Il lavoro tradito

di Luciano Gallino, da Repubblica, 28 agosto 2012

La chiusura ventilata della Carbosulcis avrà forse delle ragioni economiche, ma per diversi aspetti ha un forte contenuto politico, e un non meno rilevante potenziale di innovazione del modello industriale. Se le ragioni economiche finissero per prevalere sulle altre, come rischiano di prevalere, sempre in Sardegna, nei casi dell’Alcoa, dell’Euroallumina, della Portovesme, le relazioni industriali in Italia farebbero un altro passo all’indietro, e le spinte a innovare qui e ora un modello industriale superato subirebbero un lungo rinvio.Il contenuto politico deriva dal fatto che si tratta di minatori. La memoria non può non andare al durissimo attacco che venne sferrato dal governo Thatcher nel 1984-85 contro il sindacato nazionale dei minatori, il più forte del Paese. Ben più che ridurre i costi dell’industria mineraria o avviarla a qualche tipo di conversione, esso aveva lo scopo manifesto di spezzare le reni all’intero movimento sindacale. L’operazione ebbe successo. I sindacati britannici non si sono mai più ripresi da quella sconfitta. Inflitta loro dal governo a carissimo prezzo per l’intero Paese. Tra perdite di produzione, riduzione degli introiti fiscali e sussidi che si dovettero pagare per un lungo periodo, la vittoria della signora Thatcher costò al Regno Unito circa 36 miliardi di sterline di allora, più di tre punti di Pil.La Carbosulcis è ben più piccola dell’industria mineraria britannica di quei tempi, ma il nodo di fondo rimane. Si tratta didecidere se il primo obiettivo da conseguire è ridurre alla sottomissione i diretti interessati, e con essi il numero assai maggiore di lavoratori che sono costretti a dirsi “se non accetto tutto ciò che mi chiedono domani toccherà a me”, oppure di convenire che i lavoratori hanno delle buone ragioni per opporsi alla chiusura. Al tempo stesso si tratta pure di decidere se una differenza del rendimento economico rilevabile tra un sito produttivo locale e un sito analogo che risiede chissà dove, giustifica la decisione di togliere il lavoro a qualche centinaio o migliaio di persone. Differenza di rendimento comparato, si noti, non di produzione in perdita: è la stessa situazione dell’Alcoa. I lavoratori italiani hanno pagato e stanno pagando un prezzo durissimo alla crisi, di cui peraltro non portano alcuna responsabilità, anche se qualcuno ha il coraggio di dirgli che hanno vissuto al disopra dei loro mezzi. I quattro milioni effettivi di disoccupati, il miliardo di ore di cassa integrazione previste per il 2014, i quattro milioni di precari, dovrebbero essere uno scenario sufficiente per stabilire che nessuna impresa piccola o grande dovrebbe chiudere, licenziando, ma va guidata e sorretta affinché trovi il modo di far transitare i lavoratori ad altre occupazioni.

Regione e governo sono quindi dinanzi alla sfida di non smantellare un altro pezzo del tessuto produttivo, del sistema occupazionale e delle relazioni industriali in Italia, dopo il degrado che essi hanno subito negli ultimi anni e mesi. C’è di più. Nel quadro deprimente che appare disegnato non soltanto dalla crisi, ma anche dalle politiche che ogni giorno vengono prospettate per superarla, la modernità appare stare proprio dalla parte dei minatori sardi. Non chiedono di continuare a estrarre carbone. Chiedono di convertire la miniera in un contenitore di anidride carbonica, quella che avvelena i nostri cieli e le nostre città. Sarebbe un passo significativo verso un modello produttivo che non si proponga di tornare presto a produrre esattamente quel che si produceva prima, in quantità ancora maggiori – una ricetta sicura per accelerare il disastro non solo ambientale ma pure economico e sociale che ci attende. Al contrario rientra in una idea di produrre condizioni e servizi e ambienti che migliorino la qualità della vita. Saremmo sconfitti tutti noi, cioè l’intero Paese, se ancora una volta vincesse lo spirito conservatore e revanscista che contraddistinse il governo britannico un quarto di secolo addietro.

