Canto di Natale

Diverso è l’esito. Quasi due secoli dopo il Canto, la redenzione pare una vaga illusione, la tensione morale si è dileguata, molti altri Ebenezer Scrooge hanno conquistato potere e preteso di assurgere a modelli. Oggi ci è difficile commuoverci dinanzi al vagare incessante degli Spiriti natalizi del Canto, o al destino di coloro che, perdute in vita le occasioni di gioia, subiscono la condanna dell’oblio. Nessuno si ricorderà di loro, nessuno piangerà la loro morte, fa dire Dickens ai suoi personaggi. La vita è un passaggio in cui le buone azioni fanno guadagnare l’eternità dell’anima, ma anche quella eternità minore fatta di ricordo e compianto. Evidente il paragone con Ugo Foscolo, ma lo scrittore inglese era comunque un credente. Costringe Scrooge a tirare le somme dei propri errori, il passato genera nostalgia per le occasioni perdute, il presente dimostra la sterilità di una vita senza il conforto dello spirito, il futuro prospetta una morte solitaria e la dannazione. Il Canto di Natale è, alla fine, un’opera cristiana.

Per questo, temiamo che non sia più in grado di scuotere gli animi, emozionare e cambiare la vita, al tempo di altri gelidi Scrooge, della partita doppia in formato digitale, di nuove e vecchie schiavitù. La catena di Jakob Morley imprigiona milioni di uomini e donne, irriconoscibili come gli avari nell’Inferno dantesco, resi tali dal carattere immondo del loro peccato. Ma il Male è stato abolito, anzi invertito, il peccato è una vecchia favola per impaurire i bambini, Ebenezer Scrooge è un eroe del nostro tempo. Il Canto di Natale è un ritornello su cui pagare i diritti d’autore e la catena dell’avidità è la corona più ambita.

ROBERTO PECCHIOLI         

Alleluia: l’anno 2018 finisce in gloria. Il Financial Times elegge uomo dell’anno nientemeno che George Soros, l’arcimiliardario finanziere di origine ungherese quasi novantenne. Il quotidiano londinese è la voce del potere finanziario internazionale apolide, di proprietà della Nikkei, la società giapponese che controlla la Borsa di Tokyo. E’ considerato universalmente “autorevole” e “prestigioso”. Potremmo anzi dire che i due aggettivi stanno alla Bibbia economica della City esattamente come il bravo medico è un luminare, il relatore di tesi di laurea chiarissimo professore e il collega esperto è eminente.

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Pensateci

Aaron Swartz (Chicago, 8 novembre 1986New York, 11 gennaio 2013) è stato un programmatore, scrittore e attivista statunitense, coautore della prima specifica del RSS e delle licenze Creative Commons.[1] Ha finanziato Reddit e il gruppo di attivismo online DemandProgress. Faceva anche parte dell’Ethics Center Lab[2] dell’Università di Harvard. Il 19 luglio 2011 era stato arrestato per aver scaricato 4,8 milioni di articoli scientifici dal database accademico JSTOR.

Partì subito un’indagine da parte dell’FBI sulla base delle accuse di JSTOR, basate sul fatto che si trattava di contenuti accessibili solo a pagamento. Solo in seguito, per decisione della stessa JSTOR, concessero la consultazione gratuita del materiale scritto entro il 1923. Aaron Swartz è stato trovato privo di vita nel suo appartamento newyorchese di Crown Heights, nel quartiere di Brooklyn, venerdì 11 gennaio 2013.[4] 
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Morris Kline, a proposito della scomparsa del mondo greco, in relazione alla distruzione della biblioteca di Alessandria, nota:[10]

«Dal punto di vista della storia della matematica l’avvento del cristianesimo ebbe conseguenze sfortunate. I capi cristiani, sebbene avessero adottato molti miti e usi greci e orientali con l’intento di rendere il cristianesimo più accetto ai convertiti, si opposero alla cultura pagana mettendo in ridicolo la matematica, l’astronomia e la fisica. Ai cristiani era vietato contaminarsi con la cultura greca. Nonostante la crudele persecuzione dei Romani, il cristianesimo si diffuse e diventò così potente che l’imperatore Costantino (272-337) fu costretto ad adottarlo come religione ufficiale dell’impero romano. I cristiani erano ora pronti a distruggere in maniera ancora più accentuata la cultura greca. L’imperatore Teodosio proscrisse le religioni pagane e, nel 392, ordinò la distruzione dei templi greci. Molti di essi vennero trasformati in chiese, pur continuando spesso a ornarsi di sculture greche. I pagani vennero attaccati e assassinati in tutto l’impero. La sorte di Ipazia, una matematica alessandrina di fama, figlia di Teone di Alessandria, è il simbolo della fine di un’era. Per essersi rifiutata di abbandonare la religione greca, cristiani fanatici la aggredirono nelle strade di Alessandria e la fecero a pezzi.

