La società livida

Dall’America, insieme a mille altre sciocchezze, abbiamo importato i contratti matrimoniali, le minuziose descrizioni di ciò che si può e non si può fare in coppia, diritti, doveri, i rapporti economici come principale campo di battaglia, poi il sesso, la custodia e il mantenimento dei figli, a numero programmato sotto pena di risarcimento e, sul medesimo piano, gli animali domestici. Una vita ridotta a assemblea permanente con tutor, avvocati, consulenti, moduli burocratici e esperti di sostegno, i sentimenti relegati nella partita doppia, i figli a me dalle 8 alle 12, poi a te per due ore, le scarpe a mio carico, la scuola a te, per me il calcetto del mercoledì, a te il collettivo con le compagne il sabato, baby sitter a mio carico, il dog sitter lo paghi tu, se resti incinta aborto libero, nel capitolato non è previsto il secondo figlio, paga lo Stato, il ticket per fortuna è detraibile. Il trionfo del mercante in un deserto senza oasi.

Il risultato è la fine del matrimonio e il trionfo del rapporto occasionale, la pulsione al posto dei sentimenti, l’attimo in luogo del progetto a lungo termine, l’universo “liquido” di relazioni brevi, basate sul piacere (proprio) e tutte le forme di interesse: un mercato indegno dell’essere umano. Il neo femminismo si è trasformato in religione settaria con una forte dimensione messianica.  Hanno raggiunto la verità assoluta, dividono il mondo tra amici e nemici da distruggere, dietro il velo sempre più impalpabile della tolleranza emerge il totalitarismo, l’odio iracondo per l’uomo, l’altro/a, per chi osa non essere conforme. Lo scritto della Cirinnà è rivelatore: è “vita de merda” – anche l’ortografia ha regole nuove, non eteropatriarcali – tutto ciò che non si piega al modello settario. E’ un miscuglio indigeribile di nazismo (la nuova razza superiore tutta al femminile) e di veterocomunismo (le leggi ad hoc, nuove burocrazie al servizio dell’ideologia, la pulsione a omologare, schiacciare, il divieto del dissenso).

Ogni gesto, sguardo, azione, intento deve essere analizzato, scrutato, sottoposto a giudizio da parte di nuove burocrazie, tribunali del pensiero che confermano la vera natura del fenomeno, un po’ nazi, un po’ giacobino, il resto neocomunista: inquisizione, delazione più gogna sulle reti sociali e, quando necessario, aggressione fisica, disprezzo intellettuale, emarginazione. Un mondo fatto di sfiducia reciproca con una vittima e un carnefice designato a priori il cui destino è l’alternativa tra essere riconfigurato o condannato preventivamente. Risorge la fisiognomica criminale di Lombroso in versione anti maschile, nuovi pregiudizi al posto di quelli vecchi, bella emancipazione, splendido esercizio di libertà, democrazia, tolleranza dell’ideologia progressista.

Nel corso del carnevale, in alcuni paesi è stato esplicitamente vietato, con tanto di pesanti sanzioni, lo scherzo, la battuta scherzosa, in quanto sessista oppure omofoba o, Dio non voglia, razzista e maschilista. Strano solo in apparenza il divario tra il femminismo, sempre buono e giusto, e il maschilismo. Il giudizio è contenuto nelle parole, come insegna il politicamente corretto, scissione della realtà dai termini che la esprimono per caricarla del contenuto etico voluto. La censura non cambia, mutano solo i bersagli.

Dicevamo che il nuovo femminismo è il filo che collega una serie di totem postmoderni. Il loro punto di congiunzione è l’idea comune sull’aborto. Banalizzato come meccanica espulsione di cellule indesiderate dal corpo della donna, in cui si sarebbero introdotte abusivamente (??) per colpa dell’animale maschio, il rigetto della gravidanza indesiderata si è trasformato in rifiuto complessivo della maternità. Gruppi di donne autonominate “child free” sono ostili alla prospettiva di essere madri. Certo, è faticoso portare in grembo un figlio per nove mesi, partorire comporta dolore e dei rischi, poi il bimbo (o la bimba, bisogna stare attenti a non macchiarsi di maschilismo grammaticale) nasce e bisogna accudirlo, crescerlo, educarlo. Per questo reclamano più Stato, a spese altrui, per scaricare responsabilità e disagi tra esperti, figure professionali in camice bianco, consultori, personale “di sostegno”.

https://www.maurizioblondet.it/neofemminismo-il-colore-del-rancore/

Annunci

Attenti al panurgo che c’è in voi

di qui la frase i montoni di Panurgo (les moutons de Panurge), passata proverbialmente a indicare la pecoresca mentalità delle folle.

