Informazioni su apoforeti

Unione Associazioni Culturali

Il quinto stato

il Quinto Stato. L’ho incontrato a pochi passi da casa, una mattina qualunque, perché per una volta ci ho fatto caso. Accanto al supermercato in apertura staziona un giovane maschio africano, sbarcato da qualche barcone e portato qui dalla Marina Militare.  Per nulla denutrito, meno male, sorridente, ospitato a spese nostre per non fare nulla, per non essere nulla, mi appare come un gadget vivente e inconsapevole della contemporaneità. Ha uno smartphone con le cuffie, la maglietta di un gruppo rock, il giubbetto con cappuccio e scarpe sportive d’imitazione delle grandi marche che producono in Asia. Vuole un suo piccolo posto nel grande circo del mercato globale, non cerca né si aspetta più un’esistenza “normale”.

Oltre l’elemosina, aiuta le signore con il carrello della spesa, ogni tanto dà una mano a pulire qualche giardino privato. Quando i commerci sono chiusi ciondola con altri come lui – sembrano fabbricati con lo stampino – e poi sale sul bus, dove ovviamente non fa il biglietto e non viene multato, tanto non potrebbe pagare. Stamane gli è passato accanto un ragazzo con tatuaggi tribali e un piercing nel naso, zainetto di marca sulle spalle, lo stesso smartphone, le medesime cuffie, abbigliamento e andatura fotocopia, la differenza è che le griffe di abiti e scarpe sono autentiche. Va a scuola “firmato”, è un po’ in ritardo ma non si affretta, i professori saranno abituati. Dalle movenze e dal suono attutito dalle cuffie, sta ascoltando un rap, probabilmente Young Signorino (Mhh, ma che buona/ questa dolce droga bu, bu / Mhh, ma che buona bu, bu) o Sfera Ebbasta, al secolo Gionata Boschetti, re del Trap, la cui popolarissima Tran Tran parla di uno cui non frega niente di nulla, mentre altrove celebra la sua ragazza interessata unicamente a soldi e droga.

Giusto il tempo di riavermi, e il quinto Stato, se preferite la Moltitudine desiderante di Negri e Hardt, la vecchia plebe di Hegel, ricompare nelle sembianze di un giovane uomo trafelato, malvestito, forse italiano, forse sudamericano, che, sceso da un ciclomotore da rottamare con una gran borsa a tracolla, si informa su un indirizzo. Consegna posta: se la sua condizione è simile a quella del figlio ultratrentenne di conoscenti, ha la partita IVA (un imprenditore!), lavora almeno nove ore al giorno nel traffico- i rischi sono tutti suoi, è un autonomo, magari rientra nelle statistiche delle start-up– racimolando al massimo tra i 700 e gli 800 euro al mese. Mangia cibo di strada da un cartoccio sporco, porcheria consegnata da un povero cristo come lui, un altro del Quinto Stato.

La mia meta è il negozio di un grande gestore telefonico che ha appena “mangiato” qualche decina di euro per servizi e applicazioni che non ho chiesto, ma solo incautamente digitato credendo di rifiutarle (un giochetto molto comune, sembra) mi metto in fila, ma il Quinto Stato è in agguato. Ha la fisionomia di un corpulento giovanotto sulla trentina accompagnato dalla moglie – più probabilmente la compagna – con bimbo al collo. Indossa una camicia trasandata mai stirata, con pantaloni corti jeans a vita così bassa che mostrano ampie porzioni di un imbarazzante lato B, gambe e braccia rivelano tatuaggi multicolori. Ha un linguaggio pressoché incomprensibile, grugnisce pochi vocaboli anglo dialettali inframmezzati dall’immancabile “cazzo”, manifestamente capisce poco di quanto gli dice il commesso, e si rivolge per soccorso verso la ragazza che scuote la testa, mostrando con una certa fierezza due ciliegie tatuate dietro un orecchio. Il Calibano del Quinto Stato conosce perfettamente tutti i piani tariffari dei gestori telefonici e possiede l’abbonamento a Netflix.