I libri greci venivano bruciati a migliaia. Nell’anno in cui Teodosio bandì le religioni pagane i cristiani distrussero il tempio di Serapide che racchiudeva ancora l’unica grande raccolta esistente di opere greche. Si ritiene che siano stati distrutti 300.000 manoscritti. Molte altre opere scritte su pergamena vennero cancellate dai cristiani in modo da poter usare essi stessi la pergamena per i propri scritti. Nel 529 l’imperatore romano d’Oriente Giustiniano chiuse tutte le scuole filosofiche greche, compresa l’accademia platonica. Molti studiosi greci lasciarono il paese e alcuni, come ad esempio Simplicio, si stabilirono in Persia.»

Morris Kline, Mathematical Thought from Ancient to Modern Times, Oxford University Press, 1972, pp. 211-213 della traduzione italiana Einaudi.

 

Breviario di vita quotidiana

Fiere letterarie, feste del racconto, fiera delle parole… in questo paese,  in cui nessuno legge,  le vetrine per gli acquisti si moltiplicano come funghi in questa stagione.

Proprio quando abbiamo cominciato questo blog (ottobre 2011) anche noi abbiamo dato alle stampe, con titolo omonimo

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Italia, regno della menzogna

“Contro la vecchiaia sei impotente, devi solo subire. Vai dal medico, ti dà qualcosa ma non fa quasi nulla. Il Salmo novanta dice: l’uomo vive settant’anni, in qualche caso può arrivare agli ottanta. Ma dopo è catastrofico. Sa, gli uomini soli patiscono la vecchiaia molto di più delle donne: a loro basta la famiglia”. Chiarito questo, si può cominciare.
In quasi tutte le epoche si è gridato alla decadenza. Un vezzo nostalgico o nel caso della nostra Italia è proprio vero?
L’Italia mi fa soffrire, per motivi di passione civile. Mi vedo come un patriota vissuto in una ininterrotta perdizione di patria, in una non-patria. L’assenza di patria, scriveva Heidegger nel 1946, sta diventando un destino mondiale. Dappertutto, le patrie stanno scomparendo o s’immaginano di esserci ancora. Migrazioni di popoli e globalizzazione tecnologica abbattono quelle frontiere per le quali abbiamo combattuto e penato tanto. Posso dire come Lucrezio: “In questo tempo di sciagure per la patria”. Ma se ci rifletto, a una patria che c’è ormai così poco non toccano sciagure.
L’idea di patria ha avuto decisamente più fortuna a destra che a sinistra, forse come retaggio marxiano, “Gli operai non hanno patria”.
Non si capisce bene perché la destra si sia impadronita di questo concetto, anche se il vecchio dogma operaista certamente dà una spiegazione. Il patriottismo moderno nasce con la Rivoluzione francese, c’è quello del Risorgimento e poi si arriva a quello dei totalitarismi. L’ultra-patriottismo del Fascismo ha dato l’ultimo colpo di piccone al sentimento di patria. Dopo il ’ 45 la parola “patria” era del tutto squalificata: il termine è sparito, ed è stato sostituito da “Paese”, che prima non si era mai sentito in riferimento allo Stato. Tanto è vero che c’era un giornale di sinistra che si chiamava Il Paese. E non avrebbe mai potuto chiamarsi La Patria! Figuriamoci, sarebbe diventato subito uno strumento dei fascismi. In quei primi anni subito dopo la fine della guerra però, anche a destra si andava cauti con la parola “patria”.

