che in sé, come dimostrato, frutta all’INPS un buon saldo positivo) ma si incarica anche di pagare quei settori in crisi a causa degli sciagurati vincoli imposti dalla UE oppure per le scelte delle imprese di tagliare i costi trasferendo all’estero la produzione oppure ancora a causa della crisi generale. In nessun modo lo Stato riesce a rivalersi su chi sta impoverendo strati sempre maggiori di popolazione.

Il segreto per conseguire costanti impoverimenti, l’avete già capito, sta tutto nel creare l’obbligo di pareggio di bilancio mettendo al suo interno voci che non c’entrano con i servizi, ma che trascinano gli stessi bilanci verso il deficit.

Quindi si assiste ad un incorporare e scorporare, a seconda del tornaconto politico, cifre e impegni nelle varie voci che compongono il bilancio dello Stato, con un occhio di riguardo verso le direttive europee che ci hanno “obbligato” (per ignavia o più facilmente per interessi personali) a modificare anche la nostra Costituzione. In ossequio a tali direttive e alla pletora di lobbisti che stazionano a Bruxelles per difendere gli interessi delle elites, ci siamo attrezzati a smantellare il welfare, a far andare in pensione cittadini sempre più vicini all’inevitabile dipartita, a non sovvenzionare adeguatamente diritti costituzionali quali sanità, istruzione, casa e lavoro per lasciare spazio ad una gestione aziendale dello Stato, ovvero alla dittatura dell’austerity a tutto beneficio delle grandi corporation.

Anna Rossi

Stralci da:Fonte: www.comedonchisciotte.org
31.01.2019

Il M5S

Da qualche settimana molti miei contatti pentastellati o ex pentastellati esprimono notevoli perplessità riguardo al comportamento del M5S al governo.
Le perplessità, che talvolta si tramutano in vere e proprie critiche, riguardano talvolta una o altra presa di posizione, sia essa in tema di rapporti con l’Unione Europea, di federalismo differenziato, di incapacità di non farsi egemonizzare dalla Lega, di vaccini, di Lino Banfi o altro.

La liquidità del Movimento 5 Stelle non dovrebbe tuttavia sorprendere.
Il M5S, lungi dal rappresentare la cura al cancro che affligge il nostro Paese da ormai trent’anni ne rappresenta la metastasi.
Gli stessi pilastri strutturali che sorreggono il M5S sono estremamente organici al sistema liberale e neoliberista che esso si prefiggeva l’obiettivo (tra i tanti, diversi e spesso contraddittori) di attenuare.

Il M5S ha infatti acceso gli entusiasmi grazie ad un marketing ingannevole sfrenato, instillando nelle persone (nella maggior parte dei casi brave persone in buona fede) la credenza di poter partecipare ad una rivoluzione senza colpo ferire.
Non si capiva bene in che cosa dovesse consistere la rivoluzione, se mettere delle persone oneste (qualunque cosa voglia dire) al potere, se fare una riconversione ecologica mondiale (qualunque cosa voglia dire) o uscire dall’euro (qualunque cosa voglia dire).

La mancanza di uno Statuto, la mancanza di una ideologia, il rifiuto dell’idea di partito alla cui linea i militanti (significativamente chiamati attivisti, a mo’ di richiamo morale all’attivismo volontaristico) si debbano sottomettere e il proporsi invece come un corpo eterogeneo nel quale ciascuno possa esprimere la propria opinione hanno reso il M5S la più fragile e inutile creatura politica nata dopo l’ingloriosa fine della Prima Repubblica, superata forse solo dal Fronte dell’Uomo Qualunque.

L’idea che un partito potesse nascere su principi prettamente aziendalistici, ovvero portando alle estreme conseguenze il male del nostro tempo, lo ha reso sostanzialmente una scorciatoia attraverso la quale furbi/e e prostituti/e possono raggiungere rapidamente la stanza dei bottoni.
Le grandi aziende private, infatti, sul cui modello è basata la struttura del M5S, oggi presentate dal gotha liberista come il luogo di produzione del Bene e della meritocrazia (qualunque cosa voglia dire), sono in realtà nella quasi totalità dei casi i luoghi dove si produce, alimenta e incentiva la mediocrità, l’intrigo, la prostituzione.

Il M5S ha implicitamente scelto di bollare come deficienti i grandi intellettuali che hanno, nel corso dei decenni e dei secoli, elaborato la teoria della prassi, da Von Clausewitz a Mazzini, a Lenin, a Gramsci, i quali avevano ben chiaro come la vera macchina della prassi politica, il vero corpo rivoluzionario, non potesse essere che il partito/associazione.
Il partito/associazione inteso come luogo non di discussione, non dove ciascuno porta le proprie idee, non dove si incontrano gli attivismi e le battaglie più disparati e spesso contraddittori.

