Antenòr

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secondo una leggenda, nel 1860 una nave, chiamata “olandese volante”, era diretta da Amsterdam a Batavia (l’attuale Giakarta). Nonostante fosse colpita da un forte uragano, il capitano decide di proseguire contro il volere di Dio (un po’ come Odisseus) e affonda. Come contrappasso è costretto a navigare in eterno su un mare con grosse onde, che gli impediscono di tornare a casa.

https://francescoguccinifc.wordpress.com/2018/06/11/antenor-commento-di-a-morreale/

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Attraverso lo specchio

Pincopanco e Pancopinco, conosciuti anche Dindino e Dindello (Tweedledum e Tweedledee in inglese) sono i personaggi di una filastrocca inglese per bambini, poi ripresi anche da Lewis Carroll nel seguito del suo celebre romanzo, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò.
Nel romanzo di Carroll i due simpatici fratelli vengono descritti come due personaggi grassocci e di bassa statura.

Bob Dylan dedica loro una canzone nel suo album Love and Theft.

Tweedle Dee & Tweedle Dum
Tweedle-Dee Dum and Tweedle-Dee Dee
They’re throwing knives into the tree
Two big bags of dead man’s bones
Got their noses to the grindstones
Living in the Land of Nod
Trustin’ their fate to the hands of God
They pass by so silently
Tweedle-Dee Dum and Tweedle-Dee Dee
Well, they’re going to the country, they’re gonna retire
They’re taking a streetcar named desire
Looking in the window at the pecan pie
Lot of things they’d like they would never buy
Neither one gonna turn and run
They’re making a voyage to the sun
“His Master’s voice is calling me”
Says Tweedle-Dee Dum to Tweedle-Dee Dee
Tweedle-Dee Dee and Tweedle-Dee Dum
All that and more and then some
They walk among the stately trees
They know the secrets of the breeze
Tweedle-Dee Dum

Canzone scritta sul muro

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E salve gente senza un colore,
senza un problema senza un dolore,
gente coperta da scorie gravi,
per ogni occhio ha almeno due travi,
gente sepolta dal carnevale di una città,
sotto il peso di una tremenda felicità.
Gente che ride quando si parla,
gente che ride quando si canta,
gente convinta che vivere sia,
accontentarsi e godersi quel tanto.
Questa canzone scritta sul muro
vi colpirà ne sono sicuro,
con le sue povere scarne parole
ma libere come ragazze sole,
questa canzone scritta di rabbia,
ognuno di voi per sua voglio che l’abbia,
per me sarà stringervi tra le mie braccia
e uno ad uno sputarvi in faccia.

I padri

1978/79: l’ultimo spettacolo di Teatro Canzone degli anni Settanta di Gaber, “Polli di allevamento”, è il più feroce di tutti. Il più contestato, il più (all’apparenza) disilluso. 181 repliche concluse a volte anche tra fischi e lanci di monete. Per prese di posizione che spesso risultano violente ed inappellabili. Dopo aver fatto un parallelo a molti indigesto tra “I padri miei” di un passato dove !a dirittura morale delle persone aveva ancora senso ed “I padri tuoi” specchio di un presente fatto di lassismo. Dopo aver indagato sui meccanismi dell’amare oltre gli stereotipi romantici. Dopo aver denunciato l’escalation della violenza in una società già immersa nei cosiddetti “anni di piombo”. Dopo aver inveito contro coloro che non si accorgevano di come il Paese si era ridotto. Dopo aver cantato di una gioventù vuota, “polli di allevamento” sempre più uniformati al consumo. Dopo aver gridato la finale, violenta, definitiva “Quando è moda è moda”.
Gli anni Settanta di Gaber andavano insomma chiudendosi fra le polemiche. In uno spettacolo che però – riascoltato ora – smaschera limiti e disvalori anche della nostra società.
E forse anche oggi, come diceva Gaber allora, basterebbe una parola per cambiare le cose. Un segno, per un percorso nuovo: che egli si sarebbe ostinato a cercare nel suo teatro degli anni a venire.

Giorgio Gaber muore a 63 anni l’1 gennaio 2003

Così

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Non amo trincerarmi in un sorriso
detesto chi non vince e chi non perde
non credo nelle sacre istituzioni
di gente che ha il potere e se ne serve
giocattoli di carta in mano ai pazzi
puntati su milioni di persone
tu ascolti tutto e cerchi di capirmi
finendo poi per fare confusione
e dici che per te non sono in pace
certo che almeno in questo mi conosci
nell’attimo che brucia la ragione
io butto al fuoco tutte le mie croci
e semino i miei fatti personali
mischiati a tutto quello che è sociale
e vivo con la stessa indipendenza
gli scandali le guerre o la spirale.
Perché son fatto così
e non ci posso far niente
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente.
Mi dici che una regola ci vuole
qualcuno deve pure aver ragione
sarà forse che sono diffidente
ma i capi non son altro che persone
e trattano le masse come capre
tosando e macellando l’eccedenza
sacrificando al fatto personale
le madri i figli i padri e la decenza.
Perché son fatto così
e non ci posso far niente
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente.
Si macchiano dei crimini più bassi
per conservare il posto da sedere
le chiese il parlamento i sindacati
le banche e gli altri centri del potere
gli amici sai gli amici tante volte
mi dicono che sono un piantagrane
che parlo senza un poco di rispetto
che amo più gli oppressi o le puttane.
Ma sono fatto così
e non ci posso far niente
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente,
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente.