Esproprio proprietario

La generazione Erasmus, (dis)educata a sentirsi cittadina del mondo, ovvero del nulla, è precaria e guadagna poco. Difficilmente potrà comprarsi una casa, meglio convincerla a non avere nulla di suo, stabile, un nido da amare, un luogo dove tornare. Viandanti del nulla dipendenti dal consumo, innamorati di nulla e di nessuno, solo relazioni veloci. Del nostro passaggio nel mondo non deve restare nulla di forte, tantomeno di “nostro”. Siamo ombre, spettri a dimensione unica, l’unica traccia permessa è quella informatica.

Mezzo secolo fa lo cantava Patty Pravo: “Oggi qui domani là io vado e vivo così; senza pene vado e vivo così, casa qui io non ho, ma cento case io ho. Oggi qui domani dove sarò, qui e là io amo la libertà. Io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai, oggi qui domani là, mi piace andare così, senza freni vado e vivo così.” Obiettivo raggiunto: la generazione di Imagine ha vinto cambiando bandiera. Dal rosso di allora all’arcobaleno liberal progressista.  Senza più un tetto, si illudono di essere di casa ovunque.

Qualcuno vince e ci usa come materiale. I proprietari di tutto non credono affatto alle idee che diffondono alla plebe sottostante. Tuttavia, neanche loro vivono bene, sempre più asserragliati nelle loro proprietà tra sensori e filo spinato, guardie armate e divieti di accesso per noi. Più astuti dei comunisti di ieri, ci drogano di false libertà, ma nei fatti siamo solo liberi di correre in tondo come il criceto nella gabbia, simili ai rematori dei galeoni al ritmo del tamburo. E se io rivendicassi la libertà di stare fermo, contemplare, amare, riflettere sulla mia finitudine che conduce a Dio?

Nel mondo in affitto, non possiamo essere nulla ma possiamo avere tutto a pagamento per un attimo, per poi desiderare qualcos’altro. Ma niente deve essere nostro, nulla deve rimanere di noi, neppure il ricordo. I nostri benevoli padroni non vogliono e ci fanno credere che questa è la vita, la felicità, il destino naturale. Tra valigie fatte e disfatte, consumo e piacere rapido e obbligatorio, l’uomo torna bestia senza l’innocenza dell’animale: vite ridotte a strani, oscuri interludi sullo schermo elettrico di Dio Padre (Eugene O’Neill). O sul lussureggiante showroom del Dio Mercato, ultimo monoteismo.

ROBERTO PECCHIOLI

https://www.maurizioblondet.it/la-vita-a-noleggio-lesproprio-proprietario/

                  

5 pensieri su “Esproprio proprietario

  1. “Per soffocare anticipatamente qualunque rivolta non bisogna affrontarla in maniera violenta. Basta creare un condizionamento collettivo talmente potente che la stessa idea di rivolta non verrà neppure più in mente agli uomini.

    L’ideale sarebbe formattare gli individui fin dalla nascita limitandone le attitudini biologiche innate. Il condizionamento potrebbe poi proseguire con una diminuzione drastica dell’educazione fino a ridurla a una specie d’inserzione professionale.

    Un individuo incolto ha un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero si limita a preoccupazioni mediocri meno è in grado di rivoltarsi. Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile ed elitista.

    Che si approfondisca il fossato tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da ogni contenuto sovversivo.

    Soprattutto niente filosofia.

    Ancora una volta bisogna fare opera di persuasione e non di violenza diretta: si diffonderanno massivamente, attraverso la televisione, delle informazioni e dei divertimenti che accarezzino sempre l’emozionale o l’istintivo. Si occuperanno le intelligenze con quel che è futile e ludico.

    Risulta ottimo, tramite un chiacchiericcio e una musica incessante, impedire le intelligenze sensibili di pensare.

    Si metterà la sessualità reificata al primo posto degli interessi umani. Non c’è niente di meglio come tranquillizzante sociale.

    In generale, si farà in sorta di bandire quel che è serio dall’esistenza, di ridicolizzare tutto quello che ha un valore elevato, di coltivare una costante apologia del superficiale in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana e il modello della libertà.”

    Aldous Huxley 1939 (Brave New World)

  2. Un caso esemplare delle conseguenze del Libero Mercato

    di Andrea Zhok –

    Ieri si è assistito ad una protesta clamorosa dei produttori di latte ovino sardo. Secondo quanto leggiamo dai giornali, due anni fa il prezzo del latte era di 1,20 euro al litro, l’anno scorso di 85 centesimi, oggi è sceso a 60 centesimi (44 quello di capra).

