Le due vie

Qualcosa che è stato sin dall’inizio ben deciso a fare a pezzi ciò che era rimasto della vecchia Europa. I lugubri “padri pellegrini” sono tornati di qua dell’Atlantico come un turbine di sventura, hanno riportato indietro con sé il dono avvelenato delle loro distorsioni mentali, ma potenziate in ideologia di potere mondiale, e in più sorrette da una potenza industriale mai prima vista. Quelli che erano poveri alienati nel Seicento, nel Novecento si sono potuti presentare ai popoli europei addirittura come i “liberatori”, i portatori del “benessere”, i garanti di una “nuova frontiera” di riscatto materiale e morale. Lo sguardo alienato, quelle occhiaie da invasato febbricitante di visioni veterotestamentarie che ebbe ad esempio un Lincoln (un uomo con problemi di disagio mentale acclarato: riferiscono i biografi che fosse una specie di semidemente lombrosiano, che non mancò di suscitare perplessità nei suoi stessi contemporanei), ha potuto diventare una faccia da “liberatore”. L’icona, il marchio stesso dell’America. Al di sotto di Hollywood e di Mc Donald’s corre un fiume di tetra e morbosa volontà rieducatoria, quelle tirate quacchere sul destino di dominio del mondo in nome di Jeovah, quel maledire la diversità, quel sentirsi “eletti” alla salvezza…un’anima fobica e contorta, tutta avvolta dalla sindrome di rappresentare il bene e pertanto di poter infliggere agli altri il male. È la fiaba del lupo travestito da agnello. È quello sbaglio della storia che si chiama Stati Uniti.

Nel Novecento non sono stati più i pochi disadattati del Seicento a straparlare di Nuova Israele nella penombra di qualche taverna massonica del New England: stavolta era una potenza mondiale, era la modernità in persona, un’organizzazione formidabile, risoluta a volgere le elucubrazioni dei padri predicatori evangelisti in un lucido progetto di dominazione universale. Con i mezzi dell’etnocidio metodico prima e dell’annientamento coscienziale propagandistico poi, col metodo mai smesso del ricatto e dell’intimidazione, è stato strappato all’Europa il diritto di essere se stessa, relegandola al rango di provincia cui imporre liberamente i propri voleri. L’Occidente ha minato alle fondamenta il diritto dell’Europa a rimanere fedele ai propri simboli, salda al suo posto, come andava facendo da un paio di millenni.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-via-che-porta-in-alto-e-quella-che-porta-in-basso

Irresponsabilità

Vale la pena ricordare la notevole prestazione intellettuale di Hans Jonas, pensatore tedesco allievo di Martin Heidegger. Pur non uscendo dalle angustie del materialismo, Jonas resta uno dei pochi filosofi morali del nostro tempo e la sua opera maggiore, Il Principio Responsabilità (1979), pone l’uomo occidentale, accecato dall’idea di progresso, davanti alla scelta decisiva se restare un essere morale o lasciarsi agire dalla tecnica. Jonas ebbe anche il merito di individuare le radici gnostiche della modernità. Il suo punto di partenza è la constatazione che “il fare dell’uomo è oggi in grado di distruggere l’essere del mondo” Proprio il problema ambientale, accennato all’inizio di queste note con riferimento all’ ambigua categoria di responsabilità etica d’impresa, ispirò a Jonas un’intensa riflessione morale e bioetica sulla libertà e responsabilità di ciascun uomo nell’era tecnologica.

Il filo conduttore è la convinzione che nel rapporto alienato con la natura vada ricercata una delle prime cause della crisi della civiltà occidentale. Con l’avvento della potenza tecnologica si creano le condizioni affinché tale conflitto sfoci nell’irreversibile alterazione della condizione umana, attraverso l’ingegneria genetica e la distruzione dell’equilibrio della biosfera. Di qui la necessità di estendere la responsabilità morale a ciascun uomo di oggi e di domani, la cui esistenza è minacciata dall’esito nichilistico della tecnica. Il “principio responsabilità” intende porsi come una riformulazione dell’imperativo categorico di Kant in termini contemporanei: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”.

