Informazioni su apoforeti

Unione Associazioni Culturali

Censis

Per ragioni professionali ho sempre seguito il Censis e il suo rapporto annuale e quest’anno scopro che il sovranismo è diventato un disturbo mentale

(Non è un fake. Qui il link alla pagina).

L'immagine può contenere: testo

https://mauropoggi.wordpress.com/2019/11/26/il-dissenso-come-patologia-mentale-storie-di-ordinario-totalitarismo/

Il ministero della wiki-verità

Questo piccolo casino è stato portato alla mia attenzione dall’esperto di Wikipedia della Consent Factory, King Ubu (o König Ubu in tedesco). Come suggerisce il nome del suo mestiere, il dovere di re Ubu è quello di controllare periodicamente la mia pagina di Wikipedia e assicurarsi che nessuno vi abbia pubblicato nulla di falso, diffamatorio o semplicemente strano. Naturalmente, quando ha visto come i ministri della Wiki-Verità stavano punitivamente “modificando” la mia pagina con la scusa della “neutralità”, ha tentato di contattarli. Il tentativo non è andato bene. Non voglio annoiarvi con tutti i dettagli cruenti, ma, se siete curiosi, sono qui sulla pagina “talk” CJ Hopkins  (che re Ubu riferisce di avere copiato e archiviato, cosa che trovo un po’ paranoica, ma in fondo non sono un esperto di tecnologia informatica).Guardate, normalmente non vi annoierei con le mie questioni personali, ma il mio caso è solo l’ennesimo esempio di come la “realtà” venga manipolata al giorno d’oggi. Nei circoli anti-establishment in cui mi muovo, Wikipedia è nota per questo genere di cose, e se ci pensate non c’è nulla di cui stupirsi. È una piattaforma perfetta per manipolare la realtà, diffondere la propaganda pro-establishment e danneggiare la reputazione delle persone, una tattica piuttosto popolare ai nostri giorni. Il punto è che, quando si cerca qualcosa su Google, Wikipedia è di solito il primo risultato che si trova. La maggior parte delle persone pensa che quello che leggono sulla piattaforma è, in linea di principio, basato su fatti e tenta quanto meno di essere “oggettivo”… e molto di quello che c’è scritto in effetti lo è, ma molto altro no.Se il nome “Philip Cross” non vi ricorda nulla, forse dovreste dare un’occhiata alla sua storia prima di consultare acriticamente Wikipedia. Al 14 maggio 2018 (quando Five Filters ha pubblicato questo articolo su di lui e il suo servizio presso il ministero della Wiki-Verità), Cross aveva modificato Wikipedia per cinque anni consecutivi, tutti i giorni della settimana, incluso Natale. Cross (ammesso che sia una persona vera e non un complotto di un servizio di intelligence) è specializzato nel modificare maliziosamente gli articoli che riguardano gli attivisti pacifisti e altre persone anti-establishment. La storia è troppo lunga per raccontarla qui, ma date un’occhiata a quest’altro articolo di Five Filters. Se siete interessati, questo è un buon punto di partenza.Oppure, se non avete tempo per farlo, continuate a leggere e usate il mio caso come esempio.Ora, secondo Ubu, la modifica punitiva della mia pagina da parte del Ministero, in modo da renderla più “neutrale” è cominciata quando questo specifico Ministro (“Greyfell”) ha scoperto che (a) esistevo e (b) ero un eretico di sinistra. “Grayfell”, a quanto pare, è estremamente interessato a mantenere un’immagine positiva degli Antifa, la cui voce su Wikipedia modifica attivamente, e il cui onore e integrità difende valorosamente, non solo da conservatori e stupidi neofascisti, ma apparentemente anche da nefasti autori di sinistra e autori di satira politica come me.

estratto da http://vocidallestero.it/2019/11/08/il-ministero-della-wiki-verita/
J. C. Hopkins è un pluripremiato drammaturgo, romanziere e autore satirico politico americano, che vive a Berlino. Le sue opere sono pubblicate da Bloomsbury Publishing (Regno Unito) e Broadway Play Publishing (USA). Il suo romanzo di debutto, Zona 23, è pubblicato da Snoggsworthy, Swaine & Cormorant Paperbacks. Può essere contattato presso cjhopkins.com o consentfactory.org.

