Eclissi come segno divino

Come saprete, un’eclisse di sole  ha attraversato il vasto territorio statunitense. Ebbene: è stata una eclisse razzista, razzista come  i suprematisti bianchi,  razzista come  The Donald e il KKK.  L’ha smascherata nella sua  natura proibita  e politicamente scorretta Alice Ristroph, una laureata in legge ad Harvard  (quindi probabile Snowflake) e insegnante di diritto a Brooklyn ;   che ha pubblicato la sua scoperta sulla rivista The Atlantic Magazine.  “L’eclisse totale sarà visibile da Lincoln capitale del Nebraska, dove la popolazione nera è solo del 3,8 per cento”,  scrive  la signora fremente per questa palese discriminazione razziale, “spostandosi ad est, l’eclisse passerà su parte di St. Louis, dove  la popolazione è quasi al 50% nera. Ma i residenti afro sono concentrati nella metà Nord dell’area metropolitana, e  l’eclisse totale passerà sopra la metà meridionale”:  l’eclisse  dunque lo fa apposta, ha voluto privare    la minoranza negra, tanto deprivata, anche del suo spettacolo astronomico.

Che una Ristroph si metta a delirare, farebbe di questo un caso pietoso di turba mentale, forse curabile con  antipsicotici. Ma quando  è una rivista relativamente seria come Atlantic Magazine a pubblicare una simile paranoia, il segnale è inequivocabile:  l’America è entrata in una delle sue ricorrenti allucinazioni  giustizialiste di massa.

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La presa del potere

Un giovane filosofo e geopolitico, Parag Khanna, ha scritto un saggio intitolato, parafrasando Tocqueville, La tecnocrazia in America, nel quale, superando lo stesso Zuckerberg, conclude che in America “c’è troppa democrazia” (???). Ciò di cui c’è bisogno è “più tecnocrazia”. Khanna ha una convinzione precisa, quella che “un governo tecnocratico è costruito attorno alle analisi di esperti e sulla pianificazione di lungo periodo, piuttosto che sulla chiusura mentale e la visione di breve periodo dei capricci populisti”. Al di là del tocco finale contro i populisti, ossia contro i sostenitori della sovranità popolare, ciò che sgomenta è il tono chiliastico, millenarista del nuovo potere tecnoscientifico, nonché il disprezzo assoluto per il popolo. Decidono “gli esperti”, poiché essi “sanno”, conoscono le procedure, antivedono gli esiti, conoscono i risvolti di tutto. A noi spetta unicamente l’obbedienza, la bovina acquiescenza al verbo.

Roberto Pecchioli in http://www.maurizioblondet.it/la-repubblica-delle-procedure/

Ad usum Delphini

Maria Teresa d’Asburgo con suo figlio Luigi, il Gran Delfino, in un dipinto del 1663 di Henri e Charles Beaubrun

Ad usum Delphini è una locuzione latina che significa «per uso del Delfino» ed era presente nei frontespizi dei testi adattati per il primogenito del re Luigi XIV di Francia.[1] In realtà era maggiormente impiegata l’espressione in usum Serenissimi Delphini, la quale col tempo cadde in disuso.[2][3]

Oggi la locuzione viene adoperata in senso spregiativo per indicare qualcosa che è stato alterato col fine di soddisfare interessi di parte.[3][4][5]

Origine e uso

L’espressione nacque in Francia, dove veniva stampigliata sulla copertina dei testi classici greci e latini destinati all’istruzione dell’erede al trono di Francia, Luigi, il Gran Delfino, figlio del re Luigi XIV e di Maria Teresa d’Asburgo.[5] In questi testi venivano censurati i passi considerati scabrosi o comunque non appropriati per la giovane età del Delfino. La collezione di libri ad usum Delphini comprende 64 volumi stampati tra il 1670 e il 1698 per ordine del precettore del Gran Delfino, Charles de Sainte-Maure, duca di Montausier,[6] e sotto la supervisione di Jacques Bénigne Bossuet e di Pierre-Daniel Huet. I testi epurati vennero poi ristampati e utilizzati nelle scuole.[2][3]

In seguito la locuzione passò a indicare l’edizione di un testo semplificata per adattarla alla limitata capacità di apprendimento, per età o per cultura, di una persona, mentre in senso dispregiativo denota la manipolazione di notizie, informazioni o documenti a vantaggio di un dato soggetto o per fini propagandistici.[3]

https://it.wikipedia.org/wiki/Ad_usum_Delphini

Nota: Tali si possono considerare, in tempi moderni,  i media più diffusi (giornali,televisione ecc.)

