Allineati e coperti

L’articolo precedente poteva sembrare un elogio al misoneismo (mioneismo s. m. [comp. di miso– e del gr. νέος «nuovo»]. – Atteggiamento di avversione verso ogni novità, soprattutto nel campo politico e sociale, ma anche nella letteratura, nelle arti, nel costume, ecc.) (1)

E’ noto invece che la natura preserva la specie grazie alla varietà: è rimasta un mistero per 67 anni, cioè da quando, nel 1944, fu individuata una correlazione tra l’anemia falciforme – nota anche come anemia mediterranea –  e la protezione dall’infezione di malaria. La ragione è stata ora spiegata grazie a una nuova ricerca di un gruppo internazionale di scienziati, che ha scoperto in che modo le modificazioni strutturali dell’emoglobina tipiche dell’anemia falciforme impediscono lo sfruttamento delle risorse cellulari da parte di Plasmodium falciparum, il parassita che veicola la malaria.(2)

Ecco perché è sbagliato l’accanimento di Di Maio sul numero dei parlamentari quando invece bisognerebbe concentrarsi sulla loro rappresentatività: eliminando qualsiasi soglia e tornare al sistema proporzionale puro.

Il conformismo lamentato nel post precedente troverebbe così un antidoto naturale nella ritrovata convenienza alla diversità (che, ovviamente, non rientra negli auspici della nostra società massificata)


1. http://www.treccani.it/vocabolario/misoneismo/

2. http://www.lescienze.it/news/2011/11/13/news/ecco_perch_lanemia_falciforme_protegge_dalla_malaria-658612/

 

Il gregge dei mutanti

Fonte: Ereticamente

L’ indizio più sicuro di sopraggiunta vecchiaia è il fastidio per i cambiamenti, unito ad un’ostinata incomprensione delle novità. In controtendenza rispetto ai tempi, che prescrivono giovinezza perpetua e amore incondizionato per il nuovo, ci confessiamo vecchi, anacronistici, privi della volontà di seguire, capire, accettare il turbine di trasformazioni che ci ferisce gli occhi e rende amara la vita quotidiana. Tutto passa, ma la fretta odierna, la violenza imperiosa della moda, dell’odiernità, non fa per noi. E’ in azione una macchina infernale che trasforma ogni cosa, destituisce tutto di senso, modifica la realtà e noi stessi, trasformati in gregge di mutanti. Moda come progresso, conformismo come entusiasmo dinanzi al nuovo, cambiamento continuo come fervore modernista. Nessuna epoca ha tanto amato il nuovo quanto la nostra, la cui divinità è Proteo. Nella mitologia greca, Proteo era l’immortale vecchio del mare in grado di predire il destino, ma chi voleva avvicinarsi a lui doveva coglierlo nel sonno o trattenerlo con la forza, poiché cambiava continuamente aspetto ed era in grado di assumere ogni sembianza.
Chi sfogliasse un album di fotografie vecchio di vent’anni, resterebbe stupito dell’immenso cambiamento dei luoghi, dei volti e persino delle situazioni. Davvero proteiforme è il tempo nostro. E’ il fascino che esercita su molti, ma la Megamacchina del denaro, del consumo, dello sfruttamento, non è mai stata tanto potente, mai ha dispiegato i suoi tentacoli con altrettanta penetrazione. Alla gente piace quello che le viene fatto piacere; tutto è moda, istante, veloce cambio di prospettiva, gusti, modi di vita. Vince il presente, il rifiuto di ereditare, “il diritto naturale del presente contro il passato” (Roland Barthes). Sconcerta la rapidità e soprattutto il carattere di massa dei fenomeni che il vecchio bastian contrario guarda sgomento, incapace di adeguarsi e di capire.

Roberto Pecchioli

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Il ’48

Il Lombardo-Veneto?   “E’ stato  il primo paese italiano a prender sul  serio la questione ferroviaria”, scriveva il Cavour. E mica per la linea Milano-Monza che funzionava dal 1838. No, il governo asburgico ha deciso da tempo la ferrovia Milano-Venezia, progetto che tarda a realizzarsi “per la deplorevole apatia,  che  potrebbe anche definirsi colpevole, de capitalisti milanesi”. Solo l’intervento “potente  e generoso”    dell’amministrazione absburgica  sta permettendo di superare  le difficoltà. “Bisogna ammettere che  in questo frangente il governo di Vienna ha dato prova, nei  confronti dei sudditi italiani, di sentimenti tanto illuminati quanto  benevoli”.