Fuori dagli sche(r)mi

Per questo ho voluto – e ho cercato di – cambiare i termini della questione, invitando gli studenti e la platea tutta a fare mente locale su un’altra espressione, che, sia chiaro, si potrebbe adottare benissimo controvoglia, ma servirebbe a rivoltare come un calzino questi tempi sbandati: “pensare fuori dagli schermi”. Questi schermi luminosi (per ogni dove e per ogni occasione) rendono la realtà virtuale centomilavolte più attraente della realtà propriamente detta, e sono inoltre molto utili a tutti, questo è ormai indubbio (possiamo essere in contatto con chiunque vogliamo quando vogliamo; possiamo costruire e mantenere relazioni a distanza che sono importanti per la nostra vita); ma stanno trasformando inesorabilmente i nostri comportamenti, rendendoci arrendevoli, docili, con una (in)coscienza sul mondo che si presenta fluida, tentacolare, ma poco approfondita: il loro uso spropositato ci sta togliendo pian piano la capacità di ricordare qualcosa, semplicemente perché sappiamo che con dei banali movimenti delle dita quel qualcosa sarà già lì, pronto per noi, “a portata di mano”, e quindi alla fine: con tutta questa potenzialità mnemonica “esterna”, a che serve “internamente” ricordare?

Molto spesso però succede che, quando stacco gli occhi dallo schermo, all’improvviso l’elettrocardiogramma del mio pensiero (critico) si riattiva, la mia memoria mette la prima, la seconda la terza e così via, il mio cervello non è più in folle, l’inquinamento informativo scompare, come la brina sul parabrezza non appena un movimento entra in circolo in un autoveicolo, seppur quest’ultimo si presenti come un catorcio scassato. E così dall’assenza nasce la potenza, dalla mancanza la vicinanza, creando le condizioni ideali per lasciare germogliare la facoltà di notare quello che quotidianamente si fa vedere: sotto al naso, a pochi spasmi da me. In questo modo, potremmo sottrarci agevolmente dal controllo panottico che opera su di noi il digitale dei mercati, preservando i momenti anonimi, dando manforte ai momenti significativi che non diventano in questo modo segreti, ma diventano pericolosi agli occhi del potere perché sfuggono alla “logica normale” dell’evento quotidiano sugli schermi.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

https://ilconformistaonline.wordpress.com/2018/12/23/fare-breccia-sul-potere-che-violenta-il-mondo/

Il miglior schiavo

Il quadro politico-culturale italiano, specchio peraltro di quello occidentale, è sempre più desolante.
Esiste una potente macchina di fabbricazione del consenso che sta cercando di livellare ogni divergenza cognitiva per costringerla dentro la cornice del pensiero unico.
I padroni del discorso controllano quasi tutto, e da tempo stanno cercando di controllare, dietro virtuosi pretesti, anche l’ultima ridotta dell’informazione divergente, la rete.
Ennesimo e ultimo tentativo in ordine di tempo: l’iniziativa di pochi giorni fa – auspice la senatrice Liliana Segre – che istituisce una commissione parlamentare per identificare e contrastare in rete gli hate-speech e le fake-news. Ovvero, tradotto in mandarino, i discorsi d’odio e le notizie fraudolente.
L’aura morale che circonda la Segre, scampata alla Shoah, ha lasciato ben poco spazio alla possibilità di obiezioni ragionevoli contro una misura di per sé ambigua, foriera – se portata a coerenti conseguenze – di mordacchie varie e pesanti alla libertà di espressione.
La quale peraltro è regolamentata da dispositivi legali (la querela per diffamazione o ingiurie) che già le impongono una certa autoregolamentazione.
C’è un problema di anonimato, è vero, ma i commenti anonimi (quelli di coloro che si nascondo dietro pseudonimi) dovrebbero essere trattati alla stessa stregua delle lettere anonime; e in ogni caso sarebbero più opportune misure che evitino l’anonimato in rete, così che ognuno si assuma la responsabilità di ciò che scrive e si conceda un attimo di riflessione prima di scriverlo.
La verità è che i veri diffonditori seriali di notizie fraudolente sono proprio i media ufficiali, TV e giornali.
L’elenco degli esempi è lungo, anche solo a limitarci al primo scorcio di questo secolo, e le conseguenze sono state e sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: milioni di morti, paesi devastati, atrocità (vedi tra l’altro alle voci Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Yemen…).
Non mi risulta che la propalazione in rete dell’allarme per le scie chimiche o altre amenità sia mai stata altrettanto letale. Eppure, fra coloro che si preoccupano della salute mentale degli internauti, nessuno che denunci la più grave questione della manipolazione operata dall’informazione di sistema.
Sentivo ieri in TV, ancora una volta, parlare dei tentativi russi di influenzare il voto in Occidente, tema che riemerge immancabilmente alla vigilia o all’indomani di elezioni.
A fronte di questa ipotetica e mai provata attività, non ho mai visto nessuno scandalizzarsi per le ingerenze americane, quelle sì concrete, conclamate e grevi: Obama che appoggia Renzi a proposito del referendum sulla riforma costituzionale, o sostiene i bremainer contro i brexiter, o ancora foraggia la rivoluzione colorata ucraina; Trump che invita Farage ad allearsi con Johnson, contro il partito del bremainer e per evitare che Corbyn instauri il “socialismo” in UK…
Sono discrasie non ascrivibili a psicopatologie intellettive ma a precisi disegni di pesante orientamento della consapevolezza popolare. Il Sistema sa bene che nei limiti del possibile è sempre più economica ed efficiente la manipolazione cognitiva che la costrizione fisica.
Parafrasando Goethe: per il Sistema non esiste miglior schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo.