Concedendo all’uomo la libertà, afferma Jonas, Dio ha rinunziato alla sua potenza. Un paradosso cui si può replicare ricordando che è l’atteggiamento dell’uomo occidentale moderno, privato del senso del male e della trascendenza, ad aver messo in crisi il suo rapporto con il mondo, rendendolo incapace, per l’egemonia del materialismo predatorio, di cogliere la trama, innanzitutto morale, della relazione con il creato. Va quindi ribadito con forza, dinanzi alle maschere e agli equilibrismi verbali del tipo della “responsabilità sociale d’impresa”, che alla fine sono sempre persone di carne e ossa a prendere le decisioni, anche quelle apparentemente guidate dal determinismo economico e “tecnico”.

Roberto Pecchioli

IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’

Panciafichisti

Dopo 13 giorni di sciopero duro, con blocco dei trasporti e code complessive per centinaia di chilometri, e dopo un anno di Gilets Jaunes, l’informazione nostrana deve riconoscere a malincuore che l’opinione pubblica francese, in maggioranza, continua a essere solidale con le proteste, anche se poi i nostri corrispondenti si interrogano pensosamente su quanto ancora tale solidarietà potrà tenere.

Il giornale La Stampa invece se ne esce con un titolo che direi abbastanza ignobile: “Francia: così le proteste fanno emergere il lato bestiale delle persone” (vedi qui), originariamente uscito nella versione interrogativa “Perché le proteste in Francia stanno trasformando le persone in bestie?”, poi rettificata forse perché ritenuta meno politicamente corretta.

Ma a proposito di scioperi a oltranza, è interessante ricordare oggi una dichiarazione di qualche tempo fa dell’ineffabile professor Monti in una delle sue tante apparizioni televisive:

“Devo dire, visto che oggi ci sono manifestazioni sindacali, che in quel gelido dicembre 2011 – quando abbiamo dovuto presentare per decreto legge la riforma delle pensioni […] – l’abbiamo presentata – più che discussa – con i leader delle organizzazioni sindacali; che poi non hanno colto quello per fare una specie di rivolta sociale. Ci sono state qualche settimana dopo due ore simboliche di sciopero, ma non c’è nessun paese in cui una riforma così forte delle pensioni sia stata adottata così semplicemente dal punto di vista politico”. (Vedere qui).

Le parole del professore Monti , a cui va riconosciuto il merito di dire spesso (se per onestà intellettuale, inconsapevolezza o tracotanza non saprei) che altri tacerebbero (se per onestà intellettuale, inconsapevolezza o tracotanza non saprei) mettono in risalto l’abissale differenza fra la combattività dei sindacati e dei lavoratori francesi – degna di epoche a noi ormai culturalmente remote – e la straordinaria remissività di quelli italiani.

Secondo la memoria selettiva di alcuni, in quella circostanza i sindacati fecero responsabilmente il massimo che si poteva fare, data la prossimità del fantomatico “baratro”.
Non solo: si sarebbero poi ulteriormente contraddistinti per senso di responsabilità qualche anno dopo, accettando pacificamente la riforma della sinistra che smantellava lo Statuto dei lavoratori, abolendo in particolare l’articolo 18.

Fra qualche decennio gli storici avranno un bell’interrogarsi sulle cause che hanno trasformato quello italiano da uno dei movimenti operai più combattivi a uno dei più arrendevoli, e la lotta sociale in uno stucchevole siparietto di buoni sentimenti dove irenismo e buona educazione diventano le rivendicazioni più pregnanti..

Io me lo chiedo da anni, senza riuscire a venirne a capo.

Mauro Poggi

https://mauropoggi.wordpress.com/2019/12/18/di-scioperi-comunicazione-e-professori/

Censis

Per ragioni professionali ho sempre seguito il Censis e il suo rapporto annuale e quest’anno scopro che il sovranismo è diventato un disturbo mentale

(Non è un fake. Qui il link alla pagina).