Maria Teresa voleva  il 4 per cento. Soltanto.

Sorprendente no? Milano-Monza,   la ferrovia è di una trentina di chilometri; Vienna lancia  un progetto di quasi 300 chilometri di strada ferrata – dimensione grandiosa per l’epoca  – e i “capitalisti milanesi”  reagiscono con “apatia che potrebbe definirsi colpevole”.  Che tipo di capitalisti erano?

Recenti, anzitutto.   Li aveva –  letteralmente  – creati Maria Teresa.  Decisa a ricavare dalla Lombardia più  del milione di ducati l’anno che essa aveva reso alla Spagna  (che vi aveva lasciato crescere cose come il brigantaggio e il latifondo incolto) l’imperatrice  aveva disposto la creazione del catasto.  Si trattava di stabilire chi fossero i proprietari dei terreni  “nel labirinto di manomorte, ipoteche, eredità contestate, diritti feudali e diritti demaniali”, e quanto valessero: ne fu incaricato Pompeo Neri, economista fiorentino, che ci mise  dieci anni per venirne a capo.  Quando il catasto entrò in vigore nel 1760, l’imperatrice stabilì: i proprietari devono pagare sul loro patrimonio terriero il 4 per cento del valore accertato.  Gli  aristocratici lombardi, che prima non s’erano occupati troppo di far rendere i loro beni terrieri,  si trovarono di colpo obbligati o a subire una tassazione sproporzionata al reddito, o a darsi da fare per far rendere i loro campi più  quel 4 per cento.  Quel che avessero guadagnato in più, si noti, non sarebbe stato tassato.  Guadagno puro.

Precedenti di semi-industrializzazione agricola  non erano mai mancati in Lombardia. Basti pensare alle marcite dei cistercensi che permettevano   nella valle padana tre raccolti  di fieno l’anno, il che consentiva di alimentare grandi quantità di bestiame e quindi sviluppare l’industria casearia.  O al  baco da seta,  che impiegava le famiglie contadine non solo nella coltivazione  del gelso, ma poi nelle filande e ai telai.  Incitati dalla modesta tassazione, i capitalisti lombardi trovarono conveniente reinvestire –  il surplus lucrato ed esente da imposte – in attrezzature agricole moderne, sistemi d’irrigazione, stalle, granai, essiccatoi e venne naturale lo sbocco “industriale” del sovrappiù   agricolo: filature e tessiture di lana, seta  e “tela d’India”, caseifici,  concerie, mulini,  poi  ferriere… Aiutati non poco dai dazi protettivi che l’impero aveva steso sulle loro produzioni:  nessuna industria si  sviluppa senza protezionismo.

Che questi capitalisti non guardassero col  dovuto, dinamico entusiasmo l’idea di unire  Milano a  Venezia, si spiega col fatto che ciò esponeva la fiorente industria lombarda nata dalla terra alla concorrenza intra-imperiale.  La prospera regione sarebbe stata collegata troppo da vicino all’Est dell’impero, più  sviluppato.   I neo-imprenditori cominciarono a lamentare che le lane del Tirolo facevano concorrenza ai loro lanifici. La Milano degli affari cominciò a rendersi  conto che nell’impero era solo una delle molte città industriali in concorrenza  fra loro  – e a quel tempo era Praga all’avanguardia dell’industria metalmeccanica – e  che le sarebbe convenuto essere la prima in una paese  come l’Italia futura, industrialmente arretrato e protetto dai dazi.

Fu in quegli anni che i Federico Confalonieri, i Melzi d’Eril, i Serbelloni, i Trivulzio,  i  Casati e i Clerici  , i  Porro Lambertenghi (miliardari, i primi ad impiantare a Milano una filanda a vapore)  presero a nutrire sentimenti anti-austriaci, patriottici e filo-inglesi.  Alcuni “cospirarono”  da carbonari  nel 1821 con Silvio Pellico (istitutore dei Porro Lambertenghi)  e Maroncelli,  come il  conte  Federico Confalonieri  (il primo milanese ad avere i caloriferi nel palazzo) che fu una specie di Giangiacomo Feltrinelli dell’epoca   e fu incastrato dalla  confessione alle polizia austriaca del  co-cospiratore marchese Pallavicino-Trivulzio.   I rivoluzionari si  chiamavano in correo con tanta facilità, che lo stesso inquisitore , il trentino Antonio Salvotti (“il perfido Salvotti”  nella propaganda patria) si affrettò a chiedere l’indagine sennò avrebbe  dovuto chiudere allo Spielberg l’intera nobiltà-imprenditoria  milanese.