Rassegnato al nuovo che avanza, esco dal tempio dei telefoni cellulari e delle tariffe “all inclusive” per imbattermi in un ulteriore, insidioso esponente del Quinto Stato. Ha le sembianze civilizzate di un compito giovin signore in giacchetta, cravattino e valigetta 24 ore. Figlio di famiglia, spiega di essere socio di un’agenzia immobiliare, cerca appartamenti vuoti da vendere o affittare, dà del tu a tutti e fa capire che pagherà qualcosa per ogni segnalazione positiva ricevuta; nel frattempo cerca di vendere contratti per grossisti di energia elettrica. Un imbroglioncello laccato già pronto ad assumere il ruolo di impiegato d’ordine della globalizzazione.

In mezz’ora ho visto e toccato con mano un universo che vent’anni fa era inimmaginabile. Avanza al passo del gambero una nuova imponente classe sociale del tutto ignara di esserlo. Non possiede alcuna coscienza collettiva, né sembra interessata all’impegno: politico, sociale, civile, etico. Vive e tanto basta. E’, in mille forme diverse, il Precario Globale Desiderante. La nuova classe dei perdenti dominati ignari: il Quinto Stato.

Roberto Pecchioli

estratto da:  https://www.maurizioblondet.it/il-quinto-stato/

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Attacco al sonno

Il capitalismo 24/7 allude ad una continuità senza freni, senza pause, senza attrito; una vita vissuta appunto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Fa riferimento ad un presente paludoso e vacuo, un presente indifferenziato che, non potendo ospitare e rielaborare allusioni o tracce del passato, s’impantana nella costruzione immaginifica del futuro. “Il 24/7 è l’annuncio di un tempo senza divenire, sottratto a qualunque delimitazione concreta o riconoscibile, un tempo senza ritmo sequenziale o ricorrente. Nel suo carattere perentoriamente riduttivo, è la celebrazione di un presente allucinato, di un inalterabile permanenza fatta di operazioni incessanti, senza attrito. È una conseguenza della trasformazione della vita sociale in realtà tecnicamente manipolabile.”

Dai piccoli o grandi negozi sempre aperti, al bagliore interminabile di città tentacolari – un misto di illuminazione ad alta intensità e smog – , che fanno da contrasto all’oscurità necessaria del riposo fisiologico; dalla possibilità di rimanere sempre connessi ad un dispositivo elettronico – che è diventato, in pratica, una specie di protesi irrinunciabile –, al fatto che, oramai, seppur risulta naturalmente impossibile lavorare, fare acquisti, chattare, bloggare, consumare immagini per una durata 24/7, non esiste oggi alcun momento, luogo o situazione in cui non sia possibile fare tutto questo. Ecco perché si può affermare con certezza che “è in corso un attacco inesorabile da parte del tempo 24/7 contro ogni aspetto della vita sociale e individuale”.

Leggi tutto in https://ilconformistaonline.wordpress.com/2018/05/11/il-sonno-ultima-enclave-di-un-mondo-24-7/

Repetita iuvant

Di

Alvaro Belardinelli

È proprio vero che responsabili e tifosi dell’invalsizzazione coatta della Scuola italiana non ne comprendano le implicazioni, le ricadute, le conseguenze? È vero probabilmente per i “tecnici” dell’Invalsi, il cui stipendio dipende proprio dal loro non comprenderle. Un po’ meno vero, probabilmente, è per i mandanti del progetto che vede la Scuola sottomessa all’Invalsi e l’Università assoggettata all’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).

