Gli animali di Chernobyl

Gli umani pacificamente intenti alla loro vita quotidiana sono più pericolosi per la natura dell’esplosione simultanea di 200 bombe di Hiroshima (questa è stata la potenza di Chernobyl). E tuttavia, per un tragico contrappasso, sono anche le sole vittime dell’incidente: siamo noi, infatti, gli unici esseri viventi che non possono vivere a Chernobyl, perché moriremmo di cancro e non riusciremmo a riprodurci abbastanza in fretta per evitare l’estinzione. E anche qui c’è un insegnamento: via via che ci allontaniamo dallo stato naturale migliorano le nostre condizioni individuali (per dire, viviamo il doppio dei nostri cugini scimpanzè), ma peggiorano le nostre probabilità di sopravvivenza al di fuori della sfera tecnologica in cui siamo immersi fin dalla nascita (anzi, dal concepimento). L’apocalissi nucleare, che è poi il rovescio impaurito della nostra sfrenata ambizione prometeica a comandare l’universo, non è affatto un’apocalissi: tutt’al più è l’estinzione di una specie. La nostra.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62095

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Libertà

LA FAVOLA DEI MERCATI FINANZIARI E DELL’ELEFANTINO AL MARE

In Calabria, un piccolo di elefante scappa da un circo e fa ciò che nemmeno il più audace sceneggiatore avrebbe pensato per un film: scappa al mare.

La meta della sua breve fuga è una spiaggia dove, tra gli occhi increduli dei bagnanti, si immerge tra loro, al solo fine di fare una cosa che mai aveva conosciuto nella sua vita in prigione: un bagno nel mare.

La gente, a riva, riprende la scena, commossa e stranita.

Alle volte giornalisti, colleghi o lettori mi chiedono perché io usi sovente la metafora per spiegare cose complesse in materia di banche o finanza.

La ragione è la semplicità del messaggio: certamente una equazione è meno chiara di una metafora, ed è accessibile a più persone della prima.

Per questo, si usa da tempo immemore.

Questo governo italiano, senza sovranità monetaria, è un elefantino che a fine agosto scappa al mare.

Tutti sappiamo, in cuor nostro, che cosa sia il bene e il male.

All’elefantino hanno spiegato che è naturale vivere nella povertà, con piccoli imprenditori che si suicidano, ospedali che non tengono posti letto, anziani che non hanno più i soldi per curarsi, giovani costretti a scappare all’estero in cerca di lavoro.

All’elefantino hanno anche fatto credere che il mondo sia quello del circo, senza erba ma con gli sgabelli, sui quali salire allo schiocco di frusta.

All’elefantino hanno spiegato che non può ribellarsi, altrimenti i padroni, i mercati, useranno la frusta dello spread.

Ma la natura fa il suo corso.

È troppo forte il richiamo del vento, il piacere dello spazio, il rinfresco del mare.

Troppo forte è la naturale ricerca del bene, del ricostruire sicurezza sui ponti, del dare da mangiare alla gente, del consentire un reddito a tutti e di abbassare le tasse ai più piccoli.

L’Elefantino sa che non è giusto rinunciare al bagno al mare, e tenta la fuga.

Resta da vedere cosa faranno gli osservatori internazionali sulla spiaggia; faranno qualcosa, oppure si limiteranno ad attendere che i padroni del circo, quell’enorme orrendo circo che si chiama mercato finanziario, lo riconduca in catene?

Io non so cosa succederà quando, presto, i padroni del circo tireranno la catena dello spread, sostenuti da tutto il potente potere mediatico e da tutti i loro servi, lautamente ricompensati.

Forse, gli spettatori, pur riconoscendo il diritto di libertà dell’elefantino, si limiteranno a far le fotografie.

L’Elefantino è solo, non può correre tanto, goffo, nel suo corpo gravato di debito.

Eppure, rivendica il suo diritto a una vita naturale.
Io non so dirvi, da docente di materia finanziaria, chi vincerà, a breve, se la catena o il richiamo del mare.

So con certezza una cosa, però.

So che un giorno lontano i bambini, a scuola, studieranno che è esistita un’epoca oscura nella quale gli animali vivevano tutta la vita in una gabbia, chiamata circo, per il solo divertimento di alcuni esseri umani.

Quel giorno, ancor più increduli, impareranno che in quei secoli esisteva un altro circo, quello del mercato finanziario, nel quale, non per legge naturale ma umana, milioni di uomini erano schiavi, a esclusivo privilegio di pochi padroni.

Non riusciranno a crederci, quei bambini, e si chiederanno come sia stato possibile che, a quei tempi, ci fosse chi ritenesse che tale orrendo martirio fosse anche giusto.

Penseranno sia una favola, leggere che si ritenesse normale rovinare le vite di esseri viventi per compiacere “i mercati”.

Non è naturale, capiranno quei bambini, rovinare la vita a tanti per compiacere pochi.

Perché il fine dell’uomo non sta nel pareggio di bilancio ma in ciò che scrisse un filosofo medioevale, che ebbe a dire che esso è la felicità, bene raggiunto il quale non se ne può desiderare uno maggiore.

Ma, capiranno i bambini, nessun animale, compreso l’uomo, può essere felice se è prigioniero.

Forte, ancestrale e incomprimibile sarà sempre, per ogni essere del creato, il richiamo alla vita vera.