Internazionalizziamoci

Qualche giorno fa vado a farmi i capelli dal barbiere di fiducia vicino casa. Non si lamenta mai, è una persona solare che infonde allegria, ma affrontando il discorso crisi mi confessa che anche per lui ultimamente non è facile andare avanti, che anche se non ha perso neanche un cliente però si è ridotto il lavoro, perché chi andava una volta alla settimana va una volta ogni due e chi andava una ogni due va una volta al mese. Sulla poltrona di fianco un signore che fa il piastrellista – quasi del tutto calvo, al punto che mi chiedo cosa ci stia facendo seduto su quello scranno – mi dice che ha iniziato a lavorare negli anni ’70 e che ha guadagnato e messo da parte una fortuna tale da riuscire a farsi una casa di proprietà, ma che adesso da dieci anni va avanti di lavoretto in lavoretto, avendo dato fondo a tutte le sue riserve due anni fa. Poi nel giro di ruota delle vittime della crisi è la volta di un ragazzo che è in attesa del suo turno sul divanetto. È pieno di tatuaggi e ha un’acconciatura alla El-Shaarawy di San Donato. Mi dice che ha rilevato un’edicola, acquistata con l’aiuto del padre, ex operaio metalmeccanico pensionato solo l’anno scorso, che ha incassato un generoso TFR col quale hanno coperto più della metà delle spese per l’acquisto dell’attività, mentre per l’altra metà ha acceso un mutuo che però non riesce a sostenere col solo reddito dell’edicola. Di seguito interviene il macellaio, che svolge attività di fianco, in attesa anche lui per una bella tosata che lenisca le sofferenze dei 40° di queste torride giornate pescaresi. Parte in quarta, è un’esplosione di ottimismo, dice che a lui l’attività va a gonfie vele, che non ci si può lamentare, certo non è più come prima, ma la vita è dura e lo è sempre stata… a quel punto lo interrompe il barbiere che gli dice “ma se tinìve quattr persone a fatijà co’ te e mò sctì sòle…” e dall’espressione da pugile suonato incassatore del macellaio capisco l’antifona.
A quel punto mi sento chiamato in causa e dall’alto delle mie conoscenza frutto della indigestione di insalatone di economia neoclassica, noci, regressioni lineari, derivate, integrali e feta greca, mi faccio grosso e tondo come una sfera di cristallo umana e rivelo a tutti la formula magica per sciogliere il maleficio che grava sulle loro vite.
“Ragazzi, sveglia! Dovete solo rilanciare le vostre attività adattandovi ai nuovi contesti globali! Dovete internazionalizzarvi!”. Io al centro della sala con la mantellina di poliestere che mi stringe il collo sudato ricoperto di residui di capelli e peli frullati rimasti appiccicati e loro intorno a me a formare un cerchio mi guardano attoniti.
“Sì, posso intuire le vostre perplessità, ma non dover piangervi addosso così! Siate UOMINI, per la miseria! Il mondo è cambiato e voi dovete decidere se essere fautori del vostro destino o vittime dell’abulia dei perdenti! Tu… tu promuoverai tagli di capelli su Amazon, così da aprire le finestre al mondo. Farai i capelli a coreani, vietnamiti, russi, giapponesi, cinesi, canadesi, australiani e non porre limite alle tue possibilità! Tu, invece, vuoi per caso continuare a mettere piastrelle ai conoscenti e solo nella tua città o a partecipare a gare d’appalto nei confini regionali? No, diamine, tu devi andare a proporti dove oggi c’è bisogno di te, per esempio in Albania sai quanto bisogno di piastrellisti c’è al giorno d’oggi? Certo, dovrai metterti in viaggio, andare in un paese in cui si parla una lingua che non conosci – ma tanto gli albanesi parlano l’italiano meglio di noi – e all’inizio dovrai accontentarti di guadagni pari a 1/5 di quelli che conseguivi qui, ma sul lungo periodo, tra vent’anni… a ottant’anni mi ringrazierai! E tu… cioè tu credi davvero di poter campare vendendo i giornali e le figurine al vicinato? I giornali non li legge più nessuno e le figurine le comprano i bambini! Vedi per caso dei bambini intorno a te? No? E allora..!? Tu dovrai aprire un sito internet, un’edicola online per vendere libri, giornali, caramelle, figurine e bevande in tutto il globo! Capisci che opportunità che offre la rete!? E tu potresti fare lo stesso con le tue bistecche. Immagina di poter spedire le salsicce di fegato a Shenzen… diventeresti ricco, sai quanti sono i cinesi? Una frega addavèr! E amano le salsicce di fegato…”.
A quel punto noto nei loro sguardi distesi e fiduciosi quel luccichio che solo pochi eletti hanno, lo shining, che consiste in un’infinita fiducia nelle puttanate che ripetono “economisti” in tv e sui giornali, quelli che scrivono raccomandazioni per il Fondo Monetario Internazionale, ma non sanno e non hanno mai saputo quanto costa un litro di latte. Anche loro sono finalmente completamente rincoglioniti come me da questa inebriante voglia di aprirsi al mondo, quell’energia che dovrebbe spingere tutti gli italiani disoccupati all’autoimprenditorialità e all’internazionalizzazione. Quelli che ignorano il mercato interno e le dinamiche che governano l’economia dei cittadini comuni, che fanno la spesa e che vanno al mare con l’insalata di riso preparata a casa.
A quel punto si prendono tutti per mano e si stringono a me, mentre io apro l’ombrello e prendo il volo, cantando “Internazionalizziamocistichespiralidousooo…”

