Il quinto stato

il Quinto Stato. L’ho incontrato a pochi passi da casa, una mattina qualunque, perché per una volta ci ho fatto caso. Accanto al supermercato in apertura staziona un giovane maschio africano, sbarcato da qualche barcone e portato qui dalla Marina Militare.  Per nulla denutrito, meno male, sorridente, ospitato a spese nostre per non fare nulla, per non essere nulla, mi appare come un gadget vivente e inconsapevole della contemporaneità. Ha uno smartphone con le cuffie, la maglietta di un gruppo rock, il giubbetto con cappuccio e scarpe sportive d’imitazione delle grandi marche che producono in Asia. Vuole un suo piccolo posto nel grande circo del mercato globale, non cerca né si aspetta più un’esistenza “normale”.

Oltre l’elemosina, aiuta le signore con il carrello della spesa, ogni tanto dà una mano a pulire qualche giardino privato. Quando i commerci sono chiusi ciondola con altri come lui – sembrano fabbricati con lo stampino – e poi sale sul bus, dove ovviamente non fa il biglietto e non viene multato, tanto non potrebbe pagare. Stamane gli è passato accanto un ragazzo con tatuaggi tribali e un piercing nel naso, zainetto di marca sulle spalle, lo stesso smartphone, le medesime cuffie, abbigliamento e andatura fotocopia, la differenza è che le griffe di abiti e scarpe sono autentiche. Va a scuola “firmato”, è un po’ in ritardo ma non si affretta, i professori saranno abituati. Dalle movenze e dal suono attutito dalle cuffie, sta ascoltando un rap, probabilmente Young Signorino (Mhh, ma che buona/ questa dolce droga bu, bu / Mhh, ma che buona bu, bu) o Sfera Ebbasta, al secolo Gionata Boschetti, re del Trap, la cui popolarissima Tran Tran parla di uno cui non frega niente di nulla, mentre altrove celebra la sua ragazza interessata unicamente a soldi e droga.

Giusto il tempo di riavermi, e il quinto Stato, se preferite la Moltitudine desiderante di Negri e Hardt, la vecchia plebe di Hegel, ricompare nelle sembianze di un giovane uomo trafelato, malvestito, forse italiano, forse sudamericano, che, sceso da un ciclomotore da rottamare con una gran borsa a tracolla, si informa su un indirizzo. Consegna posta: se la sua condizione è simile a quella del figlio ultratrentenne di conoscenti, ha la partita IVA (un imprenditore!), lavora almeno nove ore al giorno nel traffico- i rischi sono tutti suoi, è un autonomo, magari rientra nelle statistiche delle start-up– racimolando al massimo tra i 700 e gli 800 euro al mese. Mangia cibo di strada da un cartoccio sporco, porcheria consegnata da un povero cristo come lui, un altro del Quinto Stato.

La mia meta è il negozio di un grande gestore telefonico che ha appena “mangiato” qualche decina di euro per servizi e applicazioni che non ho chiesto, ma solo incautamente digitato credendo di rifiutarle (un giochetto molto comune, sembra) mi metto in fila, ma il Quinto Stato è in agguato. Ha la fisionomia di un corpulento giovanotto sulla trentina accompagnato dalla moglie – più probabilmente la compagna – con bimbo al collo. Indossa una camicia trasandata mai stirata, con pantaloni corti jeans a vita così bassa che mostrano ampie porzioni di un imbarazzante lato B, gambe e braccia rivelano tatuaggi multicolori. Ha un linguaggio pressoché incomprensibile, grugnisce pochi vocaboli anglo dialettali inframmezzati dall’immancabile “cazzo”, manifestamente capisce poco di quanto gli dice il commesso, e si rivolge per soccorso verso la ragazza che scuote la testa, mostrando con una certa fierezza due ciliegie tatuate dietro un orecchio. Il Calibano del Quinto Stato conosce perfettamente tutti i piani tariffari dei gestori telefonici e possiede l’abbonamento a Netflix.