Questa, con buona pace dei dotti soloni, di coloro che parlando di economia non sanno cosa dicono e di coloro che, sapendolo, nascondono le cose semplici dietro gli algoritmi e i paroloni, è una cosa naturale e vitale.

Ciò che ci lega a una catena, sia una legge giuridica o di mercato, non è la nostra condizione naturale, e prima o poi qualcuno libererà L’Elefantino.

Quella cosa è il diritto di sentire il vento sulla testa e l’acqua scorrere libera sul corpo.

Qualunque pasto concesso dai carcerieri del circo non ci renderà mai felici, in sostituzione a questo bene primario.

Esso si chiama, tra la schiuma del mare e la voce del vento, dalla nascita del mondo, con una sola parola.

Libertà.

di Valerio Malvezzi

Ecologia dei media

Nel 1979 usciva negli Stati Uniti un saggio del sociologo Neil Postman(1931-2003), destinato a diventare celebre: Teaching as a Conserving Activity. Potremmo tradurre quel titolo con qualcosa come «L’insegnamento come attività di conservazione». Il libro di Postman fu pubblicato due anni dopo anche in Italia, da Armando Editore, con un titolo diverso: Ecologia dei media. La scuola come contropotere (ora in una nuova edizione a cura di Giampiero Gamaleri, Armando, pagine. 126, euro 12).

Quell’idea di “conservazione” veniva lì veicolata dal sottotitolo (in cui si parla di “contropotere”), mentre il titolo principale (Ecologia dei media) alludeva a una delle tematiche centrali del volume, vale a direl’invadenza dei moderni mass media nel mondo occidentale (allora si trattava soprattutto della televisione, essendo ancora di là da venire i cosiddetti new media e gli odierni social). Al punto che fin dal 1971 lo studioso aveva istituito alla New York University (dove insegnava), una cattedra così chiamata, che terrà per tutto il resto della sua vita. «L’istruzione cerca di conservare la tradizione mentre l’ambiente esterno è innovatore», scriveva Postman. È questo un male? Non necessariamente. Perché “conservare” ciò che è stato tramandato significa anche “resistere” alle attrattive, effimere e superficiali, di quella che sempre Postman chiamava la «società adescante», tutta appiattita sull’hic et nunc di una sorta di eterno presente privo di spessore e di profondità.

Da qui l’idea che, resistendo, la scuola possa configurarsi, appunto, come un “contropotere”, recuperando le radici etiche e cognitive su cui basare il futuro dei giovani: aiutandoli così a orientarsi in un mon do globalizzato e sempre più interconnesso. Ma oggi in Italia è possibile concepire la scuola in questi termini? La domanda è legittima, e la risposta, purtroppo, sembra virare più verso il negativo che verso il positivo. Questo perché tutte le riforme e riformine più recenti vanno in una direzione che lascia poco spazio alla discussione in merito ai paradigmi pedagogici assunti in questi ultimi anni. Scelte programmatiche e metodologiche fondamentali (che cosa insegnare e come insegnarlo) sono state spesso imposte in maniera autoritaria, attraverso leggi votate frettolosamente (magari ricorrendo alla fiducia per evitare ogni dibattito parlamentare, come è accaduto al Senato con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”) o addirittura con semplici circolari ministeriali che, sotto l’apparenza di fornire indicazione pratiche su specifiche questioni, hanno l’effetto di scalzare e sovvertire modelli didattici consolidati. A vantaggio di un “nuovo che avanza”, senza però la minima disamina critica e, soprattutto, senza alcuna forma di coinvolgimento degli addetti ai lavori, vale a dire gli insegnanti, il cui ruolo viene così svilito al rango di quello di semplici esecutori di decisioni calate dall’alto.

Ciò viene lucidamente raccontato nel saggio dello storico Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, pagine 152, euro 14), in cui si mostrano le radici di certi concetti sempre più presenti nell’innovazione didattica stabilita per legge: la misurabilità, le competenze, il capitale umano, la meritocrazia. Tutte idee transitate dal mondo dell’economia e dell’azienda a quello dell’educazione e della scuola. Soffermiamoci, per esempio, sulla “didattica per competenze”, promossa, sempre più, dall’Unione Europea a partire dall’inizio degli anni Novanta, fino alla promulgazione, nel 2006, del Quadro delle “competenze chiave”. Questo e altri documenti sono chiaramente accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Una di queste competenze è definita “imparare a imparare”. Ora, nessuno nega che sia essere buona cosa trasmettere ai giovani l’idea che l’apprendimento è un processo che non si esaurisce con la scuola ma che dovrà continuare lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia si capisce anche che ciò è funzionale a un mercato del lavoro che richiede dosi sempre maggiori di flessibilità: anziché portare nella scuola un dibattito sui modelli economici e produttivi esistenti, magari per criticarli nelle loro storture e per pensare di migliorarli in relazione ai diritti delle persone, si preferisce spingere gli individui ad adattarvisi fin dalla più giovane età, cioè sin dagli anni della scuola. Scrive Boarelli: «Non si tratta di “imparare a imparare” come occasione di sviluppo culturale, senza immediati fini utilitaristici, ma di apprendere una forma specifica di comportanto: l’adattamento alle esigenze dell’impresa e alle forme specifiche della “flessibilità” di cui essa ha bisogno ». E aggiunge: «Le competenze giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali».

leggi tutto su http://appelloalpopolo.it/?p=51351

Nomina Numina

Nomina numina si usava dire: i nomi sono numi, le parole sono divinità. Sono cioè modi di determinazione, sono l’essenza delle cose; e, per una mente non ancora abituata alla visione razionale, sono le cose stesse. Inversamente, le cose esistono solo quando hanno un nome. Il mondo esiste come molteplicità, come realtà obiettiva altra da noi soltanto quando un nome distingue la stessa cosa da noi e dalle altre infinite, e la fa essere fuori dalla informe indistinzione.(1)

E’ stato facile per “i padroni del discorso” giocare su questo con le etichette destra/sinistra e attribuire a loro piacere all’uno o all’altro dei contendenti le qualità desiderate per manipolare l’elettorato.