Il Partito è castrazione, è sottomissione dell’ego, è sacrificio dell’io.
Ed è questa la sua potenza, perchè nel Partito l’intellettuale collettivo è molto più potente degli intelletti singoli;
perché nel Partito si ha la formazione e la selezione delle persone sulla base della fedeltà che dimostrano in anni di militanza nei confronti dell’obiettivo.
Perché le grandi cose nascono dai grandi sacrifici.

Editoriale del 29/01/2019 Federico Monegaglia
FSI – Riconquistare l’ Italia

P.S. Un partito è anche presentarsi alle elezioni cominciando dalle amministrative (e non saltare direttamente ai vertici)

La sinistra imperiale

Il Manifesto (e non solo): le simpatie neocolonialiste della “sinistra” imperiale finalmente smascherate

di Omar Minniti – 23/01/2019

Il Manifesto (e non solo): le simpatie neocolonialiste della "sinistra" imperiale finalmente smascherate

Fonte: L’Antidiplomatico

A Di Maio, Di Battista, ai 5 Stelle ed al governo Conte va riconosciuto un grande merito, che resterà tale indipendentemente dai risultati amministrativi: quello di aver fatto venire a galla, senza più alcuna copertura, le simpatie neocolonialiste della “sinistra” imperiale al gran completo, da Il manifesto a Rifondazione, da Pap a molti centri sociali, passando per filosofi presunti “marxisti” ed i cacciatori di rossobruni.
Quella in difesa del Franco Cfa e delle ingerenze di Macron in Africa è stata una levata di scudi corale e coordinata. Nemmeno i fogli vicini al governo di Parigi e le veline diramate dalle ambasciate del nuovo Re Sole sono arrivati a tanto.
Dopo aver difeso, con la baionetta ai denti, la necessità del grande capitale italiano ed europeo di importare milioni di schiavi sottopagati, dopo essere riusciti a far passare per vittime perfino gli scafisti trafficanti di esseri umani e torturatori, ecco la mobilitazione in difesa delle politiche affamatrici delle potenze occidentali in Africa.
Non è un caso che questi sinistrati vadano d’amore e d’accordo con il Vaticano. Il ruolo che oggi rivestono è simile a quello esercitato dai gesuiti ai tempi dei conquistadores. Sono coloro che benedicono, giustificano e fanno diventare politicamente corretta la spada dell’imperialismo contro i popoli del Terzo Mondo. Solo che i preti lo facevano in nome di dio, mentre i nostri “compagni” agitano il vessillo farlocco e strumentale dei diritti umani e civili.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61486

Parole d’ordine

Fonte: Marcello Veneziani

La parola d’ordine del Cretino Proletario per farsi riconoscere e ammirare è: vogliamo ponti, non muri. Appena pronuncia la frase, il Cretino Planetario s’illumina d’incenso, crede di aver detto la Verità Suprema dell’Umanità, e un sorriso da ebete trionfale si affaccia sul suo volto. Non c’è predica, non c’è discorso istituzionale, non c’è articolo, pistolotto o messaggio pubblico, non c’è concerto musicale, film o spettacolo teatrale che non sia preceduto, seguito o farcito da questa frase obbligata. L’imbecille globale si sente con la coscienza a posto, e con un senso di superiorità morale solo pronunciando quella frase. Il cretino planetario diverge solo nella pronuncia, a seconda se è un fesso napoletano, un bobo sudamericano o un lumpa siculo. In Lombardia c’è un’espressione precisa per indicare chi si disponeva ai confini per mettersi al servizio dei nuovi arrivati, dietro ricompensa: bauscia.

Il cretino planetario ripete sempre la stessa frase, sia che parli di migranti che di ogni altra categoria protetta. Lui è accogliente, come gli prescrivono ogni giorno i testimonial del No-Muro, il Papa, Mattarella e Fico che ogni giorno guadagna posizioni nel Minchiometro nazionale, l’hit parete dedicata a chi sbatte la testa contro il muro.

Il pappagallo globale marcia contro i muri, più spesso ci marcia, ma la parola chiave serve per murare il Nemico, per separare dall’umanità evoluta ed accogliente i movimenti e le persone che s’ispirano all’amor patrio, alla sovranità nazionale, alla civiltà, alla tradizione. L’appello ad abbattere i muri e a stendere ponti è ormai ossessivo e riguarda non solo i popoli e i confini territoriali ma anche i sessi e i confini naturali, le culture e i comportamenti, le religioni e le appartenenze, e perfino il regno umano dal regno animale. Dall’Onu al golden globe, dalla predica al talk show e alla canzone, l’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso.

Ora, io vorrei prima di tutto osservare che i muri più infami che la storia dell’umanità conosca, non sono i muri che impediscono di entrare ma i muri che impediscono di uscire. Come sono, necessariamente, i muri delle carceri e come fu, l’ultimo grande, infame Muro che la storia conobbe, a Berlino. E che non edificò nessun regime nazionalista o sovranista, nessun dittatore e nessun Trump ma il comunismo. Chi tentava di superare quel muro e quel filo spinato per scappare dalla sua terra, era abbattuto dai vopos. Nessun regime autoritario o nazionalista ha mai avuto la necessità di innalzare un muro per impedire che la popolazione scappasse. Né si conoscono esodi di popolo paragonabili a quelli dove ha dominato il comunismo.

