Il futuro del sovranismo

L’altro lato da prendere in esame è il campo della destra, e parlo dell’area radicale, di cui una parte è nel nuovo corso e appoggia il governo in carica. In taluni casi essa lo fa anche “molto” entusiasticamente, ma in altri si rinchiude in una critica distruttiva e a prescindere. Le posizioni critiche risentono troppo di una concezione reazionaria tout court, per cui tutto ciò che è popolo è di per sé sbagliato. In “Populismo – La fine della destra e della sinistra”, Alain de Benoist ricorda che diversamente da queste concezioni “la democrazia moderna è sfociata non nell’oclocrazia, il potere della plebaglia o della moltitudine denunciato già da Platone, ma in una forma nuova di oligarchia politico-mediatica e finanziaria”. La questione di fondo è che pur miscelando nell’unico calderone di popolo gli aspetti sia di demos (il popolo politico), che ethnos (il popolo definito dalla sua storia e dalla sua cultura) che plebs (il popolo delle persone normali e delle classi popolari), il populismo porta alla ribalta il popolo come soggetto politico storico. Un popolo “cosciente di sé”, che attualmente non ha “alcuna” voce in capitolo e che quindi chiede “naturalmente” di esprimersi. Anche dal punto di vista di una concezione “organica” è vero che le società sono guidate dalla testa, ma è pur vero che esiste la pancia, è vero che lo “Stato organico” è la rappresentazione massima dell’elemento superiore che ordina l’inferiore, ma è pur vero che esiste l’elemento inferiore. Il sistema mondialistico, ben rappresentato dalla UE, praticamente “annichilisce” sia la “pancia” e che l’elemento “inferiore”.

In questo senso il populismo potrebbe essere visto come un’operazione di risveglio collettivo del “femminino sacro” nei popoli d’Europa e d’Occidente. Infatti, affinché lo Spirito possa primeggiare all’interno dello Stato, alla luce di queste concezioni, non lo si può certo fare se l’anima è completamente sottomessa, soverchiata e non coniugata ad esso. L’analisi di destra e sinistra dal punto di vista del contesto politico-ideologico in atto, ci è utile perché uno dei punti teorici del movimento sovranista/populista è il superamento della dicotomia destra/sinistra. Questo siase coniughiamo il superamento in varie formule, sia se lo affrontiamo col trasversalismo, in chiave di alleanze politiche, ideologiche e genericamente “intellettuali”. A riguardo l’operazione più corretta, fluida e lineare sarebbe direttamente elaborare “nuove sintesi teoriche”, in grado di dare sfogo al meglio della metafisica, della scienza, della cultura “occidentale” all’interno di quadri teorici organici che fungano essi stessi da guida “pratica” nell’azione politica, sia in chiave strategica che nella gestione di nuove comunità e più complessivamente dello Stato. In fin dei conti è molto più semplice e realizzabile formare gli individui a un “nuovo pensiero”, piuttosto che mettere insieme elementi che esprimano tendenze e posizioni molte volte contrastanti ed esclusive l’una dell’altra. A riguardo spunti interessanti vengono, sempre da Alain de Benoist che riesce nella coniugazione di elementi storici del pensiero conservatore come l’opposizione all’“ideologia del progresso”, con elementi storici del socialismo come la questione “economico-sociale”, e la nuova configurazione di “classi in lotta”, stesso nella contraddizione popoli vs élite.

Roberto Siconolfi in Ereticamente

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61020

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Ovvietà

Raramente viene menzionato un dato di fatto oggettivo. Ciascun migrante spende da un minimo di 5.000 fino a 7.000 euro per i vari passaggi che lo conducono illegalmente in Europa, rischiando anche la vita. Ebbene con la stessa cifra in tutti i Paesi dell’Africa sub sahariana, a maggior ragione in Eritrea o Somalia si può iniziare, e bene, una fruttifera attività lavorativa indipendente quale piccolo ristorante locale, bottega di artigiano, agricoltore, pescatore e altro facendo vivere la famiglia senza problemi per diversi anni.
Come e da chi ricevono i finanziamenti per intraprendere un viaggio così rischioso senza neanche tentare la via del lavoro locale che una tal cifra consentirebbe ampiamente? Prima ipotesi sono finanziati da organizzazioni criminali che poi ricatteranno per anni il migrante e la famiglia per riavere con interessi la somma impiegata. Nella migliore delle ipotesi il migrante viene finanziato da parenti e familiari i quali a loro volta pretenderanno restituzione e assistenza finanziaria per lungo tempo e per un cospicuo gruppo di familiari vicini e lontani.
Risultato: il sopravvissuto migrante illegale o richiedente asilo in attesa prolungata, per poter sdebitarsi in assenza di lavoro onesto dovrà giocoforza entrare nel giro criminale del paese di approdo. Inoltre, a voler sintetizzare, viene danneggiata la stessa struttura familiare tradizionale africana dei villaggi sradicando giovani e famiglie dal territorio e dalle loro tradizioni, ben più rilevanti e importanti per la loro vita di quanto possano essere le nostre per il nostro futuro. La perdita dell’identità tradizionale dell’Africa profonda a lungo termine produrrà danni devastanti per il tessuto economico sociale incrementando di contro l’impiantarsi innaturale delle minoranze violente e jihadiste, vedi Boko Haram o Aqmi, il cui fanatismo violento non è mai stato parte delle tradizioni di quelle popolazioni.
Andrea Gaiani

Chi comanda in Italia?