Poi è arrivato il Movimento 5 stelle e il gioco non è più stato possibile.

Adesso ci sono le elezioni europee dove, sia pur proposti dai partiti, ciascuno corre da solo e, appena eletto, deve obbligatoriamente scegliersi il gruppo di appartenenza (2).

Questo sarebbe già un buon motivo per non astenersi.


1- http://www.culingtec.uni-leipzig.de/SILFI2000/abstracts/papers/Galvagno_co045.html

2- https://bondenocom.wordpress.com/2019/05/06/per-cosa-si-vota-il-26-maggio/

Come muoiono oggi gli anziani?

Muoiono in OSPEDALE.
Perché quando la nonna di 92 anni è un po’ pallida ed affaticata deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l’ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie.
“Come va la nonna, dottore?”. “E’ molto debole, è anemica!”.
Il giorno dopo della nonna ai nipoti già non gliene frega più niente!
Esattamente lo stesso motivo (non per tutti, sia chiaro!) per il quale da diversi anni è rinchiusa in casa di riposo.
“Come va l’anemia, dottore?”. “Che vi devo dire? Se non scopriamo la causa è difficile dire come potrà evolvere la situazione”.
“Ma voi cosa pensate?”. “Beh, potrebbe essere un’ ulcera o un tumore… dovremmo fare un’ endoscopia”.
Chi lavora in ospedale si è trovato moltissime volte in situazioni di questo tipo. Che senso ha sottoporre una attempata signora di 92 anni ad una gastroscopia? Che mi frega sapere se ha l’ulcera o il cancro? Perché deve morire con una diagnosi precisa? Ed inevitabilmente la gastroscopia viene fatta perché i nipoti vogliono poter dire a se stessi e a chiunque chieda notizie, di aver fatto di tutto per la nonna.
Certe volte comprendo la difficoltà e il disagio in certi ragionamenti.Talvolta no.
Dopo la gastroscopia finalmente sappiamo che la Signora ha solamente una piccola ulcera duodenale ed i familiari confessano che la settimana prima aveva mangiato fagioli con le cotiche e broccoli fritti, “…sa, è tanto golosa”.
A questo punto ormai l’ ospedale sta facendo la sua opera di devastazione. La vecchia perde il ritmo del giorno e della notte perché non è abituata a dormire in una camera con altre tre persone, non è abituata a vedere attorno a sé facce sempre diverse visto che ogni sei ore cambia il turno degli infermieri, non è abituata ad essere svegliata alle sei del mattino con una puntura sul sedere. Le notti diventano un incubo.
La vecchietta che era entrata in ospedale soltanto un po’ pallida ed affaticata, rinvigorita dalle trasfusioni e rincoglionita dall’ambiente, la notte è sveglia come un cocainomane. Parla alla vicina di letto chiamandola col nome della figlia, si rifà il letto dodici volte, chiede di parlare col direttore dell’albergo, chiede un avvocato perché detenuta senza motivo.
All’inizio le compagne di stanza ridono, ma alla terza notte minacciano il medico di guardia “…o le fate qualcosa per calmarla o noi la ammazziamo!”. Comincia quindi la somministrazione dei sedativi e la nonna viene finalmente messa a dormire.
“Come va la nonna, dottore? La vediamo molto giù, dorme sempre”.
Tutto questo continua fino a quando una notte (chissà perché in ospedale i vecchi muoiono quasi sempre di notte) la nonna dorme senza la puntura di Talofen.
“Dottore, la vecchina del 12 non respira più”.
Inizia la scena finale di una triste commedia che si recita tutte le notti in tanti nostri ospedali: un medico spettinato e sbadigliante (spesso il Rianimatore sollecitato di corsa per “fare di tutto”)scrive in cartella la consueta litania “assenza di attività cardiaca e respiratoria spontanea, si constata il decesso”.
La cartella clinica viene chiusa, gli esami del sangue però sono ottimi. L’ospedale ha fatto fino in fondo il suo dovere, la paziente è morta con ottimi valori di emocromo, azotemia ed elettroliti.
Cerco spesso di far capire ai familiari di questi poveri anziani che il ricovero in ospedale non serve e anzi è spesso causa di disagio e dolore per il paziente, che non ha senso voler curare una persona che è solamente arrivata alla fine della vita.
Che serve amore, vicinanza e dolcezza.
Vengo preso per cinico, per un medico che non vuole “curare” una persona solo perché è anziana. “E poi sa dottore, a casa abbiamo due bambini che fanno ancora le elementari non abbiamo piacere che vedano morire la nonna!”.
Ma perché?
Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, “carrambe” e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé per l’ultimo viaggio una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto.
In ultimo, per noi medici: ok, hanno sbagliato, ce l’hanno portata in ospedale, non ci sono posti letto, magari resterà in barella o in sedia per chissà quanto tempo. Ma le nonnine e i pazienti, anche quelli terminali, moribondi,non sono “rotture di scatole” delle 3 del mattino.
O forse lo sono. Ma è il nostro compito, la nostra missione portare rispetto e compassione verso il “fine vita”. Perché curare è anche questo, prendersi cura di qualcuno.Anche e soprattutto quando questo avviene in un freddo reparto nosocomiale e non sul letto di casa.
Giovanni Luca D’Agostino