Sicché quando nel 1848, sedate  le Cinque Giornate, il popolino  rivide entrare a cavallo l’ottantenne  Maresciallo Radetzky , gli fece ala gridando: “Radèschi, in stà i sciuri” –  i ricchi  –   a  fare il Quarantotto, espresse  una analisi politica notevole nella sua brevitas.

In realtà  alle Cinque Giornate il popolino aveva  partecipato con una violenza estrema, strada per strada. Ma poi aveva visto arrivare i piemontesi, le truppe savoiarde di Carlo Alberto, e…  La Pellicciari dà la parola a Gramsci: “La Lombardia non voleva essere annessa come una provincia al Piemonte: era più progredita intellettualmente,  politicamente, economicamente”.

Diciamo che se c’è una cosa che unì il  Lombardo Veneto alle due Sicilie, fu – come chiamarlo: delusione? Malcontento?  Rabbia per la spoliazione?   – davanti al  metodo savoiardo del patriottismo.

I capitalisti senza capitale

Se vi pare che stia parlando di cose storiche e passate, guardate meglio. Di ferrovie la Pellicciari torna a parlare  a  proposito della concessione “dell’intera rete ferroviaria del regno delle Due Sicilie” a due patrioti, il banchiere livornese Pietro A. Adami e il gran maestro della Massoneria Adriano Lemmi , e di quel che ne disse, il 6 ottobre 1860, il deputato Carlo Poerio, napoletano. Poerio segnala che quel contratto, stipulato dal “governo rivoluzionario  della Sicilia” (ossia da  Garibaldi), vincola per lunghi anni l’avvenire delle provincie [meridionali], le sottopone all’onere immenso de 650 milioni di lire […]  ed assicura inoltre  alla concessionaria l’utile netto del 7 per cento senza sborsare un obolo del proprio”.

Adriano Lemmi . Livornese. Come Carlo Azeglio Ciampi di venerata memoria. Concessionario.

Erano nati –  particolarità italiana – i “capitalisti senza capitale”,   e senza bisogno di averne uno loro perché glielo regala lo Stato.  La  tradizione continua infatti con i Benetton a cui il D’Alema   diede in concessione le Autostrade IRI consentendo  loro i lucri che sappiamo  – e gli effetti che abbiamo visto a Genova.

 

L’articolo DI FERROVIE PATRIE E CONCESSIONI (AI PATRIOTI) proviene da Blondet & Friends.