Rassegnato al nuovo che avanza, esco dal tempio dei telefoni cellulari e delle tariffe “all inclusive” per imbattermi in un ulteriore, insidioso esponente del Quinto Stato. Ha le sembianze civilizzate di un compito giovin signore in giacchetta, cravattino e valigetta 24 ore. Figlio di famiglia, spiega di essere socio di un’agenzia immobiliare, cerca appartamenti vuoti da vendere o affittare, dà del tu a tutti e fa capire che pagherà qualcosa per ogni segnalazione positiva ricevuta; nel frattempo cerca di vendere contratti per grossisti di energia elettrica. Un imbroglioncello laccato già pronto ad assumere il ruolo di impiegato d’ordine della globalizzazione.

In mezz’ora ho visto e toccato con mano un universo che vent’anni fa era inimmaginabile. Avanza al passo del gambero una nuova imponente classe sociale del tutto ignara di esserlo. Non possiede alcuna coscienza collettiva, né sembra interessata all’impegno: politico, sociale, civile, etico. Vive e tanto basta. E’, in mille forme diverse, il Precario Globale Desiderante. La nuova classe dei perdenti dominati ignari: il Quinto Stato.

Roberto Pecchioli

estratto da:  https://www.maurizioblondet.it/il-quinto-stato/

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2 thoughts on “Il quinto stato

  1. Stamattina passeggiando per le vie del centro incrocio due ragazzi di colore allampanati che fanno slalom con l’andatura dinoccolata dei giocatori di basket che si smarcano tra i passanti. Sono vestiti di tutto punto con abiti sportivi sgargianti e parlano ad alta voce tra di loro in un idioma cacofonico sconosciuto che presumo sia pidgin o qualcosa del genere.
    D’improvviso si arrestano di fronte a un gruppo di signore di una certa età agghindate come bomboniere e si sfilano con un movimento sciolto i cappelli da baseball ornati di vistosi ricami sopra la visiera, porgendoli verso le donne in un gesto eloquente e difficilmente fraintendibile. Sui volti di queste si ravvisa un ventaglio di espressioni che manifestano ogni possibile emozione umana esprimibile: il disprezzo nelle sopracciglia aggrottate e la bocca corrugata della signora piccolina dai capelli dorati in abito da sposa turchese, l’indifferenza della sua amica robusta in veste da vedova con i merletti neri che lasciano intravedere la pelle lucida e raggrinzita di un décolleté che un tempo doveva far girare la testa a molti uomini, la pietà della terza, dalle gote paffute incipriate e colorate con un buffetto rosa e i riccioli di rame. Di fianco a loro una donna che proviene dallo stesso continente che fu culla della civiltà, con il ventre pronunciatissimo di una gravidanza prossima alla scadenza, porge i palmi delle mani sbiancate a una coppia seduta a una panchina che mangia il gelato con la lentezza di chi sta assaporando l’ultimo pasto prima dell’esecuzione della pena capitale. Il mio sguardo si apre volgendo al contorno e realizzo di essere circondato di scene che riproducono situazioni simili e che suscitano differenti reazioni nei passanti.
    Negare che l’accoglientismo scriteriato abbia prodotto un effetto moltiplicativo di questo raccapriccio equivale a negare che gli italiani stiano sempre peggio. È questa evidenza che hanno “cavalcato” i partiti che hanno raccolto maggiori consensi: la realtà. I disoccupati, gli inoccupati e i sottoccupati sono sempre di più, le imprese in difficoltà aumentano, come le famiglie che rischiano di perdere la casa e i genitori che devono sostenere con le loro pensioni i figli ultra quarantenni.
    Questa è la verità, dietro l’insulsa entusiastica narrazione di quel governo di “figli di” senza qualità che sono riusciti a rendere antipatica all’Italia intera l’inflessione toscana. E la verità è anche che ci stiamo riempiendo di individui più o meno disperati che finiscono a mendicare per le strade nella migliore delle ipotesi o a delinquere nella peggiore e che questa sciagurata politica di accoglienza senza criterio in un paese che sta sperimentando una crisi senza fine e che non è in grado di badare neanche ai suoi cittadini sortirà l’effetto di far emergere una devianza sociale che l’Italia conobbe solo nei tempi peggiori della storia di questo paese: il razzismo.
    GianLuca Baldini

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