Di Maio e la “lobby” dei malati di cancro

Gli stakeholder del cancro sarebbero il malato, i curanti, le ditte farmaceutiche e gli altri fornitori, i ricercatori etc. L’interesse del malato ai migliori trattamenti possibili non è più privilegiato, non è una costante garantita e intangibile, ma compete con altri interessi. Gli stakeholder forti, lobby autentiche e potenti che manovrano miliardi di dollari e ungono abbondantemente i vari decisori, possono aumentare il rendimento delle loro “quote” facendo prescrivere cure inutili o cure dannose che richiederanno altre cure, facendo sovradiagnosticare e cronicizzare, ottenendo dallo Stato l’abbassamento dei criteri di approvazione di nuovi farmaci etc. In pratica un grave un “furto di utilità” a danno del paziente. In USA gli stakeholder deboli, i malati, sono incoraggiati a organizzarsi in gruppi di interesse, con tutti i limiti che si possono immaginare data la loro condizione; e con il rischio concreto di strumentalizzazioni (v. sotto). Se occorre vengono considerati anch’essi lobby; a volte con una forzatura, altre con fondamento, perché quando si alleano all’industria (v. sotto) possono movimentare grosse somme e giocare ruoli rilevanti (8).

L’ideologia dei “portatori di interesse” considera, detto con una battuta, che la lepre che fugge dalla volpe e la volpe che vuole la lepre per cena siano entrambe stakeholders; e che volpi e lepri rappresentino quindi gruppi di interesse, cioè lobby, attorno a una stessa questione. Di Maio ha accomunato le volpi del lobbismo affaristico ai malati-lepre. Trascurando inoltre che la lobby dei petrolieri o dell’industria farmaceutica esistono eccome, mentre i malati non fanno saltare molti parlamentari dicendo “salta”. In Italia l’accostamento suona ancora strampalato al grande pubblico, ma è routine nella malsana politica sanitaria USA. Il possibile futuro PdC ha fatto marcia indietro perché il pubblico non ha gradito. Occorrerà del lavoro e del tempo per introdurre anche da noi il lobbismo di chi sta morendo di cancro.

Appare che il ruolo del M5S sia analogo a quello dei “di sinistra”, e dei radicali pannelliani, descritto da Jean-Claud Michea: promuovere elementi del liberismo sotto mentite spoglie progressiste. I 5 Stelle contendono ai DS e ai berlusconiani i favori dei poteri liberisti; praticando in forme nuove e eterodirette la tecnica collaudata di arringare gli elettori come dei Don Chisciotte, farsi eleggere e poi muoversi nel Palazzo come dei Sancho Panza.

Di Maio e la lobby dei malati di cancro. Il paziente come stakeholder

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Si sono mangiati la Fiat

Naturalmente l’esodo in Olanda, nell’immediato, avrà come effetto una diminuzione del Pil oltre che dei soldi incassati dall’erario, ma a guardare più lontano si tratta della spinta definitiva alla deindustrializzazione del Paese, alla sua progressiva marginalizzazione e trasformazione in Paese agro mafioso, colmo di obnubilati che studiano inutilmente comunicazione ed economia, come comanda la moda e hanno come sogno supremo quello di andare a fare i servi a Londra. Ecco la vera catastrofe.

Il simplicissimus

fiat(1)La Fiat è definitivamente olandese. Con il trasferimento anche della holding del gruppo, la Exor, nei Paesi Bassi, dove grazie alle regole assurde, contraddittorie, persino banditesche della Ue, supinamente sottoscritte dai nostri governi, si pagano meno tasse, si conclude definitivamente la storia del gruppo in Italia. Vanno in fumo le colossali cifre di denaro pubblico grazie alle quali gli Agnelli si sono immensamente arricchiti, hanno potuto costruire modelli spesso non in linea con la concorrenza, ad alto profitto aggiunto si potrebbe dire , hanno ottenuto dai governi che nessun altra azienda automobilistica si impiantasse nel nostro Paese dopo aver fagocitato le altre marche nazionali. Secondo i calcoli fatti in diversi libri e riassunti a suo tempo da Maria Rosa Calderoni, questa cifra si aggira in complesso sui 220 mila miliardi di lire, (110 miliardi di euro) senza tenere però conto delle aziende non automobilistiche del gruppo, ma dipendenti dal suo potere, che hanno fatto man bassa di…

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Generazione perduta

E non basta. Non solo facciamo sempre meno figli; quei pochi, sono disoccupati. La disoccupazione giovanile   in Italia tocca il 40%.  Gente che non lavora, non produce; gente che non paga  tasse né contributi,  anzi campa a  carico della famiglia, spesso della pensione del nonno;  una gioventù  invecchiata senza impegno, che  sta perdendo quelle poche competenze che ha imparato a scuola, che non ne acquista di nuove nel posto di lavoro che non ha, né troverà..

Si (stra)parla di “generazione perduta”,  e d è vero – ma senza che i  governi (e la burocrazia avida e parassitaria e incompetente) abbiano mosso un dito per risolvere un così disperato problema, un così angoscioso spreco di risorse umane, e il pericolo sociale, morale, di una generazione di senza futuro che non ha davanti se non il degrado e una piccola criminalità –   tipicamente lo spaccio.

http://www.maurizioblondet.it/parlamento-lo-sa-cosa-manca-ai-nostri-giovani/

A chi ve lo diceva, non avete creduto. Adesso i salari   per i giovani – i pochi giovani che hanno lavoro – tendono a scendere verso le paghe dei        minjob tedeschi: 480 euro  al mese. Oppure occupazione   coi voucher, un mese sì e due no. Perché di quei (pochi) vostri figli che lavorano, il 30% sono pure precari. Senza contare il 33 per cento delle donne che non   portano alcun reddito, “stanno a casa”

http://www.lulu.com/shop/andrea-malaguti/generazioni-in-perdita/ebook/product-14615845.html

La nuova fisica

Per le reazioni nucleari a bassa energia (LENR), chiamate in Italia DST (a deformazione spazio temporale), che potrebbero essere la fonte d’energia “ultrapulita ed a basso costo” del futuro, considerate sinora da molti con scetticismo, o addirittura con ironia, qualcosa di molto serio si sta muovendo.