Ponte Morandi Genova

Nelle società democratiche, la funzione della stampa e delle reti radiotelevisive sarebbe appunto quella di fungere da contraltare al potere politico e a quello giudiziario, informare correttamente l’opinione pubblica ed evitare che decisioni importanti passino sopra le teste dei cittadini, senza che questi se ne rendano conto. Ebbene, quel che sta accadendo in Italia e in questa Europa fetente dei Soros e dei Juncker, è l’esatto contrario: giornali, radio e televisioni, tutti rigorosamente sul libro paga delle grandi banche e delle multinazionali, fanno di tutto perché il lavaggio del cervello dei cittadini sia completo, perché i popoli siano ridotti a una massa bruta di mucche da mungere senza pietà, e perché la loro umiliazione sia spinta fino a indurli a ringraziare i loro carnefici per le politiche spietate che li stanno massacrando, tagliando sempre più il costo del lavoro e importando nuovi schiavi negri da far lavorare per quattro euro al giorno al posto degli operai europei troppo sindacalizzarti, che hanno l’ardire di voler lavorare solo otto ore al giorno e di rifiutare persino il paterno bracciale elettronico, che l’azienda vorrebbe mettere loro al braccio per poterli seguire amorevolmente in tutte le incombenze della giornata. In una società democratica, quindi, l‘informazione, e specialmente quella pubblica, cioè le televisioni Stato, dovrebbero svolgere la funzione di dar voce a chi governa, e mostrare correttamente quel che sta facendo per il proprio Paese; e dar voce anche a chi è all’opposizione, affinché possa criticarlo e contestarlo, ma sempre nel rispetto della volontà popolare: che è, fino a prova contraria, quella uscita dalle urne. Ora, le urne il 4 marzo scorso hanno sancito che otto italiani su dieci non volevano più saperne di governi a guida Pd, che non erano d’accordo con le politiche della sinistra, che non erano d’accordo con la linea della neochiesa bergogliana dell’accoglienza indiscriminata. E invece che cosa fanno i mezzi d’informazione, praticamente al cento per cento? Danno voce e spazio all’opposizione, ma non danno né voce, né spazio a chi sta al governo; cioè a chi è stato votato da otto italiani su dieci (e che, se si tornasse a votare domani, prenderebbe ancora più voti, soprattutto la Lega, precisamente perché sta facendo le cose che sta facendo, e che sono, caso raro nella nostra tradizione politica, proprio le cose che si era impegnato a fare in campagna elettorale). Non si creda che le cose vadano molto diversamente nel resto del mondo. Nella madre di tutte le democrazie, gli Stati Uniti d’America, il presidente Trump, eletto regolarmente e con un netto margine di voti, subisce, fin dal giorno della sua elezione l’ostracismo generalizzato dei mass media, che lo dipingono come una specie di pazzo criminale e che fanno di tutto per delegittimarlo, per ridicolizzarlo, per ridurlo all’impotenza; fra le altre cose, danno il massimo risalto alle procedure per l’impeachment con cui i suoi avversari politici vorrebbero levarlo di mezzo per via giudiziaria. Non importa quel che dice Trump; non gli si concede spazio sulle reti televisive; importa solo quel che dicono i suoi più accesi detrattori. Noi, da parte nostra, paghiamo lo stipendio a giornalisti come Giovanna Botteri, che stanno a  New York per raccontarci non quel che accade negli Stati Uniti, ma quel che essi vorrebbero che accadesse, cioè la caduta ignominiosa di Trump, il suo processo, la sua condanna alla berlina, la distruzione del suo programma, la dissoluzione di ciò che egli rappresenta. Alla faccia del piccolo dettaglio che decine di milioni di cittadini americani lo hanno votato; e che lo hanno votato esattamente per fare quel che ora sta facendo, o sta cercando di fare. Oppure prendiamo la Francia. Qualcuno si ricorda che in quel Paese, pur di impedire che la volontà popolare mandasse al governo, pacificamente e democraticamente, la signora Le Pen, tutti gli altri partiti, d’accordo con le grandi banche, fecero una grande ammucchiata e tirarono fuori da qualche casa di cura psichiatrica il signorino Macron? Una cosa mai vista e mai udita in nessun Paese democratico: destra e sinistra che si uniscono per impedire il responso legale delle urne, per calpestare la volontà popolare. Almeno, fino a qualche anno fa, si badava a salvare le apparenze. Ma ora i poteri forti si sentono minacciati, e diventano feroci; mostrano i denti, e non per finta. Si preparano ad azzannare. Non sia mai che gli italiani abbiano l’impudenza di voler sapere, e perfino capire, come ha fatto il ponte Morandi a venir giù in quel modo; e chi e come, adesso, dovrà fare la relativa inchiesta. Non sia mai che vogliano sapere e capire come mai la Diciotti è andata a rimettersi, e a rimettere il nostro Paese, nella stessa identica situazione di un mese e mezzo fa, cioè sotto ricatto morale e con i riflettori di tutto il mondo puntati addosso, per vedere quanto cattivi saremmo stati con i poveri profughi. Non sia mai che i cattolici vogliano sapere e capire che ci fa in Vaticano un signore argentino il quale, oltre  ad aver protetto e coperto i peggiori predatori sessuali e i più abominevoli sodomiti che infangano, con la loro pestilenziale presenza, la Chiesa cattolica, sta demolendo scientemente, giorno per giorno, mese dopo mese, la dottrina e la morale  cattoliche. Infine, non sia mai che agli italiani venga il capriccio di sapere e capire chi comanda sul serio, qui…