Questo paese 2

LETTERA A UN TRENTACINQUENNE
Amico mio, affermi con sicurezza di essere “europeista convinto” e che l’UE e l’eurozona non hanno nulla a che vedere con la tua condizione di disoccupato. Aggiungi che se ti sei visto passare avanti persone meno dotate, sveglie, qualificate e/o titolate di te è perché viviamo in un paese inquinato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle clientele e dagli affari sporchi e che pertanto l’unico problema dell’Italia è che non esiste meritocrazia.
Nutro una stima illimitata nei tuoi riguardi, per le tue doti umane e le tue capacità. Diciamo pure che ti considero senza mezzi termini un “genio”. Sei uno studioso, hai una memoria formidabile e un’abilità straordinaria nella rapida risoluzione di problemi matematici complessi. Proprio in ragione del fatto che ti reputo una persona mediamente più intelligente e capace di me, mi risparmierò gli improperi che sarei tentato di rivolgerti. È evidente, però, che tu non abbia la minima cognizione circa le cause del perdurare di questa crisi, perché se solo avessi la voglia e la pazienza di aprire un testo a caso di un autore a caso di politica economica – visto che saresti dotato degli strumenti culturali per farlo senza grande sforzo – capiresti che il fatto che tu ti stia girando i pollici ha molto a che fare con l’UE e con l’euro.
Capiresti che ha certamente a che fare con il trade-off tra inflazione e disoccupazione e con la priorità che l’Unione Europea assegna alla stabilità dei prezzi a scapito dell’occupazione.
Capiresti che ha indubbiamente a che fare con l’ideologia liberale su cui si fonda l’edificio istituzionale europeo e con l’idea che la flessibilità salariale e la mobilità del lavoro siano gli unici strumenti di riequilibrio degli shock asimmetrici di domanda. In altri termini, amico mio, l’UE vuole che tu vada in Germania se desideri un lavoro oggi o, al limite, che ti accontenti di fare lo schiavo qui.
Capiresti che ha indiscutibilmente a che fare con l’insostenibilità dell’eurozona, posizione sostenuta da un numero crescente di pubblicazioni che ormai hanno inondato la letteratura scientifica di settore, e che l’unica speranza di farla funzionare risiede nel convincere la Germania e i suoi satelliti a socializzare le perdite di quelli che sono considerati da gran parte della classe dirigente e dei media (e di riflesso della popolazione) tedeschi degli untermenschen (leggi “PIIGS”) che hanno scialacquato per troppo tempo e adesso vanno puniti col rigore e la disciplina.
Capiresti che ha enormemente a che fare con i costi che devono sostenere i paesi aderenti all’unione monetaria che, rebus sic stantibus, superano di gran lunga i benefici. Quello che scrivo è sostenuto, lo ripeto di nuovo, da tutti gli economisti che hanno dedicato la loro vita allo studio dei fenomeni monetari e molti di loro ammonivano riguardo questa scelta già prima dell’adozione dell’euro in effetti, cioè in tempi non sospetti.
E capiresti soprattutto che ha spudoratamente a che fare con la questione centrale, che non è economica ma prettamente politica, e afferisce la cessione della sovranità nazionale e la rinuncia di un popolo all’esercizio della libertà di decidere per le sorti del proprio futuro per mezzo degli strumenti di partecipazione che la democrazia ci fornisce. Decidere per il proprio futuro senza subire le continue ingerenze esterne di organismi sovranazionali che non godono di alcuna legittimazione elettorale o le pressioni di soggetti terzi, espressione del potere economico, che vorrebbero conformare le istituzioni che regolano la vita di una collettività alle esigenze di profitto delle imprese di riferimento.
In effetti sarebbe stato sufficiente per te leggere o ascoltare le dichiarazioni degli attori che hanno guidato questo processo, perché è stato chiarito con una franchezza disarmante in più di un’occasione, anche se abbiamo fatto finta di non sentire, quello che ci aspettava. Aprire le orecchie di fronte a queste confessioni spudorate ti risparmierebbe molte ore di studio sull’argomento.
È necessario che tu comprenda che siamo una generazione sacrificata alla storia. Giovani – ormai ex – di buone speranze, tradite da un mondo che ruota al contrario rispetto alle aspettative alimentate dalle nostre famiglie d’origine e rispetto alla narrazione entusiastico-lisergica dei media. Giovani-vecchi che stanno dimostrando di non avere la minima consapevolezza della propria condizione di schiavitù psicologica. È l’effetto dell’indottrinamento, subito per troppi anni, che ha generato un’adesione acritica a questo modello di società e che ti impedisce di mettere in discussione assunti che non sono leggi divine immutabili o assiomi, né espressioni ineluttabili del corso imperioso della Storia. La tua condizione di miseria è strettamente legata a fattori ambientali che non riesci a interpretare o addirittura vedere. Non ti interroghi su cosa non vada, al di là di ciò che ti viene somministrato per via parenterale da chi ha tutto l’interesse acché le cose continuino a non andare e che tu non muova un dito per cambiarle. La focalizzazione sui fattori terzi, che sfuggono al controllo dell’azione individuale, è funzionale alla deresponsabilizzazione circa gli accadimenti che incidono sull’ambiente che ci circonda. Attenzione, non ti sto dicendo che non hai ragione a provare rabbia quando subisci un’ingiustizia perché c’è sempre il figlio di qualche potente che ti ruba il posto. Dico solo che i figli dei potenti rubano i posti in ogni luogo, anche nella virtuosa Germania, ma il problema centrale è che qui i posti sono sempre meno e per una scelta ben precisa. Per te è come se questi eventi non ci riguardassero perché fuori dalla nostra sfera di azione potenziale. Non ti interessi neanche lontanamente della rivoluzione che ha subito negli ultimi anni la disciplina che regola l’ambito lavorativo nel quale vorresti inserirti, né la liquefazione del diritto del lavoro, né la distruzione del sistema previdenziale pubblico o la contrazione della spesa che ha generato io blocco delle assunzioni in tutti i comparti. “Neanche lavoro, posso pensare all’impiego fisso o alla pensione?” mi ripeti. Sei molle, apatico, tendenzialmente depresso. Galleggi nell’inconsapevolezza di essere attore protagonista del futuro di questo paese e ti accontenti del ruolo di comparsa nello spettacolo che mette in scena la tua stessa vita. Pensi che soggetto e sceneggiatura siano già scritti e che la regia sia nelle mani di forze oscure.
Amico mio, scambieresti un ruolo da comparsa nella guerra con un ruolo da protagonista in una gabbia? Io no. Io sono italiano, mi sento italiano. Ricordi i valori risorgimentali che hanno animato le gesta dei giovani patrioti che hanno fatto l’Italia e che hanno dato la vita per questo nobile scopo? Ecco, loro avevano da perdere più di noi, ma l’hanno fatto. “Siam pronti alla morte”, dicevano. E hanno dato la vita per una bandiera. Per un popolo. Per un’identità. Sono gli stessi ideali che hanno nutrito lo spirito degli eroi della Resistenza, che hanno liberato il paese dall’occupazione nazifascista, senza temere la morte. Oggi siamo chiamati ancora una volta a combattere per la libertà, per l’unità nazionale, per i valori che nel 1948 abbiamo messo nero su bianco e che questo Moloch chiamato UE vorrebbe cancellare. Non ci è chiesto di dare la vita, almeno non nel senso letterale dell’espressione, ma di donare del tempo allo studio, alla comprensione di ciò che ci circonda e alla profusione di energie in un progetto di cambiamento vero, che non è quello che propone chi contribuisce da anni a distruggere l’esistente.
Tu sei pronto? Sei pronto a uscire dalla caverna? Sei pronto per squarciare il velo di Maya? Sei pronto per essere “scollegato”? Sei pronto per aprire gli occhi e vedere? Forse no, forse i tuoi occhi non sono ancora pronti per vedere.
Ma con te, o senza di te, ci libereremo.