Abbiamo accennato in precedenti servizi al vivo interesse mostrato dalla Commissione Forze Armate del Congresso degli Stati Uniti, che teme che queste nuove reazioni nucleari possano avere anche utilizzazioni militari, e vuol saperne di più in una audizione fissata per il prossimo mese di settembre. Abbiamo anche riferito del giudizio implicitamente allarmato della DIA (Defense Intelligence Agency) secondo cui se si arrivasse ad una applicazione industriale di questa nuova fonte d’energia, ciò avrebbe un effetto “dirompente” che potrebbe rivoluzionare tutto il settore energetico. (corsivo nostro) Aggiungeva ancora la DIA che vari Paesi, tra cui Russia, Cina, India ed Israele stanno destinando risorse significative a queste ricerche, e che Giappone ed Italia sono all’avanguardia. Un primato, per la verita’, quello italiano, che è confinato all’ambito scientifico, perché a livello invece  di applicazione industriale nulla ancora sembra muoversi, anche se cominciano a intravedersi segnali di attenzione da parte di grandi gruppi.

Qualcosa sembra muoversi anche a livello europeo. Un componente italiano della Commissione Energia del Parlamento Europeo ha presentato infatti una dichiarazione scritta su questo tema. Per ora essa è firmata da poche decine di parlamentari, ma se a firmare sara’ la maggioranza, la dichiarazione, pur non vincolante, dovra’ essere esaminata per una decisione dalla Commissione e dal Consiglio Europeo, cui è diretta.

Come tutte le proposte di legge, essa parte da alcune considerazioni: la forte dipendenza dell’Unione Europea da importazioni di fonti energetiche, gli studi sulle reazioni DST che possono favorire lo sviluppo di nuove tecnologie pulite per la produzione di energia, gli eventuali benefici ambientali, sociali ed economici che verrebbero dall’applicazione di queste tecnologie per lo smaltimento di sostanze radioattive, e giunge poi concretamente alla parte propositiva, e cioè:

La Commissione ed il Consiglio sono invitati a

1)      Istituire appositi programmi destinati a soggetti pubblici e/o privati che intendano partecipare allo studio ed alla realizzazione di sistemi di produzione di reazioni DST a fini ambientali (smaltimento di sostanze radioattive  e di sostanze nocive), medicali (produzione di neutroni ad uso terapeutico antitumorale), di produzione energetica, di produzione di sostanze industriali strategiche;

2)      Stabilire procedure comuni per l’utilizzo delle reazioni DST per agevolare la cooperazione energetica e rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione.

Un secondo evento di tutto rilievo è il Simposio Internazionale dedicato al fisico-matematico  Jean Pierre Vigier, che si terra’ dal 25 al 28 di questo mese a Portonovo, a pochi chilometri da Ancona. Un Simposio che ha l’ambizione di essere un evento storico nella storia della scienza. Infatti, come il Congresso del 1927 che si tenne a Bruxelles, sponsorizzato dalla Solvay, segnò la nascita della meccanica quantistica, così il Simposio di Portonovo  vuole segnare la nascita della nuova fisica. La relazione introduttiva verr svolta dal Premio Nobel Brian David Josephson, professore emerito dell’Universita’ di Cambridge e ga’ questo da un’idea del livello dell’incontro; presidente del Comitato promotore è il prof. Gianni Albertini, dell’Universit Politecnica delle Marche, che è uno degli scienziati italiani che svolge un ruolo di punta nelle ricerche su quelle nuove reazioni nucleari che gli americani, riconoscendone l’esistenza ma non la causa, chiamano “a bassa intensita’”, ma che alcuni fisici italiani,  avendo elaborato una precisa teoria in proposito, chiamano “a deformazione spazio-temporale”, in relazione alla causa che le produce.

Il Simposio di Portonovo dunque non solo potrebbe segnare la nascita della “nuova fisica”, ma anche – se qualche illuminato Gruppo industriale italiano mostrera’ interesse – la nascita nel Politecnico delle Marche, di una nuova e giovane scuola fisica che, sotto la guida del prof. Albertini, portera’ avanti gli studi su queste nuove reazioni nucleari e sulle loro applicazioni, con l’intento di aprire un capitolo tutto nuovo nella storia della fisica,  rinnovando in Italia il mito dei “ragazzi di via Panisperna”, che negli anni trenta del secolo scorso posero le basi della fisica nucleare.

Jean Pierre Vigier, cui s’intitola il Simposio Internazionale di Portonovo, era chiamato “l’eretico della fisica” ed ha rappresentato una presenza critica della scienza del secolo scorso e dei primi anni di quello attuale. Egli infatti amava seguire studi ed ipotesi alternative a quelle del “mainstream”, ma le sue ipotesi eretiche erano tutt’altro che peregrine, tant’è che Einstein lo voleva negli Stati Uniti, come suo assistente, e la cosa non ebbe seguito solo perché Vigier ebbe problemi nell’ottenere il visto d’ingresso.

La nascita di una strada tutta nuova ed alternativa nello studio delle reazioni nucleari non poteva avere dunque migliore riferimento.