(Questa è una breve commedia sulla distruzione della domanda interna e l’opera consapevole di colpevolizzazione di un popolo già depresso e ora accusato di inettitudine e apatia. I fatti e le persone narrati sono reali, ma ricontestualizzati e ornati con i fiorellini che mi piace mettere dappertutto)

Gianluca Baldini

La narrativa sulla crisi

A partire dagli anni Novanta si accentuerà, da parte dei principali organi di informazione italiani, una narrativa colpevolista, che attribuirà all’eccesso di spesa pubblica e di corruzione l’eccesso di debito pubblico degli anni Ottanta. Il tutto mettendo giovani contro vecchi, figli contro padri, sostituendo lo scontro generazionale alla vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro. Tale narrativa, di matrice neoliberista, servì a far ingerire ai lavoratori italiani la pillola amara dell’austerità, che si concretizzerà sposando la costituzione materiale di Maastricht (1992). Da allora si ebbero drastici tagli di spesa previdenziale, privatizzazioni a prezzo di saldo delle industrie pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della tassazione indiretta e sul lavoro , soppressione definitiva del meccanismo di tutela dei salari dall’inflazione, blocco del turnover nella pubblica amministrazione. Politiche che inflissero al Paese una stagnazione economica ventennale che culminerà, dal 2008, in una crisi economica più devastante, in termini di perdita di produzione e occupazione, di quella patita durante la depressione del 1929.

 

RIFERIMENTI

Sulla relazione tra cambio forte e crescita del debito pubblico in Italia negli anni dello SME si veda Augusto Graziani, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, 1997 e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000.

Per tutti i dati sulle principali grandezze macroeconomiche (PIL, tasso di inflazione e disoccupazione, etc) negli anni Ottanta si veda il contributo di Michele Salvati, Occasioni Mancate, Laterza, 2000.

Sulla dinamica della nostra finanza pubblica in una prospettiva storica si rimanda a Piero Giarda, Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare, 2011 e al rapporto “Spesa dello stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria dello Stato.

Sulle posizioni critiche di Federico Caffé sullo SME si rimanda al paper di Alberto Baffigi, L’economia del benessere alla sfida della tecnocrazia e del populismo: il pensiero democratico di Federico Caffé, 2016.

Sul “divorzio”tra Banca d’Italia e Tesoro si veda B. Andreatta, Il divorzio tra tesoro e bankitalia e la lite delle comari, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.

