Informazioni su apoforeti

Unione Associazioni Culturali

Nomina Numina

Nomina numina si usava dire: i nomi sono numi, le parole sono divinità. Sono cioè modi di determinazione, sono l’essenza delle cose; e, per una mente non ancora abituata alla visione razionale, sono le cose stesse. Inversamente, le cose esistono solo quando hanno un nome. Il mondo esiste come molteplicità, come realtà obiettiva altra da noi soltanto quando un nome distingue la stessa cosa da noi e dalle altre infinite, e la fa essere fuori dalla informe indistinzione.(1)

E’ stato facile per “i padroni del discorso” giocare su questo con le etichette destra/sinistra e attribuire a loro piacere all’uno o all’altro dei contendenti le qualità desiderate per manipolare l’elettorato.

Poi è arrivato il Movimento 5 stelle e il gioco non è più stato possibile.

Adesso ci sono le elezioni europee dove, sia pur proposti dai partiti, ciascuno corre da solo e, appena eletto, deve obbligatoriamente scegliersi il gruppo di appartenenza (2).

Questo sarebbe già un buon motivo per non astenersi.


1- http://www.culingtec.uni-leipzig.de/SILFI2000/abstracts/papers/Galvagno_co045.html

2- https://bondenocom.wordpress.com/2019/05/06/per-cosa-si-vota-il-26-maggio/

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Come muoiono oggi gli anziani?

Muoiono in OSPEDALE.
Perché quando la nonna di 92 anni è un po’ pallida ed affaticata deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l’ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie.
“Come va la nonna, dottore?”. “E’ molto debole, è anemica!”.
Il giorno dopo della nonna ai nipoti già non gliene frega più niente!
Esattamente lo stesso motivo (non per tutti, sia chiaro!) per il quale da diversi anni è rinchiusa in casa di riposo.
“Come va l’anemia, dottore?”. “Che vi devo dire? Se non scopriamo la causa è difficile dire come potrà evolvere la situazione”.
“Ma voi cosa pensate?”. “Beh, potrebbe essere un’ ulcera o un tumore… dovremmo fare un’ endoscopia”.
Chi lavora in ospedale si è trovato moltissime volte in situazioni di questo tipo. Che senso ha sottoporre una attempata signora di 92 anni ad una gastroscopia? Che mi frega sapere se ha l’ulcera o il cancro? Perché deve morire con una diagnosi precisa? Ed inevitabilmente la gastroscopia viene fatta perché i nipoti vogliono poter dire a se stessi e a chiunque chieda notizie, di aver fatto di tutto per la nonna.
Certe volte comprendo la difficoltà e il disagio in certi ragionamenti.Talvolta no.
Dopo la gastroscopia finalmente sappiamo che la Signora ha solamente una piccola ulcera duodenale ed i familiari confessano che la settimana prima aveva mangiato fagioli con le cotiche e broccoli fritti, “…sa, è tanto golosa”.
A questo punto ormai l’ ospedale sta facendo la sua opera di devastazione. La vecchia perde il ritmo del giorno e della notte perché non è abituata a dormire in una camera con altre tre persone, non è abituata a vedere attorno a sé facce sempre diverse visto che ogni sei ore cambia il turno degli infermieri, non è abituata ad essere svegliata alle sei del mattino con una puntura sul sedere. Le notti diventano un incubo.
La vecchietta che era entrata in ospedale soltanto un po’ pallida ed affaticata, rinvigorita dalle trasfusioni e rincoglionita dall’ambiente, la notte è sveglia come un cocainomane. Parla alla vicina di letto chiamandola col nome della figlia, si rifà il letto dodici volte, chiede di parlare col direttore dell’albergo, chiede un avvocato perché detenuta senza motivo.
All’inizio le compagne di stanza ridono, ma alla terza notte minacciano il medico di guardia “…o le fate qualcosa per calmarla o noi la ammazziamo!”. Comincia quindi la somministrazione dei sedativi e la nonna viene finalmente messa a dormire.
“Come va la nonna, dottore? La vediamo molto giù, dorme sempre”.
Tutto questo continua fino a quando una notte (chissà perché in ospedale i vecchi muoiono quasi sempre di notte) la nonna dorme senza la puntura di Talofen.
“Dottore, la vecchina del 12 non respira più”.
Inizia la scena finale di una triste commedia che si recita tutte le notti in tanti nostri ospedali: un medico spettinato e sbadigliante (spesso il Rianimatore sollecitato di corsa per “fare di tutto”)scrive in cartella la consueta litania “assenza di attività cardiaca e respiratoria spontanea, si constata il decesso”.
La cartella clinica viene chiusa, gli esami del sangue però sono ottimi. L’ospedale ha fatto fino in fondo il suo dovere, la paziente è morta con ottimi valori di emocromo, azotemia ed elettroliti.
Cerco spesso di far capire ai familiari di questi poveri anziani che il ricovero in ospedale non serve e anzi è spesso causa di disagio e dolore per il paziente, che non ha senso voler curare una persona che è solamente arrivata alla fine della vita.
Che serve amore, vicinanza e dolcezza.
Vengo preso per cinico, per un medico che non vuole “curare” una persona solo perché è anziana. “E poi sa dottore, a casa abbiamo due bambini che fanno ancora le elementari non abbiamo piacere che vedano morire la nonna!”.
Ma perché?
Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, “carrambe” e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé per l’ultimo viaggio una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto.
In ultimo, per noi medici: ok, hanno sbagliato, ce l’hanno portata in ospedale, non ci sono posti letto, magari resterà in barella o in sedia per chissà quanto tempo. Ma le nonnine e i pazienti, anche quelli terminali, moribondi,non sono “rotture di scatole” delle 3 del mattino.
O forse lo sono. Ma è il nostro compito, la nostra missione portare rispetto e compassione verso il “fine vita”. Perché curare è anche questo, prendersi cura di qualcuno.Anche e soprattutto quando questo avviene in un freddo reparto nosocomiale e non sul letto di casa.
Giovanni Luca D’Agostino