Mauro Poggi

in https://mauropoggi.wordpress.com/2019/11/03/il-miglior-schiavo/

Mal di scuola

Per decenni la scuola è stata concepita come una sorta di ‘riserva indiana’ per semioccupati od occupati malpagati e frustrati, senza nessuna considerazione per il merito e la passione per il proprio lavoro (gli scatti erano solo per anzianità). Molti dei ‘babypensionati’ vengono dalla scuola e spesso erano i migliori, con una vocazione autentica per la loro delicatissima professione. Si tenga presente che il lavoro dell’insegnante scrupoloso non si esaurisce in aula ma, soprattutto per alcune materie, lettere e filosofia in particolare, continua a casa con la correzione dei compiti e la preparazione della lezione del giorno successivo. I migliori, alla lunga, hanno pensato che non ne valesse la pena e sono andati a spendere il loro talento altrove, gli altri che talento non avevano sono rimasti a scaldare i banchi.

A tutt’oggi ogni nuovo ministro della Pubblica Istruzione elabora un suo piano di studi puntualmente sconfessato dal suo successore. Non funziona così, non può funzionare così. Anche se oggi tutto va a gran velocità (che, sia detto di passata, è uno dei drammi della vita moderna) un piano di studi va pensato con vista lungimirante, per almeno due o tre generazioni. Se il mitico ‘classico’ di Gentile ha potuto resistere decenni è perché Gentile aveva guardato avanti e soprattutto aveva ben in testa che la scuola ti deve dare, oltre alle nozioni, gli strumenti per capire la realtà. Perché capire è più importante di sapere.

Tutti i recenti tentativi di riforma hanno cercato di adeguare la scuola alle nuove realtà. E’ inevitabile, ma si è troppo forzato sull’attualità. La scuola si deve occupare soprattutto dell’inattuale, Eraclito, Platone, Bacone se non li incontri a scuola poi non li incontri più. L’attualità ci entra ed esce da tutte le orecchie.

Ma la distruzione o la semidistruzione definitiva di ogni capacità di comprensione e del far propria una vera cultura, e questo riguarda l’intera popolazione, giovanile e adulta come rileva l’Ocse, viene dalla tecnologia digitale. Su internet puoi trovare tutto, subito. Incameriamo una serie infinita di nozioni, ma è un generico sapere sul sapere. Paradossalmente da questo punto di vista le cose andavano meglio in era preindustriale. Scrive Johan Huizinga ne La crisi della civiltà che è del 1935: “L’uomo comune diventa sempre meno dipendente dalle proprie facoltà di pensiero e di espressione. Il contadino, il marinaio, l’artigiano di una volta, nel tesoro delle sue conoscenze pratiche trovava anche lo schema spirituale con cui misurare la vita ed il mondo. Anche dove l’individuo sia animato da un sincero impulso verso il sapere e la bellezza, dato l’ossessivo sviluppo dei mezzi di diffusione meccanica dello scibile, difficilmente potrà sottrarsi alla noia di ricevere, bell’e confezionati o strombazzati, giudizi e nozioni”.

