Colonie estive

Le colonie sorsero in Italia nel 1822 quando l’ospedale di Lucca cominciò a inviare a proprie spese alcuni gruppi di trovatelli in cattive condizioni di salute sulla spiaggia di Viareggio.

Alla fine dell’800 se ne conteranno tantissime e per lo più atte a ospitare bimbi affetti da malattie tubercolari e altro.

Nei primi del 900 questi istituti erano a dipendenza di comuni o di amministrazioni provinciali e per lo più furono inquadrati secondo la legge delle opere pie prendendo pian piano la figura di enti autonomi.

Solo dopo la prima guerra mondiale si assisterà a un incremento di tali istituti con numero crescente di minori da curare.
Saranno ancora “colonie temporanee” a accoglienza estiva e si distingueranno secondo la sede in colonie di spiaggia (marine, lacuali, fluviali); montane; di campagna.

La funzione terapeutica prosegue anche negli anni trenta, in pieno regime fascista, quando a quella sanitaria si aggiunge la funzione educativa e di supporto alle politiche della “famiglia”.

Nel 1927 i bambini ospitati erano 54 mila dopo undici anni il numero arrivò a quota 772 mila in 4.357 colonie sparse su tutto il livello nazionale, ma concentrate soprattutto sul litorale toscano e romagnolo.

Dopo la seconda guerra mondiale anche Enti Religiosi, Parrocchie e grandi aziende come la Fiat, la Olivetti e tante altre, sentirono la necessità di ridare speranza e stabilità alle famiglie, attraverso i soggiorni marini offerti ai figli delle classi operaie.

La vita di queste strutture rimane attiva fino agli anni ’70, da allora il loro declino inesorabile le ha portate all’attuale stato di totale abbandono nella maggior parte dei casi.

Dagli Anni Ottanta se ne decretò la fine

Andare al mare in colonia era quasi “una vergogna”, un marchio di povertà e nello stesso tempo iniziò un graduale calo delle nascite affiancato dalla crescita economica.

Così le Colonie chiusero incapaci di essere inserite in un moderno servizio sociale e immensi edifici e aree vennero abbandonate dalla cialtroneria politica di turno pronta alla svendita di un strategico programma di tutela della gioventù e di sostegno sociale.

La fotografia attuale di certe ex strutture le vede o in decadenza, ove non possono essere cedute le aree, o occupate da privati che le hanno acquisite e volturate ad appartamenti o residence o centri commerciali.
Uno scempio portatore di interessi dove il pubblico paga…sempre

Oggi che le vacanze estive (peraltro a pagamento) sono sempre meno fruite dalla popolazione italiana messa in ginocchio ….queste aree meravigliose sono oggetto di devastazione e occupazione e sfruttamento (chiamato “riconversione edilizia”).

40 anni di cialtroneria e di una visione che legge il “Profitto” come unico scopo non può pensare al popolo.

I soggiorni vacanza per i bambini e i ragazzi sono divenuti un business che solo i ricchi possono permettersi in una società in cui la forbice sociale è divenuta un incubo per la sua grandezza.

Vi ho raccontato questa breve storia perché anche io fui figlia di quel periodo di vacanze che mi vide felice e contenta di interagire con altri bambini prima della chiusura a una idea splendida di convivenza sociale e di crescita personale e di gioia interattiva.

Un’Italia tutta da ricreare oggi con molte idee di ieri che furono vincenti al contrario di questa visione mercantilista che ci ha devastato l’esistenza, i gusti, le abitudini e privato anche della voglia di sognare e di giocare con la semplicità del sorriso dell’innocenza.

Le nuove generazioni non conoscendo la storia si accontentano delle briciole…e propongono mezze soluzioni schivando il vero motivo per cui uno Stato esiste:
popolo, territorio e diritto d’imperio…se mi sottrai uno di questi tre elementi mi “hai fottuto” lo Stato

Italia svegliati!