Questo paese 2

LETTERA A UN TRENTACINQUENNE
Amico mio, affermi con sicurezza di essere “europeista convinto” e che l’UE e l’eurozona non hanno nulla a che vedere con la tua condizione di disoccupato. Aggiungi che se ti sei visto passare avanti persone meno dotate, sveglie, qualificate e/o titolate di te è perché viviamo in un paese inquinato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle clientele e dagli affari sporchi e che pertanto l’unico problema dell’Italia è che non esiste meritocrazia.
Nutro una stima illimitata nei tuoi riguardi, per le tue doti umane e le tue capacità. Diciamo pure che ti considero senza mezzi termini un “genio”. Sei uno studioso, hai una memoria formidabile e un’abilità straordinaria nella rapida risoluzione di problemi matematici complessi. Proprio in ragione del fatto che ti reputo una persona mediamente più intelligente e capace di me, mi risparmierò gli improperi che sarei tentato di rivolgerti. È evidente, però, che tu non abbia la minima cognizione circa le cause del perdurare di questa crisi, perché se solo avessi la voglia e la pazienza di aprire un testo a caso di un autore a caso di politica economica – visto che saresti dotato degli strumenti culturali per farlo senza grande sforzo – capiresti che il fatto che tu ti stia girando i pollici ha molto a che fare con l’UE e con l’euro.
Capiresti che ha certamente a che fare con il trade-off tra inflazione e disoccupazione e con la priorità che l’Unione Europea assegna alla stabilità dei prezzi a scapito dell’occupazione.
Capiresti che ha indubbiamente a che fare con l’ideologia liberale su cui si fonda l’edificio istituzionale europeo e con l’idea che la flessibilità salariale e la mobilità del lavoro siano gli unici strumenti di riequilibrio degli shock asimmetrici di domanda. In altri termini, amico mio, l’UE vuole che tu vada in Germania se desideri un lavoro oggi o, al limite, che ti accontenti di fare lo schiavo qui.
Capiresti che ha indiscutibilmente a che fare con l’insostenibilità dell’eurozona, posizione sostenuta da un numero crescente di pubblicazioni che ormai hanno inondato la letteratura scientifica di settore, e che l’unica speranza di farla funzionare risiede nel convincere la Germania e i suoi satelliti a socializzare le perdite di quelli che sono considerati da gran parte della classe dirigente e dei media (e di riflesso della popolazione) tedeschi degli untermenschen (leggi “PIIGS”) che hanno scialacquato per troppo tempo e adesso vanno puniti col rigore e la disciplina.
Capiresti che ha enormemente a che fare con i costi che devono sostenere i paesi aderenti all’unione monetaria che, rebus sic stantibus, superano di gran lunga i benefici. Quello che scrivo è sostenuto, lo ripeto di nuovo, da tutti gli economisti che hanno dedicato la loro vita allo studio dei fenomeni monetari e molti di loro ammonivano riguardo questa scelta già prima dell’adozione dell’euro in effetti, cioè in tempi non sospetti.
E capiresti soprattutto che ha spudoratamente a che fare con la questione centrale, che non è economica ma prettamente politica, e afferisce la cessione della sovranità nazionale e la rinuncia di un popolo all’esercizio della libertà di decidere per le sorti del proprio futuro per mezzo degli strumenti di partecipazione che la democrazia ci fornisce. Decidere per il proprio futuro senza subire le continue ingerenze esterne di organismi sovranazionali che non godono di alcuna legittimazione elettorale o le pressioni di soggetti terzi, espressione del potere economico, che vorrebbero conformare le istituzioni che regolano la vita di una collettività alle esigenze di profitto delle imprese di riferimento.
In effetti sarebbe stato sufficiente per te leggere o ascoltare le dichiarazioni degli attori che hanno guidato questo processo, perché è stato chiarito con una franchezza disarmante in più di un’occasione, anche se abbiamo fatto finta di non sentire, quello che ci aspettava. Aprire le orecchie di fronte a queste confessioni spudorate ti risparmierebbe molte ore di studio sull’argomento.
È necessario che tu comprenda che siamo una generazione sacrificata alla storia. Giovani – ormai ex – di buone speranze, tradite da un mondo che ruota al contrario rispetto alle aspettative alimentate dalle nostre famiglie d’origine e rispetto alla narrazione entusiastico-lisergica dei media. Giovani-vecchi che stanno dimostrando di non avere la minima consapevolezza della propria condizione di schiavitù psicologica. È l’effetto dell’indottrinamento, subito per troppi anni, che ha generato un’adesione acritica a questo modello di società e che ti impedisce di mettere in discussione assunti che non sono leggi divine immutabili o assiomi, né espressioni ineluttabili del corso imperioso della Storia. La tua condizione di miseria è strettamente legata a fattori ambientali che non riesci a interpretare o addirittura vedere. Non ti interroghi su cosa non vada, al di là di ciò che ti viene somministrato per via parenterale da chi ha tutto l’interesse acché le cose continuino a non andare e che tu non muova un dito per cambiarle. La focalizzazione sui fattori terzi, che sfuggono al controllo dell’azione individuale, è funzionale alla deresponsabilizzazione circa gli accadimenti che incidono sull’ambiente che ci circonda. Attenzione, non ti sto dicendo che non hai ragione a provare rabbia quando subisci un’ingiustizia perché c’è sempre il figlio di qualche potente che ti ruba il posto. Dico solo che i figli dei potenti rubano i posti in ogni luogo, anche nella virtuosa Germania, ma il problema centrale è che qui i posti sono sempre meno e per una scelta ben precisa. Per te è come se questi eventi non ci riguardassero perché fuori dalla nostra sfera di azione potenziale. Non ti interessi neanche lontanamente della rivoluzione che ha subito negli ultimi anni la disciplina che regola l’ambito lavorativo nel quale vorresti inserirti, né la liquefazione del diritto del lavoro, né la distruzione del sistema previdenziale pubblico o la contrazione della spesa che ha generato io blocco delle assunzioni in tutti i comparti. “Neanche lavoro, posso pensare all’impiego fisso o alla pensione?” mi ripeti. Sei molle, apatico, tendenzialmente depresso. Galleggi nell’inconsapevolezza di essere attore protagonista del futuro di questo paese e ti accontenti del ruolo di comparsa nello spettacolo che mette in scena la tua stessa vita. Pensi che soggetto e sceneggiatura siano già scritti e che la regia sia nelle mani di forze oscure.
Amico mio, scambieresti un ruolo da comparsa nella guerra con un ruolo da protagonista in una gabbia? Io no. Io sono italiano, mi sento italiano. Ricordi i valori risorgimentali che hanno animato le gesta dei giovani patrioti che hanno fatto l’Italia e che hanno dato la vita per questo nobile scopo? Ecco, loro avevano da perdere più di noi, ma l’hanno fatto. “Siam pronti alla morte”, dicevano. E hanno dato la vita per una bandiera. Per un popolo. Per un’identità. Sono gli stessi ideali che hanno nutrito lo spirito degli eroi della Resistenza, che hanno liberato il paese dall’occupazione nazifascista, senza temere la morte. Oggi siamo chiamati ancora una volta a combattere per la libertà, per l’unità nazionale, per i valori che nel 1948 abbiamo messo nero su bianco e che questo Moloch chiamato UE vorrebbe cancellare. Non ci è chiesto di dare la vita, almeno non nel senso letterale dell’espressione, ma di donare del tempo allo studio, alla comprensione di ciò che ci circonda e alla profusione di energie in un progetto di cambiamento vero, che non è quello che propone chi contribuisce da anni a distruggere l’esistente.
Tu sei pronto? Sei pronto a uscire dalla caverna? Sei pronto per squarciare il velo di Maya? Sei pronto per essere “scollegato”? Sei pronto per aprire gli occhi e vedere? Forse no, forse i tuoi occhi non sono ancora pronti per vedere.
Ma con te, o senza di te, ci libereremo.

