Carnevale perenne

A differenza che in 1984 di Orwell, il governo globale in Huxley non ha più bisogno della coercizione fisica per imporre il suo potere ai cittadini: tutta la vita, infatti, è ormai programmata scientificamente fin da prima della nascita, essendo la riproduzione disgiunta dall’atto sessuale ed effettuata, come diremmo oggi, in vitro, permettendo l’esistenza solo a individui sani i quali, sono stati “forgiati” in embrione per far parte di differenti “caste” e condizionati fin dalla più tenera età attraverso sofisticate tecniche di autentico lavaggio del cervello.

Gli abitanti del Mondo nuovo sono svuotati dal desiderio di ribellione in quanto prigionieri di una gabbia dorata le cui sbarre sono fatte proprio di piacere! Nel Mondo nuovo, infatti, le attività dilettevoli più elementari sono incessanti e la promiscuità sessuale è vista quasi come un dovere sociale a tutte le età: dai “giochi sessuali” dei preadolescenti al continuo scambio di partner fra adulti. Un rapporto affettivo stabile, infatti, dopo l’abolizione della famiglia – sul modello “comunitario” della Repubblica di Platone sarebbe visto addirittura come un elemento socialmente pericoloso per il sistema.

Nel suo Ritorno al mondo nuovo, scritto nel 1958, Huxley ritornerà su questo aspetto precisando: «Primo scopo dei governanti è impedire ad ogni costo che i soggetti diano fastidio. Per far questo essi, fra le altre cose, legalizzano una certa misura di libertà sessuale (possibile dopo l’abolizione della famiglia) che in pratica salvaguardi tutti i cittadini del mondo nuovo da ogni forma di tensione emotiva (o creativa)».

Lo scontro mondiale tra sistemi e culture diversi sotto i colpi della globalizzazione (delle merci e delle menti) avviene principalmente su un piano simbolico in quanto si tratta, secondo il filosofo francese Jean Baudrillard in L’agonia del potere, di «un annichilimento fisico e mentale, una carnevalizzazione universale che l’Occidente impone […] a tutte le singolarità che gli resistono».

La modernità ha assunto il carattere anche goliardico delle feste carnevalesche, in cui il riso, i giochi e la sovversione dei ruoli prevalgono per alcune ore o giorni come una “sospensione” delle regole tradizionali: domina l’elemento parodistico e addirittura sacrilego, il carattere licenzioso e il tema della sovversione temporanea, come ampiamente spiegato dall’esoterista francese René Guénon e prima ancora dall’antropologo James Frazer nel suo Il ramo d’oro. La materializzazione o l’uscita alla luce del sole delle “maschere”, rappresenta per Guénon «una parodia del “rovesciamento” che […] si produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico: parodia, diciamo, e contraffazione veramente “satanica”, perché qui il “rovesciamento” è un’esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all’opposto, delle possibilità inferiori dell’essere».

La postmodernità è andata oltre assorbendo gli antichi culti e rendendoli di fatto “quotidiani”. Questo genere di ribaltamento, o meglio di “annullamento della distanza” di cui parlava già Baudrillard, servirebbe quindi per canalizzare le pulsioni più basse del volgo ed evitare che esse esplodano in una qualche forma di disordine generalizzato. Se una volta queste pulsioni erano relegate a feste cicliche dai connotati carnevaleschi, oggi stanno progressivamente dando vita a una forma di “carnevale perpetuo” in cui diventa lecito tutto ciò che è licenzioso e dai connotati grotteschi e parossistici.

La modernità è diventata la parodia di tutto ciò che era “tradizione” con una sovversione dei ruoli che si sono imposti alla società come forma apparente e illusoria di libertà ed emancipazione.

di Enrica Perucchietti – in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59598

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Hayek

Che Hayek sia considerato il padre del neoliberalismo – uno stile di pensiero che riduce tutto all’economia – è un po’ assurdo dato che egli era un economista mediocre. Era solo un giovane e oscuro tecnocrate viennese quando era stato reclutato alla London School of Economics per competere con la stella nascente di John Maynard Keynes a Cambridge, o addirittura contrastarla.