Anna Rossi

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Il neoliberismo come distopia realizzata

Una delle ragioni per cui il messaggio dissenziente non passa è, a nostro avviso, la fondamentale vittoria riportata dal neoliberismo nell’immaginario collettivo, l’essere riuscito a caratterizzarsi come una sorta di utopia realizzata, sbocco naturale della storia, esito inevitabile della vicenda umana. Un’utopia rovesciata nel suo contrario, ovvero una distopia passata da genere letterario a concreta esperienza per miliardi di esseri umani. Avemmo torto a sottovalutare l’importanza di quanto asserito dall’oscuro scenarista americano Francis Fukuyama, allorché, al momento dell’implosione comunista, proclamava la fine della storia nel trionfale successo dell’economia e della forma mentis neoliberale.

Quel determinismo, indizio sicuro del carattere utopico-millenarista dell’ideologia sovrastante, non era che l’ultimo tassello di una costruzione iniziata nel XVIII secolo all’ombra dei Lumi. L’egoismo diventava una positiva caratteristica dell’homo oeconomicus nelle teorie di Adam Smith, preceduto dall’anglo olandese Mandeville (vizi privati ribaltati in virtù pubbliche se alimentano l’economia di scambio, primo abbozzo di una teoria del PIL), ma anche nel lucido disegno dell’economia classica spacciata per scienza esatta. Pensiamo alla “legge ferrea dei salari” di Ricardo, una trappola in cui cadde anche Marx, creatura del medesimo positivismo materialista, sino all’ordoliberismo, alla distruzione programmata di ogni identità comunitaria. Non dimentichiamo la battaglia di Margaret Thatcher (“conosco solo individui”) il cocciuto darwinismo sociale, ultima ridotta economica di una teoria scientifica sulla via del tramonto, per cui non “avere successo” è una colpa, le leggi fiscali favorevoli ai più ricchi, a partire da Reagan sino alla menzogna della tassa unica.

La caratteristica dell’utopia è l’impossibilità programmatica di immaginare miglioramenti, modifiche, cambi di marcia. Da quando nel Cinquecento divenne un frequentato genere filosofico (Bacone e la Nuova Atlantide retta dai sapienti, Tommaso Moro e Utopia, l’isola in cui tutto è in comune, Tommaso Campanella e la Città del Sole, tardo frutto del neoplatonismo), ciò che accomuna ogni costruzione teorica situata in un altrove senza luogo né tempo è la sua supposta perfezione, la sua natura di Eldorado realizzato. Trasferita nella dura realtà concreta, ogni utopia sfuma.

Tutte, tranne una, quella che non si presenta come tale, la società dei consumi organizzata sul mercato misura di tutte le cose, in mano a un’aristocrazia/oligarchia non di illuminati, ma di proprietari di tutto, beni, mezzi di produzione, servizi, denaro. Nell’utopia invertita, dunque nella distopia, non vi è più sogno visionario, ma “solida realtà”, come recita una pubblicità, il rito liturgico della merce/desiderio. La chiave del successo sta nella credenza generalizzata nell’idea di progresso, una visione fondata sul predominio tecnico, sulla tecnologia, sulla rivoluzione informatica, sulla coincidenza tra spazio e tempo determinata dalla comunicazione digitale che invera l’utopia, trasferendola dall’empireo immodificabile al moto perpetuo, all’andamento liquido, alla pentola che bolle (melting pot) e muta continuamente.

Di qui l’avversione per le idee ricevute, l’indifferenza verso ogni passato, l’improponibilità di qualunque principio o senso comune. Un mondo scabro, liscio, funzionale, dai consumi continui alimentati dall’industria del desiderio. La Metropolis cupa, ansiogena di Fritz Lang trasformata in Cosmopolis, il rutilante mondo unico in divenire perenne, il centro commerciale totale, la città grande quanto il mondo dove si possono soddisfare a debito, con la carta di credito fornita dal sistema, desideri, vizi, capricci, pulsioni, intronizzati come virtù dalla potente sottocultura dell’intrattenimento, definiti diritti inalienabili dell’uomo nuovo.

Marx sbagliò per difetto. Tra i due materialismi apparentemente opposti, la sua utopia di liberazione prevedeva di soddisfare le necessità fondamentali dell’uomo, non di inventarle e ricrearle ex novo ogni mattina dopo aver screditato quelle di ieri. Non immaginava templi del consumo, outlet o l’esposizione permanente online per la vendita di tutto; non il mondo di Jeff Bezos, ma magazzini aperti in cui un’umanità tutto sommato morigerata, priva di egoismo e sottomessa a una rinnovata legge morale avrebbe prelevato i prodotti “ciascuno secondo i suoi bisogni”. Un utopista di serie B, alla fine, sconfitto dopo un secolo e mezzo di battaglia.