Buon primo maggio!

[riflessione concepita e scritta il 01/05/2017, ma sempre attuale]

Gianluca Baldini FSI candidato sindaco a Pescara

 

L’infinito

ROBERTO VECCHIONI – L’INFINITO (CD)

Disponibile anche in Edizione Deluxe con il saggio “Le parole del canto. Riflessioni senza troppe pretese” e Vinile Limited Edition

A distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro discografico (“Io non appartengo più” del 2013), il 9 novembre esce “L’infinito”, il nuovo album di Roberto Vecchioni, prodotto da Danilo Mancuso per DME e distribuito da Artist First.

Il lavoro racchiude 12 brani inediti, con musica e parole del Cantautore, sarà disponibile anche in edizione Deluxe arricchita dal saggio “Le parole del canto. Riflessioni senza troppe pretese” e in Vinile Limited Edition.
L’album contiene l’eccezionale ritorno sulla scena musicale di Francesco Guccini che, per la prima volta, duetta con Roberto Vecchioni nel singolo “Ti Insegnerò a volare”, ispirato al grande Alex Zanardi, in radio dal 6 novembre.

Due padri della canzone d’autore si rivolgono alle nuove generazioni, in un periodo in cui tutto si dissolve nella liquidità e nella precarietà culturale, invitandole a sfidare l’impossibile. La storia del campione è la metafora della “passione per la vita che è più forte del destino”.
Questo brano – racconta Vecchioni – si specchia direttamente in quella che è stata chiamata la “canzone d’autore” e che non c’è, non esiste più dagli anni ’70. In realtà l’intero disco è immerso in quell’atmosfera perché là è nato e successo tutto. Là tutto è stato come doveva essere, cioè immaginato, scritto e cantato alla luce della cultura, semplice ed elementare oppure sottile e sofisticata, ma comunque cultura. Forse per questo Francesco Guccini (che ho fortemente voluto nel mio disco per quello che rappresenta, e lo ringrazio ancora di esserci stato), ha scelto di cantare con me”.
Un passaggio di testimone per una nuova “resistenza” che sceglie mezzi analogici: solo cd e vinile senza piattaforme streaming e download, una scelta coerente al progetto discografico che indica la volontà di non trattare la musica come prodotto di consumo veloce, scaricabile con un click, di non decontestualizzare l’ascolto del singolo brano, parte integrante della narrazione che tiene insieme ritratti diversi, da Alex Zanardi a Giulio Regeni, dalla guerrigliera curda Ayse a Leopardi, che l’autore accomuna nell’amore per la vita.

Un album manifesto, “non 12 brani  – come spiega Vecchioni – ma un’unica canzone divisa in 12 momenti”,  in una dimensione temporale verticale che rinvia al tema dalle suggestioni letterarie:  la necessità di trovare l’infinito al di qua della siepe, dentro noi stessi.

L’album è il frutto della collaborazione di un team d’eccezione, Lucio Fabbri (produzione artistica): pianoforte, piano elettrico, organo Hammond, violino,  viola, fisarmonica, basso elettrico e chitarra elettrica; Massimo Germini: chitarra classica e acustica, chitarra 12 corde, mandolino, bouzouki, ukulele, liuto cantabile; Marco Mangelli: basso fretless; Roberto Gualdi: batteria e percussioni.