Fonte: Il Fatto quotidiano

Guido Ceronetti morto, ripubblichiamo la sua ultima intervista a cura di Silvia Truzzi

Leggi tutto su https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60978

Una favola

di Valerio Malvezzi
«Fine agosto. In Calabria, un piccolo di elefante scappa da un circo e fa ciò che nemmeno il più audace sceneggiatore avrebbe pensato per un film; scappa al mare.
La meta della sua breve fuga è una spiaggia dove, tra gli occhi increduli dei bagnanti, si immerge tra loro, al solo fine di fare una cosa che mai aveva conosciuto nella sua vita in prigione: un bagno nel mare.
La gente, a riva, riprende la scena, commossa e stranita.
Alle volte giornalisti, colleghi o lettori mi chiedono perché io usi sovente la metafora per spiegare cose complesse in materia di banche o finanza.
La ragione è la semplicità del messaggio: certamente una equazione è meno chiara di una metafora, ed è accessibile a più persone della prima.
Per questo, si usa da tempo immemore.
Questo governo italiano, senza sovranità monetaria, è un elefantino che a fine agosto scappa al mare.
Tutti sappiamo, in cuor nostro, che cosa sia il bene e il male.
All’elefantino hanno spiegato che è naturale vivere nella povertà, con piccoli imprenditori che si suicidano, ospedali che non tengono posti letto, anziani che non hanno più i soldi per curarsi, giovani costretti a scappare all’estero in cerca di lavoro.
All’elefantino hanno anche fatto credere che il mondo sia quello del circo, senza erba ma con gli sgabelli, sui quali salire allo schiocco di frusta.
All’elefantino hanno spiegato che non può ribellarsi, altrimenti i padroni, i mercati, useranno la frusta dello spread.
Ma la natura fa il suo corso.
È troppo forte il richiamo del vento, il piacere dello spazio, il rinfresco del mare.
Troppo forte è la naturale ricerca del bene, del ricostruire sicurezza sui ponti, del dare da mangiare alla gente, del consentire un reddito a tutti e di abbassare le tasse ai più piccoli.
L’Elefantino sa che non è giusto rinunciare al bagno al mare, e tenta la fuga.
Resta da vedere cosa faranno gli osservatori internazionali sulla spiaggia; faranno qualcosa, oppure si limiteranno ad attendere che i padroni del circo, quell’enorme orrendo circo che si chiama mercato finanziario, lo riconduca in catene?
Io non so cosa succederà quando, presto, i padroni del circo tireranno la catena dello spread, sostenuti da tutto il potente potere mediatico e da tutti i loro servi, lautamente ricompensati.
Forse, gli spettatori, pur riconoscendo il diritto di libertà dell’elefantino, si limiteranno a far le fotografie.
L’Elefantino è solo, non può correre tanto, goffo, nel suo corpo gravato di debito.
Eppure, rivendica il suo diritto a una vita naturale.
Io non so dirvi, da docente di materia finanziaria, chi vincerà, a breve, se la catena o il richiamo del mare.
So con certezza una cosa, però.
So che un giorno lontano i bambini, a scuola, studieranno che è esistita un’epoca oscura nella quale gli animali vivevano tutta la vita in una gabbia, chiamata circo, per il solo divertimento di alcuni esseri umani.
Quel giorno, ancor più increduli, impareranno che in quei secoli esisteva un altro circo, quello del mercato finanziario, nel quale, non per legge naturale ma umana, milioni di uomini erano schiavi, a esclusivo privilegio di pochi padroni.
Non riusciranno a crederci, quei bambini, e si chiederanno come sia stato possibile che, a quei tempi, ci fosse chi ritenesse che tale orrendo martirio fosse anche giusto.
Penseranno sia una favola, leggere che si ritenesse normale rovinare le vite di esseri viventi per compiacere “i mercati”.
Non è naturale, capiranno quei bambini, rovinare la vita a tanti per compiacere pochi.
Perché il fine dell’uomo non sta nel pareggio di bilancio ma in ciò che scrisse un filosofo medioevale, che ebbe a dire che esso è la felicità, bene raggiunto il quale non se ne può desiderare uno maggiore.
Ma, capiranno i bambini, nessun animale, compreso l’uomo, può essere felice se è prigioniero.
Forte, ancestrale e incomprimibile sarà sempre, per ogni essere del creato, il richiamo alla vita vera.
Questa, con buona pace dei dotti soloni, di coloro che parlando di economia non sanno cosa dicono e di coloro che, sapendolo, nascondono le cose semplici dietro gli algoritmi e i paroloni, è una cosa naturale e vitale.
Ciò che ci lega a una catena, sia una legge giuridica o di mercato, non è la nostra condizione naturale, e prima o poi qualcuno libererà L’Elefantino.
Quella cosa è il diritto di sentire il vento sulla testa e l’acqua scorrere libera sul corpo.
Qualunque pasto concesso dai carcerieri del circo non ci renderà mai felici, in sostituzione a questo bene primario.
Esso si chiama, tra la schiuma del mare e la voce del vento, dalla nascita del mondo, con una sola parola.
Libertà.