Il simplicissimus

depositphotos_13296145-stock-photo-panurge-sheepsOggi voglio tentare un’idea disperata: introdurre l’uso di una parola non inglese in questo italiano disarticolato, primitivista e allo stesso tempo barocco grazie all’opera della Rai che dopo essersi venduta i congiuntivi per fare populismo e audience,  si è dedicata alle più scialbe ridondanze tipo giovane ragazza o locuzioni inutili come” quello che è” una certa cosa. Bene mi piacerebbe che venissero accolte le parole panurgismo e panurgo, entrate nel francese, nello spagnolo e nel portoghese sulla scia della saga rabelesiana di Gargatua e Pantagruel. Da noi quella straordinaria serie romanzi ha lasciato solo l’aggettivo pantagruelico, ma sarebbe quanto mai opportuno cominciare ad usare i nuovi lemmi, derivati dal personaggio di Panurge,  essendo straordinariamente utili a descrivere la realtà, anche se non proprio bellissime. Nelle altre lingue citate l’aggettivo e il sostantivo hanno ormai cinque secoli e si sono fossilizzati in Francia col significato di spirito gregario, di “pecorismo” se…

View original post 523 altre parole

Sulla stessa barca

No! Non ci siamo proprio, care e cari Laura Boldrini, Ornella Vanoni, Giuliano Pisapia, Roberto Vecchioni, Claudio Bisio, Amelia Monti, Malika Ayane, Giobbe Covatta, Lella Costa e tutto il Circo Barnum, che insieme a tanti milanesi (più o meno ingenui) vi siete ritrovati in piazza per la manifestazione antirazzista, ostentando lo slogan: «Siamo tutti sulla stessa barca».
No, cari tutti… siete dei mentitori perché qualunque mieloso e suggestivo proposito possiate portare avanti, non siamo sulla stessa barca!
E cerco di spiegarvelo in maniera diretta, seppur molto sintetica.
Chi vive nei centri storici delle città e non nelle periferie degradate, non è ”sulla stessa barca” con gli altri.
Chi non fa lavori ”comuni” e, quindi, non riesce (o non vuole) comprendere che si stanno demolendo i diritti dei lavoratori per via di questa rincorsa verso il peggio che obbliga alla ricerca di mano d’opera a basso costo, non è ”sulla nostra stessa barca”.
E chi non capisce che questa corsa al ribasso dei salari danneggia essenzialmente le fasce di lavoratori meno professionalizzati e quindi più esposti (e di conseguenza più poveri) non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non vede (o non vuole vedere) che la popolazione straniera residente continua a crescere, anche se di lavoro ce n’è sempre meno, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non considera il fatto che, insieme a tanti poveri cristi, arrivino tanti delinquenti e criminali, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi crede che, nonostante una infinita crisi economica, sia possibile continuare a spendere per un’accoglienza tramutasi in assistenzialismo perpetuo a carico dello Stato, perciò togliendo risorse a famiglie italiane nelle stesse condizioni, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non capisce che, non potendo accoglierli tutti, vi sarà una parte non irrisoria di immigrati che troverà strade alternative, e sarà arruolata dalle nostre organizzazioni criminali (Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona), non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non afferra il concetto che molti di questi immigrati aspirino all’accoglienza ma non all’integrazione, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi fa finta di illudersi che a costoro (non a tutti, ovviamente!) nulla importi della laicità dello Stato, dei diritti delle donne e dei minori, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non avverte il pericolo che vi sia una diversa sensibilità sull’esigenza di isolare violenza e terrorismo, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non vede le dimensioni dell’ulteriore impoverimento dei Paesi di provenienza causata da questa fuga in massa, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi fa finta di credere che i flussi migratori non siano incoraggiati da un pensiero globalista di stampo neo liberista (e quindi da multinazionali e organizzazioni varie) ma alimentati spontaneamente solo dalla disperazione e dalla povertà, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi è un apolide, che non ha a cuore l’identità della propria nazione, e quindi non viene turbato da continue e persistenti iniezioni di multiculturalismo, e che non ha interesse nel contrastare ogni fenomeno che porti alla destrutturazione e all’indebolimento delle identità comunitarie, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Infine… chi prende il taxi e mai un bus o la metro, non può capire cosa significhi stare su un barcone. Al massimo, su uno yacht!