Buon primo maggio!

[riflessione concepita e scritta il 01/05/2017, ma sempre attuale]

Gianluca Baldini FSI candidato sindaco a Pescara

 

L’infinito

ROBERTO VECCHIONI – L’INFINITO (CD)

Disponibile anche in Edizione Deluxe con il saggio “Le parole del canto. Riflessioni senza troppe pretese” e Vinile Limited Edition

A distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro discografico (“Io non appartengo più” del 2013), il 9 novembre esce “L’infinito”, il nuovo album di Roberto Vecchioni, prodotto da Danilo Mancuso per DME e distribuito da Artist First.

Il lavoro racchiude 12 brani inediti, con musica e parole del Cantautore, sarà disponibile anche in edizione Deluxe arricchita dal saggio “Le parole del canto. Riflessioni senza troppe pretese” e in Vinile Limited Edition.
L’album contiene l’eccezionale ritorno sulla scena musicale di Francesco Guccini che, per la prima volta, duetta con Roberto Vecchioni nel singolo “Ti Insegnerò a volare”, ispirato al grande Alex Zanardi, in radio dal 6 novembre.

Due padri della canzone d’autore si rivolgono alle nuove generazioni, in un periodo in cui tutto si dissolve nella liquidità e nella precarietà culturale, invitandole a sfidare l’impossibile. La storia del campione è la metafora della “passione per la vita che è più forte del destino”.
Questo brano – racconta Vecchioni – si specchia direttamente in quella che è stata chiamata la “canzone d’autore” e che non c’è, non esiste più dagli anni ’70. In realtà l’intero disco è immerso in quell’atmosfera perché là è nato e successo tutto. Là tutto è stato come doveva essere, cioè immaginato, scritto e cantato alla luce della cultura, semplice ed elementare oppure sottile e sofisticata, ma comunque cultura. Forse per questo Francesco Guccini (che ho fortemente voluto nel mio disco per quello che rappresenta, e lo ringrazio ancora di esserci stato), ha scelto di cantare con me”.
Un passaggio di testimone per una nuova “resistenza” che sceglie mezzi analogici: solo cd e vinile senza piattaforme streaming e download, una scelta coerente al progetto discografico che indica la volontà di non trattare la musica come prodotto di consumo veloce, scaricabile con un click, di non decontestualizzare l’ascolto del singolo brano, parte integrante della narrazione che tiene insieme ritratti diversi, da Alex Zanardi a Giulio Regeni, dalla guerrigliera curda Ayse a Leopardi, che l’autore accomuna nell’amore per la vita.