estratto da http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-identita/identita-delle-nazioni-sovrane/6680-chi-comanda-in-italia

La domenica delle salme

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina [1]
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a “Baffi di Sego” [2] che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
d annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
– voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade [3]
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
– quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo –
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

Note originali dal libretto dell’album:

[1] Baggina: Così viene chiamata a Milano la casa di riposo per anziani “Pio albergo Trivulzio”

[2] Baffi di sego: gendarme austriaco in una satira di Giuseppe Giusti

[3] De Andrade: vedi Serafino Ponte Grande di Oswald De Andrade.

inviata da Riccardo Venturi22/11/2004 – 01:51

http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=1309&lang=frUn

Colonie estive

Le colonie sorsero in Italia nel 1822 quando l’ospedale di Lucca cominciò a inviare a proprie spese alcuni gruppi di trovatelli in cattive condizioni di salute sulla spiaggia di Viareggio.

Alla fine dell’800 se ne conteranno tantissime e per lo più atte a ospitare bimbi affetti da malattie tubercolari e altro.

Nei primi del 900 questi istituti erano a dipendenza di comuni o di amministrazioni provinciali e per lo più furono inquadrati secondo la legge delle opere pie prendendo pian piano la figura di enti autonomi.

Solo dopo la prima guerra mondiale si assisterà a un incremento di tali istituti con numero crescente di minori da curare.
Saranno ancora “colonie temporanee” a accoglienza estiva e si distingueranno secondo la sede in colonie di spiaggia (marine, lacuali, fluviali); montane; di campagna.

La funzione terapeutica prosegue anche negli anni trenta, in pieno regime fascista, quando a quella sanitaria si aggiunge la funzione educativa e di supporto alle politiche della “famiglia”.

Nel 1927 i bambini ospitati erano 54 mila dopo undici anni il numero arrivò a quota 772 mila in 4.357 colonie sparse su tutto il livello nazionale, ma concentrate soprattutto sul litorale toscano e romagnolo.

Dopo la seconda guerra mondiale anche Enti Religiosi, Parrocchie e grandi aziende come la Fiat, la Olivetti e tante altre, sentirono la necessità di ridare speranza e stabilità alle famiglie, attraverso i soggiorni marini offerti ai figli delle classi operaie.

La vita di queste strutture rimane attiva fino agli anni ’70, da allora il loro declino inesorabile le ha portate all’attuale stato di totale abbandono nella maggior parte dei casi.

Dagli Anni Ottanta se ne decretò la fine

Andare al mare in colonia era quasi “una vergogna”, un marchio di povertà e nello stesso tempo iniziò un graduale calo delle nascite affiancato dalla crescita economica.

Così le Colonie chiusero incapaci di essere inserite in un moderno servizio sociale e immensi edifici e aree vennero abbandonate dalla cialtroneria politica di turno pronta alla svendita di un strategico programma di tutela della gioventù e di sostegno sociale.

La fotografia attuale di certe ex strutture le vede o in decadenza, ove non possono essere cedute le aree, o occupate da privati che le hanno acquisite e volturate ad appartamenti o residence o centri commerciali.
Uno scempio portatore di interessi dove il pubblico paga…sempre

Oggi che le vacanze estive (peraltro a pagamento) sono sempre meno fruite dalla popolazione italiana messa in ginocchio ….queste aree meravigliose sono oggetto di devastazione e occupazione e sfruttamento (chiamato “riconversione edilizia”).

40 anni di cialtroneria e di una visione che legge il “Profitto” come unico scopo non può pensare al popolo.

I soggiorni vacanza per i bambini e i ragazzi sono divenuti un business che solo i ricchi possono permettersi in una società in cui la forbice sociale è divenuta un incubo per la sua grandezza.

Vi ho raccontato questa breve storia perché anche io fui figlia di quel periodo di vacanze che mi vide felice e contenta di interagire con altri bambini prima della chiusura a una idea splendida di convivenza sociale e di crescita personale e di gioia interattiva.

Un’Italia tutta da ricreare oggi con molte idee di ieri che furono vincenti al contrario di questa visione mercantilista che ci ha devastato l’esistenza, i gusti, le abitudini e privato anche della voglia di sognare e di giocare con la semplicità del sorriso dell’innocenza.