(28 agosto 2012)

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La scomparsa dell’Italia industriale

Nel 1980 arriva la bellissima Mille, primo restyling della Mini Bertone e prima utilitaria italiana con gli alzacristalli elettrici di serie.

A partire dal 1982, ad un ulteriore piccolissimo ritocco estetico delle Mini Bertone corrisponde un sostanziale rinnovamento sottopelle. Motori, cambi e sospensioni (i vecchi organi di fornitura inglese) vengono rinnovati con moderni motori e cambi a 5 marce forniti dalla Daihatsu giapponese e sospensioni completamente italiane (di ispirazione Fiat 127). Molto caratteristici i nuovi motori a tre cilindri che accompagnano, da qui al 1993 le piccole Innocenti, accompagnati, per un breve periodo, anche da un tecnologico e scattante 617 cm³. due cilindri per la “650”, che è stata la prima utilitaria del segmento A con cambio a cinque velocità. Nasce così la Tre Cilindri, poi rinominata Mini Tre in diverse versioni ed allestimenti e perfino, nel 1986, la versione più lunga e spaziosa “990” di cui fu anche prevista una versione a 4 porte, mai entrata in produzione. Memorabili le versioni Matic, con cambio automatico, la Turbo De Tomaso, con uno scattante motore sovralimentato da un litro, e la versione, unica nel panorama delle utilitarie del 1984, con l’aria condizionata (derivata dall’impianto “Autoclima” montato sulla Maserati Biturbo).

Nel 1988 e fino a quasi tutto il 1989 va ancora ad una versione della Mini, la neonata Innocenti 500, il merito (avendo un discreto successo commerciale) di aver portato in attivo i bilanci della casa milanese. Disponibile in due livelli di allestimento L ed LS, ha un nuovo motore Daihatsu di 548 cm³, tre cilindri e cinque marce senza contoalberi di bilanciamento, scattante ed economico.

Nei primi anni ’90 (gestione FIAT) varie versioni speciali accompagnano le nuove versioni rinominate Small 500 e Small 990. Infatti una 990 sfoggia interni in prestigioso velluto spigato Missoni, un’altra la colorazione bicolore della carrozzeria (tetto col. antracite opaco met.) o il tettuccio apribile.

Il canto del cigno sono le versioni catalizzate delle sopracitate Small ed un’ulteriore versione speciale a tiratura limitata e numerata (con portachiavi in argento e pergamena): la Innocenti Small 500 SE (su carrozzeria 990) che chiuse la produzione.

A Lambrate vennero fabbricate, sin dal 1980, anche i modelli “Quattroporte” e tutta la serie “Biturbo” della Maserati (altra azienda del Gruppo De Tomaso) e in joint venture perfino delle Chrysler, “firmate” con il tridente, per il mercato nordamericano come la Chrysler Turbo Convertible. Vi furono anche assemblate parti meccaniche Moto Guzzi. Verrà persino realizzato un prototipo Mini con motore Guzzi ma la fragilità di quest’ultimo, per l’impiego automobilistico, consigliò di continuare ad utilizzare i motori Daihatsu.

estratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Innocenti
Il resto della storia, che trovate allo stesso link, è quello classico descritto da Luciano Gallino in La scomparsa dell’Italia industriale