La domenica delle salme

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina [1]
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a “Baffi di Sego” [2] che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
d annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
– voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade [3]
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
– quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo –
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

Note originali dal libretto dell’album:

[1] Baggina: Così viene chiamata a Milano la casa di riposo per anziani “Pio albergo Trivulzio”

[2] Baffi di sego: gendarme austriaco in una satira di Giuseppe Giusti

[3] De Andrade: vedi Serafino Ponte Grande di Oswald De Andrade.

inviata da Riccardo Venturi22/11/2004 – 01:51

http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=1309&lang=frUn

Il modello Olivetti

Il  prestigioso titolo di “Patrimonio dell’Umanità”, concesso recentemente dall’Unesco a Ivrea, città ideale della rivoluzione industriale del Novecento, è la sintesi plastica e culturale non solo di un’area urbana ma di una Storia personale, quella  di Adriano Olivetti, una Storia tutta da riscoprire.

Ingegnere  chimico, erede di una ricca dinastia imprenditoriale, con sede ad  Ivrea, di religione valdese, ma convertitosi al cattolicesimo nel 1949,  antifascista di orientamento azionista, ma vicino al fascismo “intellettuale”, quello di Giuseppe Bottai e dell’architettura razionalista , a cui legò i progetti del suo nuovo stabilimento,  Olivetti è stato , nel dopoguerra, l’imprenditore-politico che immagina  la fabbrica-mezzo, non solo dispensatrice di profitti, ma anche di cultura e di servizi, cuore della comunità, in cui realizzare un’autentica, concreta solidarietà, base di un’ idea nuova  di Stato: “Voglio  che la Olivetti non sia solo una fabbrica  – afferma  – ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza perché saranno libertà e bellezza a dirci come essere felici”. Ecco allora la fabbrica aperta alla luce, in cui gli orari sono ridotti ed i salari aumentati, i lavoratori vengono incentivati a studiare e a leggere, i loro figli hanno asili nido – si direbbe oggi  – “di prossimità” e l’assistenza sanitaria è gratuita.

Centrale in questo “progetto” il richiamo alla territorialità: l’azienda va vista – dice Olivetti –  in rapporto al luogo su cui insiste, in quanto espressione di una Storia, di un ambiente, quindi di una comunità, capace di costituire la base di un nuovo assetto istituzionale. Anche qui, è anticipatrice l’idea di sanare la storica cesura tra società e Stato (cesura che nasce dalla Rivoluzione borghese), immaginando una democrazia senza partiti, fondata sulle comunità, sui territori, sulla rappresentanza dei ceti produttivi: “Il compito dei partiti politici – scrive in “Fini e fine della politica” –  sarà esaurito e la politica avrà un fine quando sarà annullata la distanza fra i mezzi e i fini, quando cioè la struttura dello Stato e della società giungeranno ad un’integrazione, a un equilibrio per cui sarà la società  e non i partiti a creare lo Stato”.

L’ impegno di Olivetti non è solo intellettuale e sociale. Nel 1948, proprio per dare sostanza politica alle sue analisi (è del 1945 L’ordine politico delle Comunità che va considerato la base teorica per una nuova idea dello Stato, dove accanto alla Camera politica, espressione delle comunità, ci sia anche un Senato della tecnica e delle competenze), Olivetti fonda il Movimento Comunità, con l’ambizione di costituire una terza forza, fra  la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista. I tempi non sono  evidentemente maturi. L’idea di una politica “nuova”, al di là del capitalismo e del socialismo,  si scontra con i “blocchi” dell’epoca e da essi venne schiacciata.  Parlando  della fine  di quell’ esperienza , con l’arroganza tipica del comunismo dell’epoca,   “l’Unità”, organo del Pci, scrive, nel 1958,  di “fallimento di tutte le teorie della collaborazione di classe e delle strane elucubrazioni che attorno a Comunità si sono venute enucleando”.

Per anni su quella stagione e sul suo protagonista, scomparso prematuramente nel 1960,  cala il silenzio. Ora, anche grazie al riconoscimento dell’Unesco, la figura di Olivetti può tornare  al centro dell’attenzione nazionale.