Massimo Fini

 

Iper-informazione

Domande al premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman
Quali sono i bias cognitivi?

I bias cognitivi sono numerosi, ma esaminiamo qui i più rilevanti, che adottiamo quando siamo sommersi da una marea di informazioni tra le quali districarsi, come avviene nel caso dei social network.

A giocare un ruolo da protagonista è senz’altro il bias di conferma, ossia la tendenza a ricercare e prediligere le informazioni che confermano le nostre credenze iniziali. Esperimenti psicologici hanno dimostrato come gli individui raccolgano o ricordino le informazioni in modo selettivo e interpretino prove ambigue a sostegno della loro posizione preesistente. L’azione di tale bias provoca un eccesso di fiducia nelle opinioni personali e impedisce persino di mutare posizione di fronte a prove contrarie evidenti. Alla base di questo automatismo mentale c’è sia l’attitudine a credere che si realizzi qualcosa in cui speriamo (wishful thinking) sia la limitata capacità umana di rielaborare le informazioni. Inoltre, per il singolo individuo è certamente meno oneroso convalidare le proprie idee iniziali piuttosto che impegnarsi in una faticosa analisi comparativa e scientifica che ne testi la validità.

A rafforzare questo comportamento concorre un altro bias, quello dello status quo, una distorsione valutativa legata alla resistenza al cambiamento, per cui si tende a non prendere decisioni che possano alterare lo stato attuale, anche se potrebbero essere conveniente. Ogni cambiamento è percepito come una perdita.

A influenzare le nostre opinioni c’è poi il bias di ancoraggio, che porta a legarsi a un’informazione iniziale con cui si è venuti a contatto, considerata come “ancora”, per formulare giudizi successivi durante il processo decisionale. I contenuti affini a essa tendono a essere assimilati, mentre quelli che si discostano solitamente vengono allontanati.

Effetti analoghi al bias di conferma sono indotti dal bias di gruppo, che induce a sopravvalutare le capacità e il valore del proprio gruppo, qualunque natura esso abbia (sociale, culturale, ecc.) e a sminuire e discriminare qualsiasi gruppo estraneo. Questo errore cognitivo genera l’attitudine, molto frequente negli ambienti culturali e accademici, a favorire persone appartenenti al proprio gruppo e a escludere persone esterne, evitando così il confronto e rafforzando le proprie credenze.
Effetto camera d’eco

L’azione congiunta di tali bias ha una portata esplosiva all’interno del micro cosmo dei social, divenuto proiezione del mondo reale. La mole infinita di contenuti veicolati non solo non aumenta il livello di conoscenza dell’utente, ma al contrario porta a rafforzare le proprie idee iniziali e a identificarsi con un gruppo virtuale che le rappresenta.

Anziché approfondire e analizzare in modo comparativo argomentazioni diverse dalle proprie, si tenderà a ignorarle e perfino a denigrarle. Si viene così a creare il fenomeno delle “camere d’eco”, ossia delle campane di vetro in cui i preconcetti personali sono amplificati dalla comunicazione e dalla ripetizione degli stessi messaggi all’interno di un sistema chiuso. Dentro una camera d’eco gli utenti possono trovare informazioni che convalidano le loro opinioni preesistenti e attivare il bias di conferma.
Questo fenomeno rafforza le credenze e le radicalizza, senza nulla aggiungere all’informazione e alla conoscenza. Il risultato è l’oltranzismo ideologico al quale assistiamo e partecipiamo, in cui il dibattito e il confronto politico sono stati sostituiti dalla tifoseria e della violenza verbale. Non vi è alcuno spazio per elaborare un pensiero critico e svincolato dai bias, vince la legge tribale.

https://www.controinformazione.info/bias-cognitivi-e-camere-deco-la-trappola-dei-social/

La sentenza di Sileno

Inquieta la idea stessa di mettersi a valutare se la vita, o una data vita, sia più conveniente o meno conveniente della morte. Inquieta cioè l’idea, in sé razionale, di chiedersi se, dato il mio stato di salute, mi convenga continuare a vivere oppure uccidermi o farmi uccidere. Disturba, insomma, l’idea che la vita non sia sempre desiderabile in sé stessa, come tale, ma che la sua preferibilità alla morte dipenda dalla sua qualità.