Luigi Iannone

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61690

Misteri

Uno dei ministeri fondamentali, perché riguarda il futuro immateriale della nazione, quello della Pubblica Istruzione, sembra essere il refugium paccatorum dei demagoghi, degli incompetenti, dei conformisti, dei confusionari. Si pensava che la rossa Fedeli, che gabellò un diploma inesistente, fosse il peggio del peggio, ma ci eravamo illusi. Infatti la Lega non ha trovato di meglio da insediare al suo posto nel palazzone umbertino di Viale Trastevere che un personaggio non molto migliore. Un ministro che avesse voluto segnare una “discontinuità” con il passato, come amano dire i gialloverdi, non solo avrebbe dovuto neutralizzare le direttive generali  demagogiche e ideologiche della suddetta signora, ma procedere controcorrente e ripristinare disciplina, rispetto, ordine in un ambiente, come quello scolastico, che ornai sembra oscillare tra l’anarchia e il western, come dimostrano innumerevoli episodi di cronaca quasi nera che tutti conoscono.

Alla poltrona della Fedeli vi  è stato invece insediato un certo Marco Bussetti di anni 57, già insegnante di ginnastica, già allenatore e dirigente di una squadra di pallavolo, già dipendente del Provveditorato di Milano, il quale a quanto pare intende procedere lungo la via della cretinizzazione dei ragazzi, come dimostra la questione dei cellulari in classe.

Una proposta di legge presentata da due deputati, uno della Lega e uno di Forza Italia, vorrebbe proibirli a scuola e in classe. Secondo il signor ministro invece cellulari & affini sono “strumenti didattici”. Il poverino  pensa infatti che i giovani si possano autocontrollare e usarli soltanto quando servono di ausilio per certe lezioni e tenerli poi spenti in tasca quando non servono. Beato lui! Evidentemente non legge le cronache, non ha figli che vanno a suola, non è entrato mai in una classe durante una lezione, non ha mai parlato con docenti e presidi. E evidentemente nemmeno sa che in  Francia per legge i telefonini, gli smartphone e i tablet soprattutto, sono vietati alle elementari e alla medie, regolamentati alle superiori. E nemmeno sa di quella scuola di cui è stato anche scritto su queste pagine, che li ha vietati e alla cui regole gli allievi si sono adattati senza avere quei traumi che moti paventano. Mentre il caso vuole che negli stessi giorni di queste sue banali dichiarazioni il famoso istituto Massimo di Roma, retto dai gesuiti, ha intrapreso questa via; gli aggeggi elettronici si consegnano all’ingresso della scuola e si restituiscono all’uscita, a meno che non servano effettivamente di ausilio durante una lezione…

Se la legge non passa o verrà insabbiata continueremo ad avere ragazzini e ragazzine distratti e ignoranti che usano lo strumento che hanno in tasca anche per filmare quel che avviene in classe e sbatterlo in rete, ricattare i loro compagni e fare altre sciocchezze del genere che hanno portato anche a veri drammi, con grande soddisfazione del ministro Bussetti che certe cose non le conosce perché a quanto pare  non  legge i giornali e non quarda la televisione, oppure nessuno dei suoi sottoposti gli redige un “mattinale” che gli illustri quel che succede nelle scuole italiane che da lui dipendono