 

Federico Stoppa

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Empatia

In “La conversazione necessaria- La forza del dialogo nell’era digitale (Einaudi 2016) ” Sherry Turkle, a suon di ricerche qualitative e interviste vis a vis, racconta di come uno dei caratteri fondamentali dell’uomo, l’empatia, si stia estinguendo a causa del deficit d’attenzione dovuto all’iperconnessione, all’eccesso informativo, all’impossibilità di sentirsi qui e ora, ma sempre altrove. «Negli ultimi 20 anni, tra gli studenti universitari, si è rilevato un calo del 40% negli indicatori dell’empatia – un decremento avvenuto per la maggior parte nell’ultimo decennio. Si tratta di una tendenza che i ricercatori attribuiscono direttamente alla presenza dei nuovi mezzi di comunicazione digitali». Come si possono capire le sfumature di uno sguardo, di un gesto, se non riusciamo a concentrarci su chi ci sta di fronte, se siamo in continua attesa di uno stimolo esterno, di una notifica dello smartphone? Come possiamo comprendere il prossimo se siamo sommersi dal rumore del comunicare? Come costruire la nostra identità se non conosciamo pause, se non abbiamo il tempo per elaborare e maturare?

Giulio Sangiorgio in Film TV #29 del 18-7-2017

A quanto evidenziato sopra, noi che seguiamo da sempre i libri della sociologa americana, non possiamo non rilevare come la stessa funzione sia stata inserita fin dal 1975 nei film trasmessi in TV,  in cui la pubblicità non serve per vendere improbabili (e inutili) oggetti, ma semplicemente per impedirti di riflettere sul carattere dei personaggi e su te stesso.

Per cui la frittura dei cervelli dei giovani data da molto prima dell’epoca digitale e, purtroppo, le generazioni che ne sono esenti sono in estinzione.

NOTA: Più o meno negli stessi anni si sono moltiplicati i film di azione, dove un montaggio veloce ha espletato la stessa funzione della pubblicità anche nelle sale cinematografiche (e non entriamo qui nella logica dei videogiochi e dei loro stretti rapporti col cinema).

