Tirannie

Fu Anden Duryea a parlare. Il matematico alzò lo sguardo e disse: — Ho esaminato mentalmente le probabilità relative a questa… — Esitò. — … a questa faccenda. Immaginate un giovane ventenne, i cui precedenti dimostrano una resistenza ai piani del dittatore, un tipo particolare di resistenza, che tenta di osteggiare una politica fondamentale intesa a utilizzare sempre i giovani, e quindi gli ignoranti, per mantenere al potere un tiranno. Sembra che in questa scelta non esista affatto il rapporto causa-effetto. Il Grande Uomo vuole forse valutare da vicino qualcuno che ha compreso il suo piano? Il suo metodo abituale per trattare con i dissidenti, vecchi o nuovi, consiste o in una rapida esecuzione oppure in una rapida cattura con una prigionia permanente.

Ars longa, vita brevis

Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile è una locuzione in lingua latina il cui significato letterale è “la vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile”.

La frase non appartiene alla letteratura latina, ma è una traduzione successiva di un aforisma di Ippocrate di Coo (Aforismi, 1, 1), il cui originale è:

«Ὁ βίος βραχύς, ἡ δὲ τέχνη μακρή, ὁ δὲ καιρὸς ὀξύς, ἡ δὲ πεῖρα σφαλερή, ἡ δὲ κρίσις χαλεπή»
(Ho bíos brachýs, he de téchne makré, ho de kairós oxýs, he de peîra sphaleré, he de krísis chalepé).

L’aforisma è spesso citato in forma abbreviata Ars longa, vita brevis, con evidente richiamo a Seneca (De brevitate vitae 1, 1): “Inde illa maximi medicorum exclamatio est: «vitam brevem esse, longam artem»” (“Da ciò deriva quella celebre esclamazione del più grande dei medici: «la vita è breve, lunga l’arte»”), anche se il filosofo latino, traducendo, opera il chiasmo, dando rilievo maggiore al contrasto degli aggettivi.

Si tratta, in ogni caso, di una sintesi di saggezza morale che riunisce in un breve testo alcuni concetti cardine sia della filosofia che della metodologia ippocratea (sempre attenta a ribadire l’importanza dello studio e la difficoltà dell’analisi diagnostica) sia, più in generale, dell’antichità (la brevità della vita e la fugacità del tempo).

Nella sostanza, il messaggio è questo: in tutte le arti, la vita di un uomo è insufficiente per raggiungere la perfezione, che suppone l’esercizio progressivo di più generazioni.

Seneca, invece, nel riprendere l’aforisma, afferma polemicamente che la brevità non è connaturata in maniera ineluttabile alla vita, ma discende dall’insensatezza dell’uomo che disperde il suo tempo nei mille rivoli di inutili occupazioni.

Contributori di Wikipedia, ‘Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile’, Wikipedia, L’enciclopedia libera, 10 marzo 2017, 21:40 UTC, <//it.wikipedia.org/w/index.php?title=Vita_brevis,_ars_longa,_occasio_praeceps,_experimentum_periculosum,_iudicium_difficile&oldid=86446431> [in data

21 luglio 2017

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Curzio Malaparte

Curzio Malaparte interpretato da Marcello Mastroianni nel film "La pelle"

Curzio Malaparte interpretato da Marcello Mastroianni nel film “La pelle”

Presentiamo un brano tratto da ‘Donna come’ di Curzio Malaparte, opera del 1940, ristampata da Arnaldo Mondadori sino al 1959 e poi dimenticata (fino al 2002 quando ci fu una ristampa per Vallecchi). Quest’opera oggi meriterebbe un’analisi nuova al fine di riascoltare una voce essenziale ed elegante; una voce storica che creò una scrittura unica, vera, coinvolgente.

Di recente abbiamo segnalato le vicende dell’archivio Malaparte. Domenica 16 giugno, il Corriere della Sera riferisce che, dall’archivio, è venuto fuori un testo in lingua francese dedicato Gino Bartali, atleta amato dallo scrittore toscano. Il testo non è firmato ma, secondo lo storico Matteo Noja, è da attribuire alla penna di Curzio. Anche per questo, rinnovare l’interesse sull’opera  malapartiana, che esprime ancora esperienze ed estetiche da codificare.