Un album manifesto, “non 12 brani  – come spiega Vecchioni – ma un’unica canzone divisa in 12 momenti”,  in una dimensione temporale verticale che rinvia al tema dalle suggestioni letterarie:  la necessità di trovare l’infinito al di qua della siepe, dentro noi stessi.

L’album è il frutto della collaborazione di un team d’eccezione, Lucio Fabbri (produzione artistica): pianoforte, piano elettrico, organo Hammond, violino,  viola, fisarmonica, basso elettrico e chitarra elettrica; Massimo Germini: chitarra classica e acustica, chitarra 12 corde, mandolino, bouzouki, ukulele, liuto cantabile; Marco Mangelli: basso fretless; Roberto Gualdi: batteria e percussioni.

TRACKLIST

01. Una notte, un viaggiatore
02. Formidabili quegli anni
03. Ti insegnerò a volare (Alex)
04. Giulio
05. L’infinito
06. Vai, ragazzo
07. Ogni canzone d’amore
08. Com’è lunga la notte
09. Ma tu
10. Cappuccio rosso
11. Canzone del perdono (non presente nel Vinile)
12. Parola

https://musicfirst.it/roberto-vecchioni-l-infinito/43965-roberto-vecchioni-l-infinito-cd-8051160972296.html

Il loro bene

Inoltre, questi grandi riformatori si ritrovano regolarmente a fronteggiare un problema: i loro modelli perfetti non producono i meravigliosi effetti promessi, ma fanno danni. Per gestire questo problema, non potendo ammettere che il modello è sbagliato, reagiscono in due modi tipici:

a)spiegano che il modello non produce gli effetti promessi perché non è stato attuato abbastanza intensamente e radicalmente: se lo stalinismo non funziona ancora, è perché ci vuole più stalinismo, e se l’europeismo (l’euro, l’austerità, il mercato) non sta dando i risultati promessi e sta anzi producendo danni, ciò avviene perché ci vuole più europeismo (più euro, più austerità, più mercato) e più repressione delle voci critiche (fake news);

b)danno la colpa dell’insuccesso a un nemico interno, cioè inventano capri espiatori: i controrivoluzionari, gli eretici,  gli infiltrati, i revisionisti, gli ebrei, gli euroscettici, i sovranisti, i populisti, i complottisti, e naturalmente i fascisti in assenza di fascismo.

L’innovazione tecnologica e commerciale impone una incessante trasformazione dei modi di vivere e delle capacità lavorative della gente, anche dei lavoratori non più giovani, congiunta agli effetti dell’immigrazione di massa: una trasformazione sempre più veloce, non assimilabile quindi dalle persone e dalle comunità; e ciò determina tensioni e lacerazioni costanti, un vivere in forzatura, l’annientamento dell’autoregolamentazione morale della società. È tutto un vivere in emergenza e sulla corda soprattutto del debito, del mercato, del rating.  Anche il 3% come limite del deficit, privo di una base scientifica, fa parte di questo sistema di crisi cronicizzata, mantenuta come strumento di governo, di riforma costante e coatta, di logoramento della capacità di resistenza e reazione del popolo. Sempre più incompatibile con i bisogni e i limiti fisiologici dell’uomo, il rispetto dei quali dovrebbe essere il  primo tra i Diritti dell’Uomo ad essere riconosciuto, mentre neppure viene menzionato,

Dalla società solida si è passati a quella liquida e ora a quella gassosa. Ma l’uomo è un essere sociale, ossia il singolo ha bisogno di stare in rete valoriale e relazionale interattiva stabile, affidabile, anche per crescere, svilupparsi e vivere. Per avere scambi emotivi senza dei quali va incontro a degenerazione patologica. Questa evoluzione forzata che è in corso, propulsa dalle domande del capitalismo finanziario e dalle esigenze di gestire le destabilizzazioni che esso produce, sta quindi distruggendo le basi, i presupposti della formazione e dell’esistenza stessa delle persone, senza dare alcuno sbocco positivo o propositivo.

Marco Della Luna

estratto da http://marcodellaluna.info/sito/2019/04/20/non-e-tempo-di-resurrezione/

Il potere delle élite

L’élite finanziaria non è solo una raccolta di individui, la più riuscita con il loro tipo di attività. Una élite è un gruppo auto-organizzato di plutocrati o di dinastie familiari che può agire opportunamente, operando in modo strategico, pianificare e prevedere le conseguenze delle sue attività. In sostanza l’elite crea essa stessa gli eventi, li controlla e ne prevede gli effetti. Sono queste qualità che portano al successo negli affari del grande business ed al coronamento degli obiettivi nella politica. In una parola, l’Elite ha assunto il potere dal momento in cui ha acquisito una mente collettiva.
Ci sono sempre stati nella Storia clan, gruppi vincenti, oligarchie di potere e per tali gruppi la cosa principale è l’abilità di auto-organizzazione e coordinamento. Senza questa abilità, le congregazioni di uomini eccellenti, economisti o scienziati come le Accademie delle scienze, composte da geni isolati, non avrà mai il controllo delle operazioni in quanto non sarà in grado di coordinare gli sforzi operativi. Questo spiega perchè anche le scienze siano oggi manipolate e divenute nel tempo uno strumento del potere.