Dormire

Ieri pomeriggio, reduce da una passeggiata, in seguito al gran caldo, ho deciso di prendermi un gelato.
Mi sono comprato un cono, i miei due gusti preferiti: fragola e pistacchio.
Sono uscito dalla gelateria per andarmi a sedere su una panchina.
L’unica che si trovava all’ombra era occupata da una signora al telefono e da una bambina molto piccola, intorno ai 5 anni.
La panchina era piuttosto larga.
Mi sono avvicinato e ho chiesto alla signora se potevo sedermi.
La signora, indaffarata al suo cellulare, mi ha fatto cenno con la testa di accomodarmi senza problemi.
Mi sono seduto e ho iniziato a gustarmi il gelato.
Ho sollevato lo sguardo e i miei occhi hanno incrociato, per un breve attimo, quelli della bambina.
Mi ha sorriso con un’aria divertita e complice e ha dato una poderosa linguata al suo cono: identico al mio. Lo si intuiva dai colori del suo gelato, verde pastello e rosso fiamma.
Gli stessi gusti.
Anch’io le ho sorriso.
Quest’inattesa comunione di gusti mi ha dato subito una sferzata di buon umore.
La signora, nel frattempo, era tutta presa dalla sua telefonata, che sembrava davvero piuttosto importante.
La bambina, mentre leccava il gelato, era assorta e seguitava ad osservare con enorme attenzione il suolo.
Dalla mia distanza, non vedevo nulla di interessante, e non riuscivo a comprendere che cosa stesse attirando la sua attenzione.
A tratti, infatti, la vedevo chinarsi e oservare il lastricato.
Ad un certo punto, la bambina ha tirato la manica della mamma e le ha chiesto.
“Mamma, le formiche, dormono?”
La madre non ha risposto.
Dopo qualche secondo, la bambina ha riformulato la stessa domanda.
“Non ne ho idea” ha risposto la madre, visibilmente infastidita.
Ma la bambina voleva ottenere una risposta.
Glie lo ha chiesto altre quattro volte.
“Piantala di fare domande, adesso andiamo, e non fare la noiosa come al solito” ha risposto la madre con tono scocciato, senza smettere di parlare al cellulare.
La bambina si è rabbuiata, ma dopo un po’ si è piegata di nuovo in due ad osservare quella che -lo avevo capito- doveva essere una fila di formiche al lavoro.
“Mamma, ma quando vanno a dormire, dove vanno?”
La madre non ha risposto.
La bambina ha insistito, finchè la madre ha sbottato “Stai zitta, non devi fare domande, sto facendo una cosa importante, piantala di fare domande stupide”.
La bambina si è appoggiata allo schienale rabbuiata.
Ho visto che aveva le lacrime agli occhi.
Si sentiva umiliata.
Io non avevo mai smesso di osservarla.
E a un certo punto l’ho immaginata in un pomeriggio caldo del 2044, distesa sul lettino dello psicoanalista, che piangeva ricordando quel pomeriggio della sua infanzia, al quale, parlando con la dottoressa, all’improvviso, attribuiva l’origine della sua patologica timidezza e la difficoltà nel parlare con gli uomini.
“Quando ero piccola, a casa, quando parlavo, nessuno mi ascoltava. Mia madre mi sgridava sempre e non rispondeva mai alle mie domande” immaginavo che avrebbe detto.
Mi sono sentito parte in causa.
Mi sono ricordato che quella bambina mi aveva riconosciuto come compagno di percorso esistenziale perchè aveva subito notato che condividevamo la stessa struttura di papille gustative e avevamo scelto lo stesso gusto di gelato: in qualche modo eravamo anche fratelli.
Allora, mi sono alzato in piedi e mi sono avvicinato.
L’ho guardata.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Io non avevo la minima idea di che cosa facciano le formiche, ma sentivo che urgeva una qualunque risposta.
“Le formiche dormono d’inverno” le ho detto “è per questo che sono formiche e si danno tanto da fare; portano il cibo nel formicaio e poi, quando arriva l’autunno, s’addormentano e si sentono tranquille perchè hanno tanto cibo utile quando farà freddo. Quelle pagliuzze che trasportano sono importanti, per loro sono essenziali, servono a costruirsi un lettino comodo”.
La bambina mi ha guardato raggiante.
Con il polso si è asciugato il nasino.
La madre mi ha fulminato con uno sguardo come se si trovasse davanti a Igor o vittima di un attentato dell’Isis.
Con uno scatto si è alzata in piedi, ha preso la bambina per la mano e ha cominciato a strattonarla per portarla via.
“Andiamo a casa perchè si è fatto tardi” sempre senza mai smettere la sua telefonata.
La bambina ha cominciato a saltelare con difficoltà seguendone il passo, perchè la madre camminava veloce.
Si era girata due volte per guardarmi.
Io lo sapevo che attendeva un segnale, un gesto, un segno di qualsivoglia genere, tale per cui si potesse sentire rassicurata sulla sua complicità con me.
Avrei voluto correrle dietro, fermare la madre, strapparle il telefono dalla mano e dirle di dare subito una risposta a sua figlia.
Invece non ho fatto nulla.
Sono rimasto lì in piedi come un baccalà, mentre la signora camminava a passo spedito strattonando la bambina che cominciava a fare i capricci, strascicando i piedi, piagnucolando.
Sono ritornato a casa di malumore.
Mi sono sentito un traditore.
Davanti a una Libera Pensatrice potenziale, che aveva bisogno di aiuto, mi ero fatto prendere dalle necessità del rispetto formale della distanza tra estranei, nel mondo adulto, e non avevo mosso un dito per offrirle un qualche sollievo.
Ieri notte ho impiegato un lungo tempo prima di addormentarmi, senza mai smettere di pensare a quella bambina e alla mia vigliaccheria di anonimo adulto.
Poi, prima di chiudere gli occhi, ho cominciato a pensare alle formiche chiedendomi dove andassero a dormire, e se dormivano oppure no.
E’ stato il quesito più intelligente e originale che mi sia sentito rivolgere negli ultimi tre anni della mia vita.
E’ stato il regalo di una bambina di cinque anni che non rivedrò mai più.
Mi ha regalato un’idea, una condivisione, la conferma di quanto sia divertente la curiosità libera e condivisa. Quando è sincera e appassionata.
Volevo condividere con voi questa mia breve esperienza.