Indichiamo anche la pubblicazione di Giuseppe Panella, ‘L’estetica dello choc’ (2014), da poco ristampata dall’ editore Clinamen di Firenze. Il lavoro critico di Panella inquadra il tema della letteratura malapartiana e del suo ‘effetto choc’, un effetto  che costringe il lettore a confrontarsi con un’estetica letteraria intensa e con la bellezza distrutta dagli eventi del secolo breve. 

Da ‘ Donna come me’ – Capitolo ‘Città come me’

“Gli uomini li vorrei d’alta statura, e magri, dal viso  bruno, dai capelli neri e lisci. Intelligenti e furbi, lavoratori e sobri, cui piacesse il vino, ma con misura e, direi, con arte, perché l’allegria non voltasse mai in tristezza o in furore. Amanti di svaghi onesti e avidi più di pace che di ricchezza. Ma una certa segreta inquietudine mi piacerebbe metterla negli spiriti, ché gli uomini troppo soddisfatti, troppo sicuri di sé e degli altri, si rilevano incapaci di grandi cose.  Li farei inquieti e incerti del futuro, senza, tuttavia, rammarichi  o nostalgia del passato. Il rispetto delle tradizioni non dovrebbe mai giungere  al punto di farli nemici del nuovo. Gelosi, ma di donne, di cavalli, di cani, non di ricchezze , di potenza o di fortuna. Una gelosia non fosse né politica né sociale, bensì solo morale, e si volgesse  contro i più  intelligenti e i più audaci. Come si conviene in ogni città onesta, dove nessuno è profeta.

Le donne le sceglierei d’alto seno, di fianchi generosi, di belle spalle rotonde: e di bocca larga, segno di natura franca, aperta, cordiale, le labbra tagliate al riso e al canto. Gli occhi un po’ a mandorla. La fronte libera  e nobile, i capelli scuri, con qualche riflesso di rame intorno alle tempie. La gloria di una città sono le donne, la forza dei popoli nasce tutta dal loro grembo. Così le vorrei  generose forti: ché se un uomo, partendo per la guerra , lascia a casa una donna gretta, arida e vana, si mostrerà cattivo soldato. Ma se lascia a casa una donna una donna forte e coraggiosa , affronterà il nemico con furore, sembrandogli quasi di dover difendere la sua casa, il suo letto, i suoi bambini.

Di bambini vorrei che la città fosse piena , intenti a giochi, ai ruzzi, alle incruente battaglie. Che l’aria suonasse da mattina a sera delle loro risa, dei loro gridi, delle loro voci serene.  Una città che piacesse ai bambini. E vorrei che tutto vi fosse ingenuo e infantile: che la gioia libera e pura dell’infanzia, che l’innocenza di quell’età meravigliosa e segreta si vedesse nelle pietre, nelle foglie, nel colore del vento, nel lastrico delle strade, nelle facciate delle case, s’udisse nel cinguettio degli uccelli, nello stormire delle fronde, nel mormorio delle fontane, fine nelle voci degli uomini e nel canto delle campane.

Anche vorrei che la sera, in qualche stradina dietro le carceri, le ragazze  di una casa dalle persiane accostate uscissero sulla soglia a godersi il fresco, e spandessero intorno, nell’aria tiepida, un oscuro odore di crema e di rose sfatte. Le ragazze mezze nude, vestiste di camicie corte, trasparenti, o di vestaglie di trine e di galloni di raso. Tristi e sboccate, di quelle da pochi soldi, che ti sorridono grattandosi la schiena.

Una casa come questa ci vuole, in una città per bene: come ci vuole il Municipio, il Tribunale, le carceri, l’ospedale, il camposanto e il Monte di Pietà. Ma quel che proprio ci vorrebbe, e non se ne può fare a meno, è una macchia scura sul lastrico di qualche vicolo o meglio ancora in mezzo alla Piazza del Comune. Una goccia di sangue, e nessuno sapesse com’è piovuta, chi c’è morto, e perché. Una goccia rossa, appena sbiadita: e ne il sole, né il vento la potessero asciugare, né tutta l’acqua d’autunno riuscisse a lavarla. Che fosse come una macchia sulla coscienza della città: poiché una ragione di rimorso e di paura ci dev’essere, in una città, se si vuole che sia perfetta”.

http://www.barbadillo.it/67543-cultura-la-bellezza-delle-donne-e-il-sangue-della-citta-perfetta-secondo-malaparte/

