Questo paese 2

LETTERA A UN TRENTACINQUENNE
Amico mio, affermi con sicurezza di essere “europeista convinto” e che l’UE e l’eurozona non hanno nulla a che vedere con la tua condizione di disoccupato. Aggiungi che se ti sei visto passare avanti persone meno dotate, sveglie, qualificate e/o titolate di te è perché viviamo in un paese inquinato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle clientele e dagli affari sporchi e che pertanto l’unico problema dell’Italia è che non esiste meritocrazia.
Nutro una stima illimitata nei tuoi riguardi, per le tue doti umane e le tue capacità. Diciamo pure che ti considero senza mezzi termini un “genio”. Sei uno studioso, hai una memoria formidabile e un’abilità straordinaria nella rapida risoluzione di problemi matematici complessi. Proprio in ragione del fatto che ti reputo una persona mediamente più intelligente e capace di me, mi risparmierò gli improperi che sarei tentato di rivolgerti. È evidente, però, che tu non abbia la minima cognizione circa le cause del perdurare di questa crisi, perché se solo avessi la voglia e la pazienza di aprire un testo a caso di un autore a caso di politica economica – visto che saresti dotato degli strumenti culturali per farlo senza grande sforzo – capiresti che il fatto che tu ti stia girando i pollici ha molto a che fare con l’UE e con l’euro.
Capiresti che ha certamente a che fare con il trade-off tra inflazione e disoccupazione e con la priorità che l’Unione Europea assegna alla stabilità dei prezzi a scapito dell’occupazione.
Capiresti che ha indubbiamente a che fare con l’ideologia liberale su cui si fonda l’edificio istituzionale europeo e con l’idea che la flessibilità salariale e la mobilità del lavoro siano gli unici strumenti di riequilibrio degli shock asimmetrici di domanda. In altri termini, amico mio, l’UE vuole che tu vada in Germania se desideri un lavoro oggi o, al limite, che ti accontenti di fare lo schiavo qui.
Capiresti che ha indiscutibilmente a che fare con l’insostenibilità dell’eurozona, posizione sostenuta da un numero crescente di pubblicazioni che ormai hanno inondato la letteratura scientifica di settore, e che l’unica speranza di farla funzionare risiede nel convincere la Germania e i suoi satelliti a socializzare le perdite di quelli che sono considerati da gran parte della classe dirigente e dei media (e di riflesso della popolazione) tedeschi degli untermenschen (leggi “PIIGS”) che hanno scialacquato per troppo tempo e adesso vanno puniti col rigore e la disciplina.
Capiresti che ha enormemente a che fare con i costi che devono sostenere i paesi aderenti all’unione monetaria che, rebus sic stantibus, superano di gran lunga i benefici. Quello che scrivo è sostenuto, lo ripeto di nuovo, da tutti gli economisti che hanno dedicato la loro vita allo studio dei fenomeni monetari e molti di loro ammonivano riguardo questa scelta già prima dell’adozione dell’euro in effetti, cioè in tempi non sospetti.
E capiresti soprattutto che ha spudoratamente a che fare con la questione centrale, che non è economica ma prettamente politica, e afferisce la cessione della sovranità nazionale e la rinuncia di un popolo all’esercizio della libertà di decidere per le sorti del proprio futuro per mezzo degli strumenti di partecipazione che la democrazia ci fornisce. Decidere per il proprio futuro senza subire le continue ingerenze esterne di organismi sovranazionali che non godono di alcuna legittimazione elettorale o le pressioni di soggetti terzi, espressione del potere economico, che vorrebbero conformare le istituzioni che regolano la vita di una collettività alle esigenze di profitto delle imprese di riferimento.
In effetti sarebbe stato sufficiente per te leggere o ascoltare le dichiarazioni degli attori che hanno guidato questo processo, perché è stato chiarito con una franchezza disarmante in più di un’occasione, anche se abbiamo fatto finta di non sentire, quello che ci aspettava. Aprire le orecchie di fronte a queste confessioni spudorate ti risparmierebbe molte ore di studio sull’argomento.
È necessario che tu comprenda che siamo una generazione sacrificata alla storia. Giovani – ormai ex – di buone speranze, tradite da un mondo che ruota al contrario rispetto alle aspettative alimentate dalle nostre famiglie d’origine e rispetto alla narrazione entusiastico-lisergica dei media. Giovani-vecchi che stanno dimostrando di non avere la minima consapevolezza della propria condizione di schiavitù psicologica. È l’effetto dell’indottrinamento, subito per troppi anni, che ha generato un’adesione acritica a questo modello di società e che ti impedisce di mettere in discussione assunti che non sono leggi divine immutabili o assiomi, né espressioni ineluttabili del corso imperioso della Storia. La tua condizione di miseria è strettamente legata a fattori ambientali che non riesci a interpretare o addirittura vedere. Non ti interroghi su cosa non vada, al di là di ciò che ti viene somministrato per via parenterale da chi ha tutto l’interesse acché le cose continuino a non andare e che tu non muova un dito per cambiarle. La focalizzazione sui fattori terzi, che sfuggono al controllo dell’azione individuale, è funzionale alla deresponsabilizzazione circa gli accadimenti che incidono sull’ambiente che ci circonda. Attenzione, non ti sto dicendo che non hai ragione a provare rabbia quando subisci un’ingiustizia perché c’è sempre il figlio di qualche potente che ti ruba il posto. Dico solo che i figli dei potenti rubano i posti in ogni luogo, anche nella virtuosa Germania, ma il problema centrale è che qui i posti sono sempre meno e per una scelta ben precisa. Per te è come se questi eventi non ci riguardassero perché fuori dalla nostra sfera di azione potenziale. Non ti interessi neanche lontanamente della rivoluzione che ha subito negli ultimi anni la disciplina che regola l’ambito lavorativo nel quale vorresti inserirti, né la liquefazione del diritto del lavoro, né la distruzione del sistema previdenziale pubblico o la contrazione della spesa che ha generato io blocco delle assunzioni in tutti i comparti. “Neanche lavoro, posso pensare all’impiego fisso o alla pensione?” mi ripeti. Sei molle, apatico, tendenzialmente depresso. Galleggi nell’inconsapevolezza di essere attore protagonista del futuro di questo paese e ti accontenti del ruolo di comparsa nello spettacolo che mette in scena la tua stessa vita. Pensi che soggetto e sceneggiatura siano già scritti e che la regia sia nelle mani di forze oscure.
Amico mio, scambieresti un ruolo da comparsa nella guerra con un ruolo da protagonista in una gabbia? Io no. Io sono italiano, mi sento italiano. Ricordi i valori risorgimentali che hanno animato le gesta dei giovani patrioti che hanno fatto l’Italia e che hanno dato la vita per questo nobile scopo? Ecco, loro avevano da perdere più di noi, ma l’hanno fatto. “Siam pronti alla morte”, dicevano. E hanno dato la vita per una bandiera. Per un popolo. Per un’identità. Sono gli stessi ideali che hanno nutrito lo spirito degli eroi della Resistenza, che hanno liberato il paese dall’occupazione nazifascista, senza temere la morte. Oggi siamo chiamati ancora una volta a combattere per la libertà, per l’unità nazionale, per i valori che nel 1948 abbiamo messo nero su bianco e che questo Moloch chiamato UE vorrebbe cancellare. Non ci è chiesto di dare la vita, almeno non nel senso letterale dell’espressione, ma di donare del tempo allo studio, alla comprensione di ciò che ci circonda e alla profusione di energie in un progetto di cambiamento vero, che non è quello che propone chi contribuisce da anni a distruggere l’esistente.
Tu sei pronto? Sei pronto a uscire dalla caverna? Sei pronto per squarciare il velo di Maya? Sei pronto per essere “scollegato”? Sei pronto per aprire gli occhi e vedere? Forse no, forse i tuoi occhi non sono ancora pronti per vedere.
Ma con te, o senza di te, ci libereremo.