Infatti, se si apre la mente a questa idea, a questa valutazione, non si sa dove si arriverà. Anzi, vi dico io dove si arriverà; si arriverà a udire il suono della risposta del satiro immortale Sileno, che, forzato da re Mida a rivelare quale sia la cosa più desiderabile per l’uomo, sentenziò: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te sarebbe assai meglio non udire? Il meglio è per te assolutamente irrealizzabile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”. La vita umana è sempre peggiore della morte: questo vuol dire Sileno. Sempre, e non solo quando ti tormenta una malattia incurabile, perché le sue sofferenze, nel complesso, superano sempre le gioie. Perciò la vita umana non ha senso. Una saggezza, questa, superficiale e fasulla, ma devastante e letale per le nazioni occidentali. culturalmente e spiritualmente svuotate e traviate dall’insegnamento e dall’esempio del clero cristiano, soprattutto di quello moderno.

LA SENTENZA DI SILENO

Censura

Le leggi speciali in tema di opinione sono sempre restrizioni di diritti e libertà e anticamere di risvolti più inquietanti.
Dopo aver marcato un suo territorio virtuale, dopo aver emesso una sua moneta, ora il social annuncia che istituirà una corte, un suo tribunale, per dirimere questi casi. Non vi preoccupa che si crei uno Stato parallelo e sovrastante al nostro Stato, che non risponde pienamente a nessuno Stato e alle sue leggi, nel nome della sua extraterritorialità, del suo status sovranazionale e multinazionale?
Ogni singolo episodio non preoccuperebbe se non si inserisse in un contesto, un’escalation e una convergenza di poteri. Non sostengo affatto che le sparse denunce e limitazioni siano figlie di un Complotto ordito dall’alto e poi diramato. C’è però una preoccupante sintonia, uno squallido allinearsi, un pericoloso conformismo che mette in fila l’università pubblica e quella privata, l’ateneo della Confindustria, i social, i poteri mediatici e il mondo di sinistra, fino ai tribunali. Dai lib ai dem, dai padroni ai compagni, l’arco è vasto e variegato, ma quando si tratta d’impedire la circolazione di messaggi differenti, s’accodano, s’intruppano.
È necessario suonare l’allarme, non abbiamo altra difesa che la denuncia aperta e mirata. A noi senza potere non resta che gridare tutte le volte che accade, finché la voce, il microfono e la salute ci accompagneranno.

P.S. La lista dei censurati da Facebook si allunga. Il giorno seguente la pubblicazione dell’articolo, giunge notizia che anche il profilo Facebook di Caio Mussolini è stato bloccato. “Non conosco il motivo per cui Facebook mi ha sospeso l’account personale per 7 giorni”, dice il Responsabile nazionale del laboratorio tematico Difesa di Fratelli d’Italia. “Questa polizia del pensiero è inaccettabile. Il grande fratello preconizzato da George Orwell ha preso forma con le big tech, che si sentono padrone delle nostre vite, dei nostri dati e delle nostre idee”.

Marcello Veneziani

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/quella-brutta-aria-di-censura