Giorgio Vitangeli

http://www.lafinanzasulweb.it/2016/saranno-scienziati-italiani-ad-aprire-la-strada-per-una-nuova-fisica/

Memorandum Powell

Il potere finanziario anglo-americano legge i dati e davvero si spaventa: nel 1912, nel mondo occidentale, il 4% della popolazione possedeva il 90% della ricchezza collettiva. Nel 1948, quel 4% ne possedeva l’82%. Nel 1968, il 4% possedeva il 66% e nel 1974 il dato toccò la più bassa cifra nella storia d’occidente dal tempo dell’impero romano: il 4% possedeva “soltanto” il 59% della ricchezza collettiva. Questo stava a significare che la ricchezza cominciava a essere re-distribuita e se la tendenza fosse andata avanti così, uno studio ponderato dei conservatori statunitensi spiegava che nel 2000, in occidente, quel 4% avrebbe posseduto sì e no il 25% mentre il restante 75% sarebbe stato distribuito in una fascia sempre più ampia di popolazione. Un esperto di marketing culturale, Mr. Powers, il padre del neo-liberismo conservatore, scrisse un documento (il celeberrimo e famigerato memorandum Powell) nel quale si spiegava che era assolutamente necessario andare all’attacco delle accademie universitarie, degli intellettuali, dell’editoria, del cinema, del teatro, dei giornali e prendere il potere in quei settori per poter poi riportare le cose al punto in cui dovevano essere. Ad ogni modo, l’obiettivo è stato centrato nel Gennaio del 2015: il 4% della popolazione occidentale possiede di nuovo il 90% della ricchezza collettiva come nel 1912. Quella che Powell definì “la insopprimibile e necessaria rivoluzione culturale” aveva bisogno di una adeguata struttura politica e sociale che doveva avere il coraggio e la forza di dare inizio all’abbattimento dello stato welfare. “C’è troppa gente che studia in occidente, c’è troppa gente inutile che oggi sa cose che non dovrebbe sapere. Noi abbiamo il dovere storico di interrompere questo meccanismo e capovolgerlo prima che sia troppo tardi”. Penso che in Usa fosse impossibile farlo: i liberals radicali avevano il controllo della nazione. Il gruppo dei 250 grandi finanzieri che gestivano Powell scelsero la Gran Bretagna come esperimento pilota. Si incontrarono una decina di volte con i più retrivi conservatori britannici e presero la decisione comune. La finanza anglo-americana lavorò in quel senso finchè non trovò Margareth Thatcher come loro rappresentante e la imposero alla regina Elisabetta II. Penso davvero che gliela imposero. “O lei o la totale recessione economica” le spiegarono i circoli aristocratici dell’epoca. Nel febbraio del 1979 lei accetta per niente convinta e dopo quaranta giorni la Thatcher diventa premier con l’obiettivo di spianare la strada agli Usa che nel frattempo costruivano il loro grande pupazzo vincente: Ronald Reagan. Entrambi avrebbero dovuto lanciare il piano mondiale per l’affermazione del neo-liberismo selvaggio, come dire: la lotta di classe al rovescio. Erano i ricchi che scendevano in campo per andare a togliere ai poveri il poco che si erano conquistati. Per diversi anni fu la Gran Bretagna a dettare gli ordini politici e le direttive della classe dirigente, mentre gli Usa si prendevano il controllo della cultura pop sostituendo la Gran Bretagna e invertendo i ruoli. Dopo qualche anno, quando ormai la strada era stata tracciata, il potere decisionale da parte delle strutture finanziarie planetaria ritornò a Wall Street. A quel punto, ormai, il gioco era fatto. E dal 1985 a oggi, per 30 logoranti anni, la più feroce e cinica oligarchia mai esistita negli ultimi 300 anni ha dettato la legge al mondo.

Oggi, 2016 il teatro è completamente diverso. Direi opposto. Proprio al contrario.

Leggi tutto su: http://www.libero-pensiero.net/god-save-the-queen/

 

Il barcone rende liberi

Di Enrico Galoppini

Precisiamo, a scanso di equivoci e prima di essere “linciato” dai soliti vigilanti del moralmente corretto, che non si deve derubare, aggredire e tantomeno ammazzare nessuno per futili motivi eccetera eccetera.

Ma a me pare un tantino eccessivo che dopo l’uccisione di un immigrato africano a Fermo un’organizzazione dedita alla “accoglienza” si costituisca come parte civile, mentre tutte le volte (e sono tante) che un italiano è stato ammazzato da un immigrato non c’è mai stato lo straccio di un Comune, o altra “istituzione”, che ha compiuto il medesimo passo.

Si pensi alle aggressioni con furti in casa, nelle quali è stato testimoniato dagli aggrediti che gli aggressori urlavano, mentre li seviziavano, “italiani di merda”. Ma anche a tutte quelle volte che, senza il condimento di tali ‘apprezzamenti’, nostri connazionali sono stati picchiati e derubati, persino dai cosiddetti “profughi” in libera uscita dagli appositi “centri”.

Come mai per tutte queste terribili situazioni vissute sulla loro pelle da parecchi nostri connazionali non esiste alcuna “aggravante”? I furti in casa gli italiani se li meritano? L’immigrato che delinque ai danni di un italiano mette in opera la versione aggiornata di Robin Hood? Qualcuno, nel “palazzo” e nell’opinione pubblica benpensante, ha individuato nei “migranti” gli ultimi epigoni della mitica “giustizia proletaria”?

Queste cosiddette “leggi antirazzismo” valgono solo in un senso?

E che dire del Governo che manda il Ministro dell’Interno a Fermo per presiedere altisonanti “comitati”? Forse s’è mosso qualcuno da Roma quando, per fare un esempio, a Terni un ragazzo del posto, tranquillo coi suoi amici a sorseggiare un aperitivo, venne sgozzato con una bottiglia rotta da un immigrato ubriaco? Lo hanno “ricordato” alla Camera?

Forse la chiamano “Camera” perché lì dormono!

La questione è che Lorsignori e i “Badroni” che li pagano hanno paura che la gente finalmente esploda smettendola di credere a forme di “opposizione” a questo sistema educate ed “oneste” (guarda caso, i commenti sulla pagina dell’Ansa sono disabilitati). Così intervengono coi consueti strumenti repressivi e propagandistici, sottoponendo l’assassino a “fermo per omicidio preterintenzionale aggravato da finalità razzista” (la dinamica dei fatti è ancora da chiarire) enfatizzandone oltremodo la caratterizzazione “politica”, come se solo gli “estremisti di destra” avessero le tasche piene di una certa situazione. Il che non è vero.