Aspettando il nuovo 1984

di Franco Cardini Dopo quello preconizzato da Orwell, e che magari è arrivato ma in termini differenti da quelli che egli si aspettava e aveva immaginato, un nuovo 1984 è alle porte, anzi è già qui. Michel Houllebecq, nel suo Soumission, ha immaginato una Francia islamizzata nel 2020: un po’ troppo presto, forse. E noi, a quando vogliamo ipoteticamente fissare il Novum Annum Orwellianum? Al 2024, quarant’anni dopo quello vecchio? Potrebb’essere un anno plausibile. Sul piano puramente e astrattamente biologico, ho qualche probabilità di esserci – ottantaquattrenne –, non so in quali condizioni mentali e fisiche. Ma come sarà? L’amica Eleonora Genovesi mi ha offerto al riguardo uno spunto interessante, ricordandomi una pagine di un altro autore che non aveva nulla da invidiare a Orwell, cioè Aldous Huxley. Ritengo il “futuribile” huxleyano, ohimè, largamente più incombente di quanto non fosse quello orwelliano. Ecco qua:La dittatura perfetta avrà le sembianze di una democrazia, una prigione senza muri dalla quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù”. Se questa “profezia” ha un difetto, esso consiste nel fatto che “nel nostro Occidente” questa “dittatura perfetta” è già qui, ora. Huxley descrive con straordinaria lucidità e con sorprendente esattezza la società del Pensiero Unico e del primato assoluto dell’Avere (e del Consumare, e del Profittare, e dell’Apparire) sull’Essere. Una società di benessere senza gioia, di permissivismo senza libertà, di tolleranza senza amore, magari perfino di (apparente) non-violenza senza misericordia. Vero è che questa società, già tra noi, ha determinato un mondo che sta generando degli anticorpi: alcuni odiosi, malvagi, pericolosi, ma che tuttavia potrebbero avere in qualche modo il merito di salvarci da essa. Pregate se siete credenti; vigilate se non lo siete. Ma ricordate sempre e comunque il vecchio proverbio arabo: “Quando la notte è più buia, non combattere contro le tenebre: però mantieni accesa la lampada”. Se volete sapere come sia e quale sia tale lampada, rileggete il Corano, sura XXIV, Al-Nur (“La Luce”). Fonte: Arianna Editrice

http://www.controinformazione.info/aspettando-il-nuovo-1984/

Cavalieri del terzo millennio

A che serve un Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio come quello che ha dato alle stampe Roberto Marchesini per Sugarco? Sappiamo quale sia la reazione quasi pavloviana del mainstream. Ma perché mai avere un codice? A che ci serve? Noi facciamo quello che ci pare e piace! È il principio alla base dell’edonismo di ogni tempo: lo scopo della vita sta nella ricerca del piacere.

Ma davvero cercare il piacere vuol dire fare quello che si vuole? Qui sta precisamente l’inganno della morale del piacere. Sì, perché fare ciò che ci piace non coincide affatto col fare ciò che si vuole, ci ricorda Marchesini – che in questa sua ultima fatica riannoda le fila di un discorso iniziato sette anni fa con Quello che gli uomini non dicono. E lo prova il fatto che ci si impegni in attività faticose, che esigono sacrificio (come lo sport, lo studio, il lavoro, ecc.) senza che nessuno ci costringa a farlo. Il piacere anestetizza, solleva dalla sofferenza. Ma non può dare senso alla nostra vita. Chi pensa solo a divertirsi (dal latino divertere, cioè allontanare, deviare) in realtà è qualcuno che cerca di allontanarsi dalla sofferenza. Il divertimento sottrae per un attimo fuggente dall’angoscia di una vita senza scopo, non di più.

Eccolo, il nemico mortale della morale del piacere: l’idea che la vita abbia un télos, uno scopo intrinseco, e che la vita trovi la sua piena realizzazione soltanto col compimento di questo scopo. L’imperativo del divertimento per tutti e a tutti i costi non vale che a consegnare la vita umana a un insensato eterno presente.

In verità c’è stata nell’Antichità una scuola filosofica che considerava il piacere come lo scopo della vita: la scuola di Aristippo di Cirene. A differenza dell’amico Socrate, Aristippo non disputò mai sul fine ultimo della vita accontentandosi di affermare che la felicità stava nella ricerca del piacere. Una posizione che aveva delle precise conseguenze sul piano morale. Se solo il piacere è la misura del bene, allora la virtù e l’amicizia non sono altro che beni strumentali, utili solo per la nostra convenienza. Per la scuola cirenaica nemmeno esisteva un ordine naturale. «Nulla è giusto o bello o turpe per natura, ma solo per convenzione (nomos) e consuetudine (ethos)», si legge in uno dei frammenti dei Cirenaici.