Buon primo maggio!

[riflessione concepita e scritta il 01/05/2017, ma sempre attuale]

Gianluca Baldini FSI candidato sindaco a Pescara

 

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Un pensiero su “Questo paese 2

  1. Come spiega il noto costituzionalista e grande leopardiano Massimo Luciani, ciò che intende il poeta di Recanati è che, venuto meno l’amore patrio, «l’orizzonte non si è dilatato e l’uomo non è diventato cittadino del mondo, ma ha fatto di se stesso una repubblica in perpetuo conflitto con le altre. Lungi dall’abolire l’ostilità, la scomparsa dell’amor di patria ne produce lo slittamento sul piano individuale. L’amor di preferenza, che aveva trovato nella nazione un luogo di espressione privilegiato, che lo faceva lavorare per l’interesse di una collettività, adesso non può che rifluire sull’individuo, dando luogo ad un vero e proprio sistema dell’egoismo. Quel cosmopolitismo illuminista, che aveva reso evidente che il bene pubblico di una nazione è solo l’egoismo di un gruppo, è assolutamente incapace di costruire in modo più che vagamente sentimentale una nozione concreta di bene universale».
    Quella di Leopardi è, a ben vedere, una riflessione di un’attualità sconcertante. Sebbene, infatti, gli Stati-nazione vengano oggi accusati di essere costruzioni reazionarie, escludenti, particolaristiche, ecc., e da più parti – soprattutto a sinistra – se ne auspichi “il superamento” a favore di una dimensione globale e cosmopolitica ritenuta l’unica capace di incarnare i valori dell’universalismo progressista («nostra patria è il mondo intero»), ciò che la storia ha dimostrato – e che Leopardi aveva così lucidamente intuito – è che proprio gli Stati-nazione hanno dato prova di essere l’unica dimensione politica capace di trascendere le identità individuali, etniche, ideologiche, religiose, ecc. per dar vita a delle identità collettive – in quanto tali includenti, tese proprio al superamento delle differenze tra gruppi precedentemente separati o antagonisti – fondate sull’appartenenza a un corpus politico, su una visione di società, su una serie di diritti e di doveri, sulla partecipazione democratica, ecc. Come disse lo storico francese Ernest Renan: «Sin dalla rivoluzione francese, l’idea di nazione è stata spesso associata a uguaglianza, cittadinanza e rappresentanza».
    In questo senso, l’identità nazionale negli Stati moderni – proprio perché fondata su un’identità politica che trascende le identità individuali – è quanto di più “universalista” si possa immaginare. Senza dubbio, ben più universalista dell’identità “post-nazionale” dei nostri odierni globalisti, che – ancora oggi, a duecento anni di distanza dalle riflessioni di Leopardi – non sembra basarsi su altro all’infuori dell’emancipazione individuale, della “libertà di viaggiare” (per chi se lo può permettere, ça va sans dire) e del disprezzo per le masse plebee ancora primitivamente ancorate a uno specifico territorio e a una specifica “comunità nazionale”.
    Insomma, fuori dalla cornice dello Stato nazionale non c’è la fratellanza universale; c’è la barbarie della «separazione individuale». Parola di Leopardi.
    Thomas Fazi
    https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61886

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