TRACKLIST

01. Una notte, un viaggiatore
02. Formidabili quegli anni
03. Ti insegnerò a volare (Alex)
04. Giulio
05. L’infinito
06. Vai, ragazzo
07. Ogni canzone d’amore
08. Com’è lunga la notte
09. Ma tu
10. Cappuccio rosso
11. Canzone del perdono (non presente nel Vinile)
12. Parola

https://musicfirst.it/roberto-vecchioni-l-infinito/43965-roberto-vecchioni-l-infinito-cd-8051160972296.html

Il loro bene

Inoltre, questi grandi riformatori si ritrovano regolarmente a fronteggiare un problema: i loro modelli perfetti non producono i meravigliosi effetti promessi, ma fanno danni. Per gestire questo problema, non potendo ammettere che il modello è sbagliato, reagiscono in due modi tipici:

a)spiegano che il modello non produce gli effetti promessi perché non è stato attuato abbastanza intensamente e radicalmente: se lo stalinismo non funziona ancora, è perché ci vuole più stalinismo, e se l’europeismo (l’euro, l’austerità, il mercato) non sta dando i risultati promessi e sta anzi producendo danni, ciò avviene perché ci vuole più europeismo (più euro, più austerità, più mercato) e più repressione delle voci critiche (fake news);

b)danno la colpa dell’insuccesso a un nemico interno, cioè inventano capri espiatori: i controrivoluzionari, gli eretici,  gli infiltrati, i revisionisti, gli ebrei, gli euroscettici, i sovranisti, i populisti, i complottisti, e naturalmente i fascisti in assenza di fascismo.

L’innovazione tecnologica e commerciale impone una incessante trasformazione dei modi di vivere e delle capacità lavorative della gente, anche dei lavoratori non più giovani, congiunta agli effetti dell’immigrazione di massa: una trasformazione sempre più veloce, non assimilabile quindi dalle persone e dalle comunità; e ciò determina tensioni e lacerazioni costanti, un vivere in forzatura, l’annientamento dell’autoregolamentazione morale della società. È tutto un vivere in emergenza e sulla corda soprattutto del debito, del mercato, del rating.  Anche il 3% come limite del deficit, privo di una base scientifica, fa parte di questo sistema di crisi cronicizzata, mantenuta come strumento di governo, di riforma costante e coatta, di logoramento della capacità di resistenza e reazione del popolo. Sempre più incompatibile con i bisogni e i limiti fisiologici dell’uomo, il rispetto dei quali dovrebbe essere il  primo tra i Diritti dell’Uomo ad essere riconosciuto, mentre neppure viene menzionato,

Dalla società solida si è passati a quella liquida e ora a quella gassosa. Ma l’uomo è un essere sociale, ossia il singolo ha bisogno di stare in rete valoriale e relazionale interattiva stabile, affidabile, anche per crescere, svilupparsi e vivere. Per avere scambi emotivi senza dei quali va incontro a degenerazione patologica. Questa evoluzione forzata che è in corso, propulsa dalle domande del capitalismo finanziario e dalle esigenze di gestire le destabilizzazioni che esso produce, sta quindi distruggendo le basi, i presupposti della formazione e dell’esistenza stessa delle persone, senza dare alcuno sbocco positivo o propositivo.

Marco Della Luna

estratto da http://marcodellaluna.info/sito/2019/04/20/non-e-tempo-di-resurrezione/

Il potere delle élite

L’élite finanziaria non è solo una raccolta di individui, la più riuscita con il loro tipo di attività. Una élite è un gruppo auto-organizzato di plutocrati o di dinastie familiari che può agire opportunamente, operando in modo strategico, pianificare e prevedere le conseguenze delle sue attività. In sostanza l’elite crea essa stessa gli eventi, li controlla e ne prevede gli effetti. Sono queste qualità che portano al successo negli affari del grande business ed al coronamento degli obiettivi nella politica. In una parola, l’Elite ha assunto il potere dal momento in cui ha acquisito una mente collettiva.
Ci sono sempre stati nella Storia clan, gruppi vincenti, oligarchie di potere e per tali gruppi la cosa principale è l’abilità di auto-organizzazione e coordinamento. Senza questa abilità, le congregazioni di uomini eccellenti, economisti o scienziati come le Accademie delle scienze, composte da geni isolati, non avrà mai il controllo delle operazioni in quanto non sarà in grado di coordinare gli sforzi operativi. Questo spiega perchè anche le scienze siano oggi manipolate e divenute nel tempo uno strumento del potere.

Pertanto, va sottolineato che la caratteristica principale dell’élite è la sua capacità di auto-organizzarsi. Anche se ciascun personaggio elitario separatamente non vede l’intero quadro, c’è qualcosa che lo spinge ad interagire con la sua stessa specie per mantenere il potere e sopravvivere. L’elite non corrisponde ad uno Stato o a un paese ma è un gruppo transnazionale, tuttavia non sarà un caso che il maggior numero dei suoi componenti si trova negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

La classe politica dei paesi occidentali e di molti altri, è asservita dell’élite, i loro interessi possono a volte coincidere e talvolta divergere. Questo è quello che stiamo vedendo attualmente negli Stati Uniti, dove inizialmente il processo di elezione presidenziale era sfuggito di mano. Tuttavia non possiamo sottovalutare la capacità dell’élite di organizzarsi in metagroup, ovvero in strutture altamente organizzate ed organismi capaci di subordinare la maggioranza delle persone alla loro volontà. Questo permette all’Elite ri riprendere in controllo anche di singoli personaggi arrivati al potere dall’esterno. Trump è uno di questi.

Come avviene per tutte le élite, questi gruppi sono soggetti al degrado. Le personalità di spessore si stanno riducendo e tutti lo possono verificare. Non ci sono più persone nell’élite occidentale che abbiano le stesse capacità e autorevolezza dei primi Morgan, Rothschild, Rockefeller, Baruchs. Istituzioni anonime come Chase Manhattan Bank, City Bank, Morgan Geranty Trust, Monsanto e vari fondi di investimento hanno preso il loro posto e favorito lo sviluppo di nuovi organismi emergenti come la Goldman Sachs o la Black Rock. Questo è anche un segno della trasformazione della volontà dei singoli nella volontà collettiva di un gruppo di organismi.