Ma nessuno è esente da un controllo e da una repressione capillare quando c’è il rischio che la situazione sfugga di mano. I cinesi sono stati subito indagati appena si sono organizzati le ronde per proteggere le loro attività industriali. Li hanno subito stangati per non permettere l’emulazione agli italiani.

Che ovviamente, in quel frangente, divisi artatamente (perché ormai “programmati”) tra chi godeva nel vedere i cinesi manganellati e chi, per partito preso, stava dalla parte del “povero immigrato”, non hanno ancora ben compreso che in Italia non c’è nessun governo che fa il loro interesse e li protegge. Anzi, il governo gli rema sistematicamente contro, e sta lì a controllare che non alzino la testa.

Sono anni che un altro partito cosiddetto “di protesta”, parolaio e fanfarone, promette le ronde, ma non si sono mai viste perché ovviamente non sa farle, né può farle, mentre i cinesi, che ancora non si sono del tutto rimbecilliti, si sono organizzati per difendere le loro proprietà. Gente sana e con le idee chiare.

L’obiezione “da sinistra” è che queste cose non si fanno, ché altrimenti è “il Far West”, mentre “da destra” intortano gli italiani più sensibili al problema della sicurezza con la ricetta magica (ed irrealizzabile in questo contesto) dell’aumento delle risorse per le forze dell’ordine e del maggior controllo del territorio da parte loro.

Come se poi fosse sensatamente possibile, persino se le suddette forze disponessero del massimo degli effettivi e dell’equipaggiamento, presidiare ogni singolo casale disseminato in una terra, l’Italia, che notoriamente ha un insediamento particolarmente capillare e diffuso.

Il problema sta a monte, ed è l’aver fatto entrare alla chetichella o alla luce del sole un numero incalcolabile di persone che potevano tranquillamente vivere a casa loro. Perché fosse anche solo per un calcolo percentuale, è logico che tra queste vi sarà sempre chi va fuori controllo ed è pronto a fare qualsiasi cosa per campare, oltre a quelli che vengono qua direttamente per farci del male.

Poi, ovviamente, ci sono tra gli immigrati anche tante brave persone, come sarà stato l’africano ammazzato a Fermo, che a prescindere da considerazioni sull’opportunità o meno di una sua sistemazione in una nazione che non accenna ad uscire dalla “crisi” viene strumentalizzato oltre ogni decenza da questa classe dirigente per additare i “razzisti” di turno (che lo saranno anche, per carità), ed insinuando automaticamente che chiunque critica l’immigrazione anche con argomenti convincenti, e non tanto per blaterare e prender qualche voto, sia ipso facto “razzista” anche lui.

Il vero scopo di tutte queste lacrime di coccodrillo istituzionali è infatti impedire una pacata ma aperta discussione sull’immigrazione, per capire se ce la possiamo permettere e, soprattutto, se la gran parte degli italiani vuole tutto questo.

La risposta è chiaramente scontata: gli italiani non vogliono tutto questo. Ma attenzione, non vogliono nemmeno ammazzare ‘per sport’ gli immigrati, né sono tremendamente “razzisti” come vorrebbero insinuare certi soloni che pensano al posto di altri.

Eppure si ritrovano ogni giorno sul banco degli imputati, con scene all’ora di pranzo e cena di naufragi che non hanno certo provocato loro, e persino di ripescaggi di “barconi” effettuati in gran pompa (e gran dispendio di denaro) solo per sbattergli sul muso la loro pretesa “insensibilità” e “indifferenza”.

Tutto questo è inaccettabile. Non è accettabile sentirsi fare la ramanzina “antirazzista” da chi continua a devastare mezzo mondo per il tornaconto di una cricca di potenti. Come la Libia, che era un paese florido ed ora è un campo di battaglia. Queste “cariche” dello Stato con la lacrima incorporata devono piantarla di piagnucolare solo quando glielo prescrive la sceneggiata ben pagata che devono recitare.

Gli italiani vorrebbero solo, chi più chi meno, e con maggiore o minore consapevolezza, essere padroni a casa propria, esattamente come un proprietario di casa è libero o meno di aprire la porta o no a chi gli si presenta all’uscio. Molti, purtroppo, l’hanno dimenticato, o – mi si perdoni l’ineleganza stilistica – se lo sono fatti dimenticare, sviati e turlupinati come sono dalla mattina alla sera.

Anche il nigeriano ammazzato a Fermo, con ogni probabilità, se non fosse stato indotto da condizioni particolarmente gravi nella sua terra se ne sarebbe stato volentieri in Nigeria. Allora si dovrebbe chiedere ai suddetti ‘piagnucoloni’ se non sarebbe forse più produttivo, anziché permettere tutta questa sofferenza (che comprende la traversata del deserto e le torture degli “scafisti”), fare strage in quattro e quattr’otto di qualche esaltato religioso armato di pick-upcon la mitraglietta, così la si finirebbe subito col terribile spauracchio di turno (Boko Haram) che, a sentire i grandi esperti, provocherebbe le migrazioni di gente terrorizzata dalla Nigeria. Che cosa ce le abbiamo a fare, sennò, tutte queste devastanti armi all’avanguardia? Già, per destabilizzare chi non ci ha fatto nulla, come l’Iraq, la Libia o la Siria!