 

Il piano fallì, e l’Hayek contrapposto a Keynes fu una disfatta. La Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, pubblicata nel 1936, fu accolta come un capolavoro. Dominava la discussione pubblica, specialmente tra i giovani economisti inglesi in formazione, per i quali Keynes, brillante, affascinante e ben inserito socialmente, rappresentava un modello ideale. Alla fine della seconda guerra mondiale, molti eminenti sostenitori del libero mercato si erano avvicinati al modo di pensare di Keynes, riconoscendo che il governo aveva un ruolo da svolgere nella gestione di un’economia moderna. L’eccitazione iniziale su Hayek si era dissipata. La sua peculiare idea che non fare niente avrebbe potuto curare una depressione economica era stata screditata in teoria e nella pratica. Successivamente ammise di aver sperato che il suo lavoro di critica a Keynes venisse semplicemente dimenticato.

 

Hayek fece una figura stupida: un professore alto, eretto e dall’accento pronunciato, in abito di tweed ben tagliato, che insisteva su un formale “Von Hayek”, ma crudelmente soprannominato dietro le spalle “Mr. Fluctooations”. Nel 1936 era un accademico senza pubblicazioni e senza un futuro scontato. Adesso viviamo nel mondo di Hayek, come abbiamo vissuto una volta in quello di Keynes. Lawrence Summers, il consigliere di Clinton ed ex rettore dell’Università di Harvard, ha affermato che la concezione di Hayek del sistema dei prezzi è “un’impresa penetrante e originale alla pari della microeconomia del XX secolo” e “la cosa più importante da imparare oggi in un corso di economia“. E comunque lo sottovaluta. Keynes non ha vissuto o previsto la guerra fredda, ma il suo pensiero è riuscito a penetrare in tutti gli aspetti del mondo della guerra fredda; così anche ogni aspetto del mondo post-1989 è imbevuto del pensiero di Hayek.

 

Hayek aveva una visione globale: un modo di strutturare tutta la realtà sul modello della concorrenza. Comincia assumendo che quasi tutte le attività umane (se non tutte) sono una forma di calcolo economico e possono così essere assimilate ai concetti fondamentali di ricchezza, valore, scambio, costo – e soprattutto prezzo. I prezzi sono un mezzo per allocare le risorse scarse in modo efficiente, secondo necessità e utilità, in base alla domanda e all’offerta. Perché il sistema dei prezzi funzioni in modo efficiente, i mercati devono essere liberi e concorrenziali. Da quando Smith aveva immaginato l’economia come una sfera autonoma, esisteva la possibilità che il mercato non fosse solo un pezzo della società, ma la società nel suo complesso. All’interno di tale società, gli uomini e le donne hanno bisogno solo di seguire il proprio interesse personale e competere per le risorse scarse. Attraverso la concorrenza “diventa possibile“, come ha scritto il sociologo Will Davies, “discernere chi e che cosa ha valore“.

 

Tutto ciò che una persona che conosce la storia vede come necessari baluardi contro la tirannia e lo sfruttamento – una classe media prospera e una sfera civile; istituzioni libere; suffragio universale; libertà di coscienza, dimensione collettiva, religione e stampa; il riconoscimento di fondo che l’individuo è portatore di dignità – non ha alcun posto nel pensiero di Hayek. Hayek ha incorporato nel neoliberalismo l’ipotesi che il mercato fornisca tutta la protezione necessaria contro l’unico reale pericolo politico: il totalitarismo. Per evitare questo, lo Stato deve solo mantenere libero il mercato.

http://vocidallestero.it/2017/10/19/neoliberalismo-lidea-che-ha-inghiottito-il-mondo/