Una parabola comune

Da tre quarti di secolo una traiettoria comune segna il percorso di tre grandi nazioni, Giappone, Germania e Italia. Si tratta di un parallelismo tanto sorprendente che meriterebbe maggiore attenzione. Sono le potenze dell’Asse, sconfitte nella guerra mondiale. Uscirono distrutte dal conflitto. Città sventrate dai bombardamenti a tappeto, anche con ordigni al fosforo su Germania e Giappone e con bombe atomiche sul Giappone. Ponti, strade, infrastrutture demoliti. Potenziale industriale quasi azzerato.
Ebbene, proprio quei tre Paesi nei decenni successivi furono i protagonisti di uno spettacolare “miracolo economico”, che li pose fra le maggiori potenze economiche del mondo. In quelli che ora sono chiamati “i Trenta gloriosi”, i decenni della prosperità e dello sviluppo impetuoso, tutto il mondo che convenzionalmente chiamiamo “occidentale” fece registrare una grande crescita, ma il vero e proprio “miracolo” fu quello di Giappone, Germania e Italia. Vero è che Germania e Italia usufruirono del piano Marshall e che il Giappone a sua volta poté contare su massicci prestiti per la ricostruzione, forniti da quegli Stati Uniti che avevano raso al suolo l’arcipelago, tuttavia quegli investimenti produssero effetti grandiosi perché c’era la volontà di ricostruire, una coesione nazionale, una fiducia nell’avvenire, disponibilità al sacrificio e al risparmio, in una parola c’erano valori morali e civici.
Oggi Giappone, Germania e Italia detengono il record mondiale di denatalità. Sono nazioni in estinzione. Il fenomeno è in genere spiegato con motivazioni di ordine sociologico. Non si fanno figli per la crisi economica, per l’allentamento dei legami parentali, per la carenza di scuole materne, per la precarietà e la mobilità del lavoro. Tutto vero, ma più per l’Italia che per Giappone e Germania. Tutto vero ma non sufficiente a spiegare questa sorta di suicidio programmato di intere nazioni. I decenni di boom economico hanno determinato quella mutazione antropologica che Pasolini aveva intravisto già negli anni ’70. Consumismo, individualismo, mentalità fortemente competitiva, narcisismo. Intere generazioni educate all’idea che ciò che conta è l’affermazione di sé, l’efficienza del corpo, l’apparenza, il godersi la vita, la libertà come assenza di vincoli e di doveri verso la collettività. Il tessuto sociale fatto di solidarietà parentale, di radicamento nel territorio, di rispetto dei ruoli e di assunzione delle rispettive responsabilità, si è prima sfilacciato e poi dissolto. I figli sono un peso e un costo, limitano la libertà di viaggiare, di curarsi di sé, di divertirsi.
Il fenomeno è comune al mondo occidentale ma tanto più appariscente proprio in quelle nazioni che con più successo erano entrate nell’età dell’abbondanza e meglio avevano assimilato il modello dei loro vincitori, gli Stati Uniti d’America. Avere tradito la propria cultura, le proprie tradizioni, l’avere divelto le proprie radici, in una crescita economica dapprima consentita dall’energia morale di popoli sconfitti ma ancora vitali, poi degenerata in consumismo, è la causa profonda del processo di estinzione in atto. La mentalità del “siamo al mondo per goderci la vita” è ai fini della preservazione e del rafforzamento della comunità più devastante della bomba atomica. Il lusso è il vero fattore di decadenza dei popoli. Riaffermarlo, seguendo le denunce dei grandi saggi dell’umanità, oggi espone all’accusa di moralismo.
È inutile sperare in una rivoluzione, è inutile affidarsi a un Comandante. La maledizione è stata scagliata. Niente e nessuno potranno revocarla.

di Luciano Fuschini – 20/07/2019

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62289

La peste bianca

Ah, le donne…

La donna, inutile nasconderselo, è centrale nelle vicende di natalità: un tempo, anzi, la sua vita era centrata proprio sulla riproduzione, almeno fino alla Prima Guerra Mondiale. Poi, ci fu il cambiamento: le donne, forzatamente, entrarono nell’apparato produttivo…e non ne uscirono più!

D’altro canto, la donna di fine ‘800 aveva desideri, aspettative, programmi, sogni…che non sono nemmeno paragonabili a quelli odierni, dove apprezza l’indipendenza che la società moderna le consente mentre, a fine ‘800, non poteva nemmeno ereditare, bensì solo consegnare la propria dote al marito.

Oggi, se vuole, può placare la sua ansia di figli semplicemente, con un figlio generato da un rapporto qualunque (magari anche d’amore, poi concluso) mentre gli anticoncezionali la metteranno al sicuro da gravidanze indesiderate.

D’altro canto, oggi, non penso che si possa (e si desideri) riportarle – per editto – a quella condizione: eppure, qualcosa bisognerà fare. Ma dovrà essere un “fare” che riguarda la società nel suo insieme, non certo le sole donne. Perché anche le donne, pur emancipate e liberate da una sudditanza incongrua, non sono affatto contente!

estratto da http://carlobertani.blogspot.com/2019/07/la-peste-bianca.html

Il nemico

Purtroppo siamo vittime di una concezione agonistica della società (infatti la politica è piena di metafore sportive (nel senso deteriore del termine).

I politici stessi la incoraggiano perché per loro è il modo più facile di eludere i problemi e ottenere consensi.

Come fa sempre rilevare Noam Chomsky, si guardano bene però dall’affrontare il problema di fondo: lo sfruttamento dell’uomo e della natura a fini di profitto.

Questo per dire che (pagando) abbiamo fatto togliere la pubblicità che è la principale forma di distrazione e di propaganda.