Il liberismo, divenuto neo liberismo dopo essersi disfatto della sua sovrastruttura iniziale, il liberalismo nelle sue varianti obsolete, conservatore, nazionale, democratico, ha vinto sul terreno dell’utopia. Se devi sognare, sogna il massimo. Forse è il trionfo postumo di Louis Athusser, il marxista per il quale una rifondazione della società sarebbe stata possibile non rovesciando il passato, ma negandolo in radice. Non più il materialismo storico come chiave di lettura deterministica, ma l’utopismo come modello interpretativo. Il più lesto a capire e mettere in pratica la lezione fu il liberismo nella sua variante post sessantottesca. Un’autentica eterogenesi dei fini, favorita dal trasbordo di diversi intellettuali di ultra sinistra finiti nell’officina neoliberale.

L’utopia negativa del marxismo, che non fantasticava mondi lontani, ma, come si legge nell’XI Tesi su Feuerbach, aspirava a rivoltare il mondo come un guanto, è fallita. Per l’utopista la storia è destinata a concludersi una volta raggiunta la meta. Di qui il parziale fraintendimento di Fukuyama, giacché la narrazione neoliberale prosegue nella forma del Progresso, della tecnica, del mutamento, dell’oltrepassamento della stessa umanità nell’ultima distopia, il transumanesimo. Il bastone del comando resta tuttavia nelle stesse mani, quelle degli oligarchi padroni del mondo attraverso la privatizzazione di tutto, il controllo delle risorse finanziarie e dell’emissione monetaria, il dominio sulle coscienze e il monopolio delle idee attraverso la proprietà delle tecnologie più potenti mai realizzate.

Obliterato il passato, decade anche l’idea di futuro, se non nella forma astratta del progresso. Padroni di ogni cosa, gli oligarchi lo sono innanzitutto delle parole. Progresso significa quindi ciò che costoro vogliono e decidono. L’eterno presente cristallizza l’umanità in una specie di bolla, definita perfetta, ma immobile, imbalsamata, asfittica. Per questo, all’utopismo ingenuo del passato il neoliberismo ha fornito il di più, il tocco geniale, l’idea lineare del progresso che viene concretizzato e riformulato ogni giorno attraverso la tecnologia. E’ l’utopia del meglio che avanza, della corsa incessante, del limite varcato, del muro frantumato, del sempre nuovo. Assomiglia al “bianco più bianco del bianco” di una vecchia pubblicità per massaie.

Un ulteriore elemento che dimostra il carattere utopico del dogma neoliberale è la sua tenace volontà di cambiare l’essenza dell’uomo. La rottura rispetto al passato avviene con l’utilizzo preferenziale di una violenza indiretta, come comprese un protagonista della Nuova Destra, Julien Freund, già negli anni 80. La nuova modalità della violenza è la propaganda, il condizionamento psicologico, la manipolazione allo scopo di sedurre e irretire con la frode, senza peraltro trascurare di imprigionare o ridurre al silenzio i recalcitranti, le voci non allineate attraverso un apparato di leggi contro il pensiero libero. Una differenza rispetto all’utopia classica è che la distopia neoliberista non ritiene affatto di essere la società perfetta. Si accontenta, diciamo così, di essere l’unica possibile, confermando così la sua natura totalitaria.

Se altre utopie negano la possibilità di verifica empirica delle premesse teoriche, il neoliberismo va oltre. L’Unico non ha bisogno né di conferme né di confutazioni: è un fatto e tanto basta. Il dominio e l’estensione della tecnica diventano così ragione e giustificazione di se stesse. L’arma letale diventa la seduzione, la pervasività dei modelli estetici, sociali, comportamentali e etici imposti dai mezzi di comunicazione, la realtà aumentata dei mondi virtuali creati al computer, l’illusione di una società aperta e di una democrazia perfetta raggiunte grazie a Internet e ai social media.