Le nuove generazioni non conoscendo la storia si accontentano delle briciole…e propongono mezze soluzioni schivando il vero motivo per cui uno Stato esiste:
popolo, territorio e diritto d’imperio…se mi sottrai uno di questi tre elementi mi “hai fottuto” lo Stato

Italia svegliati!

Anna Rossi

Il neoliberismo come distopia realizzata

Una delle ragioni per cui il messaggio dissenziente non passa è, a nostro avviso, la fondamentale vittoria riportata dal neoliberismo nell’immaginario collettivo, l’essere riuscito a caratterizzarsi come una sorta di utopia realizzata, sbocco naturale della storia, esito inevitabile della vicenda umana. Un’utopia rovesciata nel suo contrario, ovvero una distopia passata da genere letterario a concreta esperienza per miliardi di esseri umani. Avemmo torto a sottovalutare l’importanza di quanto asserito dall’oscuro scenarista americano Francis Fukuyama, allorché, al momento dell’implosione comunista, proclamava la fine della storia nel trionfale successo dell’economia e della forma mentis neoliberale.

Quel determinismo, indizio sicuro del carattere utopico-millenarista dell’ideologia sovrastante, non era che l’ultimo tassello di una costruzione iniziata nel XVIII secolo all’ombra dei Lumi. L’egoismo diventava una positiva caratteristica dell’homo oeconomicus nelle teorie di Adam Smith, preceduto dall’anglo olandese Mandeville (vizi privati ribaltati in virtù pubbliche se alimentano l’economia di scambio, primo abbozzo di una teoria del PIL), ma anche nel lucido disegno dell’economia classica spacciata per scienza esatta. Pensiamo alla “legge ferrea dei salari” di Ricardo, una trappola in cui cadde anche Marx, creatura del medesimo positivismo materialista, sino all’ordoliberismo, alla distruzione programmata di ogni identità comunitaria. Non dimentichiamo la battaglia di Margaret Thatcher (“conosco solo individui”) il cocciuto darwinismo sociale, ultima ridotta economica di una teoria scientifica sulla via del tramonto, per cui non “avere successo” è una colpa, le leggi fiscali favorevoli ai più ricchi, a partire da Reagan sino alla menzogna della tassa unica.

La caratteristica dell’utopia è l’impossibilità programmatica di immaginare miglioramenti, modifiche, cambi di marcia. Da quando nel Cinquecento divenne un frequentato genere filosofico (Bacone e la Nuova Atlantide retta dai sapienti, Tommaso Moro e Utopia, l’isola in cui tutto è in comune, Tommaso Campanella e la Città del Sole, tardo frutto del neoplatonismo), ciò che accomuna ogni costruzione teorica situata in un altrove senza luogo né tempo è la sua supposta perfezione, la sua natura di Eldorado realizzato. Trasferita nella dura realtà concreta, ogni utopia sfuma.

Tutte, tranne una, quella che non si presenta come tale, la società dei consumi organizzata sul mercato misura di tutte le cose, in mano a un’aristocrazia/oligarchia non di illuminati, ma di proprietari di tutto, beni, mezzi di produzione, servizi, denaro. Nell’utopia invertita, dunque nella distopia, non vi è più sogno visionario, ma “solida realtà”, come recita una pubblicità, il rito liturgico della merce/desiderio. La chiave del successo sta nella credenza generalizzata nell’idea di progresso, una visione fondata sul predominio tecnico, sulla tecnologia, sulla rivoluzione informatica, sulla coincidenza tra spazio e tempo determinata dalla comunicazione digitale che invera l’utopia, trasferendola dall’empireo immodificabile al moto perpetuo, all’andamento liquido, alla pentola che bolle (melting pot) e muta continuamente.

Di qui l’avversione per le idee ricevute, l’indifferenza verso ogni passato, l’improponibilità di qualunque principio o senso comune. Un mondo scabro, liscio, funzionale, dai consumi continui alimentati dall’industria del desiderio. La Metropolis cupa, ansiogena di Fritz Lang trasformata in Cosmopolis, il rutilante mondo unico in divenire perenne, il centro commerciale totale, la città grande quanto il mondo dove si possono soddisfare a debito, con la carta di credito fornita dal sistema, desideri, vizi, capricci, pulsioni, intronizzati come virtù dalla potente sottocultura dell’intrattenimento, definiti diritti inalienabili dell’uomo nuovo.

Marx sbagliò per difetto. Tra i due materialismi apparentemente opposti, la sua utopia di liberazione prevedeva di soddisfare le necessità fondamentali dell’uomo, non di inventarle e ricrearle ex novo ogni mattina dopo aver screditato quelle di ieri. Non immaginava templi del consumo, outlet o l’esposizione permanente online per la vendita di tutto; non il mondo di Jeff Bezos, ma magazzini aperti in cui un’umanità tutto sommato morigerata, priva di egoismo e sottomessa a una rinnovata legge morale avrebbe prelevato i prodotti “ciascuno secondo i suoi bisogni”. Un utopista di serie B, alla fine, sconfitto dopo un secolo e mezzo di battaglia.