Ringraziando il centinaio di lettori che ci ha seguito finora, auguriamo a tutti buona lettura!

 

I confini naturali

Inattualità

di Andrea Zhok – 03/07/2019

Inattualità

Fonte: Andrea Zhok
“La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtú grande.” (Giacomo Leopardi, dallo Zibaldone).

Cito questo passo di Leopardi non per utilizzare il principio di autorità (dopo tutto ci sono cose, anche se non molte, su cui non sottoscriverei idee leopardiane). Lo cito perché mi pare esprimere con splendida semplicità un pensiero grande quanto inattuale.
Leopardi può permettersi queste forme espressive dirette, senza infingimenti e cautele, perché, diversamente da noi oggi, non deve difendersi preventivamente da accuse di ‘nazionalismo’ (e dunque, secondo le decerebrate concatenazioni correnti, di ‘xenofobia-razzismo-fascismo-…’).
Ciò che dice Leopardi è semplice, essenziale e potente.
Si tratta di tre cose concatenate, che provo a commentare così.
1) La prima, è che lo stato-nazione ha bisogno di forme e dimensioni adeguate a consentire un reciproco riconoscimento, una “comunione di interessi”, in chi vi risiede. Lo stato-nazione non è né può essere un club o una società per azioni. Lo stato-nazione definisce l’orizzonte possibile di un progetto sociale comune, un progetto organizzato, capace di formare un comune sentire, almeno intorno ad alcuni importanti ‘oggetti d’affezione’ (reali o ideali). Le dimensioni metriche sono una variabile significativa, anche se non decisiva. Il ‘troppo’ in estensione ha i suoi limiti nella capacità o meno di includere popoli che possano idealmente capirsi, in quanto condividono una storia, una cultura, una lingua, un territorio.
2) La seconda notazione implicita nel passo leopardiano è che vi rimane essenziale la dimensione ‘naturale’ dei territori (una volta, prima dell’abuso fattone dalle dittature del primo ‘900, si sarebbe detto una dimensione ‘tellurica’.) Questo di nuovo, non perché ci sia un legame stretto tra “Blut” e “Erde” (sangue e terra), ma più semplicemente e autenticamente perché noi siamo ciò che siamo in parte molto significativa perché cresciamo dove cresciamo.
Questo è l’esatto opposto di quel che pensano scribacchini come il recente autore di un testo dal titolo “Contro l’identità italiana”. Il fatto che un’identità (come ogni realtà storica) sia nata contingentemente, cioè che, se le cose fossero andate diversamente, sarebbe potuta essere altrimenti, non toglie nulla al fatto che una volta consolidatasi in una certa forma, essa divenga una base per giudizi di valore. I confini italiani (o tedeschi, francesi, ecc.) potevano essere diversi, la lingua che si è imposta come lingua nazionale poteva parimenti essere diversa, ecc. ma tutto ciò è irrilevante quanto al valore che queste cose hanno, una volta che si sono sedimentate. (Pensare che un’identità storicamente contingente non debba, per la sua contingenza, aver valore, è come pensare che siccome ciascuna famiglia, da che mondo è mondo, poteva non formarsi o formarsi altrimenti, allora tutte le famiglie sono unità d’affezione fittizie.)
3) La terza idea, forse la più importante, è che “senza amor nazionale non si dà virtù grande”. Questa è un’idea in cui si vede in trasparenza il radicamento della cultura leopardiana nello studio della grecità e della latinità. Le virtù, tutte le virtù, sono virtù sociali, sono cioè facoltà (virtus) il cui senso si esplica appieno, in ultima istanza, all’interno di una comunità di ‘soggetti-come-noi’. Dal Socrate del Critone, al Cicerone del De Officiis, nel mondo antico (quel mondo che infatti oggi si è deciso di non studiare più) è ovvio che non possa esistere una virtù che si esplichi in maniera autoreferenziale. Socrate sa che la sua condanna è sbagliata, ma è innanzitutto cittadino ateniese, e dunque rifiuta di fuggire quando ne ha l’occasione, perché al di fuori della polis non c’è spazio per alcuna virtù.
Sono pensieri tanto sfacciatamente inattuali e lontani dalla nostra ‘informe forma di vita’, quanto straordinariamente veri (per chi ha ancora le radici nella grecità e nella latinità n.d.r)