Pertanto, va sottolineato che la caratteristica principale dell’élite è la sua capacità di auto-organizzarsi. Anche se ciascun personaggio elitario separatamente non vede l’intero quadro, c’è qualcosa che lo spinge ad interagire con la sua stessa specie per mantenere il potere e sopravvivere. L’elite non corrisponde ad uno Stato o a un paese ma è un gruppo transnazionale, tuttavia non sarà un caso che il maggior numero dei suoi componenti si trova negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

La classe politica dei paesi occidentali e di molti altri, è asservita dell’élite, i loro interessi possono a volte coincidere e talvolta divergere. Questo è quello che stiamo vedendo attualmente negli Stati Uniti, dove inizialmente il processo di elezione presidenziale era sfuggito di mano. Tuttavia non possiamo sottovalutare la capacità dell’élite di organizzarsi in metagroup, ovvero in strutture altamente organizzate ed organismi capaci di subordinare la maggioranza delle persone alla loro volontà. Questo permette all’Elite ri riprendere in controllo anche di singoli personaggi arrivati al potere dall’esterno. Trump è uno di questi.

Come avviene per tutte le élite, questi gruppi sono soggetti al degrado. Le personalità di spessore si stanno riducendo e tutti lo possono verificare. Non ci sono più persone nell’élite occidentale che abbiano le stesse capacità e autorevolezza dei primi Morgan, Rothschild, Rockefeller, Baruchs. Istituzioni anonime come Chase Manhattan Bank, City Bank, Morgan Geranty Trust, Monsanto e vari fondi di investimento hanno preso il loro posto e favorito lo sviluppo di nuovi organismi emergenti come la Goldman Sachs o la Black Rock. Questo è anche un segno della trasformazione della volontà dei singoli nella volontà collettiva di un gruppo di organismi.

Elite finanziaria, banchieri centrali

Anche i politici, rappresentanti della Elite, sono rimasti schiacciati – se Reagan e la Thatcher sembravano un po meno influenti rispetto a Roosevelt e Churchill, attualmente anche Reagan e Thatcher sono dei giganti in confronto a un Donald Trump ed una Theresa May. Persino De Gaulle, sullo sfondo di Stalin e Roosevelt, sembrava una figura di seconda classe, ma oggi la figura del generale sembra un colosso in raffronto a personaggi come gli Hollande e i Macron. Anche l’élite amministrativa della classe dominante subisce il degrado.

Questa è fra le altre una delle ragioni per cui si manifesta l’ondata anti-establishment in tutto il mondo: le persone sono ovunque deluse dall’esercizio del potere e si manifesta sempre di più la sfiducia nei confronti dei rappresentanti della Elite , nell’ansia per il futuro. Il potere delle attuali élite amministrative dimostra l’incapacità di queste nel riconoscere lo stato critico delle cose, la divergenza con i valori e gli interessi reali delle persone, l’incompetenza, il formalismo astratto, il distacco dal popolo, la tendenza a vuote promesse e l’occultamento delle informazioni vere.

Le classi dirigenti politiche, in tutto il mondo occidentale (e non solo in quello), stanno vivendo una crisi di legittimità proprio a causa della crescita del degrado delle società. E se in alcuni paesi, come in Russia, è iniziato il processo di rotazione forzata delle élite, in Europa non hanno nemmeno pensato di iniziare con tale questione, come dimostra la ribellione dei “gilet gialli” in Francia, i fallimenti dei partiti al governo in Germania e in Italia, la crisi in Gran Bretagna e in Spagna, la divisione più profonda delle élite negli Stati Uniti. Il fenomeno investe anche i paesi dell’Est Europa, inclusa l’ Ucraina come parte della stessa serie.

Mentre l’Elite dominante mantiene i propri codici segreti di comunicazione e dialoga utilizzando un linguaggio di tipo esoterico, la crisi di rappresentanza e la deriva delle società richiedono alle classi politiche fiduciarie (della elite ) di comprendere non solo le tecnologie sociali, ma anche di seguire e individuare il processo di trasformazione e ripartizione del consenso, senza il quale non è possibile ottenere la stabilità e l’ordine sociale dei subordinati.
Le classi dominanti oggi, per il mantenimento del proprio potere e l’indirizzo dell’opinione pubblica, devono ricorrere alle tecniche di controllo sociale, alla manipolazione delle informazioni, alla creazione di mitologie di comodo come schermo di distrazione di massa.

Media Video manipolazione

Nel mondo antico, le elite facevano leva sul senso spirituale e religioso per consolidare il proprio carisma ed il potere politico. I sacerdoti stavano accanto ai faraoni, Merlino era in piedi accanto a Riccardo Cuor di Leone e alla sua Tavola Rotonda, l’Imperatore veniva incoronato direttamente dal Papa, autorità politica e spirituale coincidevano.
Nel mondo moderno, attraversato da materialimo consumistico e nihilismo, la dissoluzione dei valori si ritorce contro le elite dominanti, il loro potere è spogliato da qualsiasi parvenza di legittimità ed appare per quello che è: un potere oligarchico travestito da forma democratica.
https://www.controinformazione.info/la-crisi-del-potere-degradato-nelle-classi-politiche-occidentali/

L’homunculus postmoderno

Essere liberi e disperati, oggi, in un mondo al contrario, è logico; il passato non si interrogava sulla felicità perché si era felici, inavvertitamente. Parecchi di noi hanno vissuto la felicità senza saperlo. Solo la nostalgia ci ricorda, per vie indirette, tale sconosciuta agê d’or.