Il liberismo, divenuto neo liberismo dopo essersi disfatto della sua sovrastruttura iniziale, il liberalismo nelle sue varianti obsolete, conservatore, nazionale, democratico, ha vinto sul terreno dell’utopia. Se devi sognare, sogna il massimo. Forse è il trionfo postumo di Louis Athusser, il marxista per il quale una rifondazione della società sarebbe stata possibile non rovesciando il passato, ma negandolo in radice. Non più il materialismo storico come chiave di lettura deterministica, ma l’utopismo come modello interpretativo. Il più lesto a capire e mettere in pratica la lezione fu il liberismo nella sua variante post sessantottesca. Un’autentica eterogenesi dei fini, favorita dal trasbordo di diversi intellettuali di ultra sinistra finiti nell’officina neoliberale.

L’utopia negativa del marxismo, che non fantasticava mondi lontani, ma, come si legge nell’XI Tesi su Feuerbach, aspirava a rivoltare il mondo come un guanto, è fallita. Per l’utopista la storia è destinata a concludersi una volta raggiunta la meta. Di qui il parziale fraintendimento di Fukuyama, giacché la narrazione neoliberale prosegue nella forma del Progresso, della tecnica, del mutamento, dell’oltrepassamento della stessa umanità nell’ultima distopia, il transumanesimo. Il bastone del comando resta tuttavia nelle stesse mani, quelle degli oligarchi padroni del mondo attraverso la privatizzazione di tutto, il controllo delle risorse finanziarie e dell’emissione monetaria, il dominio sulle coscienze e il monopolio delle idee attraverso la proprietà delle tecnologie più potenti mai realizzate.

Obliterato il passato, decade anche l’idea di futuro, se non nella forma astratta del progresso. Padroni di ogni cosa, gli oligarchi lo sono innanzitutto delle parole. Progresso significa quindi ciò che costoro vogliono e decidono. L’eterno presente cristallizza l’umanità in una specie di bolla, definita perfetta, ma immobile, imbalsamata, asfittica. Per questo, all’utopismo ingenuo del passato il neoliberismo ha fornito il di più, il tocco geniale, l’idea lineare del progresso che viene concretizzato e riformulato ogni giorno attraverso la tecnologia. E’ l’utopia del meglio che avanza, della corsa incessante, del limite varcato, del muro frantumato, del sempre nuovo. Assomiglia al “bianco più bianco del bianco” di una vecchia pubblicità per massaie.

Un ulteriore elemento che dimostra il carattere utopico del dogma neoliberale è la sua tenace volontà di cambiare l’essenza dell’uomo. La rottura rispetto al passato avviene con l’utilizzo preferenziale di una violenza indiretta, come comprese un protagonista della Nuova Destra, Julien Freund, già negli anni 80. La nuova modalità della violenza è la propaganda, il condizionamento psicologico, la manipolazione allo scopo di sedurre e irretire con la frode, senza peraltro trascurare di imprigionare o ridurre al silenzio i recalcitranti, le voci non allineate attraverso un apparato di leggi contro il pensiero libero. Una differenza rispetto all’utopia classica è che la distopia neoliberista non ritiene affatto di essere la società perfetta. Si accontenta, diciamo così, di essere l’unica possibile, confermando così la sua natura totalitaria.

Se altre utopie negano la possibilità di verifica empirica delle premesse teoriche, il neoliberismo va oltre. L’Unico non ha bisogno né di conferme né di confutazioni: è un fatto e tanto basta. Il dominio e l’estensione della tecnica diventano così ragione e giustificazione di se stesse. L’arma letale diventa la seduzione, la pervasività dei modelli estetici, sociali, comportamentali e etici imposti dai mezzi di comunicazione, la realtà aumentata dei mondi virtuali creati al computer, l’illusione di una società aperta e di una democrazia perfetta raggiunte grazie a Internet e ai social media.

Il totalitarismo collettivista perdente e quello tecnocratico occidentale hanno entrambi inteso negare spazio e legittimità al rapporto dell’uomo con la trascendenza, schierandosi sul versante della dissoluzione di ogni orientamento verso fini superiori, con il trionfo di una realtà appiattita su stessa, trasformandosi in utopie regressive, vere e proprie distopie, incubi da cui non riusciamo a risvegliarci. Vi precipitiamo anzi ogni giorno di più, gli ultimi argini sono stati travolti con il nuovo millennio in cui è emerso il Quinto Stato del sottosuolo urbano, informe, scatenato in una continua notte di Valpurga, un magma subumano nemico di tutto fuorché del consumo dell’esistenza.