La progressiva sottomissione del sistema scolastico italiano all’Invalsi, infatti, otterrà sicuramente alcuni risultati:

  1. l’espropriazione graduale della valutazione dalle mani degli insegnanti (visto che la valutazione degli insegnanti non è più considerata “oggettivamente misurabile”);
  2. il successivo trasferimento della valutazione stessa dagli insegnanti al “Ministero della Verità” costituito dall’Invalsi, ente esterno finanziato dal Governo e “vigilato” dal MIUR (dunque dall’esecutivo, cioè dai partiti di Governo e dai loro mandanti esterni);
  3. l’avanzante subordinazione della didattica al superamento dei quiz da parte degli studenti;
  4. il crescente peso dell’ideologia didattica e formativa dominante (indirizzata dai potentati economici attraverso il potere politico ed attraverso l’Invalsi);
  5. il progressivo superamento della figura del Docente e della sua libertà di insegnamento, ormai subordinati a criteri falsamente “oggettivi” imposti dai poteri che dominano la società;
  6. il graduale annullamento della capacità della Scuola di preparare per il domani una società diversa, più umana, ossia non organizzata soltanto secondo criteri aziendalistici, produttivistici, economicistici, mercatistici.

Chi vuole risultati simili? Quali sono gli stakeholder (“portatori di interessi”, per usare un termine caro agli usurai che dominano il pianeta) cui sta tanto a cuore l’involuzione antropologica alla quale la Scuola italiana sta velocemente cedendo le armi?

In mezzo alla notizia

Ignorantizzazione” di massa

È un dato di fatto che i risultati che noi docenti riusciamo a raggiungere con i nostri alunni si sono progressivamente ridotti negli ultimi trent’anni. Complice di questo disastro è sicuramente l’involuzione che l’intera società italiana ha subito a seguito dell’ideologia consumista: del cui trionfo già cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini ci avvertiva. Trionfo acuito dal progressivo (ed eterodiretto) allontanamento delle masse dalla politica attiva mediante la strategia della tensione; dalla parabola discendente della credibilità dei Sindacatoni “maggiormente rappresentativi” e dei loro partitoni di riferimento; dalla nascita e dall’affermazione delle televisioni berlusconiane (i vari Canile 5) e di quelle “berluscomorfe“; dal venticinquennio di predominio neoliberista che abbiamo appena vissuto, con l’alternarsi di governi identici sul piano dei programmi e delle politiche, pervicacemente e costantemente basate su tre pilastri: privatizzazione, riduzione della spesa pubblica e smantellamento dello stato sociale.

Per contrastare tutto ciò, la Scuola avrebbe dovuto semplicemente non adeguarvisi: ossia mantenere fermi quei capisaldi culturali che avevano sempre fatto del sistema scolastico italiano uno dei migliori del mondo. Il che non vuol dire rimanere fermi: la Scuola deve esser sempre alla ricerca del progresso e del miglioramento.

Perché portare gli alunni non meritevoli alle classi successive?

Però miglioramento e progresso non possono ottenersi con la rinuncia al rigore epistemologico, alla serietà, alla verità. In parole povere, non si può fingere che la Scuola possa diventare più democratica col 6 politico. La Scuola è un’istituzione che deve garantire ai cittadini l’istruzione, ossia la possibilità di elevarsi culturalmente e socialmente, con benefici effetti per la società tutta. Non si può rendere obbligatoria de facto per i docenti l’ammissione degli alunni non meritevoli alle classi successive.

Si sarebbe dovuto eliminare gli ostacoli, economici e culturali, che impediscono a tutti lo stesso livello di partenza nell’acquisizione della cultura. Non si sarebbe dovuto rendere più elementari i programmi per rendere più facile la promozione generalizzata.

Non si sarebbe dovuto eliminare dalle Scuole Medie l’insegnamento del latino (come si fece nel 1979 per una singolare convergenza tra PCICGIL e Confindustria, tutti tanto preoccupati per i poveri figli degli operai!). Lo si fece per non sottoporre gli studenti “alla tortura del latino”: ed è stato un errore gravissimo, perché sono proprio le classi più deprivate ad aver bisogno di studiare le discipline più formative! Anche Antonio Gramsci la pensava così (e lo scrisse nei Quaderni dal carcere). Eppure oggi questa idea, così ovvia e di buon senso, suona talmente eretica da esser sostenuta unicamente dall’eretico Sindacato Unicobas Scuola & Università!