L'immagine può contenere: testo

https://mauropoggi.wordpress.com/2019/11/26/il-dissenso-come-patologia-mentale-storie-di-ordinario-totalitarismo/

Il ministero della wiki-verità

Questo piccolo casino è stato portato alla mia attenzione dall’esperto di Wikipedia della Consent Factory, King Ubu (o König Ubu in tedesco). Come suggerisce il nome del suo mestiere, il dovere di re Ubu è quello di controllare periodicamente la mia pagina di Wikipedia e assicurarsi che nessuno vi abbia pubblicato nulla di falso, diffamatorio o semplicemente strano. Naturalmente, quando ha visto come i ministri della Wiki-Verità stavano punitivamente “modificando” la mia pagina con la scusa della “neutralità”, ha tentato di contattarli. Il tentativo non è andato bene. Non voglio annoiarvi con tutti i dettagli cruenti, ma, se siete curiosi, sono qui sulla pagina “talk” CJ Hopkins  (che re Ubu riferisce di avere copiato e archiviato, cosa che trovo un po’ paranoica, ma in fondo non sono un esperto di tecnologia informatica).Guardate, normalmente non vi annoierei con le mie questioni personali, ma il mio caso è solo l’ennesimo esempio di come la “realtà” venga manipolata al giorno d’oggi. Nei circoli anti-establishment in cui mi muovo, Wikipedia è nota per questo genere di cose, e se ci pensate non c’è nulla di cui stupirsi. È una piattaforma perfetta per manipolare la realtà, diffondere la propaganda pro-establishment e danneggiare la reputazione delle persone, una tattica piuttosto popolare ai nostri giorni. Il punto è che, quando si cerca qualcosa su Google, Wikipedia è di solito il primo risultato che si trova. La maggior parte delle persone pensa che quello che leggono sulla piattaforma è, in linea di principio, basato su fatti e tenta quanto meno di essere “oggettivo”… e molto di quello che c’è scritto in effetti lo è, ma molto altro no.Se il nome “Philip Cross” non vi ricorda nulla, forse dovreste dare un’occhiata alla sua storia prima di consultare acriticamente Wikipedia. Al 14 maggio 2018 (quando Five Filters ha pubblicato questo articolo su di lui e il suo servizio presso il ministero della Wiki-Verità), Cross aveva modificato Wikipedia per cinque anni consecutivi, tutti i giorni della settimana, incluso Natale. Cross (ammesso che sia una persona vera e non un complotto di un servizio di intelligence) è specializzato nel modificare maliziosamente gli articoli che riguardano gli attivisti pacifisti e altre persone anti-establishment. La storia è troppo lunga per raccontarla qui, ma date un’occhiata a quest’altro articolo di Five Filters. Se siete interessati, questo è un buon punto di partenza.Oppure, se non avete tempo per farlo, continuate a leggere e usate il mio caso come esempio.Ora, secondo Ubu, la modifica punitiva della mia pagina da parte del Ministero, in modo da renderla più “neutrale” è cominciata quando questo specifico Ministro (“Greyfell”) ha scoperto che (a) esistevo e (b) ero un eretico di sinistra. “Grayfell”, a quanto pare, è estremamente interessato a mantenere un’immagine positiva degli Antifa, la cui voce su Wikipedia modifica attivamente, e il cui onore e integrità difende valorosamente, non solo da conservatori e stupidi neofascisti, ma apparentemente anche da nefasti autori di sinistra e autori di satira politica come me.

estratto da http://vocidallestero.it/2019/11/08/il-ministero-della-wiki-verita/
J. C. Hopkins è un pluripremiato drammaturgo, romanziere e autore satirico politico americano, che vive a Berlino. Le sue opere sono pubblicate da Bloomsbury Publishing (Regno Unito) e Broadway Play Publishing (USA). Il suo romanzo di debutto, Zona 23, è pubblicato da Snoggsworthy, Swaine & Cormorant Paperbacks. Può essere contattato presso cjhopkins.com o consentfactory.org.

Fuori dagli sche(r)mi

Per questo ho voluto – e ho cercato di – cambiare i termini della questione, invitando gli studenti e la platea tutta a fare mente locale su un’altra espressione, che, sia chiaro, si potrebbe adottare benissimo controvoglia, ma servirebbe a rivoltare come un calzino questi tempi sbandati: “pensare fuori dagli schermi”. Questi schermi luminosi (per ogni dove e per ogni occasione) rendono la realtà virtuale centomilavolte più attraente della realtà propriamente detta, e sono inoltre molto utili a tutti, questo è ormai indubbio (possiamo essere in contatto con chiunque vogliamo quando vogliamo; possiamo costruire e mantenere relazioni a distanza che sono importanti per la nostra vita); ma stanno trasformando inesorabilmente i nostri comportamenti, rendendoci arrendevoli, docili, con una (in)coscienza sul mondo che si presenta fluida, tentacolare, ma poco approfondita: il loro uso spropositato ci sta togliendo pian piano la capacità di ricordare qualcosa, semplicemente perché sappiamo che con dei banali movimenti delle dita quel qualcosa sarà già lì, pronto per noi, “a portata di mano”, e quindi alla fine: con tutta questa potenzialità mnemonica “esterna”, a che serve “internamente” ricordare?