Uno dei discepoli più coerenti di Aristippo fu un certo Egesia, il quale sosteneva l’impossibilità di raggiungere la felicità (sempre intesa come piacere) poiché quaggiù sulla terra, a causa dei dolori del corpo, i piaceri si rivelano davvero pochi. E non esistendo altri valori all’infuori del piacere e dell’utilità tanto valeva allora darsi la morte. Questo radicale pessimismo valse ad Egesia il poco lusinghiero soprannome di “persuasore di morte” (peisithanatos), visto che molti, udite le sue teorie, si davano spontaneamente la morte. Per questo gli fu vietato di insegnare la sua deleteria dottrina nelle scuole.

Inutile dire dove aleggi oggi lo spirito di Egesia. Non è difficile intravedere la sua ombra dietro all’opera di quei manutengoli senza scrupoli che accompagnano, da novelli persuasori di morte, i fragili e i deboli verso i servizi eutanasici forniti a caro prezzo da alcune cliniche svizzere. L’imperativo del piacere promette una falsa liberazione. Non porta ad altro che alla schiavitù dalle passioni, non senza prima averci illusi di aver optato liberamente per la morte. Ma c’è libertà nella scelta del nulla? Non è invece un desiderio di onnipotenza che, come quello che ghermisce Kirillov nei Demoni portandolo al suicidio, è solo il tipico prodotto di una fantasia infantile? Dunque di una volontà immatura, non pienamente realizzata?

Le passioni, insiste Marchesini, schiavizzano se non sono dominate e orientate dalla retta ragione. Come sfuggire allora ai moderni discepoli di Egesia? Innanzitutto ricordandosi che la vita è fatta per essere spesa per qualcosa di superiore alla vita stessa. La vera felicità sta nel donare se stessi. E a questa paradossale felicità si arriva coltivando virtù come il coraggio, la prudenza, la temperanza, la giustizia.

Solo così l’uomo arriva a realizzare se stesso trasformandosi, come dicevano i latini, da homo (l’essere biologicamente di sesso maschile) in vir, l’uomo pienamente tale. È la virtus a rendere virile un uomo, non la semplice biologia (il fatto di essere nato maschio). Il maschio ha il dovere di diventare un uomo, attuando così il potenziale donatogli al momento del concepimento.

Come può il maschio diventare ciò che è in potenza, cioè un uomo? La virtù è come un abito (habitus). Per manifestarsi deve perciò essere indossata. Come diceva Aristotele si diventa coraggiosi se ci si comporta da coraggiosi.

Uno dei pregi indiscutibili di Marchesini è la capacità di mostrare con chiarezza, senza nulla concedere all’ampollosità, il legame organico tra quelle che canonicamente vengono definite “virtù cardinali”. E tali sono per la loro natura di perno, dunque di base che permette di articolarsi.

La prima tra le virtù cardinali è il coraggio (o fortezza), che non ha alcun grado di parentela con la temerarietà. Essere coraggiosi non consiste nel ricercare un annientamento fine a se stesso. Il coraggio non ha nulla a che vedere con la mistica della “bella morte”. È piuttosto la disposizione ad accettare il rischio di essere feriti, anche mortalmente, nella lotta contro il male. La fortezza pertanto presuppone un discernimento lucido tra il male e il bene. E questo giudizio richiede la virtù della prudenza, che a sua volta non si identifica con quella mediocrità anodina che rifugge ogni presa di posizione. Il vero prudente è il saggio che dopo aver individuato il bene lo abbraccia con risolutezza.

Un’altra virtù indispensabile è la temperanza. Le emozioni non vanno soppresse ma guidate. L’emozione (dal latino emovere, smuovere, spingere all’azione) serve a dare forza al nostro agire, serve a dare un corpo vibrante alle idee. Ma guai quando è l’emozione, cioè la passione, a guidare l’azione dell’uomo! Una emozione come il timore paralizza se prende il sopravvento. Solo se la guida resta salda in mano alla ragione il timore assolve la sua funzione ordinaria: quella di essere un segnale che ci indica il pericolo, che ci dice di stare attenti. Per questo oltre al coraggio e alla prudenza è necessaria una terza virtù: la temperanza, che ci permette di dominare le passioni orientandole verso il bene.