Tornare alle lingue classiche

Idea eretica, ma condivisa anche dal professor Alessandro Barbero (storico insigne e ordinario di Storia medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”); il quale, durante il XIII Festival Internazionale della Storia, svoltosi a Gorizia dal 25 al 28 maggio 2017, ha pronunciato queste parole: «Un tempo si sapeva di dover uscire dalla Scuola dopo aver appreso a grandi linee tutte le cose più importanti della cultura. Per molto tempo a scuola ci andavano in pochi: per le classi dirigenti ciò era normale, però si dava per scontato che andare alle Scuole Superiori e al Liceo era indispensabile per avere un ruolo dirigenziale nella vita”.

“L’esercito italiano nella Grande Guerra aveva un disperato bisogno di ufficiali; tanto che alla fine mandò a comandare plotoni e compagnie i diciannovenni, purché avessero finito le Scuole Superiori! Si accettavano anche i diplomati di Istituto Tecnico, purché diplomati, perché i diplomati scarseggiavano, ma si preferivano i diplomati dei Licei. Forse perché il latino e il greco serve in trincea? Sì, evidentemente! Questa era la loro risposta! In Inghilterra, per fare il pastore anglicano, bisognava laurearsi a Oxford o Cambridge. Poi si è giustamente stabilito che la cultura comune non deve appartenere solo a poche élite, e che tutti devono possederla. E che tutti i giovani devono studiare negli anni della vita in cui i loro padri e nonni erano costretti a lavorare.

Dalla scuola di massa all’alternanza scuola-lavoro

A quel punto sono spuntati fuori quanti dicono: “A che cosa serve che i figli degli operai studino il latino?”. E subito dopo: “Ma il libro di testo è proprio necessario? Oggi si fa tutto online!”. Quando a scuola ci andavano solo i figli dei padroni, tutti sapevano che i contenuti appresi a scuola fanno di te una persona più forte e con più possibilità.

Quando anche i figli degli operai sono andati al Liceo, si è cominciato a dire che il Liceo non serve. E così siamo arrivati al punto che la grande conquista della scuola di massa (ossia l’aver permesso a tutti i giovani di studiare contenuti elevati senza chiedersi a cosa servano nell’immediato lavorativo) viene demolita nel comune sentire, perché “poco spendibile sul mercato del lavoro”. Con la legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”) si è tornati a dire ai ragazzi di sedici anni (come ai loro nonni sessant’anni fa) che “un po’ di lavoro lo dovete fare”: ed ecco l’alternanza scuola-lavoro!»

Il professor Barbero è costretto purtroppo a condividere con tutti gli altri suoi colleghi Docenti universitari un’esperienza comune: quella del progressivo scivolamento dei corsi universitari verso la “licealizzazione“, ovverosia la discesa degli standard formativi universitari verso i livelli che prima erano propri dei Licei.

In parole povere, chi oggi consegue una laurea triennale ottiene una preparazione culturale pari a quella che trent’anni fa si poteva ottenere con un diploma di Scuola Superiore. Ciò accade perché, a loro volta, le Scuole Superiori portano oggi i propri studenti a livelli culturali di poco superiori a quelli un tempo conseguiti con la licenza media inferioree la Scuola Media Inferiore, a sua volta elementarizzata, si accontenta ormai di erogare conoscenze e competenze un tempo raggiunte alla Scuola Elementare (la prima del pianeta fino al 1990).

È favorevole tutto ciò alle magnifiche sorti e progressive del Paese?