Molto spesso però succede che, quando stacco gli occhi dallo schermo, all’improvviso l’elettrocardiogramma del mio pensiero (critico) si riattiva, la mia memoria mette la prima, la seconda la terza e così via, il mio cervello non è più in folle, l’inquinamento informativo scompare, come la brina sul parabrezza non appena un movimento entra in circolo in un autoveicolo, seppur quest’ultimo si presenti come un catorcio scassato. E così dall’assenza nasce la potenza, dalla mancanza la vicinanza, creando le condizioni ideali per lasciare germogliare la facoltà di notare quello che quotidianamente si fa vedere: sotto al naso, a pochi spasmi da me. In questo modo, potremmo sottrarci agevolmente dal controllo panottico che opera su di noi il digitale dei mercati, preservando i momenti anonimi, dando manforte ai momenti significativi che non diventano in questo modo segreti, ma diventano pericolosi agli occhi del potere perché sfuggono alla “logica normale” dell’evento quotidiano sugli schermi.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

https://ilconformistaonline.wordpress.com/2018/12/23/fare-breccia-sul-potere-che-violenta-il-mondo/

Il miglior schiavo

Il quadro politico-culturale italiano, specchio peraltro di quello occidentale, è sempre più desolante.
Esiste una potente macchina di fabbricazione del consenso che sta cercando di livellare ogni divergenza cognitiva per costringerla dentro la cornice del pensiero unico.
I padroni del discorso controllano quasi tutto, e da tempo stanno cercando di controllare, dietro virtuosi pretesti, anche l’ultima ridotta dell’informazione divergente, la rete.
Ennesimo e ultimo tentativo in ordine di tempo: l’iniziativa di pochi giorni fa – auspice la senatrice Liliana Segre – che istituisce una commissione parlamentare per identificare e contrastare in rete gli hate-speech e le fake-news. Ovvero, tradotto in mandarino, i discorsi d’odio e le notizie fraudolente.
L’aura morale che circonda la Segre, scampata alla Shoah, ha lasciato ben poco spazio alla possibilità di obiezioni ragionevoli contro una misura di per sé ambigua, foriera – se portata a coerenti conseguenze – di mordacchie varie e pesanti alla libertà di espressione.
La quale peraltro è regolamentata da dispositivi legali (la querela per diffamazione o ingiurie) che già le impongono una certa autoregolamentazione.
C’è un problema di anonimato, è vero, ma i commenti anonimi (quelli di coloro che si nascondo dietro pseudonimi) dovrebbero essere trattati alla stessa stregua delle lettere anonime; e in ogni caso sarebbero più opportune misure che evitino l’anonimato in rete, così che ognuno si assuma la responsabilità di ciò che scrive e si conceda un attimo di riflessione prima di scriverlo.
La verità è che i veri diffonditori seriali di notizie fraudolente sono proprio i media ufficiali, TV e giornali.
L’elenco degli esempi è lungo, anche solo a limitarci al primo scorcio di questo secolo, e le conseguenze sono state e sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: milioni di morti, paesi devastati, atrocità (vedi tra l’altro alle voci Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Yemen…).
Non mi risulta che la propalazione in rete dell’allarme per le scie chimiche o altre amenità sia mai stata altrettanto letale. Eppure, fra coloro che si preoccupano della salute mentale degli internauti, nessuno che denunci la più grave questione della manipolazione operata dall’informazione di sistema.
Sentivo ieri in TV, ancora una volta, parlare dei tentativi russi di influenzare il voto in Occidente, tema che riemerge immancabilmente alla vigilia o all’indomani di elezioni.
A fronte di questa ipotetica e mai provata attività, non ho mai visto nessuno scandalizzarsi per le ingerenze americane, quelle sì concrete, conclamate e grevi: Obama che appoggia Renzi a proposito del referendum sulla riforma costituzionale, o sostiene i bremainer contro i brexiter, o ancora foraggia la rivoluzione colorata ucraina; Trump che invita Farage ad allearsi con Johnson, contro il partito del bremainer e per evitare che Corbyn instauri il “socialismo” in UK…
Sono discrasie non ascrivibili a psicopatologie intellettive ma a precisi disegni di pesante orientamento della consapevolezza popolare. Il Sistema sa bene che nei limiti del possibile è sempre più economica ed efficiente la manipolazione cognitiva che la costrizione fisica.
Parafrasando Goethe: per il Sistema non esiste miglior schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo.