Infine c’è una quarta virtù cardinale: la giustizia, la capacità di dare a ciascuno quanto gli spetta. Essere giusti è qualcosa di più che osservare la semplice “legalità” (dato che, come ci insegna l’esperienza, vi possono essere leggi ingiuste che fungono da alibi a una irresponsabilità generalizzata). E l’uomo giusto nemmeno è il cultore del “doverismo” (il dovere per il dovere di kantiana memoria). Giusto è chi riconosce una legge superiore a sé e sente impegnata la propria personale responsabilità anche quando fare ciò che è giusto potrebbe nuocergli. Non c’è amore per la giustizia senza il coraggio.

Altre qualità legate alle virtù cardinali sono la sincerità (il coraggio di dire la verità in un mondo invaso dalla menzogna), l’onore (il possesso della virtù spinto al punto di saper rinunciare anche alla propria reputazione), la lealtà (la fedeltà alla parola data, qualcosa di molto superiore al semplice rispetto della legalità), la franchezza (antidoto al cinismo), la cortesia (la volontà di dare sempre il meglio di sé, soprattutto nelle relazioni coi più deboli).
C’è mai stato qualcuno capace di incarnare in maniera esemplare questi valori? Ebbene, c’è stato: il cavaliere. Nella cavalleria medievale gli uomini imparavano a essere generosi, coraggiosi, giusti, leali, cortesi. Morire, per il cavaliere medievale, era il coronamento di una vita donata al servizio della virtù.

L’uomo del terzo millennio è rimasto sprovvisto di codici cavallereschi perché è rimasto senza telos,  senza uno scopo da dare alla propria esistenza. Ecco perché oggi è smarrito, debole, incerto. Sono numerose le immagini evocate dagli osservatori più acuti per descrivere la condizione dell’uomo contemporaneo: barbaro civilizzato, homo comfort, selvaggio con telefonino, signorino soddisfatto, bimbo viziato, uomo senza qualità, ecc.

In definitiva l’essere rimasto puramente “maschio” appare sinistramente simile ai Proci, questi eterni adolescenti nemici giurati della figura virile di Ulisse, o alle Bandar-log, le orde scimmiesche che nel “Libro della giungla” di Kipling simboleggiano una psicologia immatura, incapace di rispettare la legge e pertanto letteralmente fuori controllo. Oggi vediamo personificate queste lugubri figure negli sciami anonimi di web-squadristi, pronti a scattare per azzannare e linciare senza pietà chiunque capiti loro a tiro. Senza lo spirito cavalleresco non resta che una massa di individui schiavizzati dal proliferare incontrollato delle passioni.

http://www.maurizioblondet.it/perche-tornino-battere-cuori-cavalieri/

Le biblioteche dei morti

Nelle librerie d’occasione e sulle bancarelle dell’usato comincio a vedere intere biblioteche che hanno un’aria familiare: sono i libri che leggevo, che avrei voluto leggere, che mi pareva necessario leggere, a venti-trent’anni. Mi fa una certa impressione vederli riapparire all’improvviso e tutti assieme. Opere che fecero o che contribuirono a fare – e che ancora rappresentano – la cultura della mia generazione, anno più anno meno.

Sono i lavori dei nostri padri e maestri, molti dei quali oggi quasi completamente dimenticati, nel senso di calati al di sotto dell’orizzonte culturale contemporaneo, ammesso che ne esista uno. Credevamo che la verità fosse racchiusa nei libri: bastava procurarseli, aprirli, leggerli. Avevamo il mito della scrittura saggistico-filosofica e cercavamo anche noi, segretamente, di scrivere. Erano per lo più frammenti di vagheggiate opere complesse. Non andavamo mai oltre la seconda pagina di quadernoni a spirale, lasciati poi intonsi e inevitabilmente ritrovati a distanza di anni.

Il mio primo pensiero è che i titolari di queste biblioteche non se ne siano volontariamente sbarazzati: non è il tipo di libri che dai via (oppure sì?). È più plausibile che siano invece morti. La mia generazione comincia ad andarsene. Lo dimostra la morìa di artisti pop-rock del secolo scorso, avanguardia di un’estinzione naturale, che probabilmente comincia a saldare il conto di una giovinezza di eccessi.