 

https://www.tecnicadellascuola.it/addio-al-latino-6-politico-largo-allinvalsi-la-scuola-vicina-al-punto-non-ritorno

Il tempo liberato

In che cosa si distingue il “tempo liberato” dal più noto tempo libero? Il tempo libero è un tempo sincopato, determinato dai ritmi e dai tempi del lavoro. In realtà non è affatto ‘libero’, ma è destinato al consumo senza il quale tutto il grande castello produttivo che abbiamo costruito, e sul quale si basa l’attuale modello di sviluppo, crollerebbe miseramente. Noi non produciamo più per consumare ma consumiamo per poter produrre, un’aberrante incongruenza che era già stata avvertita da Adam Smith che pur è, insieme a David Ricardo, uno dei padri fondatori di questo sistema. “Dobbiamo consumare per aiutare la produzione”, quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase dagli economisti e dagli uomini politici? Il ‘tempo libero’ quindi non è affatto tale, non solo perché è determinato inesorabilmente dai ritmi e dalle esigenze dei tempi del lavoro e della produzione ma perché deve essere destinato al consumo compulsivo e nevrotico. Milano da questo punto di vista è una buona base di osservazione. Nel weekend i milanesi schizzano via e si catapultano, a seconda delle stagioni, a Cortina, a Saint Moritz, a Gstaad o a Portofino, a Rapallo, al Forte dei Marmi, dove vedono le stesse persone che hanno lasciato in città e si abbandonano agli stessi riti e agli stessi ritmi. Per rientrare la domenica sera più stanchi e sfatti di quando sono partiti. Paradossalmente se la passa meglio chi, per mancanza di denaro, resta in città. E’ “la ricchezza di chi è più povero” per parafrasare un aforisma di Nietzsche capovolgendolo lessicalmente ma mantenendone il senso.

Il “tempo liberato” è invece quello che dedichiamo a noi stessi, alla nostra interiorità e spiritualità, alla riflessione, alla contemplazione, alla creatività disinteressata. E’ un tempo quasi ‘religioso’ (non per nulla sia Wojtyla che Francesco ne hanno fatto a volte cenno) intendendo questa espressione in senso molto lato. E’ quel “pauperismo” che Berlusconi, che sta dalla parte opposta della barricata ma di cui tutto si può dire tranne che manchi di intuito, ha percepito e condannato nel ‘grillismo’ e di cui, probabilmente, nemmeno buona parte dei seguaci dei Cinque Stelle è consapevole.

E’ chiaro che la piena attuazione del “tempo liberato”, a scapito del mito del lavoro, imporrebbe uno scaravoltamento dell’attuale modello di sviluppo, al momento impensabile. Per ora accontentiamoci del possibile: che sia la tecnologia a lavorare, almeno in parte, al nostro posto, senza per questo sbatterci sul lastrico (il “reddito di cittadinanza”, il cui contenuto va naturalmente approfondito e reso economicamente più compatibile, va in questo senso) e non noi a dover lavorare, a velocità sempre più sostenuta, in funzione della tecnologia. (Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2018)

Massimo Fini (estratto)

Turisti a casa nostra

Come sempre succede con reticolati, steccati e “diversamente muri”, i tornelli che il sindaco Brugnaro detto Gigio ha installato a Venezia e che si possono oltrepassare solo se muniti di certificato di residenza o esibendo la Carta Venezia Unica che viene generosamente erogata   a chi sta in albergo o in un qualsiasi anche pulcioso B&B, casa vacanza e assimilati, hanno un duplice scopo. Quello di escludere per quanto possibile il turismo sgradito, quello faidate e per caso, quello delle gite di un giorno, delle carovane e delle comitive con tanti di parroco con o senza vendita di pentole sul pullman, insomma quello che non porta quattrini. Perché è vero che anche i crocieristi a prezzo scontato e offerta speciale non spendono un euro durante in fugace pellegrinaggio, ma hanno già ampiamente foraggiato in forma anticipata   i padrini e i padroni della Serenissima, le multinazionali del travel e i taglieggiatori portuali che con quelle risorse nutrono le imprese dello scavo e della fabbrica  delle paratie,  della fortuna, insomma, tirata su sull’acqua e sul fango. Ma anche quello di rinchiudere nella riserva gli ultimi veneziani,    in modo che si arrendano all’ergastolo, alla condanna senza riscatto a servire il forestiero, autorizzato  a compere qualsiasi oltraggio e nefandezza, o a andarsene definitivamente lasciando a più alti fruitori il poco che hanno conservato e che nelle mani della speculazione si trasforma in oro avvelenato. Continua a leggere

Quantità o qualità?