Ma figuriamoci se qualche cervellone degli eserciti occidentali capisce che con un martellamento di una settimana al massimo questo “problemino” è bell’e che risolto. In un mese o due ti fanno crollare governi (Iraq, Libia) e non si può dare una spazzolata a Boko Haram?* Ma cosa potrebbero raccontarci al tg dell’ora di pranzo della domenica insieme al discorso del Papa? Le “stragi di cristiani” (dell’immigrato ucciso è stata insistentemente sottolineata la religione) sono perfette per alimentare questo clima insopportabile, dove uno odia quell’altro, quell’altro odia quell’altro ancora e tutti si odiano allegramente, solo perché sono stati messi uno contro l’altro con vari sistemi, tra i quali rientrano anche queste “migrazioni”, che fino a che c’era l’Urss non s’erano mai viste in queste proporzioni, e dunque significherà qualcosa anche questo.

Con gli anni Novanta, infatti, mentre hanno cominciato a prescriverci di essere “multietnici”, hanno preso a redarguirci perché siamo “razzisti”: rafforzamento della Legge Scelba e “aggravante” per ogni atto determinato da una non ben definita dichiarazione di “superiorità etnica, religiosa e culturale”. Gli anni Novanta segnano effettivamente, per questo come per altri aspetti, una svolta epocale.

Per risolvere anche il falso problema del “razzismo” degli italiani (di prepotenti e violenti ne esistono di tutte le risme e con pretesti i più variegati) bisognerebbe perciò ritornare almeno agli anni Ottanta, quando lo straniero suscitava automaticamente curiosità. Perché si tratta anche di una questione di numeri: un conto è Hassan che vende le coperte al mare (la citazione è autentica), un altro una teoria interminabile di “vu’ cumprà” di ogni etnia che non ti lascia in pace un minuto.

Un conto è l’ingegnere o il medico venuto dall’Africa o dal Medio Oriente che si “integra” e convive con la popolazione locale, disposta ad accoglierlo sotto ogni aspetto, persino quello “culturale” che è quello che oggidì infiamma più gli animi. Un altro è una massa di manodopera disposta a fare qualsiasi cosa a qualsiasi condizione, mentre tutto il cosiddetto “sindacato”, ormai arcobalenizzato e regenizzato, tace profondamente.

Un conto è il “matto”, lo “scemo del villaggio”, che tutti conoscono e di cui si sopportano bonariamente le stravaganze. Un altro un numero incalcolabile d’individui fuori controllo che da un momento all’altro possono farti del male.

Tutto questo non è “razzismo”, perché a parti invertite anche gli arabi, gli africani ed i latino-americani reagirebbero allo stesso modo. Con fastidio e una rabbia montante specialmente quando ti rendi conto che in pratica va in scena sì “il razzismo”, ma al contrario, contro gli autoctoni.

Questa favola degli “italiani razzisti” la può credere solo chi non ha mai messo fuori il naso dall’Italia e si sciroppa tutta la serie di “edificanti” concezioni alla moda che una certa “cultura progressista” gli ha inculcato fin dall’asilo.

Gli italiani non sono “razzisti” (ed anche se lo fossero sarebbe un loro diritto, ché altrove – negli Stati Uniti – è concesso questo ed altro…). Sono solo esasperati e comprensibilmente preoccupati per una situazione che non accenna a modificarsi e che subiscono passivamente, tra le difficoltà della “crisi” e il ricatto della “moralina” che qualcuno, inscalfibile da ogni problema e giudizio morale, ha pensato bene d’imporgli per controllarli e costringerli al proprio tornaconto.

Fonte: Il Discrimine

http://www.ildiscrimine.com/gli-italiani-sono-razzisti-no-sono-solo-raggirati-e-stufi/

*Nota: Il nome “Boko Haram”(che è una organizzazione, non una persona) deriva dalla parola hausa boko, che è liberamente traducibile come “educazione occidentale”, e dalla parola araba harām, che indica un divieto legale, metaforicamente il “peccato”.[3][4][5][6] Il nome significa quindi “l’educazione occidentale è sacrilega”[7] o “vietata” o “peccato”[8]. Il nome è dovuto alla dura opposizione all’Occidente, inteso come corruttore dell’Islam.[9]

https://it.wikipedia.org/wiki/Boko_Haram

Viaggio in Grecia

di ALESSANDRO BADII (FSI Toscana)

La prima volta che sono andato all’estero sono andato in Grecia. Lo so che per voi la Grecia non è più estero ma il cortile di casa, ma per noi, nel 1981 era veramente un paese straniero. Nel 1981 non c’erano Erasmus e altre cazzate simili. Se viaggiavi è perché avevi voglia di viaggiare, non per scoparti una straniera. Ho lavorato come muratore due mesi per avere i soldi del viaggio. Muratore registrato all’ufficio di collocamento e con i contributi. Dopo due mesi di lavoro avevo speso un sacco ma mi restavano ancora tanti soldi per andare in Grecia. Eh sai, prima della globalizzazione eravamo un paese in cui se lavoravi avevi i soldi.

Siamo partiti in cinque su una Renault Cinque… non la R4 mitica ma comunque una macchina decente. Per andare in Grecia abbiamo preso la direzione di Rimini. Lo so che non ha logica adesso, ma allora era importante salutare i posti dove eravamo stati un mese in vacanza l’anno prima. Quindi da Rimini abbiamo sceso il litorale adriatico, le Marche, gli Abruzzi, il Molise, la Puglia fino a Brindisi. A Manfredonia una notte mi sono perso un dente davanti, ma questa è una storia che non voglio raccontare. A Brindisi traghetto e dormire sul ponte col sacco a pelo, quelli invernali perché allora di sacchi a pelo ne avevi uno e doveva servirti per sempre. Naturalmente dormivamo sopra il sacco a pelo.

Arrivati in Grecia, dovevi passare il confine e la dogana. Già potevamo usare la carta d’identità per l’espatrio ma la tensione, come sempre alle dogane, era alta. Un soldato in uniforme decideva se dovevamo smontare la macchina oppure no. Siamo stati fortunati. Allora cinque ragazzini in giro non volevano per forza dire droga e quindi ci hanno lasciato andare. Naturalmente non avevamo calcolato niente, nè dove dormire, nè dove andare… quindi la prima cosa che abbiamo fatto è entrare in un ristorante greco, dove il titolare ci ha battezzati : ‘una faccia, una razza’… e ci ha portati in cucina a scegliere cosa mangiare. Gli Italiani se ne intendono!

