Triage

’etica delle decisioni

In casi come questi, come fa un clinico a decidere a chi dare priorità di trattamento? L’obiettivo generale è quello di salvare il maggior numero possibile di vite, ma le strade per raggiungerlo sono diverse. Lo sviluppo di protocolli per il triage, in particolare, può seguire tre approcci diversi: l’utilitarismo, l’egualitarismo e il proceduralismo.

L’approccio utilitaristico si basa sulla premessa che gli operatori sanitari debbano massimizzare il benessere collettivo, misurato tramite una serie di indicatori di intervento tra cui, per esempio, il numero di vite salvate o il numero di anni di vita salvati. E in questo approccio la scelta dell’indicatore è cruciale per sviluppare il protocollo: se si sceglie di massimizzare gli anni di vita salvati, il medico dovrà dare priorità ai pazienti più giovani rispetto a quelli più anziani.

Il principio dell’egualitarismo, invece, prevede che le risorse e gli interventi sanitari siano distribuiti a chi ne ha bisogno in modo paritario, indipendentemente dai singoli esiti: in caso di risorse insufficienti, la priorità potrebbe semplicemente seguire la regola del first come, first served – il primo che arriva viene servito.

L’approccio procedurale, infine, prevede che le priorità siano stabilite a seconda dell’appartenenza del paziente a un determinato gruppo (per esempio la cittadinanza o il fatto di avere o meno un’assicurazione sanitaria): si tratta di un approccio che se da una parte semplifica le procedure di triage e la trasparenza del trattamento, può portare in alcuni casi – vedi l’esempio dell’assicurazione sanitaria – ad avvantaggiare la fasce più ricche della popolazione.

l’allocazione in un contesto di grave carenza (shortage) delle risorse sanitarie deve puntare a garantire i trattamenti di carattere intensivo ai pazienti con maggiori possibilità di successo terapeutico: si tratta dunque di privilegiare la maggior speranza di vita […]. Questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo first come, first served. Le raccomandazioni sono state stilate, oltre che per rendere espliciti e trasparenti i criteri di priorità dei trattamenti, anche per “sollevare i clinici da una parte della responsabilità delle scelte, che possono essere emotivamente gravose”.

Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), che ha appena pubblicato un documento

Coronavirus, come funziona il triage (e come decidere chi curare per primo)

2 pensieri su “Triage

  1. Cina, secondo un’analisi di oltre 70.000 casi, la percentuale dei decessi è stata pari allo 0,5% tra gli ammalati con meno di 50 anni, all’1,3% tra quelli di 50-60, via via crescendo a 3,6% tra i 60 e 70; 8% tra i 70 e gli 80; e 14,8% oltre gli 80 anni. La mortalità è stata più alta tra gli uomini che tra le donne; ed è stata sensibilmente più alta della media per coloro che presentavano altre patologie (ammalati di tumore, diabetici, cardiopatici)¹….
    Se i contagiati fossero un milione, ben 50.000 persone dovrebbero trovar posto in terapia intensiva (che oggi dispone di 5.000 letti). Non ci sono, per ora, farmaci specifici per combattere il virus (si raccomandano il riposo e la reidratazione, come i medici della scuola salernitana, e i febbrifughi, che esistono da secoli). Un vaccino deve essere ancora sviluppato.
    L’Italia, dopo il Giappone, è il paese più “vecchio” al mondo: nel 2020 il 7,5% della popolazione ha più di 80 anni (9% in Giappone, 5% nella media dei paesi più sviluppati). A livello regionale, le differenze sono molto forti: gli ultraottantenni sono il 5% in Campania (regione meno vecchia) e il 12,2% in Liguria (regione più vecchia).
    https://www.neodemos.info/articoli/covid-19-gravissimo-ma-non-e-langelo-sterminatore/

  2. Si, i vecchi sono colpevoli, colpevoli di vivere troppo a lungo, di essere in troppi rispetto alla popolazione attiva (è stato Boeri a “denunciare” che per ogni pensionato c’è solo un lavoratore virgola tre, come se fosse da imputare agli empi over 65 la fine del lavoro e dell’economia produttiva, le delocalizzazioni, di godere di “benefici” assistenziali e non di retribuzione e diritti maturati, di aver dissipato risorse, preteso troppo, dilapidato indebitamente ricchezze, consacrando una interpretazione del merito nella fissazione dei requisiti e dei talenti per vincere la gara della competitività, giovinezza, ambizione, arrivismo, affiliazione e fidelizzazione all’ideologia dominante.

    Ormai siamo posseduti da un pensiero macabro che toglie ogni possibilità al sopravvento della ragione e alla consolazione che ne potrebbe derivare, vittime tutti di qualcosa descritto come incontrastabile, imprevedibile e incontrollabile, così i vari approcci ( la sottovalutazione, l’allarmismo terroristico, le restrizioni e perfino la cosiddetta immunità di gregge) finiscono per rispondere ad una stessa esigenza, quella che non venga rivelato il tracollo dei sistemi sanitari statali distrutti da tagli in modo da delegare l’assistenza ai privati. E che venga di conseguenza legittimata una pratica finora applicata senza che venisse apertamente ammessa, effetto dell’egemonia culturale e politica della pragmatica “necessità”.

    Lo sapeva già chiunque avesse avuto un congiunto anziano, chi aveva effettuato un tetro test sulle condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

    Ma è oggi che la seleziona malthusiana è autorizzata, suggerita se non raccomandata, come esito inevitabile di una scelta fatale che è doveroso accettare e che interessa sia gli anziani che hanno garantito una economia assistenziale domestica al sistema, quelli i cui risparmi hanno attutito gli effetti della crisi, sia quelli in situazione di bisogno, soli, esposti, tutti ugualmente esclusi dalle terapie intensive e dall’accesso ai dispositivi salvavita per la colpa di possedere “minori aspettative di vita”, dopo essere stati oggetto della propaganda della giovinezza assicurata a ogni età.
    https://ilsimplicissimus2.com/2020/03/27/peccato-di-vecchiaia/

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