Mauro Poggi

in https://mauropoggi.wordpress.com/2019/11/03/il-miglior-schiavo/

Mal di scuola

Per decenni la scuola è stata concepita come una sorta di ‘riserva indiana’ per semioccupati od occupati malpagati e frustrati, senza nessuna considerazione per il merito e la passione per il proprio lavoro (gli scatti erano solo per anzianità). Molti dei ‘babypensionati’ vengono dalla scuola e spesso erano i migliori, con una vocazione autentica per la loro delicatissima professione. Si tenga presente che il lavoro dell’insegnante scrupoloso non si esaurisce in aula ma, soprattutto per alcune materie, lettere e filosofia in particolare, continua a casa con la correzione dei compiti e la preparazione della lezione del giorno successivo. I migliori, alla lunga, hanno pensato che non ne valesse la pena e sono andati a spendere il loro talento altrove, gli altri che talento non avevano sono rimasti a scaldare i banchi.

A tutt’oggi ogni nuovo ministro della Pubblica Istruzione elabora un suo piano di studi puntualmente sconfessato dal suo successore. Non funziona così, non può funzionare così. Anche se oggi tutto va a gran velocità (che, sia detto di passata, è uno dei drammi della vita moderna) un piano di studi va pensato con vista lungimirante, per almeno due o tre generazioni. Se il mitico ‘classico’ di Gentile ha potuto resistere decenni è perché Gentile aveva guardato avanti e soprattutto aveva ben in testa che la scuola ti deve dare, oltre alle nozioni, gli strumenti per capire la realtà. Perché capire è più importante di sapere.

Tutti i recenti tentativi di riforma hanno cercato di adeguare la scuola alle nuove realtà. E’ inevitabile, ma si è troppo forzato sull’attualità. La scuola si deve occupare soprattutto dell’inattuale, Eraclito, Platone, Bacone se non li incontri a scuola poi non li incontri più. L’attualità ci entra ed esce da tutte le orecchie.

Ma la distruzione o la semidistruzione definitiva di ogni capacità di comprensione e del far propria una vera cultura, e questo riguarda l’intera popolazione, giovanile e adulta come rileva l’Ocse, viene dalla tecnologia digitale. Su internet puoi trovare tutto, subito. Incameriamo una serie infinita di nozioni, ma è un generico sapere sul sapere. Paradossalmente da questo punto di vista le cose andavano meglio in era preindustriale. Scrive Johan Huizinga ne La crisi della civiltà che è del 1935: “L’uomo comune diventa sempre meno dipendente dalle proprie facoltà di pensiero e di espressione. Il contadino, il marinaio, l’artigiano di una volta, nel tesoro delle sue conoscenze pratiche trovava anche lo schema spirituale con cui misurare la vita ed il mondo. Anche dove l’individuo sia animato da un sincero impulso verso il sapere e la bellezza, dato l’ossessivo sviluppo dei mezzi di diffusione meccanica dello scibile, difficilmente potrà sottrarsi alla noia di ricevere, bell’e confezionati o strombazzati, giudizi e nozioni”.

Massimo Fini

 

Iper-informazione

Domande al premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman
Quali sono i bias cognitivi?

I bias cognitivi sono numerosi, ma esaminiamo qui i più rilevanti, che adottiamo quando siamo sommersi da una marea di informazioni tra le quali districarsi, come avviene nel caso dei social network.

A giocare un ruolo da protagonista è senz’altro il bias di conferma, ossia la tendenza a ricercare e prediligere le informazioni che confermano le nostre credenze iniziali. Esperimenti psicologici hanno dimostrato come gli individui raccolgano o ricordino le informazioni in modo selettivo e interpretino prove ambigue a sostegno della loro posizione preesistente. L’azione di tale bias provoca un eccesso di fiducia nelle opinioni personali e impedisce persino di mutare posizione di fronte a prove contrarie evidenti. Alla base di questo automatismo mentale c’è sia l’attitudine a credere che si realizzi qualcosa in cui speriamo (wishful thinking) sia la limitata capacità umana di rielaborare le informazioni. Inoltre, per il singolo individuo è certamente meno oneroso convalidare le proprie idee iniziali piuttosto che impegnarsi in una faticosa analisi comparativa e scientifica che ne testi la validità.