Abbiamo deciso di andare ad Atene e infatti abbiamo preso una strada col mare sulla destra fino a quando, con un lampo di genio, ho realizzato che se il mare era a destra stavamo andando nella direzione opposta ad Atene. Senza Google Maps andavi ad intuito. Arrivati a Corinto ci siamo permessi un bagno nel mare. La spiaggia deserta, pochi turisti. Ci hanno scambiato per americani perché uno di noi aveva quelle camicie finto-americane-militari che andavano allora. Ma quando hanno capito che eravamo italiani tutto ha funzionato meglio. Gli italiani non si possono odiare.

Mancava la musica in auto e abbiamo comprato, in Grecia, una cassetta (sai quelle scatoline con un nastro che andavano da un lato all’altro…) di Battiato. In effetti l’album migliore di Battiato, con Summer on a solitary beach, Cuccuruccù. Bandiera bianca, gli Uccelli e altre, tutte bellissime. Sembrava un sogno surreale viaggiare in quelle finte autostrade, dove c’erano le fermate degli autobus, e quella gente così vera e genuina. Esattamente dei greci, che non facevano il verso a nessun europeo. I dolci a Corinto erano pieni di miele e per me abbastanza esagerati, anche perché allora pesavo 70 chili o forse meno.

Attraversare il canale di Corinto è stata un’emozione. Il nostro pilota, Mauro, aveva comprato da poco una macchina fotografica seria e quindi cinque foto le ha spese su quella lingua di mare (allora fare le foto costava…). Siamo arrivati ad Atene nel tardo pomeriggio del giorno dopo… gli operai stavano per cominciare a lavorare perché lì le strade le rifacevi di notte e non c’erano direttive europee che obbligavano a lavorare di giorno. Cioè i greci facevano come cazzo gli pareva. Naturalmente arrivati ad Atene ci siamo persi… inevitabile se non hai previsto precisamente il percorso con una app del cellulare e con le prenotazioni on-line.

Ma alla fine abbiamo trovato…
Abbiamo trovato la festa del vino e il campeggio annesso e ci siamo imbucati lì… non abbiamo montato le tende perché l’urgenza era pagare il biglietto, prendere un bicchiere e viaggiare per questa festa del vino che era enorme, con tante botti (soprattutto vino di… non mi ricordo, ma il nome era Mavrodaphne …) La mattina dopo, verso l’alba ci siamo ritrovati con tre napoletani e tre milanesi che litigavano sul razzismo imperante in quegli anni, quello fra nord e sud Italia. Noi eravamo solo ubriachi e soddisfatti, visto che eravamo toscani. Abbiamo assistito ad un prelievo della polizia di una macchina targata Lecce che forse era nel mezzo.

Mi sono reso conto che gli Italiani, anche allora, viaggiavano e ce n’erano tanti e nulla era codificato e definito come adesso, ma anche questo è un altro discorso. Dopo quattro giorni abbiamo deciso che volevamo volare. Andare a Creta in aereo. Andiamo in un’agenzia di viaggio e cerchiamo, col nostro inglese perfetto da sedicenni italiani, di prenotare un aereo. Scoprendo, quando andavamo via, che l’operatore parlava anche italiano, ma noi davamo per scontato che non lo parlasse. Comunque il giorno dopo siamo andati in aeroporto. Io, guardando i biglietti ho pensato che non fossero biglietti di aereo… (c’era una nave enorme). Per questo mando due miei amici a chiedere alle informazioni (sarò stronzo…) e questi tornano disperati. Era un biglietto di traghetto e non di aereo!

E allora corsa a perdifiato con la nostra mitica Renault Cinque verso il Pireo! Non preoccupatevi che due anni dopo l’aereo lo abbiamo preso… da Barcellona a Palma… quindi il nostro battesimo di volo lo abbiamo fatto. Prendere il traghetto voleva dire ancora dormire sul ponte per dodici ore, cercare le canne, che allora neanche sapevano cos’era e sperare di conoscere una ragazza interessante… ma la terza speranza non si è avverata…

Arrivati ad Heraklion abbiamo noleggiato un’auto. Eravamo poveri, ma con travellers cheque cambiati in Grecia ci avevano dato una paccata di Dracme che neanche sapevamo quant’erano. E siamo arrivati a Malia, campeggio sul mare pieno di hippies (si scrive così?) mezze nude e nudi e americani stronzi che se le trombavano perché loro avevano i soldi ed erano belli e forzuti! Ma non possiamo lamentarci, dopo non aver montato le tende ancora (troppo caldo), ci siamo scatenati nella discoteca rock di Malia, e tra ammericani tronfi, giapponesi spersi, olandesi canterini ma senza speranza, anche noi abbiamo avuto un angolo di paradiso. L’olandese canterino era uno che, arrivato da Amsterdam con l’autostop, voleva scoparsi una cantando Light my fire ma poi questa ha preferito un mio amico che forse era più simpatico.

Insomma, a parte le esigenze ormonali dei sedicenni, poi abbiamo deciso di cercare di mangiare un po’ di pesce, ma cavolo, siamo arrivati fino alla fine di Creta e quello che abbiamo trovato erano solo triglie! Tornati da quest’isola (certo dopo aver visto il labirinto di Knosso) abbiamo deciso di andare verso il Monte Olimpo: andare in Grecia per noi era come rivivere i nostri miti adolescenziali. Arrivati sotto il Monte Olimpo, è stato interessante vedere la disponibilità degli indigeni al fatto che noi eravamo italiani (una faccia, una razza). Per cui il viaggio è stato piacevole.