Se per caso passasse, il ministro dovrebbe avallarla e non boicottarla, e presidi e docenti dovrebbero applicarla con convinzione senza far finta di nulla, e i genitori farsene una ragione, senza comportarsi come quei sindaci che, quasi fossero uno Stato nello Stato, non vogliono applicare il Decreto Sicurezza e fanno come meglio piace a loro. Di certo si dovrebbe far fronte alle levate di scusi dei fanciulli e dei devoti mediatici. Una prospettiva non da poco con l’aria che tira e che a quanto pare il ministro Bussetti non ha il coraggio e la convinzione di affrontar. Assai meglio vivere tranquilli, seguire la corrente limacciosa del conformismo più che della storia. Ma ecco perché la scuola italiana è agli ultimo posti delle graduatorie europee…

http://www.barbadillo.it/80970-il-caso-il-marziano-bussetti-se-litalia-ha-il-ministero-della-pubblica-ignoranza/

Comunità

Ferdinand Tönnies (1855 – 1936) sociologo tedesco e fondatore della Società tedesca di sociologia, elabora una delle più importanti distinzioni atte a catalogare il tipo di relazione presente in una società umana: la differenza tra Gemeinschaft e Geselleschaft. La Gemeinschaft (Comunità), tipica della società primitiva, è una totalità organica, costituita su alcuni cardini fondamentali, quali i vincoli di sangue (famiglia e parentela), di luogo (vicinato) e di spirito (amicizia). L’insieme di questi rapporti è costituito da intimità, riconoscenza, condivisione di linguaggi, significati, abitudini, spazi, ricordi ed esperienze comuni, mentre le diseguaglianze hanno spazio solo entro certi limiti, oltrepassati i quali i rapporti divengono rari e insignificanti, fuoriuscendo da “comunanza” e “condivisione”. Essa è dunque un “tutto” la cui portata eccede quella delle sue parti, e nel quale la reciproca assistenza e la solidarietà si sviluppano a partire dal bene comune.La Geselleschaft (Società), invece, tipica della società industriale moderna, è “una costruzione artificiale, un aggregato di essere umani che solo superficialmente assomiglia a una comunità, dove gli individui restano essenzialmente separati, nonostante i fattori che li uniscono” (Tönnies F., Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887). Nella società, gli individui vivono per conto loro percependo come minaccia ogni tentativo di entrare nella propria sfera privata. I rapporti sono improntati sul modello scambio di mercato e non mettono in relazione tra loro gli individui come “totalità”, ma soltanto per le loro “prestazioni”. C’è da dire che tra i due modelli non esiste una netta separazione, e dunque in una delle due è presente a vario grado anche l’altra.

La comunità: una necessità naturale

Il sociologo francese Michel Maffesoli

Il bisogno di fare ed “essere comunità”, viene quindi da lontano, ed è connaturato alla vita stessa dell’uomo sul pianeta e alla necessità di legarsi e creare legami di varia natura su uno specifico territorio. Del resto anche nelle avanzate e “atomizzate” metropoli occidentali, emergono sempre maggiormente tipi di comunità legate a particolari visioni del mondo, gusti artistici e musicali, e finanche allo stile di vita o a un luogo di aggregazione sociale. Tra queste le tribù postmoderne come sapientemente definite dal sociologo francese Michel Maffesoli. Per Maffesoli, l’età del puro individualismo viene superata dalla rinascita “dionisiaca” del bisogno di solidarietà, prossimità e appartenenza che è di tipo comunitario, sensibile ed emozionale. Dunque, scorporando il fondamento arcaico alla Gemeinschaft di Tönnies, è possibile che si configurino anche queste nuove forme di comunità, le quali non leghino esclusivamente le persone sulla base della origine comune e che impongano essa come possibile soluzione alle storture della globalizzazione.

https://sociologicamente.it/la-gemeinschaft-come-soluzione-alle-storture-della-globalizzazione/3-13/

Salva

Esproprio proprietario

La generazione Erasmus, (dis)educata a sentirsi cittadina del mondo, ovvero del nulla, è precaria e guadagna poco. Difficilmente potrà comprarsi una casa, meglio convincerla a non avere nulla di suo, stabile, un nido da amare, un luogo dove tornare. Viandanti del nulla dipendenti dal consumo, innamorati di nulla e di nessuno, solo relazioni veloci. Del nostro passaggio nel mondo non deve restare nulla di forte, tantomeno di “nostro”. Siamo ombre, spettri a dimensione unica, l’unica traccia permessa è quella informatica.