Vi è un altro elemento che induce a ritenere distopico il neo liberismo tecnologico fondato sul mito del progresso: è il suo rapporto con il futuro. La dimensione del tempo che verrà poco interessa il greve materialismo vigente. Ha invece un valore enorme il concetto di previsione, la necessità di organizzare la vita, cioè l’economia, abolendo l’imprevisto, il non considerato, ingabbiando gli attori sociali e gli avvenimenti in una rete fittissima di modelli matematici, algoritmi, statistiche in grado di anticipare, prevedere, incasellare in schemi predefiniti ogni evento, inserire qualsiasi variabile in una asfissiante cornice di razionalità definita scientifica. L’orologiaio dei deisti del XVIII secolo, il Dio possibile ma lontano, dimentico della sua creatura, è sostituito da una sorta di ingegnere e matematico globale. L’orologio è caricato una volta per tutte, l’umanità deve procedere sui binari prestabiliti sulla base di protocolli ferrei, itinerari predeterminati. Lo schema è quello di una macchina non più ingranaggio complesso, ma modello computazionale, luogo privilegiato di elaborazione attraverso algoritmi, intelligenza artificiale, cibernetica.

La fede utopica, l’ultima rimasta, risiede nella convinzione che la società –computer riuscirà ad eliminare ogni espressione non misurabile, non prevedibile o non quantificata, allo scopo di essere regolata e procedere secondo gli interessi della cupola di comando, mascherati da cieca razionalità e rigorosa certezza. Sotto questo profilo, le idee vincenti, quelle neoliberali progressiste e quelle del collettivismo perdente, tuttora forte nelle casematte delle idee, si incontrano nel materialismo, nell’utopia negativa di una società controllata dall’alto, in cui resta insuperata l’intuizione di George Orwell sul bispensiero e la neo lingua, ovvero il ribaltamento dei significati a scopo di inganno e dominio.

Libertà è schiavitù, pace è guerra, ignoranza è forza, sta scritto sul frontone del palazzo del potere nel romanzo simbolo dell’utopia negativa, 1984. Dobbiamo pensare che i suoi dirigenti fossero più onesti dell’oligarchia neoliberale contemporanea, giacché questi ci hanno convinti di vivere nella più perfetta libertà, di godere della pace perpetua e di essere titolari di una cultura superiore a quella di ogni generazione passata. Viviamo non nel migliore dei mondi possibili, come immaginava Leibniz in termini filosofici, ma nell’Unico, l’universo incantato del Mercato, del Consumo, del Desiderio, in cui sono abolite le domande perché le risposte sono già a disposizione, preconfezionate nella forma accattivante di istruzioni per l’uso o di FAQ (le “domande più frequenti” sulla rete).

Come in Fahrenheit 451, hanno bruciato i libri, ovvero la memoria, le idee, il patrimonio culturale, la sapienza materiale e spirituale dell’umanità. Nel racconto di Ray Bradbury, un uomo, Guy Montag, insorge e tenta di ricostruire un mondo su basi umane. Nella realtà, siamo a un tornante della storia: la fase è quella di una difficile presa d’atto della verità. Tutte le carte sono in mano all’avversario, milioni di uomini ancora non sanno chi è l’avversario. Ma la storia non si ferma. Se un ciclo si chiude rovinosamente, dalle macerie qualcuno scoprirà un seme per ricostruire. Il neo liberismo, come ogni creazione umana, finirà, sconfitto probabilmente dalla sua stessa presunzione. Come tutte le costruzioni utopiche, verrà travolto, prima o poi, dal principio di realtà. Oppure, nel regno della quantità da esso fondato, dal numero delle sue vittime. Se la servitù cesserà di essere volontaria, se dalla caverna di Platone filtrerà la luce, ricomincerà la partita.                                                           

                                                 ROBERTO PECCHIOLI

E’ tornato il nemico

Servendosi di “purezze” ideali, generosità, diritto, solidarietà, eguaglianza, i dirigenti politici delle ultime versioni di mondialismo e globalizzazione, come già mostrava Carl Schmitt, hanno svuotato le categorie amico e nemico per imbrigliare i cittadini con i buoni sentimenti e così neutralizzarli, togliendo loro la capacità di decidere. I risultati ottenuti non invogliano a continuare. Da tutta questa gentilezza e amicizia sono infatti usciti i totalitarismi, due guerre mondiali, disordine e smarrimento diffuso, e un generale indebolimento del mondo occidentale. Come evitare che la storia si ripeta? Uscire dalla falsificazione del “siamo ottimi amici”, dichiarando le diversità e anche i conflitti e ripristinando l’eterna categoria dell’amico-nemico forse non basterà, ma è un passo necessario per rimettere l’uomo naturale in contatto con l’uomo autenticamente sociale. Che non è il suddito ubbidiente e politicamente corretto ma colui che crede in ciò che fa, si appassiona, si mette in gioco nella realtà, anche arrabbiandosi. E dopo è contento o magari furibondo, comunque non nascosto dietro all’ambiguità, che fa perdere forza a lui, all’altro e alla società intera. Una posizione più franca nella relazione con gli altri non ha effetti solo sulla politica, ma su ogni aspetto dell’esperienza, a cominciare dalla vita affettiva e dalla sessualità. È il mistero, il fascino e anche l’inquietudine della differenza che suscita la passione per l’altro e quindi la generazione del nuovo (i bambini), che altrimenti terrorizza. L’energia della scoperta e della conquista che muove l’uomo verso la donna è strettamente imparentata con la dialettica amico-nemico. La spinta che ci spinge verso l’altro è infatti la stessa nell’amore e nella guerra (come recita – tra gli altri un detto francese: ” à l’amour comme à la guerre”). In entrambi i casi la forza protagonista è Eros, un dio armato di arco e frecce, come ha ricordato anche Franco Fornari nei suoi studi sulla guerra, condotti spesso con pacifisti di livello internazionale. Se lo si dimentica si cade in quel “romanticismo meschino” (come lo chiamava Pierre Drieu de La Rochelle) cui si ispira non solo la cattiva letteratura ma anche la cattiva politica della modernità, che cerca di nascondere i propri conflitti di interesse dietro i buoni sentimenti. Una falsificazione che rende “debole” l’uomo e la donna di oggi (accontentando il “pensiero debole” teorizzato da Gianni Vattimo ), e finisce con lo spegnere l’Eros teso a generare bambini e mondi nuovi, per ripiegare sulla sessualità tecnicizzata, egoista e impaurita da ogni cambiamento, rinnovamento e dono di sé, come quella delle coppie “free child”, “libere da figli”, magistralmente raccontate da Borgonovo qualche giorno fa su “La Verità”. L’irruente Trump, che al mattino restaura le categorie amico e nemico, piazzando l’ipocrita e educata Europa tra i nemici, e al pomeriggio chiude una guerra fredda (in atto dagli anni 50 del 900), cui neppure la fine dell’Unione sovietica era riuscita a porre termine, irrita e scandalizza le élites di potere. Ma (come notavano sia il profondo e delicato Walter Benjamin che il duro Carl Schmitt), di frivola superficialità e pesanti e ben celati interessi si può morire.