I crocevia della vita, oggi, vengono sottoposti al microscopio della bontà; gli atti più banali son al dazio del politicamente corretto; una legge eterodossa li regola; ne nascono rivendicazioni idiote, conflitti infecondi, blocchi mentali, allagamenti neri della volontà. Cosa siamo se non grovigli sfilacciati, senza capo né coda, che martoriano perenni il proprio essere alla ricerca della bontà – una bontà instillata dal potere come falsa aspirazione? Qualsiasi rapporto umano risulta impossibile se nessuna cosa è scontata e tutto deve sottoporsi a infiniti vagli, decisioni, bilanciamenti. Se ogni postulato morale viene abolito, la vita deve essere continuamente de-cisa in nome di una legge a noi estranea e imposta con la suasione del falsario. Inevitabile, perciò, la frenesia, la preoccupazione, la cronica mancanza di tempo: non ho tempo, scappo, ne riparliamo domani, adesso no, vediamo, ci risentiamo. Il tempo sfugge, sminuzzato in attimi mai connessi fra loro, e sperperati alla ricerca di ciò che era, prima, cristallino, innegabile, razionale, non detto. Intuizioni senza parole. L’homunculus postmoderno non ha mai tempo, il tempo appartiene ai signori, la plebaglia, sette miliardi di plebei, non potrà più disporne, affaccendata com’è a lottare su questioni che riposavano prima in una placida, irrefutabile, sensatezza. Sfinito ed esacerbato (lo stress!), l’homunculus non legge, non studia, non si interessa di nulla; gli manca la curiosità che nasce dalla meditazione, è privo di azione, motionless, eternamente affannato, anche se, alla fine, non produce alcunché, deve sprecare giorni, mesi, anni in miriadi di questioni, prima inesistenti; ha abiurato la manualità, il mestiere, l’arrangiarsi: non sa fare più niente, nemmeno annodarsi una cravatta o farsi una treccia. I figli prima obbedivano ai genitori, quindi ai maestri; i sentieri erano già tracciati, non dovevamo forzare il destino. Ora non è più così, la democrazia incombe, il progresso reclama nuove mete, i piccoli tiranni psicopatici vantano diritti, come i barboncini col cappotto o i trans da riporto; i mocciosi si vestono come vogliono, in spregio al decoro e alla continenza, sono sboccati quanto adulati, non studiano, scambiano i Normanni con lo sbarco del 1944, biascicano, bofonchiano parole mozze, spendono centinaia di euro, ma genitori e precettori zitti, non una parola, uno schiaffo ti fa carnefice, un urlaccio e parte il Telefono Azzurro, l’Unicef, la Carabiniera. Prima dieci figli venivano allevati, in silenzio, come gattini, ora un moccioso qualsiasi sfianca coppie di genitori, di nonni, di nurse e legioni di costosi educatori privati.

Devastato, confuso, alla deriva, il micco postmoderno ricerca la felicità, ma non fa che gettarsi sempre più nelle fauci dell’edonismo straccione, per di-vertirsi, non ascoltare, dimenticare le voci del quotidiano che gli rimbombano nel cervello. Signori, eccovi qui lo psicotico perfetto, l’uomo che riparte sempre, senza passato, che deve decidere senza soste, lo stupido per cui il sole è nuovo ogni giorno, lacerato, straziato, senza pace, senza padri e madri, privo di ombelico: uno schizoide o, peggio, uno schizofrenico irrequieto e delirante che scambia l’SPDC per esotismo e vacanza: il malato, insomma, l’Italiano malato, canceroso, avido di oblio, droghe e perversioni legalizzate dall’amore universale; la narcosi da Champions League e Montalbano si discioglie dalle flebo multinazionali, goccia a goccia, finalmente, a sedare il paziente.

Maria De Filippi ha compreso il malato italiano più degli antropologi e dei politologi da visore, stupidi come zucche, e se ne serve per imbonire ad altri malati un berciante serraglio quotidiano: puttanoni, satiri da quattro soldi, vecchi sguaiati, invertiti da naftalina, transessuali spirituali, aristocratiche superciliose col tatuaggio sulle chiappe sono gli animali impagliati d’un Paese che ha rinunciato a sé stesso, a essere ciò che è sempre stato, reazionario, francescano, sobillatore, vigliacco, raffinato e cauto, sepolcrale e rodomonte, ma sempre vivo; e ora eccolo qui, in un vagabondare cieco, impossibile da redimere, micco e inefficiente, solo capace di sopravvivere sugli allori di passati fasti, peraltro ripudiati. Forse il 20% degli Italiani ormai produce davvero, la nazione è finita, sovranisti o no, non ci si accorge della disfatta solo perché si sacrificano al conquistatore prede e vergini, su migliaia di altari, giorno dopo giorno: oggi una fabbrica o un marchio, domani un’intelligenza, un brevetto, un porto. E si va avanti, nella finzione d’essere ancora noi e non una porzione geografica affittata alla Monarchia Universale.

estratto da https://alcesteilblog.blogspot.com/2019/04/martino-vu-divagazioni.htm