Mezzo secolo fa lo cantava Patty Pravo: “Oggi qui domani là io vado e vivo così; senza pene vado e vivo così, casa qui io non ho, ma cento case io ho. Oggi qui domani dove sarò, qui e là io amo la libertà. Io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai, oggi qui domani là, mi piace andare così, senza freni vado e vivo così.” Obiettivo raggiunto: la generazione di Imagine ha vinto cambiando bandiera. Dal rosso di allora all’arcobaleno liberal progressista.  Senza più un tetto, si illudono di essere di casa ovunque.

Qualcuno vince e ci usa come materiale. I proprietari di tutto non credono affatto alle idee che diffondono alla plebe sottostante. Tuttavia, neanche loro vivono bene, sempre più asserragliati nelle loro proprietà tra sensori e filo spinato, guardie armate e divieti di accesso per noi. Più astuti dei comunisti di ieri, ci drogano di false libertà, ma nei fatti siamo solo liberi di correre in tondo come il criceto nella gabbia, simili ai rematori dei galeoni al ritmo del tamburo. E se io rivendicassi la libertà di stare fermo, contemplare, amare, riflettere sulla mia finitudine che conduce a Dio?

Nel mondo in affitto, non possiamo essere nulla ma possiamo avere tutto a pagamento per un attimo, per poi desiderare qualcos’altro. Ma niente deve essere nostro, nulla deve rimanere di noi, neppure il ricordo. I nostri benevoli padroni non vogliono e ci fanno credere che questa è la vita, la felicità, il destino naturale. Tra valigie fatte e disfatte, consumo e piacere rapido e obbligatorio, l’uomo torna bestia senza l’innocenza dell’animale: vite ridotte a strani, oscuri interludi sullo schermo elettrico di Dio Padre (Eugene O’Neill). O sul lussureggiante showroom del Dio Mercato, ultimo monoteismo.

ROBERTO PECCHIOLI

https://www.maurizioblondet.it/la-vita-a-noleggio-lesproprio-proprietario/

                  

Il senso della fine e la fine del senso

… La frase apparsa su Vulture ricorda un passaggio de La società dello spettacolo di Guy Debord: l’insoddisfazione è diventata una merce. In questo caso la brandizzazione della distopia, pur presentandosi come narrazione massimamente politica, avrebbe così un effetto depoliticizzante.
Il senso del disastro imminente è strettamente connesso a un’esuberanza della capacità immaginativa. Immanuel Kant nel 1794 fa pubblicare sulla Berlinische Monatsschrift un piccolo saggio intitolato La fine di tutte le cose. Il filosofo tedesco si chiede, tra le varie riflessioni intorno al tema della fine, perché gli uomini di ogni cultura e di ogni luogo si aspettino una fine del mondo e siano, per di più, inclini a pensarla in termini terribili. «L’idea di una fine di tutte le cose non trae la sua origine da ragionamenti relativi all’ambito fisico, ma da riflessioni sul corso morale delle cose di questo mondo». La corruzione del genere umano, evidenziata da segnali mondani come l’ingiustizia crescente tra ricchi e poveri, non può avere che una fine drastica. Il mondo dura finché gli esseri razionali sono «all’altezza dello scopo finale della loro esistenza». Altrimenti, il mondo sarebbe come un’opera teatrale senza conclusione. L’intento di Kant è trasformare la fine di tutte le cose nel fine di tutte le cose: vale a dire il senso della fine, che trascende la nostra esperienza, è un ente di ragione che ci spinge a rendere morale lo scopo finale della nostra esistenza. È la fine come completamento della maturità dell’umanità, vale a dire il momento in cui l’uomo riesce, tramite la ragione pratica, a mettere un freno alla sua opulenza e all’egoismo. Oggi siamo consapevoli di qualcosa di più. La “corruzione del genere umano”, per dirla con Kant, sconfina nel mondo fisico e diventa una variabile causale dei cataclismi. Le forme sociali tramite cui abitiamo il pianeta stanno avendo una diretta influenza sull’ecosistema alterandolo a livello fisico, chimico e biologico. L’homo sapiens per la prima volta è diventato un agente geologico, una variabile ingombrante nella complessità del globo. Com’è noto, secondo una parte della comunità scientifica, sulla scia di un fortunato testo del chimico Paul Crutzen, la nostra era geologica andrebbe rinominata Antropocene.
Cinque estinzioni di massa si sono succedute sulla terra in 540 milioni di anni. Il motivo principale è stato quasi sempre l’aumento di carbonio nell’atmosfera. Secondo alcuni ricercatori, come Daniel Rothman, geofisico al MIT di Boston, siamo all’inizio di un processo che nel giro di 100 anni potrebbe portare alla sesta estinzione di massa.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61555