Macondo

Relativamente simile si rivelò l’esperienza di Macondo[61], sorta per iniziativa di Mauro Rostagno, allora ex militante di Lotta Continua in seguito ucciso in un agguato mafioso in Sicilia nel settembre 1988. Situato in via Castefidardo 7, Macondo (nome esplicitamente tratto dal romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez) era sorto nell’ottobre 1977 come un locale che si proponeva di essere un «luogo di incontro, aggregazione, comunicazione del movimento», e dove per questo scopo si trovavano «un ristorante, un bar, negozi di artigianato, un cinema, una biblioteca e poi una scuola di danza, collettivi fotografici, grafici, audiovisivi»; era, per usare le stesse parole di Rostagno, «frequentato da tutti a Milano, dai giovani, dai freaks, dalla ex nuova sinistra, da molti intellettuali, da molti democratici»[62]; a Macondo infatti potevi incontrare:

gli intellettuali, i sottoproletari della cintura, i ragazzini scappati di casa a 15 anni, i radical-chic, i poveri e i ricchi, quelli delle classi alte e quelli delle classi basse e quelli che non avevano classe, c’erano donne e maschi, c’era gente che non sapeva se era maschio o femmina, gente che pensava di essere maschio essendo donna e viceversa, gente che non pensava nulla, i pazzi, gli emarginati, gli sfigati, i curiosi, chi veniva lì per parlare bene, chi per parlare male[63].

Vi si erano tenuti incontri con il filosofo André Glucksmann e lo psichiatra David Cooper, una mostra del disegnatore Moebius, un convegno di Magistratura democratica. Macondo fu anche casa editrice d’arte avendo prodotto una serie di cartelle litografiche fatte appositamente da artisti del calibro di Valerio Adami, Enrico Baj, Jean Michel Folon, Renato Guttuso, Giacomo Manzù, Luciano Minguzzi, Henry Moore e altri ancora. Va inoltre ricordato come Macondo non ebbe buoni rapporti con partiti e movimenti della sinistra milanese: il PCI, l’MLS (Movimento Lavoratori per il Socialismo), la stessa Autonomia operaia accusavano i frequentatori di Macondo di disimpegno politico[64]. In seguito ad intervento della polizia, in cerca di prove su una presunta attività di spaccio di droga nei suoi locali, Macondo venne chiuso il 22 febbraio 1978[65]. La causa scatenante l’operazione della polizia e la chiusura del locale fa data dalla distribuzione al Macondo del facsimile di un biglietto del tram con scritte che invitavano all’utilizzo dello stesso biglietto come filtro per spinelli; arrestati e rinviati a giudizio anche i protagonisti della breve esperienza di Macondo, così come quelli della sede di “Re Nudo”, furono poi prosciolti in sede processuale.

Nicola Del Corno

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

Allucinati

Prima della crisi economica e finanziaria abbiamo sperimentato la crisi di un modello di società, di un complesso valoriale, di usanze, reciprocità, fiducia, solidarietà, in una parola siamo caduti in una vera e propria crisi di identità sociale. Le cause sono molteplici e riconducibili certamente anche in larga misura all’effetto destrutturante della comunicazione di massa per come si è configurata negli anni ’70 negli USA e negli anni ’80 in Europa. Tale impostazione si è contraddistinta essenzialmente per la promozione di modelli socialmente disfunzionali perpetrata attraverso l’adozione di palinsesti mutuati dal modello televisivo americano e per l’alimentazione di isterie collettive e paura dell’altro attuate con strumenti di terrorismo psicologico da un’informazione improntata sull’alternanza disorientante tra intrattenimento leggero, sensazionalismi e morbosità pornografica dei fatti di sangue. Queste considerazioni non devono però assolverci dalle colpe individuali, perché se siamo arrivati a questo punto la responsabilità è da ricercare in primo luogo nella nostra incapacità di intraprendere un percorso personale di semina e coltivazione delle relazioni comunitarie, che non si limitano all’essenziale come le relazioni sociali. Il disimpegno sociale e politico e il disinteresse nell’occuparsi della cosa pubblica, conseguenze dirette delle trasformazioni sociali in atto in questi ultimi tre decenni, sono cause che concorrono a formare il quadro di disgregazione relazionale che anticipa la crisi economica, ma che oggi ne costituisce elemento essenziale di perpetuazione.
Per uscire dalla crisi economica dobbiamo uscire dalla crisi di identità sociale, dall’isolazionismo indotto da questo modello deteriore di non-esistenza e riappropriarci del senso di comunità, che è precondizione essenziale per prendere consapevolezza dei problemi, analizzarli, comprenderli e proporre soluzioni valide e attuabili attraverso la Politica, quella vera, quella fatta “dal Popolo, per il Popolo”.