Due ore di cammino per arrivare in cima al monte, ma vi si sembra gente che rinuncia? Siamo partiti, con zaini, padelle e imbottiti di pastiglie per dimagrire di quel periodo (uno dei nostri le prendeva per dimagrire, appunto). Non so perché ma con queste cure dimagranti ti sentivi talmente leggero che siamo arrivati in un soffio in cima al Monte Olimpo, dove c’era la neve ma nessun Dio, né Giove, né Giunone, né Marte, né Venere. Dispiaciuti soprattutto per Venere, abbiamo passato la notte con tre crucchi russatori in un rifugio.

La mattina dopo, altra pastiglia per dimagrire, e corsa per venire via dal Monte Olimpo: meglio abbandonare i miti verso la razionalità. La razionalità era Salonicco, città quasi ordinata, con questa torre rotante che stagliava sulla città. Ci siamo imbarcati in questa torre e siamo riusciti a conquistare un tavolo dove abbiamo ordinato Lowembrau e Chicken Broth, già! Nessuno di noi sapeva cosa voleva dire broth ma la voglia di qualcosa di sostanzioso era talmente tanta che alla vista della parola Pollo tutto si è annebbiato. Naturalmente mezzora dopo eravamo in strada a mangiare souvlaki e vino greco. Poi posso parlarvi delle Meteore e di Delfi: altre storie di viaggiatori inconsapevoli.

Poi il ritorno in Italia e nella nostra bella Toscana… Volevo solo raccontarvi che viaggiare è un moto dell’anima e non c’è bisogno che il potere ci dica come farlo (come in Erasmus). Io preferisco questi ricordi che una trombatina in un alberghetto della periferia di una città europea dove fai finta di essere libero e invece sei il peggior schiavo.
Kalispera.

http://www.appelloalpopolo.it/?p=16131

Unesco boccia Firenze, da patrimonio dell’umanità a mangiatoia del renzismo

Certamente fare largo a una nuova cittadinanza più abbiente, più desiderabile, più elegante impone di espellere quella vecchia, immeritevole di vivere a sbafo in un posto così straordinario. Il processo avviene in due modi, attuare una sistematica politica degli sfratti, cruenta e esplicita, per trasformare il tessuto abitativo del centro in una cittadella di alloggi turistici, B&B, residence. E rendere la vita impossibile agli sgraditi abitanti, ai tediosi indigeni, ai superflui residenti da chissà quante generazioni, che avevano preferito non andare a Rignano, tagliando i servizi amministrativi, scolastici, assistenziali, limitando la mobilità pubblica, alzando i prezzi degli alloggi e degli approvvigionamenti, riducendo ancora di più le spese di ordinaria manutenzione, in modo che i crolli del Lungarno diventino un’emergenza permanente da sfruttare per convertire l’eccezionalità in profitto, speculazione, corruzione.

Il simplicissimus

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È sicuro, all’Italia piacciono i record. Se prima ogni lardo di Colonnata, ogni pistacchio di Bronte, ogni palazzo municipale, ogni monumento rupestre in Val Camonica, ogni trullo, ogni orto botanico, poteva a ragione aspirare ad essere annoverato nell’elenco dei patrimoni irrinunciabili dell’umanità, se potevamo rivendicare di detenere il primato con più siti inclusi nella lista dell’Unesco, adesso potremo passare alla storia per un’altra eccellenza, nera, stavolta, tanto vergognosa che grida vendetta al cospetto del passato, del presente, del domani.

Proprio come per gli ispettori della Michelin che si presentano in incognito per levare via una forchetta a chef improvvidi che sbagliano la cottura delle cape sante e fanno impazzire la sauce bernaise, si attende la visita sotto copertura degli inviati dell’Unesco a Firenze, per indagare se la città meriti ancora il doppio riconoscimento che la colloca nel prestigioso inventario: il suo centro storico e  le Ville e i…

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Siate diversi!

Noi esseri umani siamo animali di branco e, per gran parte della nostra storia, in branco siamo vissuti, che si chiamasse tribù, comunità, villaggio, famiglia allargata. Le divisioni sociali, le guerre, i conflitti, la competizione hanno minacciato, deteriorato e spesso distrutto completamente tribù e comunità ma, fino alla società industriale, resistevano i villaggi e la famiglia allargata e anche una buona parte di comunità rurali. La società industriale ha intaccato pesantemente le comunità rurali rimaste, ha ristretto le famiglie; la società global-consumistica le ha annullate: distruggendo con esse ciò che rimaneva di comunicazione, trasmissione dei saperi, collaborazione, sistemi di valori condivisi.

L’essere umano della cosiddetta società post industriale vive nella confusione mentale, morale e spirituale alimentata ogni giorno dai potenti mezzi di persuasione di massa in mano al potere economico. Dalla televisione a internet (ormai, con i cellulari, incorporato come una protuberanza elettronica della mano) con le sue cosiddette “reti sociali”, tutto contribuisce a privare l’essere umano della capacità di osservazione, riflessione, deduzione; ad alienarlo dalla realtà, dalla comunicazione spontanea e sincera, reale, diretta con gli altri esseri umani; ad alienarlo dal proprio stesso spirito, inducendolo ad imitare atteggiamenti, espressioni, linguaggio dei “personaggi” falsi e costruiti che vede in televisione. Atrofizza la sua anima, inducendolo a una continua competizione e ricerca di ciò che gli viene indicato come il “successo” e, in tale frenetica ricerca di esso in tutti i campi, si esaurisce l’immaginazione, la fantasia, l’osservazione, la capacità di meditazione (non quella che si compra ma quella che un tempo era appannaggio di tutti).

Nella società capitalistica globale le masse umane, composte non più di comunità partecipi e solidali, in cui ci si conosce, ci si apprezza o compatisce, si scambia e si collabora materialmente e spiritualmente (il branco), diventano mandrie. Con dei pastori inflessibili e occhiuti, onnipresenti e attenti, ma che essi non vedono.