Imparare a pensare

Per pensare, come aveva già capito Epicuro, dobbiamo “vivere appartati”. Dobbiamo costruire mura per tenere lontani le ipocrisie e il chiasso della folla. Dobbiamo ritirarci in una cultura a base letteraria, dove le idee non sono deformate dai rumori e dai cliché che abbattono il pensiero. Il pensiero è, come scrisse Hannah Arendt, “un dialogo silenzioso tra me e me stessa”. Ma il pensiero, scrisse, presuppone sempre la condizione umana della pluralità. Non ha alcuna funzione utilitaristica. Non ha un fine o uno scopo esterno a se stesso. Differisce dal ragionamento logico, che è incentrato su un scopo definito e identificabile. Il ragionamento logico, gli atti di cognizione, promuovono l’efficienza di un sistema, incluso il potere commerciale, che solitamente è moralmente neutro nel migliore dei casi, se non malvagio, come spesso accade. L’incapacità di pensare, scrisse la Arendt, “non è una debolezza di molti cui manca la capacità cerebrale di farlo, bensì un possibilità eventuale per chiunque – scienziati, studenti e non si escludono altri specialisti in attività intellettive.”
La nostra cultura commerciale ci ha effettivamente separato dall’immaginazione umana. I nostri strumenti elettronici si insinuano sempre più in profondità negli spazi che un tempo erano riservati alla solitudine, alla riflessione e al privato. Le nostre radio sono piene di baggianate e assurdità. L’istruzione e le comunicazioni disprezzano le discipline che ci permettono di vedere. Celebriamo mediocri capacità professionali e i ridicoli requisiti di test standardizzati. Abbiamo condotto in disgrazia chi pensa, inclusi molti insegnanti di materie umanistiche, cosicché non possano trovare occupazione, né sussistenza, né visibilità. Seguiamo il cieco nel precipizio. Facciamo guerra a noi stessi.

Chris Hedges

Estratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=10672

L’ignoranza è forza

“La Neolingua era distinta da quasi tutte le altre lingue dal fatto che il suo vocabolario diventava ogni giorno più sottile invece di diventare più spesso. Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero. Si sperava, da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello”.

George Orwell, 1984

Tragedia in 3 atti

Chi ha letto il post precedente si sarà chiesto come sia possibile firmare un patto che comporterebbe un tale esborso di denaro da rendere impossibile rispettarlo.

Molto semplice, la soluzione è il default dell’Italia e un ritorno alla lira con procedura Argentina già collaudata; trovate la elegante soluzione illustrata qui:http://www.lolandesevolante.net/blog/2012/08/06/default-italia-ritorno-alla-lira-di-roberto-kensan/

“Gli economisti di diverse banche affermano che in caso di ritorno alla lira si procederà alla svalutazione della nostra moneta dal 30 al 60%. Questo comporta che la banca d’Italia stamperà molte banconote e che i redditi fissi, stipendi e pensioni, rimarranno gli stessi.”

Ecco che il debito sarebbe sanato, l’economia dopo un po’ ripartirebbe e, tutti noi percettori di reddito fisso non indicizzato (ricordate le lacrime della Fornero?) verremo derubati in un colpo del 60% (o più).

E il terzo atto?

Provate a pensare se con 3-400 degli attuali euro potete sopravvivere (coi tagli a sanità, istruzione ecc. e aumento indiscriminato delle merci comprese gas, acqua luce) e vedete come il terzo atto si scrive da solo…

La presa del potere

19 luglio 2012, approvando il Fiscal Compact con una maggioranza schiacciante alla Camera, abbiamo ufficialmente consegnato le sorti del Belpaese nelle mani dei tecnocrati europei, che ne controlleranno integralmente le attività economiche dopo aver già da tempo acquisito i diritti su quelle politiche. Il tutto nella quasi totale assenza, per non dire “allineamento”, dei media del mainstream.

continua a leggere: http://www.lolandesevolante.net/blog/2012/08/05/fiscal-compact-il-suicidio-dello-stato/

Analfabetismo causa della crisi

Non c’è niente da fare! Gli articoli economici, anche se scritti in modo semplice, non li vuole leggere nessuno e questa è la vera causa della crisi che attraversiamo: una abissale ignoranza…

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-lettura-sbagliata-della-crisi/