Claudio Risé

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60792

La colpa è degli altri

La consapevolezza della realtà e dunque la capacità di lettura e sintesi politica del reale e di proposta di un’alternativa richiede una capacità di astrazione che in pochi sono in grado di esercitare.
Accade spesso, diciamo pure quasi sempre, di confrontarsi con persone che pretendono di fornire una lettura universalistica del contesto storico e politico estrapolando regole generali dal particolarismo della propria esperienza individuale.
Se dico che in Italia ci sono 5 milioni di poveri, 2,7 milioni di disoccupati (e oltre il doppio tra inoccupati involontari e sottoccupati) e che evidentemente le riforme che hanno deformato il nostro impianto istituzionale e il nostro sistema economico hanno prodotto un’esasperazione delle disuguaglianze, l’interlocutore medio risponderà sempre all’incontrovertibilità dei dati riportandomi l’esperienza del vicino di casa che elude il fisco, dell’amico di famiglia che si lamenta ma vive una condizione di benessere, della signora che superava la fila al supermercato. E il censimento di questi episodi del tutto insignificanti nel complesso delle dinamiche sociali diventa una leva per sovvertire la realtà e dimostrare che “è tutto un imbroglio”, che “la gente sta bene ma si lamenta sempre”.
Questo è uno dei sintomi più diffusi dell’anti-italianità imperversante: contestare la realtà assumendo una posizione di negazione persino dell’oggettività dei dati statistici, che sarebbero confutati dal particolare del mio vicino di casa o del figlio dell’amico di famiglia. Chiaramente in questa rassegna di pregiudiziali verso il popolo italiano il lanciatore di strali è sempre escluso. Sono tutti corrotti, tutti falsi, tutti viziati di mala fede e comportamenti illeciti, tranne me. È logico, no?

Gianluca Baldini

Thomas Sankara

Quando si guarda all’operato dell’elité mondialista che gestisce le sorti del pianeta, facendo si che l’uno per cento della popolazione globale goda di una quantità di ricchezze pari a quelle a disposizione del restante 99%, non si può prescindere dall’andare con la mente al pensiero di Thomas Sankara, un uomo eccezionale che 40 anni fa aveva già intuito la maggior parte delle dinamiche che hanno mosso e muovono il processo di alienazione dell’uomo moderno, volto a renderlo schiavo e succube di un pugno d’individui che di fatto governano l’intera specie umana…
Partendo dalla sua Africa, dove nel 1983 divenne presidente dell’Ato Volta, da lui trasformato in Burkina Faso, Sankara intuì con estrema lucidità la potenza dirompente della grande finanza internazionale, più devastante di quanto mai avrebbe potuto esserlo qualsiasi esercito di occupazione. Mise a nudo i meccanismi attraverso i quali organismi sovranazionali come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale costringono (dopo averli deprivati della propria sovranità monetaria) gli Stati ad indebitarsi per cifre enormi che mai saranno in grado di ripianare, se non cedendo progressivamente parti sempre più cospicue della propria sovranità.
Un’operazione che in Africa così come in quasi tutti i paesi definiti “in via di sviluppo” è stata resa possibile stravolgendo in profondità le economie locali in larga parte autosufficienti, basate sull’autoproduzione e su un’industria manufatturiera di piccola scala e trasformandoli in produttori di monocolture intensive destinate all’esportazione, nella sede degli allevamenti intensivi e in terminali per la predazione delle risorse di cui erano ricchi, salvo poi abbandonarli al proprio destino nel momento dell’esaurimento delle risorse stesse.