Non li vediamo, i nostri padroni. I padroni delle grandi imprese multinazionali, i padroni degli organi di stampa e dei governi, delle televisioni e di internet, noi non li vediamo. Al massimo vediamo i loro cani da pastore, coloro che ne svolgono le veci e che ci guidano, ci spingono, ci persuadono: governi e media.

Ma loro ci vedono e dirigono il nostro cammino e, come tutti i componenti di una mandria, noi andiamo dove tutti vanno.

Perché si comporta così la mandria?

Gli animali di gregge, mandria ecc. si comportano così perché sono prede ed erbivori: hanno bisogno di grandi spazi aperti ma anche di protezione. Hanno scelto questa strategia: essere in tanti, rimanere sempre tutti assieme, muoversi tutti nella stessa direzione. Ognuno di loro sa che la sopravvivenza dipende dal confondere il predatore con il grande numero in movimento e, soprattutto, dal non farsi notare dal predatore: dal non apparire diverso, dal non fare nulla di diverso da tutti gli altri.

Il fatto è che l’essere umano della società globale di dominio e competizione è talmente solo, spaventato, aggressivo o aggredito, insicuro, da essere indotto ad agire come un animale di mandria. Dato che si sente costantemente sotto l’occhio del predatore, e di un predatore impossibile da distinguere e localizzare, perché ognuno dei suoi simili potrebbe essere il nemico. Homo hominis lupus è una frase inventata da un altro impero globale, quello romano. Dunque la massima paura dell’individuo di quest’ultimo impero globale, più o meno conscia, è quella di apparire diverso.

Sonia Savioli, estratto da http://www.ilcambiamento.it/editoriale/siate_diversi.html

Privatizzazioni

Il 12 Dicembre 1977 il Consiglio delle Comunità europee emanava la direttiva n. 77/780, che stabiliva una sorta di liberalizzazione dell’attività bancaria, al fine di favorire condizioni di concorrenza delle banche nel territorio comunitario. I politici italiani attuarono questa direttiva attraverso successivi provvedimenti legislativi, l’ultimo dei quali fu il Decreto del Presidente della Repubblica 350 del 27 Giugno 1985, che così stabiliva: “L’attività di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d’impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano. L’autorizzazione all’esercizio di tale attività è rilasciata dalla Banca d’Italia.”

Fino a quel momento l’attività bancaria era stata regolamentata dalle riforme del 1936 e dalla legge 141 del 1938 che così stabiliva:“La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l’esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme della presente legge. Tali funzioni sono esercitate da istituti di credito di diritto pubblico, da banche di interesse nazionale; da casse di risparmio e da istituti, banche, enti ed imprese private a tale fine autorizzati. Tutte le aziende che raccolgono il risparmio tra il pubblico ed esercitano il credito, sia di diritto pubblico che di diritto privato, sono sottoposte al controllo di un organo dello stato che viene a tal fine costituito e che è denominato “Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito”.

Questo quadro normativo prescriveva che il banchiere (anche privato), quando raccoglieva risparmio ed erogava credito, era un incaricato di pubblico servizio. Nell’ambito dell’attività bancaria, di per sé pubblica, i comportamenti illegali erano puniti come malversazione o corruzione, o concussione o abuso d’ufficio. Insomma, chi erogava credito fuori dalle condizioni previste dalla legge o dai regolamenti interni, o commetteva abusi nella gestione del risparmio, era punibile penalmente con pesanti sanzioni.

Dunque il DPR 350/85 ridefiniva la raccolta del risparmio e l’erogazione del credito non più come attività di “interesse pubblico”, ma semplicemente a “carattere d’impresa”. Inoltre, lo Stato non delegava più il controllo del credito a un suo “Ispettorato”, ma alla Banca d’Italia, le cui quote sono detenute dalle stesse banche private che, a loro volta, sono quotate con azioni possedute da S.p.a. L’articolo 47 della Costituzione che impone allo Stato di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito, era scopertamente violato.

La conseguenza fu che, dall’emissione del decreto 350/85 in poi, i tribunali cominciarono a produrre una giurisprudenza che statuì come non più vigenti le norme degli anni 1936 e 1938. Da allora in poi, chi eroga credito fuori legge e gestisce risparmio fuori regolamento ricade nella disciplina dei reati comuni e, tranne casi limite di volgari furti di danaro, gli abusi dei banchieri assai difficilmente potrebbero essere penalmente puniti. Non solo dal punto di vista del controllo penale sui comportamenti ma, soprattutto, dal punto di vista sociale ed economico, la tutela dell’aspetto sociale del credito e del risparmio fu totalmente deregolamentata. L’attività bancaria, da mezzo e sostegno per l’ordinata crescita economica, divenne scopo, ossia l’arricchimento di masnade di speculatori al di fuori d’ogni controllo da parte dello Stato.

Il Presidente, firmando il decreto, ne era cosciente? Non essendo la materia di prerogativa costituzionale, non essendo un regolamento governativo né un conferimento di incarichi dirigenziali, quel provvedimento era talmente urgente da richiedere l’emissione di un DPR? È lecito credere che il decreto fu un atto formalmente presidenziale, ma sostanzialmente governativo. Il governo Craxi (ministro alle Finanze: Bruno Visentini) prese la decisione e il Presidente si limitò a darvi una veste di decreto presidenziale. Tre giorni dopo la firma del decreto e otto giorni prima della scadenza naturale del mandato, Pertini “si dimette” e il 3 Luglio subentra Cossiga.
di LUCIANO DEL VECCHIO (FSI Emilia-Romagna)
http://www.appelloalpopolo.it/?p=16101

Quanto scritto sopra dimostra che l’Europa ha cominciato ad agire ben prima di essere formalizzata attraverso i trattati e l’unico argine alle banche (posto proprio dopo la crisi del 1929) seppe istituirlo Beneduce nel 1936 inventandosi quell’IRI che tanto fastidio dava ai sostenitori del liberismo

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