Il collasso

Nell’anno 2019 della crisi climatica globale e della sesta estinzione di massa, il giorno 30 di un giugno a temperature infernali, sul quotidiano più popolare in Toscana, si leggeva: “… Una quindicina di infarti, ictus e malori in meno di 72 ore, e una mitragliata di chiamate al 118… tra le province di Massa e Lucca… una media di un decesso ogni sei ore… caldo che da mercoledì ha fatto schizzare alle stelle i termometri con massime fino a 37,5 gradi, ha lasciato un segnale anche all’obitorio del Campo di Marte… tutte le celle frigorifere già occupate…livelli di ozono da bollino rosso…” e poi, in toni giulivi e soddisfatti (e in uno spazio del giornale on line di parecchio precedente ai morti per il caldo, e quindi più visibile e più importante): “Firenze, festa in rosso: c’è il Ferrari Day…partenza dal piazzale Michelangelo e poi un percorso show fino a Campi Bisenzio”.

Solo un piccolo esempio tra i tanti dell’umana demenza imperante in un’epoca di frenesia distruttiva.

Ma, soprattutto, un esempio di come un ceto politico profondamente corrotto nell’animo, miserabile, opportunista e meschinamente intento a calcoli di inutile e ridicolo potere, se ne infischi altamente dell’ambiente, dell’inquinamento e dell’emergenza climatica, utilizzandoli solo e disgustosamente per farsi pubblicità e per ingannare e confondere. Mentre persegue unicamente gli interessi di profitto e di potere dei ceti già ricchi.

Soprattutto un esempio dell’opportunismo schizofrenico di medialacché, di una categoria di giornalisti che in essi insegue soltanto il sogno di un privato, personale e risibile successo, meno consistente delle loro anime asfittiche.

Soprattutto l’esempio di come oggi, non solo siano due facce della stessa medaglia lo sfruttamento e la ricchezza, come mi ripetevano i miei genitori quando ero bambina, ma siano anche sinonimi ricchezza e malattia mentale. Ostentare (le proprie Ferrari ma non solo quelle, naturalmente) diventa lo scopo della vita, giustifica qualsiasi nefandezza compiuta ai danni di tutti gli altri, umani e non, e, perché no, anche ai danni di sé stessi. Perché è ovvio che, nel delirio competitivo paragonabile a quello di una mandria che galoppa a rotta di collo verso il precipizio, ogni individuo tentando di superare chi gli sta accanto, la vita nella sua grandiosa complessità non conta più niente per chi si inorgoglisce di un raduno di Ferrari che aumenterà i morti da inquinamento e da riscaldamento globale.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/al-galoppo-verso-il-precipizio

Formazione

Prima gli ultimi. No, prima i nostri. No, prima loro, i migranti. No, prima i giovani, le donne, le quote rosa o delle altre categorie discriminate. La battaglia delle priority prosegue senza sosta e senza punto d’incontro. E se, più semplicemente, dicessimo “Prima i primi” ovvero chi ne ha diritto, perché è arrivato primo o per primo, cioè i capaci e i meritevoli, i migliori, chi ha i titoli, l’anzianità e le competenze? E se il problema italiano non fossero le élite ma la loro assenza e il loro mancato ricambio? Andiamo con ordine.

Prima gli ultimi, dice Papa Francesco, e sul piano pastorale nulla da dire. Giusto soccorrere chi sta male, aiutare prima chi sta peggio; un cristiano non può eludere la carità. Ma adottare la priorità degli ultimi come criterio sociale di vita pubblica è una catastrofe. In verità il Vangelo di Matteo dice: “Beati i poveri in spirito perché di loro sarà il regno dei cieli”; non promette ai poveri il regno della terra e l’accoglienza ovunque. Tuttavia sul piano religioso la carità come dedizione personale e comunitaria è un grande valore. Ma se diventa criterio distributivo nella vita pubblica e metodo di selezione pubblica, allora le società si deteriorano, degradano verso il peggio. La stessa cosa vale se gli ultimi che diventano i primi sono i migranti e i profughi. Si può apprezzare l’intenzione morale, la tensione etica di questa apertura ma in questo modo una società deperisce, subordina le esigenze reali e prioritarie di tutti cittadini a soddisfare i bisogni di chi viene da lontano.