Se vogliamo restare in Italia, e a Roma in particolare, c’è solo un muro nel cuore della Capitale che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti. E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità. Detto questo, a coloro che amano la civiltà e la tradizione, l’amor patrio e la sovranità nazionale, si addice piuttosto il senso del confine. Perché confine significa senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le identità e le comunità. Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si possono aprire e chiudere, che servono per confrontarsi sia nel colloquio che nel conflitto, comunque per delimitare o arginare quando è necessario. La società sradicata del nostro tempo ha perso il senso del confine, e infatti sconfinano i popoli, i sessi, le persone, si è perso il confine tra il lecito e l’illecito. Sconfinare è sinonimo di trasgredire, delirare, sfondare. La peggiore maledizione per i greci era l’hybris, lo sconfinamento, la smisuratezza, il perdersi nell’infinito. Il confine è protezione, sicurezza, è umiltà, è tutela dei più deboli, non è ostilità o razzismo. Vi consiglio di leggere L’elogio delle frontiere di Régis Debray. Ai più modesti, consiglio l’elogio dei muri di Alberto Angela che non mi risulta un ufficiale delle SS.

Senza muri non c’è casa, non c’è tempio, non c’è sicurezza. Senza muri non c’è pudore, intimità, protezione dal freddo, dal buio e dall’incognito. Senza muri non c’è senso della misura, riconoscimento del limite e dei propri limiti. Senza muri non c’è bellezza, non c’è fortezza, non c’è fondazione delle città, non c’è erezione di civiltà. Non a caso le città eterne nascono da Romolo che tracciò i confini, non da Remo che li violò. I muri sono i bastioni della civiltà, gli ospedali della carità, le biblioteche della cultura, le pareti dell’arte, il raccoglimento della preghiera.

Se il cretino planetario non lo capisce, in compenso lo capiscono bene gli anarchici di Tarnac che colsero nel muro abbattuto la vittoria del caos e dell’anarchia: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre un sistema di valori a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre, cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale” (Gouverner par le Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation, 2008).

Le città senza confini perdono la loro identità, come le persone che perdono i loro lineamenti. Non capovolgete l’amore per la famiglia in omofobia, l’amore per la propria patria in xenofobia, l’amore per la propria civiltà in razzismo, l’amore per la propria tradizione in islamofobia. E l’amore per i confini in muri dell’odio. Ma tutto questo il Cretino Planetario non lo sa.

L’anno che verrà

L’ANNO CHE VERRA’

“Caro amico Di Battista la legge sul taglio dello stipendio dei parlamentari te la puoi anche tenere. A noi di risparmiare lo 0,001% del pil interessa poco. E di gesti dal valore puramente simbolico ne abbiamo fin sopra i capelli.
Quello che dovresti fare è aiutare i tuoi compagni a darci una legge che ripristini la divisione tra banche commerciali e banche d’affari.
Una legge che ridia alla Banca d’Italia la possibilità di tornare pubblica ed emettere moneta.
Una legge che obblighi nuovamente quella Banca d’Italia ad acquistare i titoli del Tesoro rimasti invenduti.
Una legge che modifichi le aste marginali dei Btp italiani.
Una legge che vieti alle banche che in passato hanno fatto Cartello di essere riconosciute come investitori specialisti alle nostre aste di titoli di Stato.
Una legge che impedisca a chi ha fatto parte del Direttivo di organizzazioni internazionali dichiaratamente antidemocratiche di poter far parte di governi democratici.
Una legge che tolga il pareggio di bilancio dalla nostra Costituzione.
Se comincerete il 2019 facendo una sola delle leggi sopraelencate, noi italiani lo stipendio ve lo vogliamo raddoppiare e non dimezzare.
Il lavoro di chi salva il popolo non ha prezzo.
Se invece i tuoi compagni di squadra non riusciranno a portare avanti nessuna di queste leggi prioritarie per la salvezza del paese, allora permettimi di dirti che il loro stipendio, seppur dimezzato, risulterà comunque eccessivo per non dire inutile.
So che sei stato molti mesi fuori dal paese, quindi ti aggiorno: In Italia siamo finalmente usciti dalla logica del fumo negli occhi. Abbiamo smesso di parlare di auto blue, di vitalizi, e di sprechi dei parlamentari ed abbiamo cominciato almeno a ragionare sulle questioni vitali per il paese. Il popolo ha iniziato ad aprire la sua mente e a guardare oltre la cortina fumogena delle manovre da zero virgola.
Se vuoi dare il tuo contributo sei il benvenuto ma se pensi di farlo con proposte del genere preferiamo tornare a guardare le tue foto dal Sud America.
Chi ti scrive è una mano amica”.

Con stima e affetto,
Francesco Amodeo

Fonte – Profilo FB Francesco Amodeo
1 gennaio 2018 17:27