Elite finanziaria, banchieri centrali

Anche i politici, rappresentanti della Elite, sono rimasti schiacciati – se Reagan e la Thatcher sembravano un po meno influenti rispetto a Roosevelt e Churchill, attualmente anche Reagan e Thatcher sono dei giganti in confronto a un Donald Trump ed una Theresa May. Persino De Gaulle, sullo sfondo di Stalin e Roosevelt, sembrava una figura di seconda classe, ma oggi la figura del generale sembra un colosso in raffronto a personaggi come gli Hollande e i Macron. Anche l’élite amministrativa della classe dominante subisce il degrado.

Questa è fra le altre una delle ragioni per cui si manifesta l’ondata anti-establishment in tutto il mondo: le persone sono ovunque deluse dall’esercizio del potere e si manifesta sempre di più la sfiducia nei confronti dei rappresentanti della Elite , nell’ansia per il futuro. Il potere delle attuali élite amministrative dimostra l’incapacità di queste nel riconoscere lo stato critico delle cose, la divergenza con i valori e gli interessi reali delle persone, l’incompetenza, il formalismo astratto, il distacco dal popolo, la tendenza a vuote promesse e l’occultamento delle informazioni vere.

Le classi dirigenti politiche, in tutto il mondo occidentale (e non solo in quello), stanno vivendo una crisi di legittimità proprio a causa della crescita del degrado delle società. E se in alcuni paesi, come in Russia, è iniziato il processo di rotazione forzata delle élite, in Europa non hanno nemmeno pensato di iniziare con tale questione, come dimostra la ribellione dei “gilet gialli” in Francia, i fallimenti dei partiti al governo in Germania e in Italia, la crisi in Gran Bretagna e in Spagna, la divisione più profonda delle élite negli Stati Uniti. Il fenomeno investe anche i paesi dell’Est Europa, inclusa l’ Ucraina come parte della stessa serie.

Mentre l’Elite dominante mantiene i propri codici segreti di comunicazione e dialoga utilizzando un linguaggio di tipo esoterico, la crisi di rappresentanza e la deriva delle società richiedono alle classi politiche fiduciarie (della elite ) di comprendere non solo le tecnologie sociali, ma anche di seguire e individuare il processo di trasformazione e ripartizione del consenso, senza il quale non è possibile ottenere la stabilità e l’ordine sociale dei subordinati.
Le classi dominanti oggi, per il mantenimento del proprio potere e l’indirizzo dell’opinione pubblica, devono ricorrere alle tecniche di controllo sociale, alla manipolazione delle informazioni, alla creazione di mitologie di comodo come schermo di distrazione di massa.

Media Video manipolazione

Nel mondo antico, le elite facevano leva sul senso spirituale e religioso per consolidare il proprio carisma ed il potere politico. I sacerdoti stavano accanto ai faraoni, Merlino era in piedi accanto a Riccardo Cuor di Leone e alla sua Tavola Rotonda, l’Imperatore veniva incoronato direttamente dal Papa, autorità politica e spirituale coincidevano.
Nel mondo moderno, attraversato da materialimo consumistico e nihilismo, la dissoluzione dei valori si ritorce contro le elite dominanti, il loro potere è spogliato da qualsiasi parvenza di legittimità ed appare per quello che è: un potere oligarchico travestito da forma democratica.
https://www.controinformazione.info/la-crisi-del-potere-degradato-nelle-classi-politiche-occidentali/

L’homunculus postmoderno

Essere liberi e disperati, oggi, in un mondo al contrario, è logico; il passato non si interrogava sulla felicità perché si era felici, inavvertitamente. Parecchi di noi hanno vissuto la felicità senza saperlo. Solo la nostalgia ci ricorda, per vie indirette, tale sconosciuta agê d’or.

I crocevia della vita, oggi, vengono sottoposti al microscopio della bontà; gli atti più banali son al dazio del politicamente corretto; una legge eterodossa li regola; ne nascono rivendicazioni idiote, conflitti infecondi, blocchi mentali, allagamenti neri della volontà. Cosa siamo se non grovigli sfilacciati, senza capo né coda, che martoriano perenni il proprio essere alla ricerca della bontà – una bontà instillata dal potere come falsa aspirazione? Qualsiasi rapporto umano risulta impossibile se nessuna cosa è scontata e tutto deve sottoporsi a infiniti vagli, decisioni, bilanciamenti. Se ogni postulato morale viene abolito, la vita deve essere continuamente de-cisa in nome di una legge a noi estranea e imposta con la suasione del falsario. Inevitabile, perciò, la frenesia, la preoccupazione, la cronica mancanza di tempo: non ho tempo, scappo, ne riparliamo domani, adesso no, vediamo, ci risentiamo. Il tempo sfugge, sminuzzato in attimi mai connessi fra loro, e sperperati alla ricerca di ciò che era, prima, cristallino, innegabile, razionale, non detto. Intuizioni senza parole. L’homunculus postmoderno non ha mai tempo, il tempo appartiene ai signori, la plebaglia, sette miliardi di plebei, non potrà più disporne, affaccendata com’è a lottare su questioni che riposavano prima in una placida, irrefutabile, sensatezza. Sfinito ed esacerbato (lo stress!), l’homunculus non legge, non studia, non si interessa di nulla; gli manca la curiosità che nasce dalla meditazione, è privo di azione, motionless, eternamente affannato, anche se, alla fine, non produce alcunché, deve sprecare giorni, mesi, anni in miriadi di questioni, prima inesistenti; ha abiurato la manualità, il mestiere, l’arrangiarsi: non sa fare più niente, nemmeno annodarsi una cravatta o farsi una treccia. I figli prima obbedivano ai genitori, quindi ai maestri; i sentieri erano già tracciati, non dovevamo forzare il destino. Ora non è più così, la democrazia incombe, il progresso reclama nuove mete, i piccoli tiranni psicopatici vantano diritti, come i barboncini col cappotto o i trans da riporto; i mocciosi si vestono come vogliono, in spregio al decoro e alla continenza, sono sboccati quanto adulati, non studiano, scambiano i Normanni con lo sbarco del 1944, biascicano, bofonchiano parole mozze, spendono centinaia di euro, ma genitori e precettori zitti, non una parola, uno schiaffo ti fa carnefice, un urlaccio e parte il Telefono Azzurro, l’Unicef, la Carabiniera. Prima dieci figli venivano allevati, in silenzio, come gattini, ora un moccioso qualsiasi sfianca coppie di genitori, di nonni, di nurse e legioni di costosi educatori privati.