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Attraverso lo specchio

Pincopanco e Pancopinco, conosciuti anche Dindino e Dindello (Tweedledum e Tweedledee in inglese) sono i personaggi di una filastrocca inglese per bambini, poi ripresi anche da Lewis Carroll nel seguito del suo celebre romanzo, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò.
Nel romanzo di Carroll i due simpatici fratelli vengono descritti come due personaggi grassocci e di bassa statura.

Bob Dylan dedica loro una canzone nel suo album Love and Theft.

Tweedle Dee & Tweedle Dum
Tweedle-Dee Dum and Tweedle-Dee Dee
They’re throwing knives into the tree
Two big bags of dead man’s bones
Got their noses to the grindstones
Living in the Land of Nod
Trustin’ their fate to the hands of God
They pass by so silently
Tweedle-Dee Dum and Tweedle-Dee Dee
Well, they’re going to the country, they’re gonna retire
They’re taking a streetcar named desire
Looking in the window at the pecan pie
Lot of things they’d like they would never buy
Neither one gonna turn and run
They’re making a voyage to the sun
“His Master’s voice is calling me”
Says Tweedle-Dee Dum to Tweedle-Dee Dee
Tweedle-Dee Dee and Tweedle-Dee Dum
All that and more and then some
They walk among the stately trees
They know the secrets of the breeze
Tweedle-Dee Dum

Patafisica

La Patafisica, solo a nominarla, potrebbe gettare nel panico l’impreparato interlocutore. “Pata… che?” D’altronde il termine si presta alla sinonimia colta e un po’ stravagante, volendo indicare persone o situazioni strampalate, astruse, cervellotiche. Riduzionismo e versatilità, come nel caso di Metafisica, facilmente spendibili in svariati contesti, talvolta anche a casaccio, forse perché il vero significato tende a sfuggire. Cercheremo quindi di porre rimedio partendo dalle origini, ma non promettendo spiegazioni divulgative, giacché per sua natura la categoria tende a respingerle. La Patafisica, scienza delle soluzioni immaginarie, è indissolubilmente legata allo scrittore francese Alfred Jarry, sicché collocabile in quanto a genesi alla fine dell’800. L’ideatore di Ubu Roi, già a partire da quel liberatorio Merdre! (contrazione di mère e merde) può essere definito uno dei precursori delle avanguardie letterarie, tant’è che il Surrealismo gli tributò doverosi omaggi, assieme a quell’altra fonte d’ispirazione, individuabile ne Les Chants de Maldoror di Lautréamont. Jarry, morto a soli 34 anni con l’ultimo desiderio di mettersi in bocca uno stuzzicadenti, è personaggio incredibilmente affascinante, in parte ancora legato al maledettismo poetico (assenzio & indigenza), in parte già proiettato nelle destrutturazioni nichilistiche del ‘900.

Di primo acchito, oltre all’esaltazione di atteggiamenti assurdi, grotteschi, immaginifici, traspaiono in questa corrente artistica elementi curiosi, spesso poco sondati. Anzitutto il riferimento alla scienza, che considerando la filiazione simbolista, scapigliata ed irrazionale, assume in questo caso connotati volutamente contraddittori e vagamente goliardici. Per fare alcuni esempi: quando Yves Klein immagina la fondazione dell’epoca blu, quando Guy Debord delinea i melmosi confini della società dello spettacolo, quando Carmelo Bene interloquisce con gli zombie da Costanzo, quando Fulvio Abbate sbertuccia luoghi comuni e trombonesche pose dalla sua televisione monolocale, siamo in odore di patafisica. Eppure l’attitudine libertaria degli affiliati, lungi dal cazzeggio ideologico progressista, conserva probabilmente l’ultimo prezioso scampolo di romanticismo della cultura europea. Dietro l’impalcatura avanguardista e parascientifica, i patafisici escogitano soluzioni spiazzanti, che spesso hanno il sapore artigianale della reazione antimoderna, del sabotaggio studiato in osteria. Sembra paradossale, ma è come un cerchio nel punto di chiudersi: sarà più probabile incontrare un patafisico (ma sarà Egli a venire da voi, parlando d’altro) in una bettola, tra vecchi che giocano a carte, dal calzolaio (quanto è patafisico il calzolaio nella sua bottega magica?) piuttosto che in convegni, mostre, celebrazioni culturali dal gusto istituzionale.