Il saccheggio

INPS: erogazione di 440 prestazioni di cui solo 150 di natura pensionistica
Il resto è assistenza che dovrebbe essere pagata con i soldi delle tasse o del Tesoro e non con i contributi previdenziali o tagliando le pensioni.
Il costo degli ammortizzatori sociali è sempre più a carico della collettività.

Ricapitoliamo: l’INPS non si incarica di rendere ai cittadini ciò che hanno versato in una vita lavorativa (cosa che in sé, come dimostrato, frutta all’INPS un buon saldo positivo) ma si incarica anche di pagare quei settori in crisi a causa degli sciagurati vincoli imposti dalla UE oppure per le scelte delle imprese di tagliare i costi trasferendo all’estero la produzione oppure ancora a causa della crisi generale. In nessun modo lo Stato riesce a rivalersi su chi sta impoverendo strati sempre maggiori di popolazione.

Il segreto per conseguire costanti impoverimenti, l’avete già capito, sta tutto nel creare l’obbligo di pareggio di bilancio mettendo al suo interno voci che non c’entrano con i servizi, ma che trascinano gli stessi bilanci verso il deficit.

Quindi si assiste ad un incorporare e scorporare, a seconda del tornaconto politico, cifre e impegni nelle varie voci che compongono il bilancio dello Stato, con un occhio di riguardo verso le direttive europee che ci hanno “obbligato” (per ignavia o più facilmente per interessi personali) a modificare anche la nostra Costituzione. In ossequio a tali direttive e alla pletora di lobbisti che stazionano a Bruxelles per difendere gli interessi delle elites, ci siamo attrezzati a smantellare il welfare, a far andare in pensione cittadini sempre più vicini all’inevitabile dipartita, a non sovvenzionare adeguatamente diritti costituzionali quali sanità, istruzione, casa e lavoro per lasciare spazio ad una gestione aziendale dello Stato, ovvero alla dittatura dell’austerity a tutto beneficio delle grandi corporation.

Anna Rossi

Stralci da:Fonte: www.comedonchisciotte.org
31.01.2019

Il M5S

Da qualche settimana molti miei contatti pentastellati o ex pentastellati esprimono notevoli perplessità riguardo al comportamento del M5S al governo.
Le perplessità, che talvolta si tramutano in vere e proprie critiche, riguardano talvolta una o altra presa di posizione, sia essa in tema di rapporti con l’Unione Europea, di federalismo differenziato, di incapacità di non farsi egemonizzare dalla Lega, di vaccini, di Lino Banfi o altro.

La liquidità del Movimento 5 Stelle non dovrebbe tuttavia sorprendere.
Il M5S, lungi dal rappresentare la cura al cancro che affligge il nostro Paese da ormai trent’anni ne rappresenta la metastasi.
Gli stessi pilastri strutturali che sorreggono il M5S sono estremamente organici al sistema liberale e neoliberista che esso si prefiggeva l’obiettivo (tra i tanti, diversi e spesso contraddittori) di attenuare.

Il M5S ha infatti acceso gli entusiasmi grazie ad un marketing ingannevole sfrenato, instillando nelle persone (nella maggior parte dei casi brave persone in buona fede) la credenza di poter partecipare ad una rivoluzione senza colpo ferire.
Non si capiva bene in che cosa dovesse consistere la rivoluzione, se mettere delle persone oneste (qualunque cosa voglia dire) al potere, se fare una riconversione ecologica mondiale (qualunque cosa voglia dire) o uscire dall’euro (qualunque cosa voglia dire).