Devastato, confuso, alla deriva, il micco postmoderno ricerca la felicità, ma non fa che gettarsi sempre più nelle fauci dell’edonismo straccione, per di-vertirsi, non ascoltare, dimenticare le voci del quotidiano che gli rimbombano nel cervello. Signori, eccovi qui lo psicotico perfetto, l’uomo che riparte sempre, senza passato, che deve decidere senza soste, lo stupido per cui il sole è nuovo ogni giorno, lacerato, straziato, senza pace, senza padri e madri, privo di ombelico: uno schizoide o, peggio, uno schizofrenico irrequieto e delirante che scambia l’SPDC per esotismo e vacanza: il malato, insomma, l’Italiano malato, canceroso, avido di oblio, droghe e perversioni legalizzate dall’amore universale; la narcosi da Champions League e Montalbano si discioglie dalle flebo multinazionali, goccia a goccia, finalmente, a sedare il paziente.

Maria De Filippi ha compreso il malato italiano più degli antropologi e dei politologi da visore, stupidi come zucche, e se ne serve per imbonire ad altri malati un berciante serraglio quotidiano: puttanoni, satiri da quattro soldi, vecchi sguaiati, invertiti da naftalina, transessuali spirituali, aristocratiche superciliose col tatuaggio sulle chiappe sono gli animali impagliati d’un Paese che ha rinunciato a sé stesso, a essere ciò che è sempre stato, reazionario, francescano, sobillatore, vigliacco, raffinato e cauto, sepolcrale e rodomonte, ma sempre vivo; e ora eccolo qui, in un vagabondare cieco, impossibile da redimere, micco e inefficiente, solo capace di sopravvivere sugli allori di passati fasti, peraltro ripudiati. Forse il 20% degli Italiani ormai produce davvero, la nazione è finita, sovranisti o no, non ci si accorge della disfatta solo perché si sacrificano al conquistatore prede e vergini, su migliaia di altari, giorno dopo giorno: oggi una fabbrica o un marchio, domani un’intelligenza, un brevetto, un porto. E si va avanti, nella finzione d’essere ancora noi e non una porzione geografica affittata alla Monarchia Universale.

estratto da https://alcesteilblog.blogspot.com/2019/04/martino-vu-divagazioni.htm

La didattica delle competenze

Se è vero, come notava Gramsci, che ogni questione della lingua pone un più ampio problema politico, ovvero un problema di egemonia e dominio sociale, dobbiamo comprendere fino in fondo perché e come il termine ‘competenze’ non sia affatto neutro e non ideologico, da quali ambiti disciplinari extrascolastici giunga, da chi e perché sia stato importato nel mondo della scuola e imposto con una tenacia, un’insistenza e, oserei dire, con una violenza pari, nella nostra storia, solo alle imposizioni culturali e politiche, alle leggi messe in atto nella società e nella scuola dal regime fascista nel ventennio tra le due guerre.

Arrivando, e qui mi spingo ancora oltre nella mia provocazione, a intaccare gli anticorpi democratici della nostra Costituzione, che, non a caso, dichiara con forza all’articolo 33 che ‘l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento’. Sottolineo, ‘l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento’.

Ma è ancora così? Siamo ancora liberi di insegnare quelli che Franco Fortini, in una straordinaria antologia per il biennio degli istituti tecnici del 1969, chiamava ‘gli argomenti umani’?

Siamo ancora liberi di procedere, lentamente e gradualmente, con i necessari tempi lunghi, insieme ai nostri studenti, in percorsi di conoscenza condivisi, significativi, formativi sul piano della riflessione, del ragionamento e dell’analisi di noi stessi e del mondo? Siamo ancora liberi di pensare in modo ‘disinteressato’, senza il giogo dell’utilitarismo, della spendibilità, della trasferibilità, del ricatto di un mercato del lavoro che inganna i nostri studenti due volte: quando impone a scuola una formazione al lavoro che spesso è fasulla e che però sempre li depriva del diritto allo studio, e quando nasconde che la repentinità dei suoi cambiamenti richiederebbe, esattamente al contrario di quanto accade, una formazione assai più astratta e speculativa, assai più tarata su quei saperi logici e filosofico-critici che proprio la dimensione teorica delle discipline – letterarie, artistiche e scientifiche – permette di attivare e stimolare.

Conoscenze ampie, non competenze minimalistiche. Dimensione simbolica, non concretismo. Percorsi di astrazione, non compiti di realtà, dove poi la realtà nel cui recinto si pretende di chiudere i nostri studenti è sempre quella economica, produttivistica e consumistica: è quella che ci vuole tutti ‘soggetti di prestazione’, attraverso le forme di un disciplinamento in cui ciascuno di noi sfrutta sé stesso perché chiamato ad essere imprenditore di sé stesso, trasformandosi in soggetto d’obbedienza.

