Facilitatori

E dagli anni Novanta in avanti attraverso provvedimenti legislativi successivi che hanno introdotto le logiche – necessarie ma complementari – dell’inclusione, dell’integrazione, del dialogo scuola-famiglia – una strana eterogenesi dei fini ha come consentito al sistema scolastico di puntare più su questi nuovi obiettivi che su quelli tradizionali della formazione e della crescita culturale. La scuola italiana ha finito per aggiungere esperienze e progettualità, anche extra-scolastiche, tese a radicarsi nel territorio, a proporre la relazione scuola-lavoro e così via. Ma per una serie di fattori, anche contraddittori, la figura del docente si è progressivamente trasformata, soprattutto nella percezione collettiva e nelle famiglie, in quella di una sorta di sorvegliante e tutore dei giovani, in cui spesso le competenze richieste sembravano più quelle di un assistente sociale, infermiere, psicologo e animatore di comunità che in quella di educatore e formatore. Aggiungendo a ciò la perdita costante di prestigio sociale dell’insegnante e del professore, soprattutto a causa degli stipendi sempre più appiattiti in basso tanto che oggi il docente italiano guadagna meno di un operaio e con una remunerazione mensile che è la metà di un suo collega tedesco o francese. E non si può tacere in questo processo il ruolo del sindacato che per anni ha preferito impegnarsi sul facilitare l’ingresso in cattedra dei precari piuttosto che puntare sull’aumento degli stipendi. Nel complesso, il risultato è stato quello di abbassare l’attrattiva per la professione docente da parte di giovani laureati di qualità che hanno preferito professioni oggettivamente più remunerative.
Dati tutti questi fattori, il risultato, come sottolinea Sini, è stato quello di arrivare a una sistema scolastico in cui – tranne gli sforzi individuali dei singoli insegnanti – ha finito per eclissarsi il primato della formazione culturale dei ragazzi. Per dirla con una sola parola, al ruolo educativo e formativo dell’insegnante è andata sostituendosi la logica del “facilitatore”: “bestemmia pedagogica – a dire di Sini – che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura”. Ovviamente, c’è professore e professore. E grazie a molti singoli la scuola italiana riesce ancora ad avere dei risultati. Ma nell’insieme è scomparsa la percezione pubblica e nell’immaginario del ruolo pedagogico e formativo dell’istituzione scolastica. Da cui il fatto che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà che non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, addirittura nei licei e ormai anche nelle università. Perché quello che si è soprattutto appannato è il percepire la scuola come il principale canale di accesso alla cultura e alla grande cultura. Si è invece puntato a pretese “competenze” introdotte recependo troppo velocemente linee guida e indicazioni europee oppure modelli anglosassoni senza un contesto adeguato e una metabolizzazione approfondita, tendendo a tralasciare o a porre in secondo piano quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/docenti-facilitatori-e-giornalisti-opinionisti-il-declino-e-servito

4 pensieri su “Facilitatori

  1. Gli ingegneri, invocati da Comte, e i banchieri mondialisti, sono i Demiurghi del nostro tempo.

    Con la loro affermazione epocale, tuttavia, osserviamo anche la regressione e il degrado dell’essere umano, poiché assieme al declino del bello si nota sempre di più lo smarrirsi del pensiero pensante. La riflessione, come si scriveva all’inizio, è l’atto supremo e più potente della nostra spiritualità: ebbene, la velocità dei movimenti umani nelle megalopoli, i ritmi sempre più celeri imposti ovunque dal lavoro parcellizzato e dalla Amministrazione politico-sociale sempre più totalitaria, impediscono la capacità di riflettere, che necessita di contemplazione e di lenta calma. Perciò l’arte di oggi, in tutte le sue discipline, si è completamente scissa dal bello, e questa è la palese rivelazione del deliquio contemporaneo. Gli artisti sono ormai capaci solo di rappresentare il vuoto, dovuto all’assenza della riflessione.

    Inoltre le invasioni migratorie di milioni di persone provenienti da paesi senza storia e senza arte rischiano di segnare la fine definitiva della nostra civiltà se non ci si opporrà con tutte le forze. Kant scriveva che di fronte ai bei palazzi di Parigi, “…un Sachem irochese” preferiva di gran lunga “le bettole”(6). La cura del bello richiede una lunga educazione sentimentale che si forma e si consolida nei secoli con fatica, “…all’interno di una vita associata da leggi che fa di un popolo una comunità durevole” (7). Ciò significa, come pensavano i grandi filosofi del passato, già citati, che senza il bello non c’è il bene, il vero e il giusto. L’esatto contrario dell’epoca in cui viviamo, un’epoca in cui l’Essere ci sta abbandonando sempre più.

    https://www.ariannaeditrice.it/articoli/sulla-scomparsa-del-bello

  2. Non abbiamo alcun riguardo per i guardiani del vecchio, quelli che hanno tenuto le nostre mani, che hanno illuminato un sentiero che ci ha portato sull’orlo della nostra stessa estinzione. Dobbiamo gettarli via, chiudere le orecchie al loro canto delle sirene. Ci sono piccole voci che lottano per essere ascoltate al di sopra del ruggito delle élite liberali morenti e del barrito dei nuovi autoritari. Hanno bisogno di essere ascoltati, di essere aiutati a condividere e collaborare, di offrirci le loro visioni di un mondo diverso. Uno in cui l’individuo non è più re. Dove impariamo modestia e umiltà – e come amare nel nostro angolo infinitamente piccolo dell’universo.
    https://www.ariannaeditrice.it/articoli/liberalismo-devastante

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