C’è qualcuno che sa dirmi se le formiche dormono?
E se dormono, dove vanno a dormire?

di Sergio Di Cori Modigliani
http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.com/2017/07/ma-le-formiche-dormono-oppure-no-e-se.html

Cuori in fuga

Tant’è vero che alla base dell’intera faccenda non c’è la stoltezza di chi non sa che farsene dei giovani più brillanti, che pur andrebbe combattuta. C’è il disegno oligarchico di governi che scuciono miliardi di euro per salvare istituti finanziari con l’acqua alla gola e ritornarli poi a banchieri senza scrupoli, ma non iniettano quei miliardi necessari per creare lavoro, fare politiche industriali, ridare linfa a un sistema economico atrofizzato e restituire dignità a quei milioni di persone che, emigrate o meno, sono cresciute in quegli anni 80-90 nell’inganno di poter accendere un mutuo e crescere a loro volta dei figli in maniera dignitosa nel proprio Paese. D’altronde, anche le questioni “baronili” passano per questo snodo: è solo nella scarsezza di risorse che possono vegetare ed espandersi i despoti che centellinano arbitrariamente i posti disponibili.

Il fenomeno dei cuori in fuga colpisce tutti, indistintamente. Colpisce i nostri genitori, che si vedranno privati dalla più preziosa delle compagnie, specialmente negli anni più critici della loro esistenza; colpisce noi, costretti a lasciare tutto e tutti e a soffrire di una malinconia strisciante; colpisce i nostri figli, che cresceranno pensando all’Italia come al Paese esotico di mamma e/o papà, senza magari saper cucinare nemmeno una pasta.

estratto da http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59224

Discorso sopra un’insalata

Del resto improvvisazione e pressapochismo di quella che orgogliosamente si definisce imprenditoria, sono anche le stigmate dei clienti che il pensiero unico tende a far diventare dilettanti della vita, persone che si devono arrangiare nella precarietà, in mansioni via via sempre più semplici e che sono funzionali nella misura in cui rimangono subalterni e ignari di ogni rivendicazione di diritti.

Il simplicissimus

scolapasta_618Metà luglio, un caldo impastato al brusio incessante dei turisti, i ventilatori che cominciano a buttare nuvole di acqua spray per fare Vietnam, pozze d’ombra di strade famose che guardano a Trinità dei Monti quasi fosse un trompe l’oeil nella sua essenza di immagine che pervicacemente rifiuta di incarnarsi anche sotto la fatica dei gradini. E’ in questo luogo, nel dedalo attorno a via Condotti, che lunedì scorso si inaugura l’ennesima mangiatoia che esprime i diritti tracotanti del presente e dei suoi tavolini: un furgone scarica cassette di verdure fresche o già grigliate in qualche misterioso luogo dove per le ultime generazioni nasce il cibo e vengono invitati per primi proprio i commercianti della zona.

Uno tra questi decide di farsi un insalata con ortaggi e verdure a larghe falde che sceglie in proprio e che vengono depositati in un ciotola solennemente consegnata all’affamato al termine della composizione. Ecco adesso…

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Tu per chi tieni?

Ricordo perfettamente la prima volta che mi fecero questa domanda: ero davanti alle scuole elementari in attesa di entrare in classe, probabilmente era un lunedì, e le discussioni vertevano tutte sul calcio; la domanda mi colse alla sprovvista, visto che io non mi ero mai interessato alla cosa, e così dissi la prima squadra che mi venne in mente.

Da allora però, per non farmi trovare impreparato, mi premurai di seguirne i risultati e, per abitudine, lo feci fino al 1970, quando le vicende calcistiche smisero definitivamente di interessarmi.

Questo per dire che l’atteggiamento degli italiani verso la politica è analogo: in questi giorni seguono le cronache del loro partito preferito con lo stesso spirito di parte senza neppure la giustificazione di una partita che ne fissi inequivocabilmente il punteggio.

La contraddizione è che ormai nessuno va più allo stadio (lo dimostra la crescente astensione alle elezioni) ma non rinuncia a sprecare i suggerimenti su come condurrebbe lui la squadra.

Intanto chi gestisce il campionato aspetta l’esito, tanto, chiunque vinca, non cambia nulla.