Siamo ancora liberi di immaginare una scuola umanistica, nel senso etimologico del termine e quindi senza distinzione tra le due culture, in cui il profitto, in termini culturali e economici, non abbia diritto di cittadinanza, in cui non ci siano contabilità di debiti e crediti, in cui gli studenti prima ancora che come lavoratori, prima ancora che come cittadini, siano considerati persone, una scuola in cui si possa insegnare e imparare a vivere, come diceva Spinoza, “una vita propriamente umana”?

Perché dico questo? Perché, a mio avviso, lo spostamento forzoso del baricentro delle attività didattiche verso il concetto di ‘competenza’ sta mettendo profondamente in discussione una certa idea di scuola, una buona idea di scuola, ancorché antica o forse proprio perché antica, cancellandola per sempre. E con conseguenze, a mio avviso, devastanti, per ciascuno di noi. Perché la scuola non è un’agenzia educativa, non è un servizio messo a disposizione dalla comunità, è un’istituzione dello Stato e tutti noi, 60 milioni di italiani, ne siamo, ma non come si intende oggi nella neolingua economicistica che domina il discorso pubblico, portatori d’interesse

Vorrei innanzi tutto sgombrare il campo da una serie di equivoci con cui, volutamente, i fautori delle competenze e della neopedagogia cui alludevo all’inizio del mio ragionamento (e cioè, burocrati, legislatori, pedagogisti, accademici, intellettuali, esperti e varia umanità, addetti istituzionali nazionali e sovranazionali) legittimano le loro posizioni innovative: a scuola si fa una didattica trasmissiva, tutta incentrata sul docente e non sul discente, basata su presupposti superati, quali l’ora di lezione, la lezione frontale, la classe, l’aula. A questo, considerato vecchiume da rottamare (e teniamo presente che la migliore tradizione della rottamazione viene, in Italia, da sinistra ma si sovrappone perfettamente alle finalità anticulturali della destra) contrappongono una serie di misure moderne, spacciate come più efficaci (badate bene, spacciate come più efficaci, altra mistificazione culturale e basterebbe leggere l’ultimo libro di Susan Greenfield Cambiamento mentale. Come le nuove tecnologie digitali stanno lasciando un’impronta sui nostri cervelli per assumere un altro punto di vista, questo sì scientificamente fondato): la flipped classroom, il CLIL, la scomposizione del gruppo classe, il DADA, la Lim, lo smartphone e in generale le nuove tecnologie informatiche, il libro digitale autoprodotto, la didattica laboratoriale, il debate, l’insegnante come mediatore, accompagnatore, animatore digitale, attivatore di competenze attraverso appunto esperienze e compiti di realtà che nulla abbiano a che fare con la tradizione culturale, con la memoria storica e col libro.

E’ qui che si incardina, a mio avviso, l’operazione di mistificazione lessicale, concettuale, culturale e politica che sta minando la scuola italiana fin dalle fondamenta. A dispetto di un mondo che sempre più privilegia istintività, immediatezza, disintermediazione, spontaneità acritica, superficialità (e che ha trovato nei social network la perfetta espressione di questa nuova, pervasiva, dimensione dell’esistenza) la scuola italiana ha mantenuto nel tempo e con tenacia il valore della conoscenza, della cultura, del pensiero, della ricerca, dell’indagine, della speculazione e dell’esplorazione della complessità. Ma in un mondo sempre più piegato alle logiche del mercato e del profitto, di un capitalismo ferocemente estrattivo che dopo aver depredato la natura e le sue risorse attraverso lo sfruttamento della forza lavoro dei corpi umani oggi trova nelle nostre menti, nei nostri sentimenti, nelle nostre attitudini trasformate in big data nuovi pascoli da desertificare, ecco in un mondo così configurato oggi anche la scuola deve piegarsi alle logiche economiche che permeano scelte politiche scellerate. Non è, a onor del vero, una novità assoluta: la scuola ha sempre anche riprodotto l’ordine sociale vigente (basta leggere Bourdieu e Passeron o, in Italia, le ricerche degli anni Settanta sulle vestali della classe media) ma con un margine fondamentale che oggi sembra essere scomparso dall’orizzonte del nostro sguardo: l’accesso ai saperi implicava anche la critica dei saperi, la messa in discussione dell’esistente, la possibilità della scelta ideologica, che è sempre una scelta di campo, per i docenti e per gli studenti. E’ancora praticabile oggi questa scelta di campo? E’ ancora possibile oggi scegliere un proprio metodo tra i tanti? Quali sono i nostri margini?  E quali le condizioni, le implicazioni, le limitazioni? Quali spazi di autonomia ci lascia a scuola il giogo delle competenze, impostoci in questi termini e con tale, diffusa, penetrante, insistenza?

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Anna Angelucci

Intervento al convegno nazionale “A scuola di competenze: verso un nuovo modello didattico. Quale?” organizzato da Gilda degli insegnanti di Vicenza e Associazione docenti Articolo 33 (Vicenza, 18 marzo 2019)

fonte: www.roars.it

 

L’insopportabile pubblicità

Le cause generali di questo non sono per niente misteriose: la marcescenza del neocapitalismo globale che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri,  la precarietà  del lavoro,   la  natura “terminale”  del capitalismo finanziario come di una Unione Europea  che si proclama custode di moralità e democrazia e non riconosce d’essere diventata una oligarchia dispotica ed arbitraria dei forti contro gli Stati deboli.  Rabbia dal basso  e cattiveria  spietata dall’alto sono –  o anche l’inverso – denunciano la comune prigionia in un sistema radicalmente sbagliato e giunto al capolinea, ma che non si s o non si vuole cambiare.