Nefasta è pure la logica delle quote riservate, pur se animata dalle migliori intenzioni: prima le donne, prima i giovani, prima le categorie deboli e protette. Ma la priorità di genere, d’anagrafe o di categoria contrasta con la meritocrazia, mortifica i titoli, le qualità, l’esperienza, il talento; considera solo i disagi, i fattori momentanei o le fragilità vere o presunte; non si pone dal punto di vista della comunità, delle ricadute sociali, ma solo dal punto di vista dei soggetti deboli da aiutare. Risarcisce le disparità passate, creando disparità presenti e future. Così pure fu la rottamazione dei seniores da parte di Renzi. Non basta essere giovani o non avere precedenti (penali e non solo), per essere preferibili; si può essere giovani e inetti, incensurati e incapaci, innocui e imbecilli. Gli esempi sono innumerevoli…

Prima i nostri, o Prima gli italiani, come dice Salvini (o America First di Trump), garantisce coesione sociale e solidarietà comunitaria, riconosce le identità e le appartenenze, dà valore alla cittadinanza. Ma può valere in alcuni ambiti primari, nelle modalità d’accesso all’assistenza, all’assegnazione delle case popolari, alle graduatorie per lavori generici o per necessità elementari. Ma è un metodo inadeguato di scelta nelle attività ad alta specializzazione o ad alta responsabilità o per selezionare competenze professionali, ruoli direttivi, ceti dirigenti. Non si può preferire “uno dei nostri” a “uno bravo”.

Del resto, il degrado della nostra società, la discesa progressiva, inarrestabile, dei suoi livelli di qualità, la fuga all’estero delle energie più dinamiche e delle intelligenze più brillanti, confermano la decadenza delle classi dirigenti come una vera e propria catastrofe nazionale.

E allora sorge l’indecente, scorrettissima, proposta: e se la priorità del nostro paese fosse individuare, formare, selezionare, una vera aristocrazia in tutti i campi del sapere e del lavoro? Da anni siamo infognati nella diatriba tra la Casta e la Massa. E se il problema non fosse contrapporre il popolo alle élite, o peggio le plebi alle oligarchie, ma riconoscere ciascuno secondo il suo rango, cioè le sue capacità, i suoi meriti e i gradi di responsabilità? Il problema non è abbattere le classi dirigenti, identificandole gramscianamente con le classi dominanti, o peggio con le classi sovrastanti, che vivono sopra le masse senza neanche guidarle; ma riattivare l’ascensore sociale, rigenerare la circolazione delle élite, come diceva Pareto; riaprire i ponti in entrata e in uscita, in modo che si proceda per selezione sul campo e non per cooptazione. Circolazione delle classi dirigenti, non circuiti chiusi.

Nessuna società sopravvive alla morte o alla stagnazione delle élite. Nessuna società si autogoverna, il popolo ha bisogno di classi dirigenti, non caste chiuse e autoreferenziali ma aperte al ricambio e organiche al popolo. Riammettiamo la parola proibita: aristocrazie, non di sangue o di censo, né per trasmissione ereditaria di poteri e di possedimenti, ma premiando i migliori, riconoscendo le eccellenze in ogni settore. A formare le élite oggi non ci pensa lo Stato né la Scuola, l’Università, la Chiesa, i Partiti. A proposito, vi dice nulla che i quattro principali leader politici – Salvini, Di Maio, Zingaretti e Meloni – non siano nemmeno laureati? Certo, la laurea non è una garanzia di nulla, ma è una spia indicativa che i quattro principali leader non abbiano una laurea e una professione alle spalle. E infatti nessuno si batte per la meritocrazia né la pratica.

All’Italia oggi mancano molte cose: la vitalità, la natalità, il coraggio di rischiare. Però manca una cosa che le precede: un’avanguardia di esempi, mille persone ai vertici degli ambiti decisivi, che siano da guida e da modello per tutti gli altri. I Mille. Non ci sono laboratori di formazione delle élite né in politica né in società, nella pubblica amministrazione o nelle imprese. E invece è necessario ripartire da lì, dalla rivoluzione delle élite. Dalle aristocrazie e dai luoghi di formazione. Prima i più bravi, vincano i migliori.

Marcello Veneziani

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62151

Nota: sottolineature nostre