Il totalitarismo collettivista perdente e quello tecnocratico occidentale hanno entrambi inteso negare spazio e legittimità al rapporto dell’uomo con la trascendenza, schierandosi sul versante della dissoluzione di ogni orientamento verso fini superiori, con il trionfo di una realtà appiattita su stessa, trasformandosi in utopie regressive, vere e proprie distopie, incubi da cui non riusciamo a risvegliarci. Vi precipitiamo anzi ogni giorno di più, gli ultimi argini sono stati travolti con il nuovo millennio in cui è emerso il Quinto Stato del sottosuolo urbano, informe, scatenato in una continua notte di Valpurga, un magma subumano nemico di tutto fuorché del consumo dell’esistenza.

Vi è un altro elemento che induce a ritenere distopico il neo liberismo tecnologico fondato sul mito del progresso: è il suo rapporto con il futuro. La dimensione del tempo che verrà poco interessa il greve materialismo vigente. Ha invece un valore enorme il concetto di previsione, la necessità di organizzare la vita, cioè l’economia, abolendo l’imprevisto, il non considerato, ingabbiando gli attori sociali e gli avvenimenti in una rete fittissima di modelli matematici, algoritmi, statistiche in grado di anticipare, prevedere, incasellare in schemi predefiniti ogni evento, inserire qualsiasi variabile in una asfissiante cornice di razionalità definita scientifica. L’orologiaio dei deisti del XVIII secolo, il Dio possibile ma lontano, dimentico della sua creatura, è sostituito da una sorta di ingegnere e matematico globale. L’orologio è caricato una volta per tutte, l’umanità deve procedere sui binari prestabiliti sulla base di protocolli ferrei, itinerari predeterminati. Lo schema è quello di una macchina non più ingranaggio complesso, ma modello computazionale, luogo privilegiato di elaborazione attraverso algoritmi, intelligenza artificiale, cibernetica.

La fede utopica, l’ultima rimasta, risiede nella convinzione che la società –computer riuscirà ad eliminare ogni espressione non misurabile, non prevedibile o non quantificata, allo scopo di essere regolata e procedere secondo gli interessi della cupola di comando, mascherati da cieca razionalità e rigorosa certezza. Sotto questo profilo, le idee vincenti, quelle neoliberali progressiste e quelle del collettivismo perdente, tuttora forte nelle casematte delle idee, si incontrano nel materialismo, nell’utopia negativa di una società controllata dall’alto, in cui resta insuperata l’intuizione di George Orwell sul bispensiero e la neo lingua, ovvero il ribaltamento dei significati a scopo di inganno e dominio.

Libertà è schiavitù, pace è guerra, ignoranza è forza, sta scritto sul frontone del palazzo del potere nel romanzo simbolo dell’utopia negativa, 1984. Dobbiamo pensare che i suoi dirigenti fossero più onesti dell’oligarchia neoliberale contemporanea, giacché questi ci hanno convinti di vivere nella più perfetta libertà, di godere della pace perpetua e di essere titolari di una cultura superiore a quella di ogni generazione passata. Viviamo non nel migliore dei mondi possibili, come immaginava Leibniz in termini filosofici, ma nell’Unico, l’universo incantato del Mercato, del Consumo, del Desiderio, in cui sono abolite le domande perché le risposte sono già a disposizione, preconfezionate nella forma accattivante di istruzioni per l’uso o di FAQ (le “domande più frequenti” sulla rete).

Come in Fahrenheit 451, hanno bruciato i libri, ovvero la memoria, le idee, il patrimonio culturale, la sapienza materiale e spirituale dell’umanità. Nel racconto di Ray Bradbury, un uomo, Guy Montag, insorge e tenta di ricostruire un mondo su basi umane. Nella realtà, siamo a un tornante della storia: la fase è quella di una difficile presa d’atto della verità. Tutte le carte sono in mano all’avversario, milioni di uomini ancora non sanno chi è l’avversario. Ma la storia non si ferma. Se un ciclo si chiude rovinosamente, dalle macerie qualcuno scoprirà un seme per ricostruire. Il neo liberismo, come ogni creazione umana, finirà, sconfitto probabilmente dalla sua stessa presunzione. Come tutte le costruzioni utopiche, verrà travolto, prima o poi, dal principio di realtà. Oppure, nel regno della quantità da esso fondato, dal numero delle sue vittime. Se la servitù cesserà di essere volontaria, se dalla caverna di Platone filtrerà la luce, ricomincerà la partita.                                                           

                                                 ROBERTO PECCHIOLI