A  queste cause generali  Philippe Grasset (l’analista-filosofo di Dedefensa),   chinandosi sul “furore  collettivo”  che muove in Francia  da mesi, sulla “colère” sulla “amertume”  che esprimono i Gilet Gialli (la Francia periferica) ma anche i “colorati”  delle banlieues in guerra civile permanente con la polizia,  sul  motivo di tanta rabbiosa  incattivimento,  ne  aggiunge un’altra: la pubblicità.

Pubblicità?  Già. La pubblicità  esprime una straordinaria ideologizzazione a favore del Sistema. Molto più efficace  nell’imbevere la gente dell’ideologia del Sistema –  edonismo, trasgressione conformista ed approvata, consumismo, “modernità”  – immensamente più  di quanto siano i media e  la stampa, i tecnocrati, gli economisti, gli “esperti” della globalizzazione. Quelli, in fondo, pochi li leggono o ascoltano. Ma  la pubblicità  è continua, incessante,  onnipervasiva; vi siamo  pienamente immersi ; ed essa “ha il vantaggio di poter pretendere di agire al di fuori di ogni ideologia, di ogni scopo politico”, ma solo di vendere e far comprare. “La pubblicità non affronta  mai direttamente l’argomento politico in favore del Sistema,anche se lo esprime massicciamente, con forsennata ideologizzazione”:  la felicità come consumo, il  prestigio acquistabile con oggetti, la trasgressività conformista, la sensualità  promossa e legittimata, edonismo permissivo.

“Enormemente presente in tutto il sistema di comunicazione e specie nella televisione, corrotta e corruttrice e riconosciuta come tale,  è enormemente ripetitiva:  senza  che nessuno si indigni o protesti”.

Ciò  perché  “il pubblico non domandava che di essere condizionato.  La pub non imponeva un mondo al suo pubblico, essa anticipava il mondo di cui il pubblico voleva  far parte”.

Non è sempre stato così. Philippe Grasset, che da giovanissimo è stato per qualche tempo copywriter in una delle grandi agenzie pubblicitarie francesi, ricorda che  fino ai primi anni ’60,   non c’era  la pubblicità; c’era la Réclame:  cosa essenzialmente modesta, per nulla invasiva, confinata in qualche colonnina di giornale o di manifesto di modeste dimensioni.    Solo verso gli anni ’60 “si passa  veramente dalla réclame alla pubblicità,  ossia da una attività d’influenza statica e convenzionale a  una attività d’influenza dinamica e modernista”,    “creativa” e seducente, con pretese di arte espressiva: adotta tutti i trucchi  e le seduzioni del cinema, vi partecipano grandi registi,  paesaggi tropicali e favolosi, donne di sogno … e il “sogno americano” come  sfondo e come modello del benessere nuovo e diffuso.  Basta ricordare l’Uomo Marlboro come modello di virilità.

Il punto è che, allora,  la gente pensava  che  di quel mondo di comfort  e bellezza, avrebbe fatto parte. Erano tempi “di salari in aumento, prospettive di miglioramento  e bassa disoccupazione;  tempi di vacanze esotiche (Club Mediterranéee), di nuove auto”…

Ed oggi? Oggi la pubblicità è diventata ancora più potente e seducente, più oltraggiosa ed eccessiva, più pseudo-trasgressiva, più evocatrice di lussi e sensualità eccessivi , di  messaggio che tutto è permesso per la felicità vostra  – ma è il  pubblico che è cambiato. Sono cambiate le sue condizioni sociali, cadute le sue speranze di entrare nel mondo lussuoso dipinto dalla pubblicità.

https://www.maurizioblondet.it/riflessione-sullincattivimento-generale-centra-anche-la-pubblicita/

Un centenario scomodo

Il 23 marzo 1919, a Milano, in una sala concessa in affitto dall’industriale massone ed ebreo Cesare Goldmann, nascevano i “Fasci di Combattimento”. Oggi ricorre il centenario di quell’evento destinato a cambiare profondamente la struttura sociale dell’Italia e la storia del mondo intero.

In quella sala milanese cento anni fa si riunirono sindacalisti rivoluzionari, mazziniani, nazionalisti, anarchici, futuristi, socialisti massimalisti, interventisti di destra e di sinistra, sindacalisti corridoniani e altre componenti della sinistra eterodossa polemica verso il dottrinarismo del socialismo ufficiale. Dal quel congresso, di poche decine di uomini, che la stampa all’epoca quasi ignorò, nacque il cosiddetto “Programma di San Sepolcro”, dal nome della piazza del convegno, alla cui stesura collaborò il sindacalista rivoluzionario mazziniano Alceste De Ambris (che finì esule antifascista a Parigi). Era il manifesto politico del primo fascismo, quello di sinistra, socialista ma anche nazionalista democratico, con forti pulsioni anarchiche ed anticlericali. Basta leggere quel manifesto per toccare con mano l’essenza rivoluzionaria, nient’affatto conservatrice, del documento. In esso si parla di gestione operaia dei servizi pubblici, di espropriazione parziale delle ricchezze, di minimi salariali, di partecipazione dei lavoratori agli utili, di otto ore giornaliere di lavoro e di istituzione di consigli nazionali di tecnici del lavoro con poteri legislativi. Tutti temi che ritroveremo nell’ultimo documento promulgato dal fascismo morente e del quale diremo. Il lettore trova il Programma sansepolcrista nella sezione di “documentazione storica”

I Fasci di Combattimento non ebbero successo elettorale. Fu così che Mussolini, mentre imperversava il cosiddetto “biennio rosso”, iniziò una virata verso destra. La Rivoluzione russa aveva dato motivo al partito socialista – di lì a poco a Livorno nel 1921 sarebbe nato da una sua costola il PCI (tra i fondatori quel Nicolino Bombacci che sarebbe morto a Salò in nome del socialismo fascista) – di mobilitare le masse nel generale malcontento del primo dopoguerra.

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