Per riaprire, nel gioco delle scomposizioni-ricomposizioni,  una nuova, più matura riflessione sul “comunitarismo”, tema  che ha visto crescere, negli ultimi anni, interessi diversi, legati alle scuole d’oltreceano, che fanno capo a Alasdair MacIntyre, Charles Taylor, Michael Sandel, Robert N. Bellah, Michael Walzer. E magari per scoprire “inusuali” assonanze. Dal palco di Pontida Matteo Salvini ha inserito Olivetti nel suo “Pantheon”, vicino a  Simone Weil, Rosario Livatino, Gianfranco Miglio e Walt Disney.

A noi piace ricordare come fu  la Nuova Destra italiana, sul finire degli Anni Settanta, a fare del comunitarismo  uno dei suoi temi distintivi. Nel primo numero di “Elementi”, uscito nell’autunno 1978, è Alain de Benoist a firmare un lungo articolo (“’Comunità’ e ‘società’”) dedicato al sociologo Ferdinand Tonnies e alle sue teorie organicistiche. Tra le immagini che integravano quell’articolo c’era anche la copertina della prima edizione   di Comunità e società, pubblicata nei classici della sociologia delle Edizioni di Comunità, le edizioni volute da Olivetti, griffate con quella campana ed il motto “Humana Civilitas” che era stato il suo simbolo politico.

Nella crisi dei “modelli” e quindi nella necessità di cercare/trovare nuove visioni   sociali ed economiche anche  il richiamo ad  Olivetti è un ottimo viatico.

Mario Bozzi Sentieri in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60736

Censura

di  Giulietto Chiesa Il Parlamento Europeo ha respinto a maggioranza una legge che va sotto il titolo di “difesa dei diritti d’autore”, ma che è un pasticcio dal quale sarebbero usciti vincenti solo i grandi network. E perdenti tutti i “content producers”, cioè i milioni di fruitori e attori della Rete. Il fulcro del cosiddetto “ragionamento” della Commissione (che, in effetti ha cercato di guidare il processo) stava nei famigerati artt. 11 e 13 che, ridotti in termini comprensibili alle masse, significa che se vuoi pubblicare un qualsiasi contenuto, devi prima accertarti che non sia coperto dal diritto d’autore. Se non lo fai sarai “bannato” e punito. Per arrivare a questo risultato i parlamentari europei sono stati bombardati per mesi dagli “studi” di Google, Yahoo, Microsoft, Facebook etc. Sistema classico nel quale il singolo parlamentare si trova ad essere libero più o meno come lo è un carcerato sotto massima sicurezza. Nonostante questo dettaglio la norma non è passata, perché i dubbi sul significato hanno cominciato a mergere con grande vigore. Infatti, come puoi fare tu, piccolo e piccolissimo “attore” che vuoi scambiare le tue idee sul web, buone o cattive che siano, a sapere se sei nel lecito o nell’illecito? Tu non hai nessun “filtro” che ti mette in guardia. È come muoversi con gli occhi bendati. Mentre i “grossi” i filtri ce li hanno, eccome! E siccome i grossi lavorano per il Potere, il quale li usa — come ormai sappiamo e come stiamo sperimentando giorno dopo giorno, sempre più intensamente — per colpire quella parte critica del web che produce contenuti critici nei confronti del Potere, dei Poteri, che sappiamo chi sono: le grandi concentrazioni finanziarie mondiali, qualche volta i governi, mai i popoli. Così i termini della discussione diventano immediatamente chiari: non sono questioni tecniche, sono problemi di democrazia sostanziale. La legge non è e non sarà uguale per tutti, anche se la direttiva europea sarà presentata come strumento di difesa per “tutti”. Ora la direttiva torna al negoziato tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Dunque la battaglia non è finita, sebbene la procedura è tale che le pressioni lobbistiche finiscono di solito per prevalere su quelle dell’interesse della collettività.

https://www.controinformazione.info/il-parlamento-europeo-respinge-la-legge-liberticida-contro-il-web/

Antenòr

Video

secondo una leggenda, nel 1860 una nave, chiamata “olandese volante”, era diretta da Amsterdam a Batavia (l’attuale Giakarta). Nonostante fosse colpita da un forte uragano, il capitano decide di proseguire contro il volere di Dio (un po’ come Odisseus) e affonda. Come contrappasso è costretto a navigare in eterno su un mare con grosse onde, che gli impediscono di tornare a casa.

https://francescoguccinifc.wordpress.com/2018/06/11/antenor-commento-di-a-morreale/

Impunità

Citazione

L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz’altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l’interesse d’una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch’eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de’ più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa.
L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità.

Manzoni, “I Promessi Sposi”, cap. I