    Il problema dipende a quanto pare in prima istanza dalle oscillazioni del prezzo del pecorino romano (in cui confluisce il 60% della produzione di latte ovocaprino), e in seconda istanza dalle importazioni di latte estero a buon mercato per la lavorazione casearia in Sardegna.

    Questo è uno dei classici casi su cui si misurerebbe la differenza tra politiche liberiste (e globaliste) e politiche sovraniste di tipo socialdemocratico (o socialista).

    Lasciar fare al mercato significa tre cose:

    1) lasciar dispiegare oscillazioni dei prezzi incontrollate e potenzialmente molto rilevanti (qui di oltre il 100% in due anni);

    2) avviare una competizione al massimo ribasso tra produttori;

    3) ridurre tendenzialmente il numero dei produttori e concentrare la produzione in pochi paesi.

    Il primo punto tende a spezzare la schiena ai piccoli produttori, a quelli non coperti da rilevanti riserve di liquidità, e in generale costringe il sistema produttivo a finanziarizzarsi (i ‘derivati’ nascono proprio per coprire situazioni di incertezza circa i futuri prezzi di mercato); va da sé che sotto queste condizioni ogni produzione che non sia grande produzione industriale, dotata di competenze finanziarie, è destinata a soccombere; in tutti i casi in cui questa dinamica si avvia la qualità e tipicità della produzione viene sacrificata.

    Il secondo punto distrugge la qualità della vita dei lavoratori, ovunque essi siano. Se oggi il latte sardo costa più di quello rumeno, e perciò la sua produzione viene soppiantata, domani il latte rumeno costerà magari più del latte marocchino, e dopodomani quello marocchino più di quello munto da schiavi gambiani con mucche cinesi biologicamente modificate. In questo processo solo degli sciocchi (o dei mentitori interessati) possono affermare che l’apertura dei mercati significhi un trasferimento di ricchezza dai più abbienti ai meno abbienti. Il ‘vincitore’ provvisorio al massimo ribasso è già un perdente proprio per avere vinto in quel modo, che lo condannerà domani a ridurre ancora le pretese sotto la minaccia di un competitore ancora più maltrattato.

    Il terzo punto incentiva i paesi a specializzarsi nella produzione di pochissimi prodotti, su cui sono comparativamente più competitivi (secondo la teoria dei costi comparati di Ricardo). Ciò crea le condizioni tendenziali per avere paesi fragili, incapaci di contare su introiti passabilmente stabili, e dunque privi di welfare e tutele sociali; questo perché con poche produzioni concentrate basta l’oscillazione marcata del prezzo di un prodotto perché l’intera economia possa andare a rotoli (è quello che successe, ad esempio, con il crollo del prezzo della canna da zucchero a Cuba, prima della rivoluzione castrista).

    Tutte e tre queste dinamiche sono caratteristiche del liberismo e della globalizzazione economica.

    Il correttivo non è l’abolizione del mercato o degli scambi internazionali, ma semplicemente l’esercizio di supervisione, controllo e mediazione da parte dello Stato, nel nome dell’interesse nazionale, della qualità dei prodotti e delle condizioni del lavoro.

    Interventi come sussidi pubblici mirati, accordi per imporre tetti minimi ai prezzi, e/o dazi doganali, sono le forme in cui si può mantenere la capacità del mercato di esplorare le capacità produttive e i costi di produzione, senza soccombere agli squilibri degenerativi menzionati. Qui continua ad esserci mercato, e continuano ad esserci scambi internazionali, ma lo Stato nell’interesse pubblico opera da mediatore e moderatore degli squilibri che il mercato inesorabilmente crea.

    I soggetti, i partiti, le istituzioni che nel nome del libero mercato si oppongono di principio a queste soluzioni di moderazione e mediazione sono ordinamenti sociali dannosi, che, per il bene comune, dovrebbero scomparire.

    Gli Stati che si sottraggono a quei compiti, che lo facciano volentieri o controvoglia, comunque vengono meno alla loro funzione fondamentale e tradiscono ciò che conferisce loro senso.
    Fonte: Andrea Zhok

    • Nessuno ha più il diritto di sedersi nel suo campo e dire: ‘Questa terra è mia’. Nessuno ha più il diritto di alzarsi nella città e dire: ‘Noi siamo i decani (les anciens), abbiamo costruito le case di questa città. Chi non vuole obbedire alle leggi esca da casa nostra (…) Vivevamo sinora in un universo solido di cui le generazioni avevano deposto l’una dopo l’altra le varie stratificazioni. Tutto era chiaro: il padre era il padre, la legge era la legge, lo straniero era lo straniero. Si aveva il diritto di dire che la legge era dura, ma era la legge. Oggi queste basi sicure della vita politica sono colpite da un anatema.”
      Maurice Bardèche

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