Facilitatori

E dagli anni Novanta in avanti attraverso provvedimenti legislativi successivi che hanno introdotto le logiche – necessarie ma complementari – dell’inclusione, dell’integrazione, del dialogo scuola-famiglia – una strana eterogenesi dei fini ha come consentito al sistema scolastico di puntare più su questi nuovi obiettivi che su quelli tradizionali della formazione e della crescita culturale. La scuola italiana ha finito per aggiungere esperienze e progettualità, anche extra-scolastiche, tese a radicarsi nel territorio, a proporre la relazione scuola-lavoro e così via. Ma per una serie di fattori, anche contraddittori, la figura del docente si è progressivamente trasformata, soprattutto nella percezione collettiva e nelle famiglie, in quella di una sorta di sorvegliante e tutore dei giovani, in cui spesso le competenze richieste sembravano più quelle di un assistente sociale, infermiere, psicologo e animatore di comunità che in quella di educatore e formatore. Aggiungendo a ciò la perdita costante di prestigio sociale dell’insegnante e del professore, soprattutto a causa degli stipendi sempre più appiattiti in basso tanto che oggi il docente italiano guadagna meno di un operaio e con una remunerazione mensile che è la metà di un suo collega tedesco o francese. E non si può tacere in questo processo il ruolo del sindacato che per anni ha preferito impegnarsi sul facilitare l’ingresso in cattedra dei precari piuttosto che puntare sull’aumento degli stipendi. Nel complesso, il risultato è stato quello di abbassare l’attrattiva per la professione docente da parte di giovani laureati di qualità che hanno preferito professioni oggettivamente più remunerative.
Dati tutti questi fattori, il risultato, come sottolinea Sini, è stato quello di arrivare a una sistema scolastico in cui – tranne gli sforzi individuali dei singoli insegnanti – ha finito per eclissarsi il primato della formazione culturale dei ragazzi. Per dirla con una sola parola, al ruolo educativo e formativo dell’insegnante è andata sostituendosi la logica del “facilitatore”: “bestemmia pedagogica – a dire di Sini – che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura”. Ovviamente, c’è professore e professore. E grazie a molti singoli la scuola italiana riesce ancora ad avere dei risultati. Ma nell’insieme è scomparsa la percezione pubblica e nell’immaginario del ruolo pedagogico e formativo dell’istituzione scolastica. Da cui il fatto che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà che non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, addirittura nei licei e ormai anche nelle università. Perché quello che si è soprattutto appannato è il percepire la scuola come il principale canale di accesso alla cultura e alla grande cultura. Si è invece puntato a pretese “competenze” introdotte recependo troppo velocemente linee guida e indicazioni europee oppure modelli anglosassoni senza un contesto adeguato e una metabolizzazione approfondita, tendendo a tralasciare o a porre in secondo piano quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/docenti-facilitatori-e-giornalisti-opinionisti-il-declino-e-servito

Quelli che…

Quelli che proprio mi fanno morire sono quelli che, nel nome della ‘soluzione d’insieme’, della ‘visione globale’, pensano di saltare a piè pari le politiche locali o nazionali.
Su una grande quantità di temi (immigrazione, ecologia) una parte ampia di pensiero sedicente progressista pensa di stare già all’altezza di questi grandi temi una volta che hanno invocato una ‘soluzione globale’.
E su questa base guardano con disprezzo alle piccinerie locali o nazionali, perché loro sì che c’hanno l’occhio lungo: loro sanno che la soluzione o è globale o non è.
Una volta che si sono messi in questa posizione panoramica sono soddisfatti: il punto di vista è quello giusto, il resto sono dettagli, e chi si attarda a discuterli è un reazionario.
Certo, poi quando gli chiedi chi è che dovrebbe porre questi problemi globali in una dimensione globale nell’interesse globale, beh, le risposte sono vaghe, evasive, spesso la domanda stessa viene vissuta come una provocazione: “Insomma, io ti ho dato la cornice giusta, se poi insisti sui dettagli sei un provocatore.”
Quei pochi che accettano la domanda abbozzano cose patetiche come “la Comunità Internazionale”, l’ONU, l’UE.
Il meccanismo mentale qui è per me di particolare interesse, perché questi soggetti applicano (credo inavvertitamente) un’antica lezione marxiana, ma lo fanno solo per una metà, quella comoda.
Marx infatti è il pensatore che ha insegnato al mondo occidentale a pensare in termini di strutture sociali complessive, guardando al ‘sistema’.
Solo che poi Marx andava sempre anche a vedere come funzionava il sistema reale, nella storia corrente, e solo a quel punto suggeriva soluzioni.
Questi invece si limitano alla parte comoda, allo sguardo panoramico, che ha anche il vantaggio di far sentire superiori al volgo coinvolto nei dettagli della vita di tutti i giorni. E sbottano impazienti rispetto a quelli che insistono a capire come quella ‘volontà generale’ dovrebbe diventare ‘volontà operativa’. Son dettagli che turbano la loro serenità e comunque l’unica cosa di cui sono certi a priori è che la risposta non può certo essere quella bruttura storica che è lo Stato-nazione

Fonte: Andrea Zhok