Gianluca Baldini

Sociologia urbana

Incredibile. Gli abbiamo soppresso le frontiere, gli abbiamo soppresso la moneta, abbiamo distrutto la loro cultura…e ancora non se ne vanno? Possiamo  passare  alla fase seguente!

Infatti, la “metropoli mondializzata popolata di radical chic [bobos, bourgeois-bohémiens] progressisti,  che si crogiolano nel liberalismo economico, la società aperta, i comportamenti consumisti libertari”  fa vivere le minoranze etnicizzate delle banlieues nella luce dei suoi consumi  di lusso, del suo benessere, del suo superfluo, della sua “creatività senza pregiudizi” e senza tabù.

Le banlieues, dove si concentra il flusso migratorio internazionale, “permettono più facilmente l’ascesa sociale per il fatto della prossimità alle metropoli”. I nuovi immigrati vi si concentrano perché godono degli affitti “sociali” delle grandi metropoli, mentre “le classi popolari sono intrappolate lontano  dalle zone che creano  posti di lavoro”. Nelle cittadine sotto i 10 mila abitanti vivono il 56 per cento degli operai francesi di nascita, e solo il 14 % dei nuovi immigrati etnici.  Né possono   stabilirsi  vicini alle metropoli perché, per loro che non godono di “affitti sociali”,  gli affitti sono proibitivi.  Andare ogni giorno al lavoro a 20 chilometri costa 250 euro al mese, un quarto del salario minimo garantito.

Si arriva al punto che, “ mentre i bisogni di prestazioni ed affitti sociali non sono mai stati così forti, i francesi, specie i più modesti,  vogliono restringere il campo dello stato  provvidenza,  sospettato di aiutare prioritariamente gli immigrati. Lo Stato provvidenza viene criticato da quelli che ne avrebbero più bisogno”.

I francesi bianchi, o  quelli di antica immigrazione  dall’Europa, sono confinati in piccoli centri dove le industrie sono morte. E sono “invisibili” a quelli “di sopra”, ossia i radicalchic   delle metropoli globalizzate, i gaudenti del Sistema e i loro  gestori.

Tanto più che “il controllo  della  produzione  dell’immagine”  da parte dei metropolitani chic “permette di imporre la rappresentazione di una società placata, integrata,  anche agiata, rendendo invisibile la maggioranza delle classi popolari…Le classi superiori ne hanno persino dimenticato l’esistenza, di questa classe  popolare e maggioritaria” . Anche  perché “questa società dell’apertura al mondo” e cosmopolita “è in realtà un piccolo mondo chiuso”.

Ciò significa che “il mondo di sopra non si fa più carico delle aspirazioni del mondo in basso: è una rottura storica. Le ineguaglianze non fanno che aggravarsi”, ma “il mondo politico e intellettuale non è più in collegamento con le classi popolari”, benché potenzialmente maggioritarie.

E  poiché “la classe dominante ha fatto aderire al suo modello economico e territoriale l’insieme della classe mediatica e intellettuale – il mondo in basso non riconosce più alcuna legittimità ai mediatori politici, sindacali, o usciti dal mondo intellettuale”.

I due mondi sono separati come non  mai. E in questa frattura storica, “il mondo di sopra è sempre più in una posizione di dominio di classe, in rottura con quello in basso”. E’ la nuova borghesia che si  nasconde sotto la maschera della virtù moralistica: “accoglienza” degli immigrati (tanto  mica li ospitano nei loro attici), “apertura”, “larghezza di vedute” (non vi ricorda la Boldrini?)  contro quella Francia periferica che ha votato a Nord il FN perché disoccupata, e al Sud perché invasa dai musulmani minacciosi e non integrati, con cui condividono i falansteri  e litigano sui pianerottoli.

estratto da http://www.maurizioblondet.it/sistema-produce-suo-popolo/