calendrier_pataphysique_perpetuel_iv_dition_1Il patafisico, tendenzialmente anarchico e snob, non solo rifugge la pompa retorica, ma addirittura se ne appropria per vampirizzarla e svuotarla di significato. Pensiamo ai tronfi Generali sovraccarichi di medaglie dipinti da Enrico Baj, ma anche alla struttura stessa delle istituzioni patafisiche, con tutti quei rimandi massonici, esoterici ed altisonanti: il Collegio di Patafisica (promosso tra gli altri da Raymond Queneau) con la sua emanazione detta OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle); l’”Istituto di Alti Studi Patafisici di Buenos Aires, l’”Institut Limbourgeois de Hautes Etudes Pataphysiques” del Belgio, “L’Accademia Olandese di Patafisica”,  il “London Institute of Pataphysics”, mentre in Italia  ci sono il “Turin Institute of Pataphysics” con l’artista Ugo Nespolo quale Proto-provveditore, l’”Institutum Pataphyisicum Parthenopeium”, l’”Istituto dei Ventilati Patafisici Benacensi” e l’”Istituto Patafisico Vitellianense” retto da Afro Somenzari e approvato dal summenzionato Enrico Baj. Non solo, anche i titoli diventano pretesti ludici: sua Magnificenza, il Trascendente Satrapo, L’Imperatore Analogico, tutta una serie di “vice-qualcosa”, di cariche autoironiche, oltre ad una simbologia (la giduglia, la candela verde, il vascello) utilizzata nei carteggi, che prevede timbrature, annulli postali, sigilli.

ff1I patafisici, insomma, sembrano vivere in un mondo parallelo, dove si ride di nascosto per non destare sospetto, dove si osservano rituali e procedure con lo scrupolo di una loggia, salvo poi sparire al momento della cerimonia, lasciando così i preparativi alchemici nelle mani del primo venuto. Estremo scrupolo ed estrema noncuranza, coesistono. Essi seguono un calendario di 13 mesi (l’Era Patafisica inizia l’8 settembre 1873, giorno della nascita di Alfred Jarry) e scardinano con gusto raffinato la logica – pur mantenendo una ossequiosa devozione per la forma – solo per il piacere di organizzare un’immaginaria enclave di libertà. Sosteneva il (fantomatico? L’affermazione titolata patafisica è sempre un’incognita, sovente una trappola) dottor Sandomir: “La ’Patafisica pazienta; è benigna; la ’Patafisica non compete mai, non deraglia mai, non è obesa, non ambisce affatto, non cerca il suo vantaggio, non si irrita, non pensa male; non ride dell’iniquità: non gioisce della verità scientifica; sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, essa sostiene tutte le cose”. Ecco, quando in società vi capiterà d’incontrare un distinto signore intento a pontificare sulla piattezza della terra e di quanto naturalmente il sole giri attorno ad essa, non è sempre detto che si tratti di un paranoico complottista. Forse è solo un personaggio fittizio, la vostra ombra orante, un fantasma delle vite antecedenti, l’angelo della faccia; oppure un patafisico che vi sta offrendo l’ambrosia. Mai rifiutare.

Donato Novellini in http://www.barbadillo.it/61079-artefatti-arruolarsi-allosteria-patafisica-in-guerriglia-con-la-modernita/

Non ripensarci…

Ogni tanto qualcuno si lascia sorprendere dal Nobel per la letteratura. Fu la volta di Dario Fo, nel 1997, ed è la volta di Bob Dylan adesso, proprio il giorno della morte di Fo. Un attore? Un cantautore? Personalmente, non ci trovo molto di strano: non mi sembra affatto che il teatro non faccia parte della letteratura, soprattutto se i suoi autori hanno anche calcato la scena (altrimenti dovremmo depennare Molière dalle storie letterarie e non mi sembra il caso). La canzone d’autore è da anni nelle antologie letterarie, dove De André regna (meritatamente) e Bob Dylan gli tiene appena dietro. Peraltro, già trentacinque anni fa un professore di lettere noto a molti miei compaesani (e sono sicuro che mi sta leggendo) portò in classe i testi di Gaber-Luporini e i cartoons di Quino, meravigliando gli studenti e scandalizzando i genitori. Fu cosa buona e giusta (i testi, i cartoons, la meraviglia e lo scandalo), specie a fronte di programmi che non prevedevano affatto l’approccio diretto ai testi, salvo “le pagine più belle della letteratura” al primo biennio delle superiori (poi, a rigore, doveva essere tutta storia letteraria; i testi erano a carico dell’intelligenza degli insegnanti).