La scuola italiana è a larghissima maggioranza statale: sono iscritti alle scuole dello Stato il 94% degli alunni delle primarie e oltre il 96% degli studenti delle secondarie. Un sistema unico di regole consente di far funzionare questa grande macchina, secondo un rituale che si ripete ogni anno: a partire dalle iscrizioni effettuate dalle famiglie – tra gennaio e febbraio, salvo riconferma alla luce di scrutini ed esami estivi – vengono formate le classi. Pur influenzate da fattori diversi – presenza di alunni con disabilità, scuole di montagna ecc. – le dimensioni delle classi (numero di studenti) risultano alquanto uniformi, sia sul territorio, sia per gradi di scuola. La diminuzione di un milione di studenti prevista dall’Istat sulla scala nazionale può essere scomposta nella variazione regionale nel numero di sezioni/classi (tab. 1).

Sulla scena nazionale la tendenza alla contrazione è chiara: nel prossimo decennio solamente le scuole superiori di alcune regioni del Centro-Nord vedranno ancora aumentare il numero delle classi.

A loro volta, le classi formate determineranno in modo alquanto meccanico gli organici, sulla base dei quadri orari delle diverse tipologie di scuole e degli orari contrattuali dei docenti. Ad esempio, a regole vigenti, nella scuola media si creerà una cattedra di “italiano, storia e geografia” ogni 2 classi (9 ore per 2= 18 ore contrattuali alla settimana); una di matematica ogni 3 classi (6+6+6=18); una di inglese ogni 6 classi (3 per 6=18). Le variazioni della popolazione scolastica e delle classi possono dunque essere ulteriormente tradotte in variazioni dei posti e delle cattedre, nell’ipotesi di costanza delle regole vigenti (Tab. 2).

La riduzione della popolazione scolastica comporterà dunque una contrazione degli organici dei docenti, a partire dai gradi inferiori, per un totale di oltre 55.000 posti/cattedre persi. A differenza del passato, il declino investirà progressivamente tutte le regioni, comprese quelle del Nord. Di conseguenza possiamo prevedere un raffreddamento della mobilità territoriale dei docenti, poiché diminuiranno le opportunità di trasferirsi dal Sud al Centro-Nord per entrare in ruolo. A regole vigenti si assisterà anche a un rallentamento nel turnover dei docenti: i nuovi insegnanti immessi in ruolo saranno meno degli insegnanti che usciranno (per pensionamenti, ecc.). A soffrirne sarà il rinnovamento del corpo docente e probabilmente anche l’innovazione didattica.

http://www.neodemos.info/articoli/scuola-orizzonte-2028-anticipare-il-cambiamento/

Fonte: Fondazione Agnelli  “Scuola. Orizzonte 2028: evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche.

Il credito sociale

Al posto dell’onestà  insegnata un tempo dai genitori, “l’automatizzazione di un apparato di sorveglianza sistematica  come la descrive Alessio Girola, un laureato in filosofia che risponde al futurologo Fait che vorrebbe applicare il metodo cinese al Trentino-Alto Adige.

Girola ricorda che “Gli algoritmi sono progettati da esseri umani (o da altri algoritmi) che vi implementano, consapevolmente o meno, certi valori e bias (pregiudizi)  che possono andare a penalizzare determinate categorie”.  Ma è una tipica superstizione della post-modernità tecnologica,   credere che ciò che è “fatto a macchina” è più oggettivo e  infallibile  del giudizio umano.

Insomma ci siamo liberati dai pregiudizi delle vecchie zie  giudicatrici  per   metterci, e volentieri,    sotto i pregiudizi del sistema politicamente corretto.