A rafforzare questo comportamento concorre un altro bias, quello dello status quo, una distorsione valutativa legata alla resistenza al cambiamento, per cui si tende a non prendere decisioni che possano alterare lo stato attuale, anche se potrebbero essere conveniente. Ogni cambiamento è percepito come una perdita.

A influenzare le nostre opinioni c’è poi il bias di ancoraggio, che porta a legarsi a un’informazione iniziale con cui si è venuti a contatto, considerata come “ancora”, per formulare giudizi successivi durante il processo decisionale. I contenuti affini a essa tendono a essere assimilati, mentre quelli che si discostano solitamente vengono allontanati.

Effetti analoghi al bias di conferma sono indotti dal bias di gruppo, che induce a sopravvalutare le capacità e il valore del proprio gruppo, qualunque natura esso abbia (sociale, culturale, ecc.) e a sminuire e discriminare qualsiasi gruppo estraneo. Questo errore cognitivo genera l’attitudine, molto frequente negli ambienti culturali e accademici, a favorire persone appartenenti al proprio gruppo e a escludere persone esterne, evitando così il confronto e rafforzando le proprie credenze.
Effetto camera d’eco

L’azione congiunta di tali bias ha una portata esplosiva all’interno del micro cosmo dei social, divenuto proiezione del mondo reale. La mole infinita di contenuti veicolati non solo non aumenta il livello di conoscenza dell’utente, ma al contrario porta a rafforzare le proprie idee iniziali e a identificarsi con un gruppo virtuale che le rappresenta.

Anziché approfondire e analizzare in modo comparativo argomentazioni diverse dalle proprie, si tenderà a ignorarle e perfino a denigrarle. Si viene così a creare il fenomeno delle “camere d’eco”, ossia delle campane di vetro in cui i preconcetti personali sono amplificati dalla comunicazione e dalla ripetizione degli stessi messaggi all’interno di un sistema chiuso. Dentro una camera d’eco gli utenti possono trovare informazioni che convalidano le loro opinioni preesistenti e attivare il bias di conferma.
Questo fenomeno rafforza le credenze e le radicalizza, senza nulla aggiungere all’informazione e alla conoscenza. Il risultato è l’oltranzismo ideologico al quale assistiamo e partecipiamo, in cui il dibattito e il confronto politico sono stati sostituiti dalla tifoseria e della violenza verbale. Non vi è alcuno spazio per elaborare un pensiero critico e svincolato dai bias, vince la legge tribale.

https://www.controinformazione.info/bias-cognitivi-e-camere-deco-la-trappola-dei-social/

La sentenza di Sileno

Inquieta la idea stessa di mettersi a valutare se la vita, o una data vita, sia più conveniente o meno conveniente della morte. Inquieta cioè l’idea, in sé razionale, di chiedersi se, dato il mio stato di salute, mi convenga continuare a vivere oppure uccidermi o farmi uccidere. Disturba, insomma, l’idea che la vita non sia sempre desiderabile in sé stessa, come tale, ma che la sua preferibilità alla morte dipenda dalla sua qualità.

Infatti, se si apre la mente a questa idea, a questa valutazione, non si sa dove si arriverà. Anzi, vi dico io dove si arriverà; si arriverà a udire il suono della risposta del satiro immortale Sileno, che, forzato da re Mida a rivelare quale sia la cosa più desiderabile per l’uomo, sentenziò: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te sarebbe assai meglio non udire? Il meglio è per te assolutamente irrealizzabile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”. La vita umana è sempre peggiore della morte: questo vuol dire Sileno. Sempre, e non solo quando ti tormenta una malattia incurabile, perché le sue sofferenze, nel complesso, superano sempre le gioie. Perciò la vita umana non ha senso. Una saggezza, questa, superficiale e fasulla, ma devastante e letale per le nazioni occidentali. culturalmente e spiritualmente svuotate e traviate dall’insegnamento e dall’esempio del clero cristiano, soprattutto di quello moderno.

LA SENTENZA DI SILENO