All’epoca, ero al liceo anch’io e Dario Fo e Bob Dylan erano parte della mia vita quotidiana fin dalla scuola media: uno era in televisione, l’altro sul giradischi. Ma non piango di nostalgia: Dario Fo era molto spesso ammirevole, ma forse non lo apprezzavo fino in fondo. Bob Dylan faceva di tutto per non farsi capire, pensavo: storpiava l’inglese, parlava di naso (e a volte col naso) e la cadenza ti restava in testa, le parole mai (devo i miei fondamenti di inglese parlato a cantautori molto più tersi). Però li ho riletti entrambi e li ho apprezzati molto più tardi; si tratta di premi senza dubbio meritati, data la produzione testuale. E poi, io sto sempre dalla parte dei giullari, dei jesters, dei fools shakespeariani che hanno il coraggio di dire la verità nei confronti del potere (e non dovrebbero farlo solo loro) e Fo e Dylan almeno molto spesso l’hanno fatto. Quindi, bravi entrambi: premi meritatissimi.

Mi si perdoni però l’osservazione di chi ormai ha una certa età e ne ha viste, se non tante, almeno alcune: ho una grande nostalgia del valore della cultura scritta e della letteratura in senso stretto. Era bello dover affrontare Pascoli in classe e leggere Gregory Corso o Emile Zola sotto il banco, mentre il professore interrogava gli altri (anche il professore che portò in classe le poesie di Allen Ginsberg, quello che mi sta leggendo adesso). Se leggevamo di frodo era perché leggevamo anche a scuola; e in fondo Corso o Zola (o Thomas Hardy, che piaceva molto a un mio compagno di classe) erano le ricadute di Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Manzoni e gli altri. La letteratura era parte della nostra vita quotidiana. Il mio liceo aveva una biblioteca scolastica continuamente in uso; ora mi dicono che sia chiusa (e quando due anni fa portai una sporta di Penguin Classics in dono, mi dissero che non si sapeva dove sarebbero finiti).

Oggi sotto il banco ci sono i videogiochi, che più spesso che mai non sono creativi; anzi, spesso tendono ad appiattire le storie sul modello di Terminator. Lo dico perché me ne hanno raccontato uno, intitolato Inferno: Dante va all’inferno a liberare Beatrice e per farlo deve ammazzare tutti i mostri che gli si parano davanti e riportarla in superficie viva. Vince chi lo fa nel minor tempo. Insomma, la solita storia del guerriero che salva la damigella in pericolo (pericolo di che cosa, poi?), quindi una storia maschilista e sciovinista, il tutto in meno di un minuto.

Ovvio, la Commedia è altra cosa. Intanto, è Beatrice che salva Dante dalla dannazione quasi sicura: la “selva oscura” dell’inizio è stata paragonata alla selva dei suicidi del canto XIII, quindi molto probabilmente Dante stava per compiere un gesto inconsulto e fatale (altro che guerriero ammazzatutto). Poi, Dante non ammazza proprio nessuno: anzi, quando vede i dannati (come poi quando vedrà i penitenti e i redenti) cerca di farsi raccontare le loro storie e cambia molto nel corso del viaggio-poema (ci sono chiare differenze tra il Dante che compie il viaggio e quello che lo racconta, per dirla in soldoni). E il bello di Dante che cambia è che, leggendolo, cambiamo anche noi; e forse per cambiare veramente e nel profondo c’è bisogno della lentezza della lettura (anche se le terze rime della Commedia spingono verso la fretta).

Ergo, una prece per Dario Fo e un complimento a Bob Dylan, com’è giusto, ma anche un rimpianto per un’epoca in cui si leggeva di più e più volentieri, e in cui la lettura era anche una forma di comunicazione. Perché si legge da soli, ma poi quando si parla ci si riconosce, si hanno più cose da dire e più emozioni da dare. Mi riservo di leggere le poesie di Bob Dylan: forse ho perso parecchio (come avevo perso parecchio quando non conoscevo bene il teatro di Dario Fo). Per ora rimango con le canzoni, dove a volte c’è un po’ di mistica (“Blowing in the Wind”) e a volte affiora qualche brivido di crudeltà: la voglia di dare il benservito a una donna, di non farsi conoscere e di non rendersi disponibile solo per la voglia di rinfacciarle il passato: “Don’t think twice, it’s all right.” Non so se non ho voglia di ripensarci, Bob; non so se mi va di seguire il tuo consiglio…

Andrea Malaguti in
http://americalbar.blogspot.it/2016/10/non-ripensarci.html