Pensate solo alla visione dei grillini, ai quali  “ la segretezza sembra automaticamente sinonimo di criminalità, mentre  al contrario un certo grado di privacy è il fondamento imprescindibile dell’autonomia personale”;

“Socialmente e politicamente, anche forme positive di dissenso e protesta potrebbero venire scoraggiate attraverso la stigmatizzazione sociale e l’ostracismo, arrivando finanche a forme automatizzate di diffamazione pubblica. Piuttosto che creare una reale coesione sociale, si verrebbe a creare una società di guardiani e vigili.

(Seguire una religione illegale, -50 punti).

Ed ecco il punto centrale, ossia politico:

“Chi avrebbe la legittimità di decidere il modo in cui questo sistema debba essere progettato? Chi sarebbe responsabile per eventuali discriminazioni sistematiche esercitate dal sistema,?”. Il filosofo sottolinea “ l’asimmetria di potere tra comuni cittadini e compagnie o governi. Un cittadino è molto più vulnerabile ad abusi di potere, al rischio di ritorsione pubblica e diffamazione se falsamente accusato, che non qualcuno in una posizione più elevata”.

http://www.ildolomiti.it/societa/2018/sistema-di-credito-sociale-in-trentino-tra-bisogno-di-sicurezza-e-rischio-di

Il carattere americano

Il sociologo David Riesman (The Lonely Crowd del 1950; La folla solitaria) evidenziò un tratto rilevante della personalità americana, coniando un termine di successo: Other orientedness, etero orientamento. Gli Americani cioè hanno la tendenza ad assumere i ruoli che pensano gli altri si debbano aspettare da loro. È vero. In altre parole essi sono sempre “in posa”, sempre intenti a comunicare una certa voluta impressione di loro stessi. Così non sono mai spontanei, e anche sono formalisti, conformisti e moralisti. Il concetto di other orientedness non va confuso con l’estroversione. Gli Americani non sono affatto estroversi; al contrario sono tetri, proprio come i Puritani storici. Sembrano gioviali perché ridono spesso, ma il loro è – come definiscono – giusto un commercial smile (sorriso commerciale). Non sono gioviali. Del resto, l’other orientedness rende gli Americani degli attori naturali eccezionali: ecco perché Hollywood è negli USA.
Dal punto di vista intellettuale c’è da dire che gli Americani hanno una intelligenza ben oltre di quanto non venga loro generalmente riconosciuto. Ciò è perché non viene capita la logica nella quale si muovono. Però è una intelligenza di tipo superficiale, che rifugge alle analisi approfondite della realtà, il che spiega la singolare assenza nella storia americana di grandi filosofi, romanzieri, artisti, pensatori in genere. Inoltre gli Americani sono eccezionalmente astuti.”

Da Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, di John Kleeves, pp. 21-22.

leggi tutto su https://byebyeunclesam.wordpress.com/2018/04/13/il-carattere-americano/

Il grande gioco

Un altro inglese, Thomas Raikes, nel 1838 attirò l’attenzione sul pericolo della rapida crescita della potenza militare e navale russa, e pronosticò l’esplosione imminente di una guerra tra Gran Bretagna e Russia. A nutrire simili opinioni non erano solo gli inglesi. Un illustre osservatore francese, il marchese de Gustine, che nel 1839 fece un viaggio in Russia, tornò con pronostici analoghi circa le ambizioni di Pietroburgo. Nel suo La Russie en 1839, opera citata ancor oggi dai cremlinologi;  scrisse: «I russi vogliono conquistare e dominare la terra. Intendono impadronirsi con la forza delle armi dei paesi loro accessibili, e di là opprimere gli altri col terrore. L’ estensione del potere che essi sognano … se Dio gliela concede, sarà la sciagura del mondo ».
Peter Hopkirk, Il grande gioco, Adelphi, 1990

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Note:

https://terzapaginainfo.wordpress.com/2016/03/21/talassocrazie-contro-heartland/

https://terzapaginainfo.wordpress.com/2017/10/27/i-rimland/

http://federicodezzani.altervista.org/supremazia-inglese-come-il-secret-service-sta-conducendo-la-campagna-antirussa/