La mancanza di uno Statuto, la mancanza di una ideologia, il rifiuto dell’idea di partito alla cui linea i militanti (significativamente chiamati attivisti, a mo’ di richiamo morale all’attivismo volontaristico) si debbano sottomettere e il proporsi invece come un corpo eterogeneo nel quale ciascuno possa esprimere la propria opinione hanno reso il M5S la più fragile e inutile creatura politica nata dopo l’ingloriosa fine della Prima Repubblica, superata forse solo dal Fronte dell’Uomo Qualunque.

L’idea che un partito potesse nascere su principi prettamente aziendalistici, ovvero portando alle estreme conseguenze il male del nostro tempo, lo ha reso sostanzialmente una scorciatoia attraverso la quale furbi/e e prostituti/e possono raggiungere rapidamente la stanza dei bottoni.
Le grandi aziende private, infatti, sul cui modello è basata la struttura del M5S, oggi presentate dal gotha liberista come il luogo di produzione del Bene e della meritocrazia (qualunque cosa voglia dire), sono in realtà nella quasi totalità dei casi i luoghi dove si produce, alimenta e incentiva la mediocrità, l’intrigo, la prostituzione.

Il M5S ha implicitamente scelto di bollare come deficienti i grandi intellettuali che hanno, nel corso dei decenni e dei secoli, elaborato la teoria della prassi, da Von Clausewitz a Mazzini, a Lenin, a Gramsci, i quali avevano ben chiaro come la vera macchina della prassi politica, il vero corpo rivoluzionario, non potesse essere che il partito/associazione.
Il partito/associazione inteso come luogo non di discussione, non dove ciascuno porta le proprie idee, non dove si incontrano gli attivismi e le battaglie più disparati e spesso contraddittori.

Il Partito è castrazione, è sottomissione dell’ego, è sacrificio dell’io.
Ed è questa la sua potenza, perchè nel Partito l’intellettuale collettivo è molto più potente degli intelletti singoli;
perché nel Partito si ha la formazione e la selezione delle persone sulla base della fedeltà che dimostrano in anni di militanza nei confronti dell’obiettivo.
Perché le grandi cose nascono dai grandi sacrifici.

Editoriale del 29/01/2019 Federico Monegaglia
FSI – Riconquistare l’ Italia

P.S. Un partito è anche presentarsi alle elezioni cominciando dalle amministrative (e non saltare direttamente ai vertici)

La sinistra imperiale

Il Manifesto (e non solo): le simpatie neocolonialiste della “sinistra” imperiale finalmente smascherate

di Omar Minniti – 23/01/2019

Il Manifesto (e non solo): le simpatie neocolonialiste della "sinistra" imperiale finalmente smascherate

Fonte: L’Antidiplomatico

A Di Maio, Di Battista, ai 5 Stelle ed al governo Conte va riconosciuto un grande merito, che resterà tale indipendentemente dai risultati amministrativi: quello di aver fatto venire a galla, senza più alcuna copertura, le simpatie neocolonialiste della “sinistra” imperiale al gran completo, da Il manifesto a Rifondazione, da Pap a molti centri sociali, passando per filosofi presunti “marxisti” ed i cacciatori di rossobruni.
Quella in difesa del Franco Cfa e delle ingerenze di Macron in Africa è stata una levata di scudi corale e coordinata. Nemmeno i fogli vicini al governo di Parigi e le veline diramate dalle ambasciate del nuovo Re Sole sono arrivati a tanto.
Dopo aver difeso, con la baionetta ai denti, la necessità del grande capitale italiano ed europeo di importare milioni di schiavi sottopagati, dopo essere riusciti a far passare per vittime perfino gli scafisti trafficanti di esseri umani e torturatori, ecco la mobilitazione in difesa delle politiche affamatrici delle potenze occidentali in Africa.
Non è un caso che questi sinistrati vadano d’amore e d’accordo con il Vaticano. Il ruolo che oggi rivestono è simile a quello esercitato dai gesuiti ai tempi dei conquistadores. Sono coloro che benedicono, giustificano e fanno diventare politicamente corretta la spada dell’imperialismo contro i popoli del Terzo Mondo. Solo che i preti lo facevano in nome di dio, mentre i nostri “compagni” agitano il vessillo farlocco e strumentale dei diritti umani e civili.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61486