In Occidente invece, nel solco di uno sviluppo declinato attraverso il miraggio della crescita infinita, l’uomo moderno è stato progressivamente spogliato della propria umanità, immolato sull’altare di quella sfrenata competitività che proprio Sankara per tutta la vita aveva osteggiato, in favore della cooperazione e collaborazione fra le persone.
La grande finanza, attraverso il proprio immenso potere è ormai diventata l’unica vera proprietaria delle nazioni e delle vite dei cittadini. La truffa del debito pubblico ha ristretto sempre più il margine di manovra della politica, fino a renderne l’operato in tutto e per tutto funzionale agli interessi finanziari. Le guerre finanziarie mietono ormai più vittime di quanto non facciano i conflitti armati, mentre gli Stati non sono più altro che linee prive di costrutto tracciate sulle cartine geografiche.
Lo “schiavo moderno” è privo di qualsiasi identità, sempre più solo all’interno della moltitudine, perennemente alla ricerca di un posto di lavoro che gli consenta di percepire un reddito sufficiente a sopravvivere, educato esclusivamente a competere anziché a collaborare e assolutamente incapace di autoprodurre qualsiasi cosa. Individuo atomizzato, sradicato o sradicabile dal proprio paese di origine, attore non protagonista di una vita ad interim, con affetti ad interim, facilmente collocabile nel Paese globale laddove ci sia bisogno del suo operato ed altrettanto facilmente ricollocabile altrove ogni qualvolta sia necessario farlo.
Thomas Sankara immaginava una “rivoluzione” che potesse portare gli uomini a vivere agiatamente nella felicità, un agio ed una felicità che potessero essere patrimonio di tutti e non solo di una ristretta cerchia di persone.
A 30 anni dal suo assassinio purtroppo bisogna prendere atto del fatto che con la sua morte è morto anche il suo sogno. L’agio e la felicità continuano ad essere appannaggio di pochi e alla stragrande maggioranza dell’umanità è impedito di goderne. Il potere della grande finanza è ancora cresciuto nel tempo e la predazione delle risorse si è fatta se possibile perfino più sistematica e feroce.
Gli spazi per una “rivoluzione” come quella auspicata da Sankara si sono fatti ancora più esigui, ma se c’è una cosa che lui ci ha insegnato è a non arrendersi mai, a non diventare schiavi dell’ineluttabile, a non perdere il coraggio di denunciare lo scempio che la grande finanza sta facendo dell’umanità. Solo così ci sarà possibile ricordarne ogni giorno la memoria con l’onore che merita.
Marco Cedolin

Lectio facilior

Inutile che spieghi a lei, intelligente lettore,dove ci ha portato questa scelta collettiva del “facile”. Questo è un paese che – dai tempi del protezionismo autarchico – aveva sviluppato una produzione aeronautica nazionale; aveva la più grande galleria del vento d’Europa, dove venivano i tedeschi a provare l’aerodinamica dei loro apparecchi; produceva navi all’altezza dei tempi, aveva industrie farmaceutiche che scoprivano nuovi antibiotici, ed elettroniche. Prendeva Nobel per la Chimica, laddove oggi ne ha preso per la Comica (il non compianto Dario Fo); un paese che studiava, si sforzava e lottava per essere all’altezza del mondo moderno.

Adesso ha perso tutto. Si sta facendo depredare da da quel che resta delle sue produzioni avanzate, per un boccon di pane, da “investitori esteri” che prendono il denaro a prestito a tasso zero, e a che scopo? Per pagare gli interessi sui debiti che noi, i nostri politici ciclostomi e i nostri elettorati-oloturie, collettivamente abbiamo fatto- ficcandoci senza un minimo di preveggenza nel più orrendo vicolo cieco della nostra storia, che si chiama euro ed “Unione Europea”.

Beninteso, esiste sempre una minoranza che studia e si sforza; ci affrettiamo a mandarla via, all’estero, non vogliamo gente che rompa i k… con le sue esigenze e la ricerca, come disse quel ministro: qui non c’è posto per loro. In compenso, spuntano come funghi le trattorie. Abbiamo i “giacimenti culturali”, che lasciamo andare in rovina e su cui speriamo di guadagnarci – come nipoti che fanno pagare il biglietto per mostrare il cadavere mummificato del nonno.

Il punto è l’accolta umana chiamata impropriamente “italiani” non sa, non può darsi da sé uno scopo superiore. Forse nessun popolo può. Spontaneamente, forse, ogni popolo- essendo fatto di uomini-massa, ossia di gente che la quale “vivere è essere quello che già si è” – è in grado di porsi il “difficile”. Di per sé, scende verso la soddisfazione immediata, i guadagni immediati, gli egoismi pullulanti, i familismi amorali. Bisogna che qualcosa gli imponga un compito.

Questa cosa è sempre stata, in Europa, lo Stato.

http://www.maurizioblondet.it/discesa-dellitaliano-verso-la-lampreda-sua-possibile-risalita/